Prose (1880-1890)

Part 3

Chapter 33,679 wordsPublic domain

Ma in sul morir dell'autunno del settantasette, Mario, il vero Mario, tornò in Roma, e siccome vi fece ritorno con le tasche quasi vuote, invecchiato e pieno di malanni, nessuno s'occupò di lui.

Fino a quando potè farlo frequentò un'osteria ove i modelli andavano a giuocarsi, alle carte, i guadagni della giornata; e quando i quattrini finirono, si trascinò all'Accademia e chiese lavoro.

— Fatevi rivedere fra una settimana. — gli dissero. Egli si fece rivedere e fu fermato per una azione.

Il vecchio modello, che era stato là dentro, giovane e forte, provò come un senso di vergogna nel doversi spogliare; ma si spogliò; entrò nella sala piena di studenti, salì sul palco, incrociò le braccia sul petto ed aspettò che lo mettessero in posa.

— Provate! — gli gridarono dai banchi.

A quell'invito egli si sentì affluire il sangue in faccia; per un attimo un'onda di gioventù gli circolò nelle vene, e volle tentare l'azione del Combattente: protese il petto in avanti, strinse le pugna, e stralunando gli occhi, restò immobile. Tutti risero al vedere la figura contorta e grottesca del povero vecchio.

Mario si appoggiò al muro per riposarsi da quella fatica divenuta immane per lui, poi, col petto ansante, tornò innanzi e provò l'azione del Discobulo e poi tentò di provare anche quella del Gladiatore.

Giù nei banchi si rideva sempre e qualcuno borbottava che non era possibile di studiare con simili atteggiamenti. Alla fine un professore si fece avanti; mise il vecchio ritto, stecchito, con le mani ciondoloni e se ne andò scotendo il capo.

— Signori, la posa è messa. — gridò una voce, e gli studenti cominciarono a lavorare di mala voglia.

Il disgraziato non sapeva capire perchè l'azione da cui aveva avuto la fama, ora non piacesse più, e sentiva delle vampate di fuoco salirgli su la faccia, gli girava il capo, la luce che gli pioveva ne gli occhi l'accecava, fece un passo indietro e cadde come un cencio. Lo portarono via e qualche studente, dando un frego sul disegno, del quale non era riuscito a metter giù l'insieme, disse che era un'indecenza il far posare un vecchio di quell'età: un vecchio manierato e scimunito che non sapeva nemmeno alzare le braccia.

Il giorno dopo egli tornò all'Accademia per continuare la posa; gli diedero qualche soldo e lo licenziarono, e un inserviente molto intelligente e caritatevole gli spiegò che l'arte non era più quella di una volta; che i professori antichi non c'erano più e che allora si volevano modelli veri.

— _Ma, dunque io so' finto?_ — ruggì lo sciagurato afferrandosi con le mani ossute la barba bianca.

L'inserviente rise alle parole del vecchio; ma lo accompagnò ugualmente alla porta.

Mario allora girandolò di qua e di là per gli studii a mendicare qualche ora di lavoro, ma tranne qualche breve posa, nello studio di un professore conosciuto col nomignolo d'indiano perchè mandava nelle Indie i suoi quadri raffiguranti per lo più martirii di missionari, e tranne qualche seduta nella soffitta di un giovinotto che modellava per commissione del municipio del suo paese natale un busto di Garibaldi, non trovò altro.

* * *

Passò ancora qualche anno.

Verso la fine dell'ottantacinque, in una rigida mattina piovosa, gli studenti dell'ultimo corso dell'Accademia di belle arti, aspettando che il modello dopo il consueto riposo tornasse sul palco per continuare l'azione, avevano abbandonata la sala del nudo sparpagliandosi per i corridoi pieni di statue di gesso che mettevano freddo a guardarle. Molti s'erano già aggruppati intorno a una stufa di ghisa il cui condotto fumigante si arrampicava in mezzo a una parete bianca fra molte riproduzioni di disegni dei grandi maestri, quando alcuni studenti, i quali passeggiavano con le mani in tasca, avendo visto un loro compagno immerso nella lettura di un giornale gli si accostarono e gli chiesero che cosa stesse leggendo.

— La storia di un modello, che si butta a fiume! — rispose lo studente.

