Part 4
A me par di vederlo cotesto sventurato inventore. Un giovinotto alto e largo quattro volte me, con una folta capigliatura nera, spiovente sulle sue spalle quadrate con una barbettina a pizzo sul mento. A me par di vederlo, cotesto pittore allupato dell'antichità, con le mani strette nervosamente su la pancia vuota, passeggiare a passi concitati innanzi alla porta del suo studio. Figuratevi che studio! Una capanna immensa costruita coi rami di quegli alberi che ora si vedono verdeggiare soltanto negli scenari delle operette fantastiche. Mi par di vederlo passeggiare e mi par di udirlo bestemmiare in sanscrito, come un turco, perchè il modello da lui fissato non arriva ancora.
«Per gli Iddii immortali!...» è il pittore allupato che parla ed io traduco liberamente; «per gli Iddii immortali! Quel birbante di modello questa non me la doveva fare. È vero che gli son debitore di parecchie lire sanscrite; ma non gli ho io forse promesso di pagarlo ad usura quando il mio quadro otterrà il lauro della vittoria laggiù nella foresta delle sigillarie ove si terrà la prima esposizione mondiale? La stessa cosa ho promessa al padrone di studio, all'oste, al negoziante di colori, al corniciaio, che mi porterà qui fra non molto una bella cornice di felce dorata, e tutti costoro accondiscesero, e come possono si danno moto perchè il mio quadro abbia successo; e tu solo, vile ciociaro dell'Iran, birbante di un modello, tu solo, mentre tutti si danno moto perchè il mio quadro abbia successo, tu solo, mentre tutti si danno moto non vuoi star fermo? Va, sciagurato, anche senza il concorso della tua persona il mio quadro sarà finito ugualmente!». Questo mi par di sentir dire al pittore sanscrita e mi par di vederlo rientrare nel suo studio; mi par di vedergli adattare intorno a un bastone gli indumenti primitivi, che doveva indossare il modello, stringerli con una fune, rannodarli, allargarli, dargli approssimativamente la parvenza di una forma umana, e cominciare poi tranquillamente il lavoro.
Non altrimenti, signori, è nato il manichino. Così.
Però codesto manichino come lo abbiam visto ora uscire dalla fantasia del pittore famelico, non era se non un germe, non era che un embrione del manichino da noi ora conosciuto. Che lungo viaggio ha dovuto egli fare, prima di acquistare quella perfezione di forme, quella gravità di movimenti che lo fa somigliare così bene all'uomo pensante! Quale lunga evoluzione dal pittore affamato che lo intuì, fino a giungere a frate Bartolomeo della Porta da cui egli ebbe l'ultimo tocco!
E, nella lunga evoluzione, nel lungo viaggio molte altre razze di manichini nacquero e si sbandarono qua e là per il mondo, abbandonando il grosso della turba che sempre, sotto ogni stella, seguì la fortuna dell'artista. Alcuni non contenti di somigliare all'uomo per le forme, vollero somigliare all'uomo anche per la parola. E abbandonarono i facili trionfi dell'immobilità, per la difficile arte di Talia, e corsero il mondo empiendo di cose strane con la loro voce ridicola, che vollero dare ad intendere di avere acquistata, le anguste e sudice scene dei teatrucoli di legno. Ma come scontarono amaramente la fregola del parlare e l'ambizione della gloria! Di grandi e forti che erano, divennero piccini, mingherlini, malaticci; abituati alla luce viva dello studio furono costretti a star pigiati, al buio, entro i cassoni dei loro padroni, l'uno sull'altro, come le sardelle; avvezzi alle piene lodi e ai complimenti di quanti li riconoscevano nei quadri dipinti dai professori più illustri, furono obbligati a subire l'ignominia della folla, che gittò loro, ridendo, sul muso ammaccato dai patimenti e dalle sofferenze il nome ingrato di burattini. Altri vollero ricoprire le loro persone di abiti scintillanti d'oro e di porpora; vollero ornare le loro teste di corone gemmate; ma a qual prezzo dovettero acquistare tali ornamenti! Chiusi nelle vetrine dei musei ove non hanno accanto se non mummie, uccelli impagliati, mostri nuotanti nello spirito, oh! come debbono ripensare con dolore all'allegra dimora che abbandonarono! Altri più superbi, chiesero, oltre allo scintillìo delle vesti e al fulgore delle corone, anche l'omaggio e la venerazione, e salirono su gli altari.
