Part 20
Nunzio e Salvatore pur essendo abbastanza vecchi vengono comunemente chiamati «i due giovani», e tanto l'uno quanto l'altro dal continuo contatto con gli artisti hanno appreso un certo disprezzo per le forme esteriori, massime per ciò che riguarda il rispetto verso gli avventori, e un'aria di indipendenza indomabile che molto li onora. Ambedue servono, è vero; però quando vanno attorno per le stanze sorreggendo i vassoi scintillanti sui quali tintinnano e fumigano urtandosi insieme i bricchi, le tazze e i bicchieri, il loro passo, come direbbe la buon'anima di Francesco Domenico Guerrazzi, è quello di servi liberi in Caffè libero. Del resto tutti e due dalla lunga permanenza nella bottega e dal diuturno esercizio delle loro funzioni hanno imparata una certa tal qual filosofia, non senza una discreta dose di pessimismo bonario, che li porta a pigliare il mondo come viene e l'avventore come Dio lo manda. E questo di solito per i gusti e per le abitudini differisce assai dal maggior numero dei suoi simili i quali popolano ordinariamente tutti i Caffè dell'orbe terracqueo. Una delle sue caratteristiche, se non la prima, è quella di preferire l'acqua a tutte le bevande multicolori più o meno dolci ed amare. Difatti il numero dei bicchieri d'acqua che giornalmente e seralmente si consuma nelle pittoresche sale del Greco è inaudito. Chi di cotesti bicchieri volesse farne in capo all'anno un computo, anche approssimativo, dovrebbe, io credo, prima di mettersi al lavoro, inventare molti numeri nuovi! Ma a proposito di acqua mi torna a mente una graziosa storiella.
Un giovanotto, assiduo frequentatore del Caffè, oltre all'aver molto ingegno, aveva, cosa molto naturale, un picciol debito col padrone del negozio e, cosa più naturale ancora, cotesto debito non lo pagava mai. _Rebus sic stantibus_ il suo nome, che più tardi doveva esser scritto a lettere d'oro nel libro glorioso dell'arte, per allora rimaneva, purtroppo, vergato col nero inchiostro in un vile scartafaccio ove erano annotati i nomi di coloro che dovevano denaro alla bottega.
Il giovanotto, ogni giorno, giuocava or con questo or con quello qualche partita a scacchi e, abilissimo com'era, vinceva quasi sempre la posta: il prezzo di una tazza di caffè. Una volta i suoi amici furono sorpresi di sentirgli chiedere al cameriere, invece dell'abituale «tazza nera», un bicchierino di un liquore bianco ferocissimo, fabbricato, Dio ce ne scampi e liberi tutti!, coi nòccioli delle ciliegie.
— Non pigli il caffè? — gli chiesero.
— No — rispose il giovanotto, vuotando in fretta il bicchierino — no. Il caffè m'urta troppo i nervi.
La risposta era persuasiva: gli amici non gli domandarono più nulla e lui seguitò ad annaffiare le sue vittorie con l'infernale mistura: non gli domandarono più nulla; ma ogni volta che veniva pronunciato il suo nome, non sapevano trattenersi dall'esclamare: — Che peccato! Buono, bravo, giovane... Rovinarsi così! — E se qualcuno chiedeva qual cosa facesse egli mai per rovinarsi così, gli rispondevano con voce accorata: — S'è dato ai liquori. — E soggiungevano: — Li beve come noi beviamo l'acqua.
Proprio vero!, poichè la bottiglia del famoso liquore bianco, fabbricato coi nòccioli delle ciliegie, conteneva soltanto acqua pura.
In conclusione egli beveva bicchierini di acqua; gli altri li pagavano come se fossero pieni di liquore, e il cameriere, che sapeva tutto, portava il danaro al suo padrone. E fu così che il bravo giovanotto si fece, è vero, la fama di un indurito ubriacone, ma pagò il suo debito fino all'ultimo centesimo.