— L'hai scritta tu? — gli dimandò uno, ridendo.

L'altro non rispose; e, succhiando la cannuccia di una pipetta di radica che egli aveva fra le labbra, rimise gli occhi sul giornale.

— Leggi forte! esclamò qualcuno. E tutti quelli che gli si erano avvicinati, non ignorando come il loro compagno, oltre al sapersi sporcare le mani coi colori e talvolta con l'inchiostro, sapesse anche leggere assai bene, gli si strinsero addosso esortandolo a cominciare la lettura.

— Ma è troppo lunga! — osservò lo studente, mostrando il giornale.

— E che importa? Lèggine un pezzo. Tira via!

— E quale?

— Quello che vuoi.

Egli allora, lusingato dalle richieste insistenti dei suoi compagni sorrise, e, prima di mettersi a fare il cantastorie ci pensò un momento; ma poi si avvicinò alla stufa, vi battè sopra leggermente la pipetta per farne uscire la cenere, narrò in succinto quanto aveva letto dianzi, chinò la testa sul giornale e cominciò con voce sonora: — «Spintovi dalla fame un giorno tornò all'Accademia...».

— Chi? — interruppe uno arrivato allora.

— Zitto! — gridarono tutti volgendosi verso l'interruttore e facendogli cenno di tacere: e uno soggiunse a voce alta: — Si tratta di un modello che si butta a fiume! Silenzio!

Il lettore tentennò il capo e, pronunciando lentamente le parole, ricominciò: — «Spintovi dalla fame un giorno tornò all'Accademia e ne fu scacciato». — E dopo una breve pausa riprese: — «Allora il povero vecchio, appoggiandosi a un bastone, si trascinò fin sulla piazza dell'Aracoeli dove egli era solito di passare gran parte delle sue dolorose giornate. Colà...».

— Silenzio! — esclamarono anche una volta tutti insieme gli studenti e, voltando le teste, videro un professore che si avvicinava parlando con un usciere.

— Che cosa state a fare? — chiese il maestro, il quale infiorando, di solito, il suo insegnamento con molte barzellette era assai stimato dai suoi scolari.

— Stiamo a sentire la storia di un disgraziato. — gli risposero.

— Si tratta di un modello che si butta a fiume!

— tornò a dire la solita voce; ma questa volta sigillando le parole con un sospiro profondo.

— Ci si butta? Dunque vuol dire che non ci si è ancora buttato?

— Non ancora; ma siamo lì!

— Allora corro ad avvertire la Società degli asfittici! — esclamò il professore; e, allontanandosi in fretta con le mani nei capelli svolazzanti, aggiunse:

— Forse arriviamo in tempo!

Dopo una risata doverosa tutti si volsero verso il lettore dicendogli: — Vai avanti! — Ed egli aspettò che tutti si quietassero e, come vide che tutti lo guardavano in silenzio con le orecchie intente, riprese: — «Colà si sdrajò su uno dei primi gradini della grande scalinata della chiesa e s'addormentò. Quando riaperse gli occhi dall'alto della torre capitolina, dorata dagli ultimi raggi del sole cadevano sulla piazza i rintocchi di una campana. Il vecchio all'udire quel suono che prima di spegnersi ondeggiava gravemente nell'aria fredda si alzò e, scorgendo sulla cima della cordonata le statue colossali dei Dioscuri su le quali l'ombra già cominciava a salire, si ricordò di Marco Aurelio, e avvicinatosi a una delle balaustrate, dietro a cui fra il fogliame bruno dei ligustri cinguettavano i passeri, vi si appoggiò tentando di trascinarsi sulla piazza michelangiolesca; ma dopo pochi passi dovette fermarsi: le gambe gli tremavano. Tornò indietro ansimando e raccolta nel cavo delle mani un po' d'acqua gelida che dalla bocca di un leone di basalto cadeva in una conca di travertino la bebbe avidamente. Poi, dopo di aver guardato ancora la torre ormai fiammeggiante di sole soltanto nel vertice, e di aver abbassato anche una volta gli occhi velati dalle lagrime sulla cordonata, su quella cordonata dove egli in gioventù era passato tante volte correndo per andare a contemplare nel museo capitolino quelle statue, delle quali egli soleva con la sua bella persona imitare gli atteggiamenti, discese adagio adagio nella via angusta e solitaria di Torre degli Specchi, ove qualche lampione già acceso mandava un po' di luce giallognola su le mura squallide di un antico monastero; attraversò la piazza Montanara, e arrivò alla discesa di Monte Savello».

