Part 2
— È inutile illudersi — mi disse poi — gli antichi preparavano tutti. E questa è la ragione dell'eccellenza della loro arte. — Ah! se potessi avere nelle mani un quadro di Tiziano! Glielo vorrei far vedere io quello che c'è sotto.
— E che cosa vuole che ci sia?
— Ma lei si vuol levare un gusto? — riprese allora interrompendomi il pugliese. — Lei vada in una galleria, gratti il cielo di un quadro di Tiziano e vedrà che ci trova sotto...
— Per lo meno un paio d'anni di manicomio! — esclamai io, ridendo.
— Ma lasci andare gli scherzi! Lei raschi un cielo di Tiziano e vedrà che sotto al turchino ci troverà il cinabro. Eh! caro lei, oggi la pittura si fa a orecchio. Oggi non si prepara più. Non si vela più: e pure, dica quello che vuole, ma la forza dei veneziani consiste appunto nelle velature e nelle preparazioni. — E, mentre io lo ascoltavo, prese a discorrermi di Cennino Cennini, e di un professore suo amico che gli aveva dato consigli e precetti di pittura; e dopo di avermi spiegate talune astruserie sui varii sistemi di dipingere «in fresco», all'olio e all'acquarello; sprofondò una mano nella tasca del suo abito e ne cavò fuori due uova.
— Due uova? — dissi interrogandolo con gli occhi.
— Già, due uova. E sa che ne farò?
— Lo immagino.
— No... No... Con queste uova rafforzerò la spina dorsale del mio quadro.
Io lo guardavo sorpreso, ed egli contento della mia ignoranza posò le uova sul tavolino e rificcata la mano nella tasca ne cavò un involtino.
— Che cosa è? — gli chiesi.
— Guardi — disse aprendo la carta. — È miele, e ci dipingerò il terreno del mio quadro.
E siccome io rideva, egli alzando il pollice nel vuoto, riprese a dire: — Guardi bene. Qui nero d'avorio — E agitava il pollice come se desse il colore sulla sua tela. — Qui sopra una brava velatura di giallo battuto impastato col miele; e quando sarà diseccata, una buona lavata con questo.
— E lì che altro c'è? — chiesi additando un altro involto che egli avea cavato di tasca.
— È sapone. — E in così dire mi mostrò un pezzo di sapone nero da lavandaia.
Io non osando più di contradirlo allungai lo sguardo su un nuovo involto che gli usciva da un'altra tasca dell'abito. Il pugliese appena s'avvide della mia curiosità, cavò fuori anche quella carta e la svolse. C'era dentro una fetta di pane.
— E se è lecito con quello che cosa ci dipingerà? — ripresi io sorridendo e accennando il pane.
— Il mio pranzo, — ripigliò il pugliese fieramente: e se ne andò.
Il giorno dopo gli domandai quale successo avessero avuto i suoi esperimenti. Egli diventò rosso, annaspò poche parole, mi stese la mano e si allontanò.
Compresi tutto. Il disgraziato non aveva avuto la forza di resistere agli stimoli dello stomaco vuoto, e così il miele che dovea stemperar coi colori per il terreno del suo quadro, lo avea spalmato sulla fetta di pane; le due uova, invece di amalgamarle ai colori del cielo per dar luce e smalto al dipinto, le avea cotte al tegame, e il sapone... Oh! il sapone era l'unica cosa da lui serbata per la pittura: almeno a giudicarne dalle sue mani!
* * *
Ma forse il più bel tipo fra tutti era il segretario dello _stabilimento_: un vecchietto magrolino, con una barbettina biancastra su le guance rugose color di terra cotta, coi riccioli incolti della capigliatura che gli uscivano di sotto alla tesa unta di un cappellino a cencio. E perchè camminava a passi brevi e misurati con una certa languidezza di movimenti, benchè i suoi genitori lo avessero battezzato col nome di Nicola, lo chiamavano tutti Nicoletta.
Lo chiamavano anche segretario; perchè era lui che spazzava gli studii, faceva gli sgomberi, e portava in giro i quadri; infine perchè era lui che faceva qualunque altro servizio potesse occorrere agli artisti dello _stabilimento_.