Ma oltre al grande amore ch'ei nutre per l'acqua l'avventore del Caffè Greco si differenzia non di rado dai frequentatori degli altri Caffè per il conto in cui tiene la negra infusione arabica; poichè, mentre ovunque cotesta infusione si suol berla per digerire il desinare che s'è mangiato, nella bottega di via Condotti invece la si beve sovente per digerire il pranzo che non si mangerà. Gli artisti, è risaputo, più di ogni altra classe di persone, vanno soggetti a distrarsi, e perciò come talora si dimenticano di pagare la pigione dello studio, così qualche volta si scordano di desinare. Io di artisti afflitti da cotesti fastidiosi svagamenti dello spirito ne ho visti parecchi. Ne ricordo uno fra gli altri, che mi venne presentato da un mio conoscente, il quale, avendo con lui una certa affinità di temperamento si onorava di essergli discepolo.
Era un francese; parlava poco e male il nostro linguaggio; e benchè sapesse lavorare discretamente, un po' per colpa sua e un po' per colpa degli altri, quando arrivava alla fine della giornata gli ci mancavano sempre venti soldi a mettere insieme una lira. Poveretto! Aveva continuato per varii anni a combattere contro l'avversa fortuna, e dalla lotta terribile alfine era uscito così malconcio che, forse per consolarsi, s'era messo a studiare astronomia. Quando io ebbi il piacere di stringergli la mano, egli nella scienza degli astri aveva già fatto progressi spaventosi: tali, quali Ipparco, Tolomeo, Copernico, Keplero, Galileo, Newton e Laplace non glieli avrebbero sicuramente invidiati. La volta del cielo era, si può dire, per lui la volta della sua camera da letto. Le stelle le conosceva tutte e di ciascuna sapeva il nome, il cognome, la patria e la condizione: nessuna delle loro abitudini gli era ignota, e poteva descrivere esattamente le più segrete caratteristiche della loro fisonomia.
Il suo discepolo, trovandosi senza dubbio in condizioni tali da poterlo affermare senza correr pericolo di essere smentito, una sera mi assicurò che il suo maestro se lo avesse voluto avrebbe potuto anche parlarci, con le stelle, perchè ne conosceva la lingua. Veramente di questo io ho sempre un po' dubitato; quello però di cui non sono mai stato dubbioso è che il francese spesso nelle notti serene s'inoltrava nella campagna con una lanternina e una cartella per andare a ritrattare una stella della quale s'era invaghito. Quando la trovava già alta nel cielo si metteva subito a disegnarla; se invece al cader della notte non era ancor sorta, l'aspettava; e appena la vedeva brillare fra le nebbie del lontano e sconsolato orizzonte accendeva la lanternina, vi accostava un foglio di carta e incominciava a lavorare; e al primo apparire del giorno spegneva il lumicino, e mentre intorno a lui si alzavano a volo trillando festosamente le allodole, se ne tornava a Roma, voltandosi di tanto in tanto per salutare la sua stella che vaniva tremolando nella luce fredda dell'alba.
Il discepolo io lo vedevo spesso, perchè, avendo saputo che io scrivevo nel «Capitan Fracassa», nella speranza di potermi indurre a stampare sui giornali qualche poesia in onore del suo maestro, godeva a intrattenersi con me per raccontarmene le gesta; e io a dire la verità godevo non poco a sentirlo parlare. Una volta gli chiesi se alle gite notturne, delle quali mi discorreva sovente, prendesse parte, e mi rispose, turbandosi, di sentirsi troppo piccolo per poter andare in campagna di notte con un uomo tanto grande. La risposta non mi parve molto chiara: gli rivolsi altre domande e mi riuscì di fargli confessare come una notte certi brutti cani, attirati dal chiarore della lanterna del maestro, lo avessero assalito e quasi divorato.
— Sicchè da quella notte...
— Non ci sono più andato. — mi rispose subito; e, dopo di aver fatto un gesto di terrore, alzò una gamba, si toccò il polpaccio e riprese con grande sincerità: — Non ci sono più andato perchè, sebbene la mia venerazione per il mio maestro e per la sua arte astronomica sia eccezionale, io la vita umana la ritengo una cosa troppo sacra per essere data in pasto ai cani. Dico male?
— Benissimo! Però il vostro maestro ci va sempre in campagna, di notte?
— Sempre. Del resto — aggiunse, crollando il capo — per tutto quello che riguarda la vita non abbiamo, purtroppo!, le stesse idee. Le nostre opinioni sono molto diverse.
— Cioè?