Eppure, fra i manichini sbandati, ve ne sono anche dei più disgraziati di costoro. Ricordate, nelle fiere di provincia, quei poveri manichini costretti a servire da bersaglio ai tiratori novellini? Che orrore! E quelli altri che, senza averci nè colpa nè peccato, sono esposti nei gabinetti storici sotto i nomi dei più terribili malfattori, non vi hanno mai intenerito?
Avete mai visitato quei gabinetti?
Fuori, al chiarore rossiccio delle padelle di sego che fumigano, insozzando i tabelloni su cui stanno dipinte storie orribili di sangue, il povero saltimbanco passeggia gridando con la voce rauca dal sonno e dal digiuno: «Non si lascino rincrescere! Dieci centesimi non sono la rovina di una famiglia, nè la morte di un individuo. Favorischino in del nostro gabinetto indovechè noi ci andiamo a mostrare venti e passa assassini uno più interessante dell'altro. Osserveranno il terribile brigante Stoppa, il terribile Falsacappa, il terribile Ninco-Nanco e in ultimo passeranno a osservare il terribile Tropmann. Quest'ultimo lo vedranno, o signori, vita natural vivente, come me, come lui, come voi. Lo vedranno doppo di avere ucciso venti e passa individui fra maschi e femmine nonchè altri delitti ferocissimi, lo vedranno quando la mano della giustizia sta per colpirlo; ma il malfattore si butta in del fiume per salvare col suo proprio noto la sua propria esistenza. Ma la mano della giustizia lo colpisce, la mano della giustizia lo rattrappa, la mano della giustizia lo piglia, lo lega come un Cristo e lo conduce in questo nostro gabinetto, ove noi, o signori, abbiamo l'onore di presentarvelo».
Qualche raro visitatore, gittando i due soldi nel bacile di stagno ammaccato, entra nel gabinetto. I poveri manichini, al chiarore fioco di pochi lumi, stanno allineati su di un tavolaccio sudicio: chi stringe una lama, chi brandisce un'accetta, chi impugna una pistola, chi si stringe al petto un fucilacelo arrugginito. Poveri manichini! costretti là dentro a rappresentare la parte del malfattore e del brigante mentre in fondo poi chi sa che bravi e che onesti manichini saranno.
Vedete: certe volte, riflettendo alle orribili torture alle quali vengono assoggettati, io non vi so dire quanto dolore provi nel pensare come ancora non si sia fondata una società di protezione per i poveri manichini. Ce ne son tante; ce ne potrebbe essere ben una anche per loro.
Figuratevi! Voi bella e gentile signora quando andate dal vostro guantaio non vi siete mai sentita agghiacciare il sangue nelle vene, al vedere quella mano nera, quella mano rossa, che penzola su l'insegna, pensando a quel povero manichino a cui l'hanno strappata?
E quando passate innanzi alle vetrine dei parrucchieri, non vi siete mai sentita spezzare il cuore nel petto al vedere quelle povere figurine di manichini così belle, così giovani, e già così tanto infelici! costrette a girare eternamente, come un pollo infilzato allo spiedo, fra i vasetti di pomate e di balsami miracolosi? Quelle povere figurine hanno tutte, sul volto dipinto di cinabro, il sorriso; ma quel sorriso che hanno sui labbri non lo hanno nel cuore.
Ma noi abbiamo già troppo a lungo discorso dei manichini che abbandonarono lo studio. Lasciamoli ai loro rimorsi e fermiamoci a parlare del manichino rimasto ognora fedele all'artista nella fausta sorte e nella ria.
Proprio così; poichè, o gentili dame che mi ascoltate, non crediate che nello studio si rida sempre. Nello studio, purtroppo, si succedono talvolta giorni di dolore e di scoraggiamento.