Per lunghi anni aveva esercitata la professione del modello; ma poi l'aveva abbandonata perchè, come soleva dire, _li tempi s'annuvolaveno_. E mettendo insieme poche tegole tolte alle case vicine, qualche tavola tarlata presa negli studii e qualche albero secco portato via dagli orti vicini, s'era costruita una specie di capanna a ridosso di un muro dello _stabilimento_, e in quel rifugio passava tranquillamente le sue giornate, fumando la pipa e fabbricando torce di resina.
— _So' solo!_ — diceva sempre — _So' solo, e sarv'ognuno, quanno ho magnato io, hanno magnato tutti._
Egli avea incominciato a posare da angioletto per Thorwaldsen; avea posato da Redentore nello studio di Podesti e da Immacolata Concezione in quello dell'Agricola. Tenerani lo avea effigiato in marmo con un paludamento greco: aveva indossato un robone serico da consigliere della Repubblica veneta nello studio del Celentano; Fracassini lo avea dipinto, ricoperto di stoffe preziose, in costume da grande di Spagna; Rosales da romano antico e Fortuny da vecchio nobile del settecento. Poi il buon Nicoletta, visto che _li tempi s'annuvolaveno_, si era ritirato dalla professione. Ma pur fabbricando torce a vento era rimasto ognora affezionato agli artisti che, anche se vecchi, egli chiamava «_quelli regazzi!_» Alle loro dimande rispondeva sempre: — Penso io! — Pur di rendere un servigio a un artista si sarebbe gettato dalla finestra. Dolcissimo di carattere, avea però due odii i quali non s'erano spenti in lui neanche dopo di aver abbandonato il mestiere del modello: odiava ferocemente la pittura di paesaggio e i manichini. I quadri di paesaggio a suo giudizio erano robetta da gentuccia volgare che, come solea dire, _nun ci ha gnente nè qui_ — e così dicendo s'appuntava l'indice sulla fronte — _nè qui_ — e si batteva con la destra il taschino vuoto del suo corpetto.
Così egli definiva l'arte del paesaggio. E soggiungeva poi: — _A dipigne' l'arberi tutti so' boni. Puro le donne!_
Ma per vedere andar fuori dei gangheri il buon vecchietto, bisognava nominargli il manichino. Allora non ragionava più. Stralunava gli occhi, stringeva i pugni e urlava con voce irata: — _Canajie che rubbeno er pane a li poveri modelli!_ — diventando rosso e digrignando i pochi denti che gli erano rimasti, se ne andava tossendo rabbiosamente. Ma quando saliva negli studii per spazzarli, se gli riusciva di farlo senza che alcuno potesse vederlo, andava ad allentare le chiavi che servono a moderare le giunture ai manichini; e quando vedeva un povero manichino dinoccolato e cascante, s'allontanava saltellando e sghignazzando appagato e contento.
* * *
Dalla parte ove s'era composta la capanna il modello fabbricante di torce a vento, v'erano altri tre studii da scultore e una cantina che veniva chiamata il museo, dove si raccoglievano continuamente gli oggetti utili ed inutili che gli artisti, partendo, lasciavano nelle stanze o perchè fosse loro impossibile di trasportarli altrove, o più spesso in pagamento di qualche mese di fitto.
Visitai una volta il museo col padrone degli studii al quale avevo chiesto un cavalletto. Là dentro nella penombra si accumulavano alla rinfusa cavalletti e tavolini, cornici vecchie e divani con la stoffa strappata, cuscini sventrati e sedie senza paglia, cassette da dipingere sgangherate e disegni andati a male, busti di gesso senza naso e fagotti di cenci, statue senza testa e manichini ammuffiti, scheletri d'ombrelli da pittore e chitarre rotte, quadri sfondati e pennelli logori; e cento altri oggetti diversi.
Il museo si apriva quando qualche nuovo arrivato avea bisogno di un mobile per il suo studio, o quando se ne andava qualche vecchio inquilino; ma verso gli ultimi del mese, rimaneva sempre aperto chè ogni mese arrivavano nuovi affittuari.
Ne ho vista di gente arrivare e partire da quegli studii! Per lo più ci venivano molti giovinotti che facevano risuonare allegramente gli ampii stanzoni con la letizia dei loro canti. Arrivavano tutti con una cartella sotto il braccio, un pane in tasca e una pipa in bocca; si fermavano per qualche mese e se ne andavano allegramente, alcuni pochi per avviarsi a conquistare un posto nella storia dell'arte, e molti altri per andare a finire i loro giorni in un lettuccio di qualche ospedale.
