Prose (1880-1890)

Part 19

Chapter 193,791 wordsPublic domain

Forse la prima descrizione che sia stata fatta del Caffè Greco è quella che Giacomo Casanova ci ha lasciato di quel 'Caffè di strada Condotta' ove egli, chiamatovi dall'abate Gama, entrò nell'ottobre del 1743, trovandovi quella eletta radunanza di maldicenti, di ruffiani, di castrati e di abati che ci descrive con tanta vivezza: dico forse, perchè l'avventurier farabutto, allora al servizio del cardinale Acquaviva, il nome del 'Caffè di strada Condotta' non lo dice. Chi lo dice in tutte lettere è Pierre Prudhon, il quale essendovisi recato qualche volta insieme col suo amico Bertrand ne disegna la fisonomia artistica con queste precise parole: — _Là tous les maitres sont passés en revue et ne sont point épargnés. On critique celui-ci, on dechire celui-là. Tous ceux qui ne peuvent entrer en comparaison avec Raphäel sont proscrits. Raphäel lui-mème est blàmé de ne s'ètre pas assez servi de l'antique. Le mieux de tout cela, c'est que tous ces messieurs les beaux parleurs n'étudient ni l'antique ni Raphäel et s'amusent chez eux à ne rien faire qui vaille._

Qualche mese dopo che il dolce e malinconico pittore borgognone scriveva al suo amico Fauconnier queste parole, Wolfango Goethe era in Roma. Vi andò forse egli mai, il gran pagano, nella bottega fondata dal greco? Non saprei dirlo: ma se, come è certo, il Tischbein ed il Moritz, suoi intimi amici, la frequentarono, è probabile che qualche volta vi sia andato anche lui; tanto più che non soltanto da una lettera del Moritz, ma da alcuni scritti dello scultore Schaeffer e da qualche pagina del romanziere Gian Giacomo Guglielmo Heinse impariamo come fin dal 1780 il Caffè Greco fosse già, per i tedeschi residenti o di passaggio in Roma, un luogo di ritrovo. Difatti più tardi vi si radunarono i «nazareni»: quegli artisti i quali, venuti qui dalle varie provincie della Germania e aggruppatisi intorno a Federigo Overbeck, essendo rimasti profondamente impressionati dalla suntuosità delle chiese romane, dalla magnificenza delle funzioni papali, dai Miserere della cappella Sistina e dalla bontà del vino _de li Castelli_, si fecero cattolici, iniziando in sul principio del secolo nostro quel periodo di conversioni che per lunghi anni nella colonia tedesca di Roma fu una specie di contagio.

Per loro l'arte era una preghiera, e i quadri e le statue non avevano altra ragione di essere se non quella di recare lustro e decoro alla religione: si erano radunati nel piccolo convento di S. Isidoro, abbandonato allora allora dai francescani irlandesi, e ci vivevano tutt'insieme. Al primo apparire del giorno, chiamati da una campana, si riunivano tutti in una cappella, e dopo aver cantato in coro il _Veni creator spiritus_, se ne tornavano nelle celle a lavorare. Niente ignudi, s'intende; niente donne, niente anatomia e sopratutto niente mitologia. Degli Dei pagani non se ne doveva parlare nemmeno per burla. Agli abitatori ed alle abitatrici dell'Olimpo, gente immorale quant'altra mai, non si aveva da chieder nulla: per qualunque cosa occorresse, San Luca bastava e avanzava.

Cotesti «nazareni» (così li chiamò per derisione la mala lingua dello scultore Wagner), allorchè l'ombra della sera scendeva sul cenobio, avevano l'abitudine di scendere a loro volta al Caffè Greco e di trattenervisi per qualche ora. Lo Schopenhauer, quando venne a Roma, ve li trovò ancora quasi tutti, e non è difficile immaginare come e quanto li punzecchiasse col suo sarcasmo, esortandoli a dipingere ed a scolpire gli Dei di Omero: li punse tanto che alfine i poveretti, non ne potendo più, gli fecero dire che avrebbe fatto bene ad andarsene con la sua filosofia e a non più ritornare a intorbidare con le sue bestemmie i loro caffè e latte e le loro coscienze.

Una sera il filosofo di Danzica, seguìto come al solito dal suo cane barbone bianco, a cui aveva dato il modesto nome di Alma, che voleva dire 'anima del mondo', entrò nel Caffè; e arrivato nella stanza ove erano i «nazareni», dopo di averli salutati, disse loro: — Vedete: la nazione tedesca è la più stupida delle nazioni della terra; tuttavia in un punto è superiore a tutte le altre: cioè nel poter fare a meno della religione, e voi... — Uno scoppio formidabile di urli e di contumelie coprì le parole del filosofo; e tutti, levatisi di scatto dai loro posti, alzando i bastoni e le ombrelle, lo spinsero verso la porta della bottega; ed egli sempre seguìto dal suo cane barbone, ovverosia dall'anima del mondo, se ne andò mormorando: — La patria tedesca in me non s'è allevato un patriota! — Se ne andò, e nel Caffè Greco non mise più il piede.