«Quivi alcuni _robivecchi_ che uscivano, cantando a squarciagola, da una osteria lo presero a dileggiare: uno di loro gli mise le mani addosso e lo spinse su le pietre nere di un portone enorme, bagnate di liquido immondo, e un altro aprendo la bocca di un sacco gli andò incontro sghignazzando e dicendogli di volercelo mettere dentro. Il vecchio lo schivò; ma non s'era chinato per raccogliere un sasso, che una ciabatta lanciatagli alle spalle da uno di quei bruti gli portò via il cappello. Allora quanto più presto egli potè farlo si allontanò e, mentre gli ubriachi gonfiando le gote barbute e ponendosi le mani sudice sulle labbra congiunte e contratte continuavano a perseguitarlo con suoni osceni e scurrili, entrò nel ponte Fabricio»...

— Cioè? — chiese uno.

— Ponte Quattro Capi!... Ignorante! — gli rispose un altro.

Tutti sorrisero; e il lettore, dopo un gesto d'impazienza, riprese: — «... entrò nel ponte Fabricio, dove stremato di forze si appoggiò a un'erma quadrifronte, e abbassato il capo ignudo e canuto rimase a guardare il Tevere giallo e melmoso. Dopo qualche istante gli parve che il fiume si fermasse e il ponte incominciasse a muoversi e, sentendosi soffocato da un senso penoso di nausea, chiuse gli occhi; ma appena li riaperse gli sembrò che il moto del ponte si accelerasse e che questo, correndo sempre più veloce sulle acque immobili lo portasse verso un punto lontano lontano dell'orizzonte ove, sopra una linea di casipole brune, interrotta da qualche cupola e da qualche torre, moriva a poco a poco l'ultima luce del giorno.

Allora il povero vecchio fu vinto dalla vertigine; si aggrappò con le mani tremanti al parapetto del ponte; vi strisciò sopra e scomparve».

Gli applausi che avevano salutata la fine della dolorosa e commovente storia del vecchio modello, letta con tanto garbo dal giovine aedo, non s'erano ancora spenti, quando dal fondo del corridoio bianco, uscì fuori un bidello nero, assai grave d'anni, col berretto grave d'anni anch'esso, ma gallonato d'oro.

Al vedere il veglio onesto, degno di tanta riverenza in vista, che fermatosi sotto una delle statue di gesso aveva preso a battere le mani come se proprio volesse dire: — Qual negligenza, quale stare è questo? — gli studenti lasciarono il corridoio, rientrarono nella grande sala, ove sul palco era già risalito il modello (un giovane ignudo, alto, forte e bellissimo), ripresero i loro posti e ricominciarono a disegnare in silenzio.

IL MANICHINO

A ONORATO CARLANDI.

_Mio caro Onorato,_

_Se un anno addietro mi avessero detto che io sarei entrato a far parte di quei tali seccatori del prossimo, conosciuti volgarmente sotto il nome di conferenzieri, avrei scommesso chi sa qual somma strepitando il contrario. Ma è purtroppo vero che a questo mondo si sa come si nasce e non come si muore! Un anno è passato, ed eccomi qua battezzato conferenziere e per di più conferenziere stampato._

_Del resto, caro Onorato, se l'Italia conta ora un seccatore di più il merito mi par che sia tuo._

_Ti ricordi? Eravamo in dieci o dodici nella taverna del nostro Circolo artistico e parlavamo delle conferenze che allora si tenevano nella sua sala maggiore: ed io ricordo di aver detto, che le conferenze, quando non divertono, annoiano. Poi il discorso seguitò fra il giocondo tintinnìo dei bicchieri e ci dividemmo in due campi. Tu per fare con la voce squillante l'elogio delle conferenze: io invece per dimostrare come l'uomo a questo mondo fosse già troppo infelice per infliggergli anche cotesto martirio._

_Non potendoci mettere d'accordo, si passò a discutere se le conferenze si dovessero dire o leggere._