Pure, di tanto in tanto, vi capitavano alcuni vecchi col volto giallo dalla fame e con gli abiti dimessi: quasi sempre figure sconosciute di copisti di galleria.
I copisti!
Io non ho mai conosciuta una classe di persone più tragicamente comica, e più dolorosamente umoristica dei copisti di galleria.
Bisogna vederli quando al mattino di buon'ora se ne vanno taciturni e serii al loro lavoro; bisogna osservarli quando seduti innanzi alle loro tele con le larghe e morbide pennellesse di martora velano di lacca rosea le carni delle veneri e delle ninfe nel cospetto dei capolavori dell'arte antica ed ascoltarli quando nei momenti di riposo, adunati in crocchio, parlano dei loro maestri favoriti: già, perchè ogni copista ha il suo autore prediletto. Anzi ce n'è di quelli che riproducono soltanto un quadro di un dato autore, e a lungo andare finiscono col persuadersi che il quadro copiato sia opera loro.
Uno di tali copisti lo incontrai nella galleria Borghese. Era sui cinquant'anni, e a vederlo, di primo acchito, si sarebbe scambiato per un alto impiegato delle pompe funebri. Soprabito nero, cravatta nera, cilindro nero, camicia... stavo per dire nera.
Lo conobbi quando era in voga l'autore che copiava, anzi il quadro dell'autore da lui riprodotto; perchè egli non faceva che riprodurre sempre il medesimo quadro: la Speranza di Guido Reni. Ne aveva fatte tante e tante di riproduzioni, tante e tante che nel suo mondo era chiamato: lo speranzoso. E sugli ultimi le sue copie le faceva a memoria. Ne dipingeva due al mese, e campava col frutto di quel suo lavoro. Ma un bel giorno, non so per qual ragione, ci fu ristagno nello smercio delle Speranze di Guido Reni, e al povero copista finirono i guadagni.
Lo rividi qualche tempo dopo, quando venne a chiedere in fitto una stanza nello _stabilimento di studii_. L'ebbe; e vi trasportò un cumulo di Speranze deluse. Poichè al povero copista che aveva continuato per tanti e tanti anni di seguito a dipinger due copie al mese del quadro di Guido, la forza dell'abitudine non gli permetteva di smettere. Per lui dipingere due Speranze di Guido Reni al mese era divenuta una necessità alla quale provava inutilmente di ribellarsi.
Verso i quindici di ogni mese egli diveniva malinconico, taciturno, intrattabile; la nostalgia del quadro del nobile e dolce pittore bolognese lo conquistava, e non ritrovava la pace se non di dopo essersi chiuso nello studio e d'aver dipinto le due copie mensili della ineluttabile Speranza, le quali, manco a dirlo, andavano ad accrescere il cumulo delle altre sue speranze purtroppo irrealizzabili.
Ne conobbi un altro che copiava sempre un affresco attribuito a Leonardo da Vinci. I quadri del Vinci li chiamava «i nostri capolavori». Sapeva a memoria la vita del grande pittore e la narrava così, come se raccontasse la propria. Le giornate le passava quasi tutte in S. Onofrio, e la sera, appena tornava in casa, andava a un tavolino, vi posava sù le mani aperte, chiamava Leonardo e ci si metteva a discorrere, chiedendogli pareri, giudizi e consigli. Un giorno ci narrò con le lagrime agli occhi come avesse litigato con Leonardo per una certa velatura di lacca che il grande pittore voleva si desse a una ultima opera del copista, e finì esclamando con voce desolata: — Non capisce che se gli diamo la velatura roviniamo il quadro.
La lite durò parecchio tempo e prese anche una brutta piega. Difatti qualche giorno dopo lo incontrammo con un braccio al collo.