Oh! in quei giorni come è triste quello stanzone che voi, dame gentili, vi figurate sempre come la sede della spensieratezza e dell'allegria! Allora, su l'ampio finestrone, batte assidua la pioggia; nell'aria non s'odono più le vibrazioni sonore della chitarra, di cotesto scacciapensieri dell'artista; sul tavolino i fiori, colti nel prato, diventano un mucchio di erbaccia fradicia; sui quadri la polvere oscura le tinte; sulla tavolozza i colori induriscono, e persino il vecchio orologio si dimentica di battere l'ora del pranzo! Nello stanzone s'ode l'eco d'un picchiettare assiduo, d'un martellare nervoso. È un giovinotto che nelle stanze terrene tormenta, con la punta d'acciaio, il seno bianco di una Venere di marmo. E l'acqua cade sempre sui vetri, attraverso ai quali si disegnano languidamente i colli lontani affondati nella nebbia grigia che ricopre gli orti e i pometi.
Allora, il pittore, solo nello studio, sdraiato sopra un divano ricoperto di stoffe orientali, dai cui angoli escono bioccoli di borra, fumando nella vecchia pipa, che gorgoglia rocamente, mentre il fumo sale, come un nastro, in alto, verso la tela, tesa a celare lo sconcio rincorrersi delle travi, sulla tela ove s'allungano le macchie nerastre dell'acqua, va dietro con la fantasia alle visioni dell'avvenire. A lui appaiono i meriggi assolati e le biade mature sotto l'azzurro purissimo delle giornate di luglio; a lui appaiono le fantasime della gloria che gli porgono con le braccia ignude corone di lauri; tutto quanto v'ha di bello e di lusinghiero appare alla fantasia dell'artista: anche l'esposizione mondiale di Roma! Poi, l'incantesimo cangia, all'azzurro succede il nero e allo sguardo sbarrato del pittore appare un lungo e squallido corridoio, ove si allinea una fila di lettucci; poi un carro nero che va sulla via fangosa fra due filari di cipressi bruni mentre nell'aria muore l'ultimo rintocco dell'_Angelus_. Allora egli si scuote, gitta sul tavolino ingombro di libri, di versi, di tavolozze, di penne e di pennelli, la pipa spenta e gira lo sguardo in un angolo dello studio, ove il manichino sta impassibile ad osservare. Oh! allora chi mi sa dire i muti colloqui che avvengono fra il manichino e l'artista?
Chi mi sa dire tutto ciò che egli in quei momenti confida al suo fedele compagno?
Ma il manichino non parla.
Guai se così non fosse.
E che direste voi se un manichino indiscreto e ciarliero, vi venisse a raccontare gli amori di un professore bianco per antico pelo con una gentile modella dalle trecce nere cadenti voluttuosamente sulla stoffa di un cuscino giallastro, e se venisse a raccontarvi le pose, i gesti, i corrugamenti di ciglia di un artista innanzi allo specchio, per istudiare un discorso da improvvisarsi più tardi in un Circolo artistico, in un Congresso artistico o innanzi a una bara bagnata di lagrime e ricoperta di fiori? Ma il manichino è discreto, il manichino non parla.
Ma sapete che scenette deliziose avverrebbero se il manichino parlasse!
Per esempio, incontrate per via un artista, e voi naturalmente fermandolo gli domandate: — Come va?
— Benone! — vi risponde lui tirandosi i peli radi della barbetta mefistofelica.
— Che fai?
— Lavoro.
— E il quadro?
— Quello piccolo? L'ho venduto.
— E quello grande?
— Ah, quello grande non ci penso neppure a venderlo.
— Come? Non pensi a venderlo?
— No; perchè quello grande l'ho fatto per me. Ho venduto il piccino a un americano per ventimila lire. È poco, lo so; ma glie l'ho dato perchè la galleria in cui sarà esposto è una galleria di primo ordine; ci sono Meissonier, Gérome, Laurens, Makart. Via, si sta in buona compagnia. D'altronde, anche ventimila lire per un quadrettino non sono poche: capisco ciò che vuoi dirmi; ma, sai, i tempi sono cattivi...
— Davvero. Guarda, giusto ora sta per piovere, ciao!
Che direste se il manichino di quel pittore vi venisse a rivelare che il quadro venduto all'americano per ventimila lire, invece di stare esposto nella galleria di New York, sta sepolto in un armadio, nello studio, preda dei topi e delle tignuole?