— _Si devono leggere._ — _dicevi tu._

_ — No. Si debbono dire. — ripigliavo io._

_ — Non si debbono nè leggere nè dire. — ammonivano gli altri pestando i piedi._

_Mentre il dibattito era più acuto, con uno di quegli scatti nervosi che ti sono abituali, tendendo le mani verso di me gridasti: — Tu dici che le conferenze non si debbono leggere? Ebbene, provalo, dinne una tu._

_Io mi schermii osservando come le mie convinzioni politiche non mi permettessero di tenere conferenze artistiche. E tu allora ripigliasti: — Dunque sei buono solo a far ciarle! — E soggiungesti: — Guarda! Se tu fai una conferenza io scommetto duecento lire..._

_Quelle duecento lire ipotetiche, che riluccicarono all'improvviso fra il fumo delle pipe, fecero cessare il baccano. Io mi alzai e accettai la scommessa._

_Ci stringemmo la mano, e, dinanzi a quattro amici come testimoni, furono stabiliti i patti._

_La conferenza doveva durare non meno di tre quarti d'ora: nel dirla non dovevo avere nessun foglietto scritto sotto gli occhi e dovevo tenerla nella maggior sala del nostro Circolo artistico durante la stagione invernale._

_Rimaneva da cercare il titolo._

_ — Dev'essere una conferenza artistica. — dissero tutti in coro._

_ — Benissimo. Il tema della conferenza l'ho già trovato._

_ — Quale è? — dimandarono molti._

_ — Il manichino! — risposi io._

_Il vino sprizzò su la tavola dai vetri urtati festosamente. Passò qualche mese ed io, l'avversario accanito delle conferenze, il motteggiatore dei conferenzieri, divenni conferenziere a mia volta: e per un'ora e mezza parlai innanzi ad una folla di signore e di artisti, alla cui bontà dovetti il successo che ne riportai._

_Ora, caro Onorato, la conferenza a cui tu hai dato origine con l'idea della scommessa, è data alle stampe, e voglio che il tuo nome vada unito al mio nella pubblicazione._

_Convieni con me che in quest'affare della conferenza, non ti potevano capitare fastidi maggiori. Perduta la scommessa ora devi sopportare perfino la dedica di questa farragine di scioccherie._

_Le disgrazie non capitano mai sole._

_Sta' bene e ricevi una affettuosissima stretta di mano dal tuo_

_1º gennaio 1885._

_Cesare Pascarella._

SIGNORE E SIGNORI,

Sapete? C'è stato un momento, un'ora fa, quando ho posto il piede in queste sale, che spaventato da un esercito interminabile di sedie vuote (Non potete immaginare quale effetto disastroso producano nell'animo di un conferenziere le sedie vuote!) spaurito da tutto questo apparecchio di tappeti verdi, e di bottiglie piene d'acqua inzuccherata ho avuto improvvisamente l'idea di ripigliarmi lo scialletto e il cappello, e d'andarmene.

Voi sorridete, Signora? Capisco ciò che significa il vostro sorriso. Voi pensate che se io me ne fossi andato, a quest'ora a voi sarebbe risparmiata la noia di ascoltarmi e a me lo scorno di stare quassù impacciato davanti a questo tavolino. Ma ora, o Signora, il rammaricarsi è vano; perchè io ci sono, voi, eh! voi ci siete; insomma noi ci siamo; e conviene, bene o male, a me di parlare e a voi di ascoltarmi.

Non potete immaginare quanto mi dispiaccia di non essere un valido e forte conferenziere! Eh, se lo fossi a quest'ora avrei già abbozzato una diecina di righe di preambolo, me ne sarei scivolato giù nell'argomento, e una volta nell'argomento felicissima notte! Poichè è proprio vero, che il difficile sta nel cominciare. Una volta incominciato, in fondo ci si arriva. Le idee son come le ciliege; una ne tira un'altra. Di ciliegia in ciliegia si arriva in fondo al piatto, come, bene o male, di idea in idea si arriva in fondo alla conferenza. Ma io, purtroppo! non sono un valido conferenziere. Io sono venuto quassù impacciato con la testa fra le nuvole; tanto che se io avessi bisogno di un bicchier d'acqua dovrei stare bene attento a non far accadere una inondazione su questo tavolino.