— Ma, per esempio: lui non porta mai la camicia perchè la crede inutile, io invece la trovo necessaria; lui dice che meno si mangia e meglio si sta, io invece questo non lo posso ammettere; lui mi raccomanda sempre nel caso trovassi uno che mi offrisse un milione, di buttarglielo in faccia, e io questa raccomandazione la trovo...
— Superflua?
— No, ingiusta. E per quale ragione io dovrei rispondere con una villania a chi mi vuol fare una gentilezza? Ma niente affatto! Se domani uno viene da me e mi dice: «Giovannino, eccovi un milione», io lo ringrazio, mi piglio il milione, e me lo metto nel portafoglio. Ma non basta. Lui, per esempio, vorrebbe anche persuadermi che se mi abituassi a mangiare il carbon fossile io potrei correre e fischiare come una locomotiva, e questa sua idea, a dire la verità, io la credo molto discutibile. Insomma, se lui mi ragiona sull'arte astronomica, io, secondo le mie forze, sono sempre disposto ad andargli appresso con gli occhi chiusi; ma se invece mi parla delle cose che riguardano la vita, io non lo posso seguire.
— Ma l'andare in campagna, di notte, a disegnare le stelle mi pare che sia una cosa che riguarda l'arte.
— Ah! mille perdoni! È una cosa che riguarda l'arte, sì; ma anche la vita, perchè ci sono i cani. — mi rispose; e ripetendo quel gesto di terrore, già fatto poco prima, e tornando a toccarsi il polpaccio, seguitò: — Del resto lui è lui, e certe cose se le può permettere. E poi se non se le permettesse, non potrebbe fare quello che fa.
— Ma che cosa fa? — gli domandai: ed egli, felice di potersi allontanare dai cani, il cui ricordo gli faceva ancora vedere le stelle, s'aggrappò immediatamente alla mia domanda e incominciò a discorrere con grande enfasi cercando di spiegarmi quale e quanta fosse la grandezza fisica e morale dell'opera sublime del suo maestro incomparabile. Non ci potei capir nulla. Ma appunto per questo fui assillato dalla curiosità di vedere che diamine di roba il maestro incomparabile mettesse sulla carta nelle sue gite notturne; e qualche giorno dopo avendolo incontrato nel Caffè Greco, me gli avvicinai e gli chiesi se mi permetteva di visitare il suo studio.
— _Impossibil!_ — mi rispose subito, e alzando lentamente l'indice della destra verso il soffitto della stanza, proseguì; — Il mio _atelier_ non rimane sulla terra; _mais_ si trova in cielo, e si apre _seulement quand vous dormez_.
Rimasi male. Allora egli, che in fondo era buono e gentile, avvistosi della impressione sgradevole cagionatami dalle sue parole, mi disse, sorridendo: — _Mais pourtant_ non vi dispiacete: _si vous_ non potete _pas venir_ da me, _j'aurais le plaisir_ di venir io a cercare voi _chez vous_. — Il giorno dopo, difatti, mantenne la promessa e mi portò a far vedere una cartella piena zeppa di fogli di carta di tutti i colori, sui quali tra un inferno di linee c'erano disegnate centinaia e centinaia di figure geometriche contornate da migliaia di punti, di virgole e di parole incomprensibili. Rimasi sbalordito; e non sapendo dir altro gli domandai a qual cosa avrebbe mai potuto servirgli tutta quella roba: e lui, dopo di avermi detto più volte, ridendo, che gli astronomi erano _des fous, absolument des fous_, divenne istantaneamente serio, e, abbassando la voce, come se mi svelasse un gran secreto, mi disse che ne avrebbe ricavato una serie di disegni astronomici per riordinare da cima a fondo tutto il sistema planetario dell'universo.
Purtroppo l'impresa formidabile lo sciagurato non potè condurla a termine; poichè dopo qualche settimana ch'egli m'avea palesato il suo arcano, due caprari lo trovarono morto poco lungi dalle mura aureliane in un campo d'erbe selvatiche rilucenti di rugiada al primo bacio del sole.
Il suo discepolo inconsolabile ce ne portò l'annuncio al Caffè Greco dicendoci fra le altre cose come il poveretto dovesse certamente esser morto di fame perchè erano tre giorni che non mangiava.