E che direste se, per esempio, vedendo passare un professore serio serio, impettito nell'abito nero, superbo del suo cappello a cilindro lucente tra la folla dei cappellini a cencio, coi nastri delle commende all'occhiello; che direste se un manichino vi venisse a dire, come lui quel professore lo abbia conosciuto quando, con la camicia che gli usciva dalle maniche rotte della giacca, urlava contro le Accademie, e quando, non potendo altrimenti dileggiare quelle istituzioni, di cui ora è orgoglioso di far parte, chiamava il suo cane col titolo di professore?
Ma il manichino, signori, è discreto, il manichino non parla. Ed è per questo che, quando la porta dello studio non s'apre ai colpi reiterati delle amiche e degli amici egli sta nello studio. Sta nello studio perchè non dirà a nessuno se una macchina fotografica prese il posto della tela sul cavalletto; nè farà sapere a nessuno se un quadro sarà accarezzato da un pennello e firmato da un altro.
Però, o signori, non tutti i manichini sono manichini, e come tra gli uomini così anche fra i loro ve ne sono di quelli che disonorano la loro razza.
Costoro hanno vita dolorosissima: randagi d'indole, vanno vagando senza posa da questo a quello studio; feroci e maneschi, sovente attaccano briga con l'artista, e non giovano cure e castighi per farli uscire da quella via di perdizione.
Io ne ho conosciuto uno di cotesti sciagurati. Che brutta figura! Scommetto che se l'aveste incontrato per via, gli avreste dato l'orologio e il portafogli, purchè vi avesse lasciata salva la vita. Aveva sul muso i tratti caratteristici del delitto, così bene marcati che io son certo che se il professore Lombroso lo avesse visto, non dico tastato, lo avrebbe giudicato come il prototipo del manichino delinquente. Di star fermo, non volea saperne. Vi lasciava incominciare un lavoro; poi, quando vi vedeva a lavoro inoltrato, crac, faceva un movimento brusco e addio pieghe, addio lavoro.
Lo mettevate ritto nella posa del guerriero che ritorna vincitore? Dopo cinque minuti, il guerriero vincitore si metteva a sedere. Lo atteggiavate seduto, nella posa del Tasso, che declama i suoi versi alla sorella del duca di Ferrara? Dopo aver letto appena due ottave Torquato Tasso si gettava in terra. Lo mettevate seduto in terra, nella posa dell'onesto agricoltore, che si riposa dalla fatica lunga della giornata o nella posa del gladiatore moribondo? Dopo pochi istanti, l'onesto agricoltore si stendeva lungo sul pavimento a dormire e il gladiatore moribondo era morto. Io ho visto, signori, dei pittori perdere la pazienza, afferrare un bastone e suonar giù botte da orbi. Come dire al muro!
A un pittore, che gli assestò un colpo di bastone sul cranio spelato, egli rispose gittandosi vigliaccamente per terra e allungandogli con la gamba legnosa un calcio sul volto che, se lo pigliava in pieno, lo spediva al Creatore.
Pure, io non li odio cotesti poveri manichini degenerati, perchè penso che il loro pervertimento è causato dall'organismo loro e dalla loro costruzione, e ripeto con Seneca: _Fatis agimur cedite fatis!_
Del resto, se vi sono manichini delinquenti e perversi, oh! infinito è il numero di quelli buoni, fedeli, incapaci di recare il più piccolo danno ai loro padroni.
Una notte, i ladri salirono in uno studio per rubare. Al chiarore freddo della luna, che battendo sui vetri del finestrone illuminava languidamente la stanza, videro in fondo ad essa un antico romano che vegliava, e fuggirono. Signori, quell'antico romano che vegliava, era un manichino.
Potrei citare centinaia di fatti comprovanti la bontà d'animo, il coraggio e le rare doti del manichino; ma non voglio dilungarmi troppo, e ne citerò uno solo rimasto pietosamente scolpito nella memoria di quanti ne furono testimoni. Nel dicembre del milleottocentosettanta, quando il Tevere dilagando per le vie di Roma fu cagione di tante sventure, uno scultore era restato chiuso dalle acque nel suo studio.