E giacchè sono in vena di fare delle confessioni, ci metto anche questa. Cinque minuti fa, quando sono sceso da quella stanza che mi parve l'anticamera dei sospiri, per venir qui, attraversando la sala ho gittato timidamente uno sguardo tra la folla ed ho visto tanti amici che mi guardavano ridendo e tante belle signore che mi osservavano curiosamente attraverso alle lenti degli occhialetti. I primi mi hanno rammentato la folla pigiata sotto ai funamboli che salgono sul soffitto del teatro per eseguire i loro difficili esperimenti, e mi è balzata alla memoria la considerazione che fa il popolano al vedere la vita dei poveri acrobati esposta al pericolo. Ricordate?

_Quer che te dà piacere, poi, è l'artezza_ _Indove stanno a lavorà' 'sti giochi:_ _Si quarcuno viè' giù nu' la rippezza!_

E a dirvi la verità, non vorrei davvero proprio io, stasera, _venir giù_ dal soffitto di questa conferenza!

Le seconde, le signore, oh! le signore mi hanno ricordato la folla elegante che si stringe attorno alla fiala di vetro, ove nuota nello spirito un mostricino presentato dal Barnum in abito nero e cravatta bianca, come un fenomeno _très intéressant_.

Forse, a cercarlo bene, il mostricino c'è; ma se c'è il mostricino, manca lo spirito.

Difatti...

(_Il conferenziere ad un signore che, sbuffando, si dimena fastidiosamente su la sedia_):

Come? Che cosa dice? Ah! Il manichino? Scusi tanto. Chiacchierando lo avevo dimenticato. Ma, prego, non s'impazienti! Guardi, incomincio subito.

(_Qui l'oratore fa un passo indietro, si inchina e con voce solenne incomincia_):

Quand'è, o signori, che è comparso sulla scena del mondo il manichino? Quand'è? Quand'è? Curiosa davvero! Sento di essermi dimenticato di qualche cosa e non riesco a capire di che. Ah, per bacco! scusate tanto, nientemeno che m'ero dimenticato di bere il bicchier d'acqua di rito.

Io veramente non ho sete; ma siccome ho visto come tutti i conferenzieri prima di entrare nell'argomento bevano un bicchier d'acqua, io, ripeto, non ho sete, ma per non infrangere la consuetudine, giacchè lo bevono tutti, lo bevo anch'io.

(_L'oratore vuota un bicchiere, poi manda un sospiro di contentezza e sorride_).

Ah! ora capisco perchè si beve il bicchier d'acqua. Ma davvero che questo bicchiere d'acqua mi ha dato una larghezza di vedute, una lucidità di mente tale, che incomincio a credere sul serio di arrivare fino in fondo senza fermarmi mai più. Dunque dicevamo? Ah! dicevamo: quand'è, o signori, che è comparso sulla superficie della terra il manichino? Per rispondere a questa dimanda sento il bisogno di ricorrere ad una frase fatta. L'origine del manichino, o signori, si perde, pur troppo, nella notte dei tempi. Ed ora, giacchè ci sono, sèguito. Accendiamo dunque il lanternino della storia, o per dir meglio, delle induzioni; e ricerchiamo questa origine.

Ci sono molti i quali affermano che il manichino c'era già prima che il mondo esistesse; e costoro aggiungono che basta gittare lo sguardo su tanti quadri, per vedere come su quelle pitture colui che si affanna con le braccia spalancate a creare tutto questo po' po' di mondaccio birbone, non sia altri che un manichino rivestito di stoffe aranciate e azzurre, campeggiante in una bella aureola di giallo di Napoli: ma questa può sembrare un pochino sballata, e così pare anche a me. Non teniamone conto. Scartiamola, e procediamo diritti per la nostra via. Però prima di addentrarci nella selva selvaggia delle induzioni, stabiliamo bene una cosa. Si conoscono o non si conoscono manichini preistorici? Qualcuno di voi potrebbe dirmi che i manichini preistorici esistono, e sono posseduti dal signor Dovizielli[1]; ma questo sarebbe uno scherzo e la gravità della mia conferenza ne andrebbe perduta. No, i manichini preistorici fino ad ora non si conoscono. Forse fra qualche mese, fra qualche anno, la scienza, che progredisce sempre nelle scoperte utili, inventerà anche il manichino fossile; ed allora sarà il caso di riparlarne: allora Temistocle Gradi ci farà sù un bel racconto. Paolo Lioy ci scriverà sopra un articolo per il _Fanfulla della domenica_ e un Pascarella dell'avvenire lo illustrerà con una nuova conferenza. Auguro a quel Pascarella dell'avvenire la fortuna di avere innanzi a lui un pubblico così colto, numeroso, e gentile come questo che ora mi ascolta. Assodato, adunque, come i manichini preistorici non esistano, io mi risparmio di sciorinarvi le teorie darwiniane, e vado innanzi.