— Tre giorni! — esclamò con voce incredula un bell'uomo panciuto; e avvicinata alle sue tumide labbra una tazza fumante colma di buon caffè la rimise in fretta sul piattino; vi gittò dentro due pezzetti di zucchero e dopo qualche istante di silenzio dimandò: — Ma come si fa a rimanere tre giorni senza mangiare? — Fissò con gli occhietti lustri il vuoto quasi per cercarvi la risposta, poi, rimescolò il caffè, guardò i suoi vicini e, facendo spallucce, soggiunse: — Eh, già! Sempre originali gli artisti.
Proprio vero! Sempre originali gli artisti. Ma del resto tale originalità nelle stanze del Greco è più comune di quanto si crede; poichè, come osservava giustamente il mio amico Angelo Conti, è scritto nel libro del Fato che i pazzi più strani, quelli che noi potremmo chiamare l'aristocrazia della demenza, siano essi romani, italiani o dei più remoti paesi, debbono lasciare un segno della loro esistenza nella bottega di via Condotti.
Una sera, rammento, entrò nel Caffè un vecchietto macro, rosso in volto e vestito di nero. Nessuno di noi l'aveva mai visto, ma egli ci strinse a tutti la mano; poi, dopo un inchino solenne, ci disse che egli era Donato Sacchetta, albergatore in Bomba, un piccolo paese dell'Abruzzo, ed ex professore di filologia comparata; e, con nostra grande meraviglia, ci comunicò di esser venuto apposta a Roma per esporre agli amici del Caffè Greco il suo sistema di cosmologia. Chiese un caffè, se lo bevve, e poi, mentre noi non ci eravamo ancora rimessi dalla sorpresa, incominciò a dire a voce alta: — Illustri signori! Il vero mezzo per scoprire la ragione delle cose è offerto dal linguaggio. Ogni parola racchiude la rivelazione di un mistero dell'esistenza universale. In questa maniera io ho potuto tuffarmi nel gran mare dell'Essere fra l'eterno flusso e l'eterno riflusso. Ora, se lo permettete, lo farò vedere a voi tutti. Io sono il mistico cignale che trionferà sul carro del possibile contro l'impossibile, io sostituirò alla matematica la filologia, io...
A questo punto, mentre tutti tacevano guardandolo esterrefatti, e qualcuno si allontanava prudentemente, si fece avanti il professore Spetrino, autore di un saggio critico e inedito, su Jean-Baptiste Racine e libero docente di lingue vive e morte nella nostra Università. Allora fra i due professori si accese una disputa furibonda, tanto furibonda che per farla cessare dovettero intervenire altri tre interlocutori: il barbuto e placido proprietario del Caffè e due guardie di pubblica sicurezza. E forse non fu il sistema di Donato Sacchetta che, pochi giorni dopo, spinse lo Spetrino ad entrare nella caserma dell'artiglieria al Macao ove prese a bastonare i cannoni, gridando che era giunta l'ora di distruggere tutte quelle orribili macchine da guerra? Povero Spetrino! Lo fermarono, lo legarono e, mentre egli urlava: — Portatemi nel tempio della Fratellanza e della Pace! — lo portarono al manicomio.
Un altro ne ricordo: un pittore milanese caduto rapidamente da una gloriosa giovinezza in una oscura e precoce vecchiaia. Lo riveggo ancora, vestito d'estate e d'inverno con un soprabitone di colore giallognolo non fatto certo per le sue spalle, entrare nella bottega, traversarla a piccoli passi e andarsi a mettere a sedere in un angolo quasi buio. Non parlava mai con nessuno. Il suo volto scarno aveva l'impassibilità di una maschera. Se mai qualcuno gli rivolgeva la parola, rispondeva con un lento movimento del capo e ritornava subito immobile. Un giorno lo trovarono insanguinato e morente sopra uno dei gradini dell'obelisco del Popolo. S'era tagliate con un pezzo di vetro le vene dei polsi, e dopo di avere scritto sul travertino col proprio sangue: «Siate onesti», era caduto. Il disgraziato, fra i commenti della folla, venne condotto all'ospedale, e le due parole formidabili furono cancellate subito con l'acqua di Trevi delle vicine fontane. Ma prima che le cancellassero, mentre illuminate dal sole spiccavano ancora fosche su la pietra gialla, un signore le lesse e domandò chi le avesse scritte. Tutti gli risposero: — Un pazzo.