La via Flaminia era allagata; e il fiume trasportando alberi divelti dalle lontane campagne, carogne di buoi e di pecore, e frantumi di capanne urtava schiumando su gli stipiti marmorei della Porta del Popolo.
Lo scultore, spintovi dall'incessante salire delle acque, era già salito a sua volta sopra un armadio, e stava aspettando angosciosamente la morte, quando udì venire dalla prima stanza del suo studio un rumore come di qualche persona che si avvicinasse. Gridò. Nessuno rispose. Ma quando una più forte ondata entrò nella camera, spalancando mezza imposta dell'uscio, egli vide il suo manichino, nuotante placidamente, avvicinarsi a lui con le braccia levate e con le labbra sorridenti. Un urlo di gioia, come non si era mai più udito l'eguale, da quando i naufraghi della _Medusa_ videro su l'infinito mare biancheggiare una vela, risuonò nello studio, e poco dopo le turbe invocanti il soccorso dai tetti delle case di via Flaminia, videro lo scultore e il manichino abbracciati strettamente, galleggiare sicuri su la furiosa fiumana.
Povero manichino! per opera sua lo scultore fu conservato all'onore dell'arte e alla speranza dei creditori; ma lui morì fradicio. E la sua lunga agonia non fu neanche confortata da un cenciolino di medaglia al valore civile!
Ed ora dirigo la mia parola agli artisti.
Vedete: se il manichino qualche volta non fa quanto gli domandate, non è che ci metta della cattiva volontà; è proprio perchè non può. Dovete anzi pensare che non v'ha cosa meglio maneggevole di lui; anzi, questa volta proprio si può dire che potete girarvelo come meglio vi talenta e accomodarvelo come meglio vi piace. Certo, però, che vi abbisogna un pochino di pazienza e anche un pochino d'occhio; perchè, è uno sbaglio il credere che tutti i manichini possano essere capaci delle stesse azioni.
Ve ne sono alcuni di forte e solida costruzione, che sdegnano di ornare la loro persona coi rasi e coi broccatelli del secolo scorso. Ve ne sono altri a cui si richiede invano di chiudere il loro esile torace nella corazza brunita del medio evo. Ve n'ha di quelli che amano la posa eroica e di quelli che prediligono la posa umile. Ve ne sono moltissimi che non possono posare se non seduti mollemente sui morbidi cuscini dei ricchi e malinconici sedioni medioevali.
È vero, pur troppo, che esistono manichini senza carattere, sempre disposti a posare indifferentemente e per Dio e pel Diavolo, per san Michele Arcangelo e per quello che gli sta sotto. Ma se vi sono manichini di questo stampo, non sono tutti così: se ne trovano anche di quelli che hanno un carattere, una fede, una coscienza: e i secondi sono di gran lunga più numerosi dei primi.
Alle volte non potete immaginare a quali torture si assoggettino i poveri manichini, costretti dai loro padroni a raffigurare cose e persone da essi odiate, da essi non sentite. Io ho conosciuto un valente acquarellista che volle costringere il suo manichino a posargli nientemeno che da tomba di Cecilia Metella e da acquedotto della campagna romana, e il poveretto piegò la sua persona a raffigurare quei bruni ruderi della civiltà latina; ma quali spasimi, quali dolori non deve aver provato quel povero manichino?
Io non conosco pena maggiore di quella di veder soffrire un povero manichino.
Egli è là, nella posa da lui non sentita, e non amata; è là muto, con gli occhi sbarrati, con la faccia pallida, con le dita nervosamente contratte, e soffre in silenzio senza mandare un lamento; solo di tanto in tanto s'ode uno scricchiolìo. Il pittore si stizzisce ed egli sgranchite le giunture ritorna immobile. Chi sa mai quali torture affliggono quella testa di legno? Chi può dire quali tristi pensieri passino, s'affollino in quella figura all'apparenza così calma e paziente? Chi sa quanti poveri manichini, malati, cagionevoli di salute... Già, poichè, non crediate, o signori, che il manichino non abbia anch'egli le sue malattie. Ne ha due fierissime: la calvizie e la debolezza.