— Guardate! come m'ha conciato Leonardo — ci disse mostrandoci il braccio appeso al fazzoletto. — L'altra sera sempre per quella tal velatura abbiamo questionato di nuovo e mi ha dato un pugno che ancora ne sono indolenzito. — E come noi ci provavamo a consolarlo egli incalzò: — Ma che forza ha quel grande! Eh! già, altre tempre! Altri uomini i nostri vecchi! — E guardandoci come se volesse rimproverarci la nostra fiacchezza si allontanò. Lo rivedemmo poi felice e contento. Ci venne incontro con un'aria di letizia ineffabile e ci disse: — Abbiamo rifatta la pace! Abbiamo rifatta la pace! Guardate un po' — e in così dire ci mostrava una palla da bigliardo che poi ripose immediatamente in tasca — ora non mi scappa più; l'ho fatto entrare qui dentro. Siamo ridiventati amici. Ieri sera l'ho condotto a teatro. Come s'è divertito! Era così contento che me lo sentivo ballar qui, qui! — e si toccava il cocuzzolo con la mano scarna. La manìa dello spiritismo lo aveva fatto impazzire.
Una delle sue fissazioni negli ultimi tempi era quella di comperare qualche uccellino e di lasciarlo libero. Così faceva Leonardo.
L'ultima volta che lo vidi fu una domenica di maggio a piazza del Popolo nell'ora del passeggio. Aveva comperato un mazzo di palloncini da due soldi gonfi di gas e sciogliendoli lentamente uno ad uno li mandava in aria, fra gli schiamazzi dei monelli, gridando che così faceva Leonardo.
Due guardie lo condussero, fra le risa della folla, prima in guardiola e poi al manicomio.
* * *
Ma fra i vecchi artisti che capitavano qualche volta fra noi i più ridicoli eran quelli i quali, benchè induriti nei vieti precetti dell'Accademia, avendo visto i giovani muovere a combattere in difesa dell'arte nuova che in quei giorni si chiamava «il vero», tentavano invano di sciogliersi dai tenaci legami che li avvincevano all'arte del Camuccini e dell'Agricola.
Non scorderò mai vino di costoro, che dovendo effigiare in un quadro d'altare il battesimo di Gesù, e non potendo andare a dipingere il suo quadro sulle rive del Giordano e non volendo d'altra parte perder l'effetto della verità, costrinse i suoi modelli, uno vestito da Gesù e l'altro da San Giovanni Battista, a restare in posa coi loro piedi immersi in una catinella, piena d'acqua marcia.
Però, ripeto, i vecchi che capitavano fra noi erano sempre pochi. Per lo più ci venivano molti giovinotti; sostavano qualche mese e se ne andavano lietamente.
* * *
Ma uno che ci venne pieno di letizia e raggiante di speranza, ci rimase.
Era un buon figliuolo, piccolo e bruno venuto di Spagna. Il giorno lavorava sempre cantando e la notte dormiva nello studio fra i suoi bozzetti e la sua miseria. Quando sull'imbrunire noi uscivamo dallo _stabilimento_, passando innanzi alla sua stanza, gli davamo la buona notte, ed egli di dentro ci rispondeva cantando a squarciagola una canzone dei suoi paesi: una canzone dove c'entravano un re moro e una gitana di Siviglia; e mentre ci allontanavamo tenendogli bordone, sentivamo la sua voce a poco a poco affievolirsi, e volgendoci, sul cielo d'un azzurro scuro vedevamo rosseggiare per la luce della lampada il finestrone dello studio, dove egli passava le sue notti, lieto e spensierato, fra i suoi bozzetti di creta, e la sua miseria. Una sera come al solito gli urlammo la buona notte, ma la canzone del re moro non risuonò nella quiete della campagna. Bussammo alla porta. Una ciociara venne a dirci che lo spagnuolo aveva la febbre. Entrammo. Lo scultore si levò a sedere sul lettuccio e facendosi schermo con le mani agli occhi per non vedere la luce che lo infastidiva ci ringraziò, sorridendo e soggiunse: — Non è niente. È un po' di febbre. Grazie! — E si raggomitolò fra le coltri.
Uscimmo rattristati e la ciociara rimase a vegliarlo.
L'indomani sapemmo che il poveretto era stato colto da una perniciosa. Venne un medico e l'ubriacò di chinino. Volevamo condurlo via dallo studio; ma il medico ci disse alzando le spalle:
— Oggi non è possibile. Sarebbe peggio. Vedremo domani, se il male scema. — E mentre parlava guardava curiosamente i bozzetti ch'erano disseminati nello studio. — Vedremo domani — disse ancora, e, dopo un'altra guardata ai bozzetti, se ne andò.