Non sempre però il sanguigno e lugubre ammanto della tragedia ricopre le persone di coloro che nelle stanze del Greco rappresentano la follìa artistica internazionale. Fra cotesti illustri rappresentanti me ne torna alla memoria uno il quale sapeva travestire con tale sottile ironia e con tanta volgare buffoneria il suo nero pessimismo, inasprito continuamente dai disinganni e dalla fame, che al vederlo e all'udirlo non si poteva fare a meno di ridere. Di quanto gli era accaduto o gli accadeva realmente, non parlava quasi mai: lo lasciava raccontare alle rughe numerose e profonde del suo volto, al suo abito sbrandellato ove erano più asole che bottoni, ed a tutta la sua figura macra ed ossuta. I suoi discorsi, spesso illuminati da lampi inaspettati di comicità irresistibile e da stravaganze inaudite, si aggiravano ognora intorno a invenzioni meravigliose o sopra a visioni fantastiche di mondi strani e sconosciuti, e finivano quasi sempre con motti feroci che stroncavano una reputazione scroccata o frantumavano un'opera, così detta, d'arte, o frustavano a sangue un artista mediocre favorito dalla fortuna.
Un giorno entrò nel Caffè e ci disse di aver trovato finalmente dopo molte prove e riprove il modo di fare l'oro. Qualcuno sorrise; e un pittore, noto a tutti per i favori ottenuti umiliandosi dinanzi ai potenti, volendolo canzonare gli disse: — Fai l'oro? Ciò mi fa piacere, ma non mi sorprende. Io faccio l'argento. — Già! Come le lumache: strisciando. — gli rispose il pazzo; e per quel giorno di oro e di argento non si parlò più.
Un'altra volta ci fece un lungo discorso sul noto proverbio: Impara l'arte e mettila da parte; e, dopo di averci dimostrato come per lui fosse giunto il momento di mettere da parte l'arte e di darsi all'industria, ci comunicò di avere impiantato un opificio per fabbricare i pennelli con le code dei pesci. Ma l'industria non gli riuscì. Allora si diede a fabbricar colori, e ne inventò uno giallo che aveva la densità delle terre, e, sia detto senza malizia, la trasparenza delle lacche, e, non so perchè, gli diede il nome di «capitone». Era buono. Lo vendeva a una lira il tubetto e molti lo comperarono; ma adoperandolo, turbati da qualche sospetto, furono assillati dal desiderio di voler sapere con quali sostanze venisse fabbricato. Ohimè! un giorno strinsero il suo inventore con molte dimande, gli nominarono la materia prima con la quale essi temevano che il «capitone» fosse composto e si sentirono da lui rispondere: — Può essere!
La rivelazione del segreto rovinò interamente l'industria del «capitone»; quei che ne avevano ancora si affrettarono a buttarlo via, e il suo inventore per passare in più spirabil aere si mise a scrivere un «opuscolo di estetica» intitolato: _Viaggio patologico nella clinica dell'arte moderna in Italia_, nel quale dissertava sui premi di incoraggiamento istituiti dal Governo a vantaggio degli artisti. Egli ragionava così: — I premi per qual fine sono stati decretati? Per comprare col danaro del pubblico le opere degli artisti. Benissimo! Ma quando un'opera d'arte è veramente buona, chi la compera lo si trova sempre. Colui, dunque, che vende il suo lavoro non ha bisogno di essere incoraggiato da nessuno: si incoraggia da sè. Coloro i quali non vendono i loro quadri e le loro statue, coloro che producono pessime opere d'arte, questi debbono essere incoraggiati perchè, se a costoro non pensa il Governo ad aiutarli, chi mai ci penserà?