La prima è incurabile, però non è mortale; la seconda è mortale, ma per compenso la si può curare facilmente. Il rimedio a codesto male, voglio dire alla debolezza, è il medesimo oggidì tanto in voga. Ma non crediate che il manichino se ne serva ora solo che viene indicato su le quarte pagine come la panacea universale. Quando il ferro, o signori, non era ancora conosciuto come efficacissimo rimedio, egli lo aveva già da lungo tempo nelle sue medicine. E bisogna vedere, quali effetti miracolosi produca il ferro negli organismi malati dei manichini. Io, o signori, ne ho visti alcuni infermi al punto da non reggersi sui piedi, io li ho visti, subito dopo aver ingoiato un palo di ferro, risorgere forti e robusti come per miracolo.
E bisogna vedere con quale stoicismo essi si assoggettano alle più difficili operazioni!
A un povero manichino s'era infradiciato l'omero. Rimasto abbandonato per parecchio tempo in una cantina, l'umidità gli aveva intaccato i tessuti e minacciava di incancrenirgli il torace.
Fu deciso di segargli il braccio.
Cosa incredibile! Durante la difficile e dolorosissima operazione non un lamento uscì dalla sua bocca, non uno sguardo doloroso contristò la sua faccia serena. E notate che non si era adoperato neanche il cloroformio!
SIGNORE, SIGNORI,
Il tempo fugge e già che, fortunatamente per voi, siamo ormai vicini al termine di questa mia chiacchierata, permettetemi di enumerarvi talune di quelle opere alle quali il manichino si gloria di aver dato origine.
Nelle arti belle, quando non sono brutte, egli ha ispirato quadri e statue in grandissimo numero, sì che sarebbe impossibile il contarle.
Nell'arte dei capperi ha ispirato al maestro Fétis «Il Manichino di Bergamo», un'opera comica di grande interesse nella storia del melodramma, perchè il suo autore scrivendola tentò per la prima volta di introdurre sul palcoscenico brani di musica scritti in note e parole. Nel campo letterario ha dato il modo a Guglielmo Teodoro Hoffmann, il simpatico narratore di istorie incredibili, di scrivere una delle sue più belle pagine raccontando l'amore ardente di uno studente di Gottinga per un manichino. Sulla scena di prosa il manichino ha avuto anche i suoi trionfi. Vi sovviene della farsa deliziosa «Il modello di legno?» Nella poesia egli ha pagine splendide e pagine sublimi e pietose ha nella forte e sana letteratura popolare. Ricordate la dolorosa e commovente istoria di quel povero pittore, il quale «per dispiaceri amorosi e anche più per l'esposizione, muore barbaramente suicidandosi con le sue proprie mani»?
Ve la dirò dal principio:
V'era un giovin di buona famiglia Il quale, Peppino nomato Che all'età di vent'anni arrivato Si decise di fare il pittor.
La famiglia sua propria e i parenti Gli dicevano no ad ogni costo; Ma Peppino fuggì di nascosto, Per studiare soletto da sè.
Era il tempo dell'anno passato Quando v'era la gran discussione Sul palazzo dell'esposizione Che a novembre s'aveva da aprir.
Ma che invece per molte ragioni, E anche più, perchè ancora quel sito A novembre non era finito. Si decise di aprirlo più in là.
E Peppino pensato il suo quadro Ch'è la morte del conte Ugolino Lo dipinse e al suo proprio destino Lo mandava nell'esposizion.
Ma in quel tempo s'infiamma d'amore D'una vaga, gentil damigella, Che faceva il mestier di modella E la volse per forza sposar.
Da principio fu sempre fedele A Peppino la vaga sua sposa, Ma più lardi poi fu un'altra cosa; Sciagurata! Lo volse tradir.
Chè di lui un amico sincero, Che fu poi un gran traditore, Pria gli tolse la pace e l'onore, Poi fu causa di gran crudeltà.
Ma intanto si apre il palazzo Con le opere all'esposizione. Interviene la gran commissione Con i corpi dell'autorità.
E la morte del conte Ugolino Vien da tutti i giornali lodato. Il gran premio gli vien decretato, Ma nessuno lo vole comprar.
Ma la sera in cui stava al quint'ordine Dell'Apollo, nel mese passato, Col biglietto d'onor d'invitato, Viene e bussa il suo fido portier.