Assolutamente è chiaro, o signori, che il manichino ha dovuto comparire sulla superficie della terra subito dopo che l'uomo nella sua qualità di essere ragionevole, e di principe della natura, ha sentito il desiderio di possedere qualche cosa di falso somigliante al vero, ma che però cotesto vero non riuscisse a raggiungerlo mai. Mi spiego. Per ricercare l'origine del manichino, o signori, è necessario, logicamente parlando, di ricercare la origine dell'arte. Quando, o signori, è nata l'arte nel mondo?

Belle dimande direte, voi. Ma che sul serio, dico, vogliamo credere alla storiella dei due amanti di Sidone? All'amante maschio che parte proiettando nettamente sul muro l'ombra della sua persona, e all'amante femmina che resta, e che vedendo sul muro l'ombra del suo innamorato corre a graffiarne il contorno con un chiodo o con una lisca? Scioccherie. L'arte è nata con l'uomo, e l'uomo non appena è comparso su la scena del mondo, ha inteso la necessità, il bisogno ineluttabile dell'arte. E io me lo figuro, quest'uomo primitivo, che, aperti gli occhi alla luce, appena ha cominciato a passeggiare per le vie del mondo, invece di fabbricarsi un paio di brache per ripararsi dal freddo, un ombrello, magari da pochi soldi, per difendersi dalle piogge torrenziali, io me lo figuro, reggendosi con una mano la foglia di fico — l'unico _tout de même_ allora di moda — segnare con l'altra, su di una pietra non ancora ricoperta di muschi, con una silice dura il ritratto del suo babbo, della sua mamma e della sua innamorata; me lo figuro e lo compiango. Badate bene però, che non mi arrischio di metterlo fuori qui questo compianto, perchè qui troppi pittori mi ascoltano. Anzi io qui dirò come l'arte sia prepotente bisogno nell'uomo e qualche volta anche nella donna, e sosterrò come l'uomo perfetto sia colui che dipinge quadri. Solamente io spero che lor signori vorranno essere tanto ragionevoli da lasciarmi aggiungere all'uomo perfetto che dipinge quadri, l'uomo perfettissimo: quello che li compra!

Accertata adunque l'esistenza del pittore nelle prime epoche mondiali, è appunto a quelle epoche che risale l'origine del manichino. Difatti, ammesso una volta il pittore, bisognerà logicamente ammettere la differenza d'ingegno di codesti pittori. E, se ci sono pittori a corto di moneta, ora che governi, comuni e Provincie Dio solo sa quanto spendono e spandono per proteggere l'arte e gli artisti; se vi sono pittori con le tasche vuote ora che si pagano migliaia e migliaia di lire pochi palmi quadrati di tela dipinta; ma figuratevi quali eserciti interminabili di pittori affamati han dovuto passeggiare sulla superficie della terra quando non esistevano nè governi, nè comuni, nè provincie; quando non c'erano Accademie entro le cui pareti si raccogliessero le speranze migliori dell'arte; quando non c'erano mecenati; quando ancora non eran nate quelle famose lotterie per vendere i rimasugli delle Esposizioni; quando non c'erano negozianti di belle arti; quando, o signori, non esistevano neanche gli americani, poichè a quell'epoca l'America ancora non era stata inventata.

Concludiamo. Ammesso il pittore, abbiam dovuto logicamente ammettere il pittore affamato. Ammesso il pittore affamato, il problema dell'origine del manichino è risoluto.