Dopo qualche mese che io avevo viaggiato patologicamente con lui in una stanza del Caffè Greco, mentre una luce tenue e dorata entrava dalla porta socchiusa e spargevasi dolcemente nelle camere silenziose, ove i camerieri dormicchiavano sdraiati su le panche vedove di avventori, lo incontrai per istrada, precisamente in via Nazionale, ove allora allora s'era chiusa una esposizione di belle arti. Appena egli mi vide da lontano, mi venne subito incontro agitando un giornale aperto e mi disse: — Ha visto? Ha inteso? Ha letto quali quadri sono stati comperati dalla Giunta Superiore per adornarne la Galleria di arte moderna? Si ricorda? Se la rammenta la mia lettura? Lo vede come la mia idea si fa strada? Lo capisce ora come il mio modo di pensare s'impone? — E, senza darmi il tempo di poter aprire la bocca, scoppiò in una risata fragorosa che fece fermare i passanti, mi voltò le spalle e agitando ripetutamente il giornale si allontanò.
* * *
Il pubblico del Caffè Greco non è più adesso simile a quello che io vi trovai quando incominciai a frequentarlo. Oggi molti di coloro che vi conobbi allora o son savi o son sepolti; tuttavia la massima parte di quanti vi si recano al presente è data dagli artisti; e nelle serate in cui la pioggia è vicina, mentre i barometri romani inclinano gl'indici verso il segno della tempesta, vi si accendono ancora discussioni furibonde su argomenti più o meno artistici, le quali non si spengono se non quando la pioggia principia a cadere fragorosamente sul soffitto di vetri dell'ultima stanza. Non sempre però la pioggia arriva in tempo a pacificare gli animi inacerbiti.
Una sera due giovinotti, dopo di aver sorbito i loro caffè e di averli trovati semplicemente borgiani, non avendo altro di meglio da fare, impresero ad esaminare quale delle due arti sorelle fosse più difficile ad essere esercitata, se la pittura o la scultura. I due contendevano già da un pezzo su l'arduo argomento quando un loro vicino, buttando via un mozzicone di sigaro, da lui dichiarato assolutamente infumabile, entrò buon terzo nella discussione: poco dopo, lagnandosi delle scarpe che glieli stringevano troppo, vi mise i piedi un altro; poi un altro ancora, e la controversia si ingigantì talmente che la stanza dove essa era nata non bastando più a contenerla, si sparse a poco a poco nelle altre camere della bottega. Allora tutto il Caffè si divise in due schiere di combattenti: una guidata dagli scultori e l'altra dai pittori. La lotta ardeva furiosa e gli urli, le contumelie, le risate e gli applausi coprivano a volta a volta le voci squillanti degli oratori, quando un signore, senza riflettere a quanto avrebbe per avventura potuto capitargli fra capo e collo, ebbe il fegato di farsi avanti ad affermare che, secondo Spencer, la scultura era un'arte inferiore. All'udire il nome del filosofo gli scultori rimasero per qualche istante silenziosi, ma riavutisi subito dalla sorpresa chiusero la discussione con tali argomenti che il pover'uomo, se ancora campa, se li deve ancora ricordare.
Quietato il baccano, mentre le prime gocce di pioggia incominciavano a battere sui vetri del soffitto dell'ultima stanza, uno chiese: — E chi è questo Spencer?
— E chi vuoi che sia? — gli risposero in parecchi. — Sarà uno dei soliti giornalisti.
Perchè queste parole siano intese nel loro giusto valore, è bene avvertire che per la maggior parte dei frequentatori della bottega di via Condotti, il vocabolo giornalista, massime se viene pronunciato atteggiando le labbra a una smorfia di disprezzo, non serve mai a designare chi scrive in un giornale, ma colui che in un giornale scrive di 'cose d'arte' in genere e di quadri e di statue in specie. Del resto giornalisti veri e proprii io nel Caffè Greco non ce ne ho mai visti. Qualcuno forse può esserci capitato; ma se mai sarà stato un giornalista senza giornale, e allora sarà andato a confondersi fra quei frequentatori, dirò così, sporadici della bottega, fra i quali non è difficile di incontrare maestri di musica che non conoscono altre note all'infuori di quelle del trattore e del sarto, professori di pittura in qualche ospizio di ciechi, architetti senza archi e, quel ch'è peggio, senza tetto, ingegneri privi oltre a tante altre cose anche d'ingegno, medici che non esercitano più la professione, forse per filantropia, vecchi impiegati giubilati i quali non hanno altro giubilo tranne quello, come sogliono dire, di avere un'anima di artista, negozianti senza negozi, avvocati senza cause e quindi senza effetti, poeti in cerca di una lira, e talvolta qualche modello.