L'indomani lo scultore peggiorò, e, perduta la ragione, prese a discorrere del suo paese e della sua casa paterna. Delirava, e non appena il delirio cessava, ricadeva stordito sul lettuccio e il sudore gli gocciolava dalla fronte giù per le gote infiammate.
Agli ultimi momenti ebbe una allucinazione, che forse fu il suo estremo conforto.
A chi lo assisteva, dava nomi spagnuoli, forse quelli dei suoi cari; e quando l'agonia cominciò a straziarlo abbracciò teneramente la ciociara, che singhiozzava, e chiamandola con un filo di voce col dolce nome di mamma, baciandola e ribaciandola, le morì fra le braccia.
* * *
Ero innanzi allo studio del povero scultore, quando un signore vestito di nero, che Nicoletta, inchinandosi di quando in quando rispettosamente, onorava col titolo di signor commissario, venne a suggellarne la porta.
Nicoletta reggeva una candela, e il signore vestito di nero con qualche fettuccia bianca nella sinistra e un suggello in bocca, bruciava la ceralacca rossa sulla fiamma. Alcuni monelli, nè tristi nè lieti, interrotti i loro giuochi, stavano a guardarli. Il sole illuminava giocondamente il prato verde davanti allo _stabilimento_ e i mandorli in fiore biancheggiavano sul cielo sereno. Un quadro!
Sopraggiunse una modella che andava in cerca di lavoro e vedendo i due che ponevano i suggelli alla porta, mi venne vicino e mi domandò che cosa stessero facendo.
— È morto! — le risposi.
— Chi?
— Lo spagnuolo.
— Poveretto! — esclamò la modella; e rimase a capo chino, per un poco immobile; poi rialzò la testa, guardò il signor commissario che accendeva il sigaro alla candela, e soggiunse, sospirando: — _Proprio adesso che m'aveva promesso un par de stivaletti de brunella!_
IL MODELLO
Mario, quand'io lo conobbi, era un povero vecchio tutto ossa e pelle, con una barba bianca bianca, che gli cadeva sul petto, e con una lunga zazzera che scendendogli come una pioggia di fili d'argento su le spalle, gli copriva quasi la metà d'una giacca di velluto marrone, deturpata e rosicata dagli anni.
Al Vicoletto della Scalaccia, ove andava a dormire in un cortiletto umido e nero, lo chiamavano _er mago_: e le comari del vicinato al vederlo gli andavano incontro ridendo e gli chiedevano tre numeri sicuri. Egli si schermiva come meglio poteva, s'afferrava con le mani scarne la barba, e scuotendo la testa si allontanava brontolando: — _L'arte è ita! L'arte è ita!_ E qualche volta soggiungeva: — _Mo Mario è vecchio! Che ve ne fate? Buttatelo a fiume!_
Povero Mario! Allora l'_arte nun era ita_, nè egli pensava alla vecchiaja e alle bionde acque del Tevere, quando all'Accademia di belle arti, gonfiava, fra l'ammirazione degli artisti, i muscoli dell'ampio torace piegando la persona a raffigurare il Gallo moribondo o il Discobulo, l'_Orazio ar ponte_ o il _Muzio Scevola all'ara_. Allora l'_arte nun era ita_, quando egli andava di corsa _su pe' le spallette d'Acquacetosa pe' mantenesse sciorta la muscolatura_, e saliva al museo del Campidoglio _p'annà' a vede' come camminaveno e come se moveveno l'antichi romani_. Perchè egli allora, e lo diceva a voce alta, non era adatto a tenere azioni da imbecille: ma azioni _da potè' dà' er movimento a la vita e a la storia_. Allora! Ma quando io lo conobbi, il vecchio modello affogato sino agli occhi nella miseria, _de li tempi antichi_ se ne ricordava soltanto se qualche volta passava sotto i finestroni della sala del nudo, dell'Accademia e se poteva avvicinare qualche studente per parlargli di amori russi e di Padreterni in gloria, d'eroi del mondo greco e romano e di tanti artisti ai quali lui, proprio lui, aveva dato il mezzo di divenir celebri. E si doveva rider di cuore a sentirgli raccontare come una volta a uno straniero che voleva farlo posare _da Giuda_ avesse risposto: — _Musiù, 'sta faccia nun è faccia da traditore!_ — Ed era proprio una cosa pietosa il sentir dire da quel povero vecchio affamato com'egli avesse più volte acconsentito a posar da modello a un giovanotto che non poteva pagarlo, solo contento d'aver aiutato uno che un giorno sarebbe diventato un _pezzo grosso dell'arte_.
* * *
Mario, quand'era ancora giovanissimo, faceva il taglialegna.
Un giorno, stanco dalla fatica lunga, s'era buttato in terra e s'era addormentato al sole. Con la testa abbandonata all'indietro, saldamente piantata su d'un collo taurino, egli sembrava in quell'atto un gladiatore che si riposasse dalle fatiche del circo.
Un pittore, che per caso si trovò a passare, rimase colpito dalla maschia beltà del dormiente; s'avvicinò a lui; lo risvegliò e gli chiese se voleva posargli da modello.
Il giovinotto rimase un po' con gli occhi sbarrati a guardare curiosamente l'artista, senza capir nulla; ma alla fine sorrise e accettò; e l'indomani salì a via Sistina allo studio del pittore. Questi, ritto su di una scaletta, riproduceva col carbone sopra una tela ampissima e già piena di figure abbozzate, il contorno di una fanciulla, che stava in mezzo alla stanza, immobile come una statua. Ella era seminuda e i capelli neri ornati da alcuni ramoscelli d'edera le cadevano su le spalle bianche e sul seno: reggeva con la sinistra la pelle di una tigre, morta chi sa da quanto tempo, e con la destra levava in alto una tazza di legno dorato. Accanto a lei una vecchia ciociara faceva la calza.
Come il pittore vide il taglialegna, che appena entrato nello studio s'era fermato col cappello in mano, scese subito dalla scaletta, e dopo di aver detto alla fanciulla: — Vestitevi! — si avvicinò al giovinotto e gli disse: — Spogliatevi!
Mario divenne di bragia e non si mosse.
— Coraggio! — riprese, sorridendo, l'artista, e allora il giovinotto, mentre la fanciulla e la vecchia lo guardavano e ridevano, si levò lentamente di dosso la giacca; poi si tolse il corpetto; poi con un gesto energico si liberò dalla camicia e rimase col torso ignudo dinanzi al pittore.
* * *
Dopo qualche settimana lo spaccalegna non trovava il tempo per soddisfare tutti gli artisti che desideravano di disegnare, dipingere o scolpire la sua persona; e i professori dell'Accademia, quando alla fine dell'anno scolastico dovettero eleggere il modello da dare agli studenti dell'ultimo corso come soggetto per lo studio del nudo, fra quanti modelli si presentarono, scelsero Mario, e gli dettero per tema della posa l'azione del Combattente; ed egli la creò fra l'ammirazione unanime e la sostenne per quattro ore di seguito senza muoversi di una linea: un miracolo! Ma un bel giorno, mentre tutti gli artisti si disputavano l'intelligente modello, questi sparì da Roma. Nelle sale dell'Accademia, negli studii di scultura e specialmente in quelli di pittura se ne dissero di ogni colore. Qualcheduno arrivò perfino a raccontare come un altro modello, ingelosito dei successi del suo collega, lo avesse strangolato e gettato in un pozzo; altri strizzando gli occhi sussurrarono il nome di una signora polacca; molti, invece, giurarono che Mario se l'era portato via un signore russo, il quale, oltre all'avere molti milioni, aveva un culto anche per le belle arti.
Quasi tutti avevano dimenticato la strana avventura quando arrivò a Roma un bell'uomo con barba grigia e le dita piene di anelli, il quale, fumando sigari dell'Avana in un enorme bocchino d'ambra, andava visitando gli studii per acquistar quadri. Alcuni affermarono, non so con quanta ragione, che quell'amatore che parlava malamente il francese, scusandosi col dire che in Russia si parlava così, fosse Mario, non altri che Mario. Anzi i più arditi osarono di chiedere direttamente a lui che veniva da Pietroburgo notizia di un certo modello che doveva laggiù menar vita da gran signore; ma il mecenate rispose di non averlo mai conosciuto. — D'altronde — aveva soggiunto alzando le spalle e sorridendo — la Russia è tanto grande!
* * *