Ma neppur loro, i «nazareni», durarono ancora molto a radunarvisi, poichè il Cornelius fu chiamato a Monaco per dirigervi l'Accademia di belle arti, e colà, chiusa la Bibbia dalla quale da buon «nazareno» ei traeva i soggetti dei suoi quadri, prese a dipingere gli episodi più celebri delle leggende germaniche; Schadow, eletto direttore della Scuola d'arte a Düsseldorf, prese la via dell'insegnamento; il Woghel, lasciati i temi chiesastici, si mise ad illustrare il Dante; Weit andò a Francoforte: e così lo Schnoor, il Pför, i due Müller, Colombo e gli altri lasciarono via via la bella Roma, ove Dio pensa a tutto, e se ne tornarono ai loro paesi. Soltanto l'Overbeck non si mosse: e qualche anno dopo scriveva al Weit: «Io mi aggiro solitario fra le rovine di Roma e mi pare che io stesso sia diventato una rovina».

Presso a poco nello stesso tempo in cui il Caffè Greco veniva abbandonato dai «nazareni», esso ebbe l'onore di accogliere lo Stendhal, il quale vi capitò spintovi da una circostanza che vale la pena di essere riferita.

L'autore della _Chartreuse de Parme_ era andato a vedere la Cascata delle Marmore; e, dopo averla ammirata dal basso e dall'alto, se ne scendeva a Papigno, quando s'imbattè in una contadina che gli andò incontro salutandolo come una vecchia conoscenza. Sorpreso dalle parole e dagli atti della donna egli rivolge qualche domanda a un giovinetto che lo accompagnava, e questi gli risponde, guardandolo furbescamente: — Eh, ho capito; voi, signor Stefano, non volete essere riconosciuto. — Mentre alcune altre donne gli vanno incontro manifestandogli il piacere che provano nel rivederlo, egli torna ad interrogare il giovinetto, e dalle sue risposte arriva finalmente a sapere che tutti lo pigliavano per il signor Stefano Forby, un pittore francese il quale pochi mesi innanzi aveva dimorato in Papigno per dipingere i diversi punti di vista della Cascata famosa. Rallegrato dalla comicità dello scambio, lo Stendhal lasciò correre; ma quando arrivato alle prime case del paese si trovò in mezzo a una folla giubilante di uomini, di donne e di bambini, cercò di mettere le cose a posto. Tutto fu inutile. Più lui si sgolava a dimostrare di non essere il Forby, e più tutti gli dicevano ridendo: — Ah, signor Stefano, ma voi volete scherzare! — Insomma, giacchè non c'era altro da fare, l'autore della _Chartreuse_ accettò di buon grado _le role_ del pittore; rispose come meglio potè alle dimostrazioni di affetto di quanti gli si stringevano addosso; li portò tutti da un 'salamiere'; offrì a tutti da mangiare e da bere; rimase con loro allegramente fino al cadere del giorno e se ne scese a Terni seguìto dalle loro benedizioni.

Ritornato a Roma lo Stendhal seppe che il Forby frequentava il Caffè Greco: vi andò subito e, ohimè!, fu _choqué_ di trovare nel pittore a cui egli somigliava tanto un uomo _sans doute fort bien au moral mais si peu beau_!... — La qual cosa fa chiudere all'illustre psicologo il racconto della sua comica avventura con questa malinconica osservazione: — _Il est singulier combien l'homme le moins fat pervient encore à se faire illusion sur sa taille et sa figure!_

Fra l'autunno del 1830 e l'inverno del 1831 la bottega di via Condotti, arrivata all'apogeo della sua fama, ebbe, fra gli altri molti, due illustri visitatori; forse sarebbe meglio dire due illustri denigratori: il Berlioz e Felice Mendelssohn-Bartholdi. Difatti il Mendelssohn, in una lettera al suo babbo, del povero Caffè Greco ne parla così: «L'una stanza piccola e buia, larga circa otto passi, e da un lato di quello stambugio si può fumar tabacco, dall'altro no. Tutti siedono all'intorno sui banchi con in testa larghi cappelli e con tutto il viso e il collo coperto dai capelli; fanno un fumo orribile e denso e si dicono reciprocamente delle volgarità: hanno accanto grossi cani da macellaio, i quali sono incaricati della diffusione degl'insetti. Ciò che sul loro volto è libero dalla barba è coperto dagli occhiali; un fazzoletto da collo e un frack sarebbero novità; ingoiano caffè e parlano di Tiziano e di Pordenone come se questi sedessero accanto a loro». Non c'è male! Ma anche il Berlioz, che vi andò subito appena arrivò a Roma, la sera stessa del suo ingresso all'Accademia di Francia, non scherza: ecco con quali graziose parole egli ne tesse l'elogio: — _Le fameux Café Greco c'est bien la plus detestable taverne qu'on puisse trouver: sale, obscure et humide, rien ne peut justifier la préférence que lui accordent les artistes de toutes le nations fixés a Rome._

Povero Caffè Greco! Nondimeno se tutti ne dicono male, tutti ci vanno, e lo stesso Berlioz deve confessare che la _plus detestable taverne qu'on puisse trouver_ quando egli vi andò era talmente frequentata dagli artisti stranieri che la maggior parte di essi vi si faceva indirizzare la corrispondenza, e deve dire che gli artisti, arrivando a Roma, se volevano trovare i loro compatrioti dovevano cercarli al Caffè Greco. Difatti non mai come allora la bottega di via Condotti fu onorata da un così gran numero di avventori illustri; non mai come allora, quando i due celebri alunni di Euterpe ne parlavano con tanto dispregio.

Per ricordare soltanto gli stranieri che la frequentarono in quei giorni, o poco più tardi, basta nominare fra gli altri e su gli altri lo scultore danese Alberto Thorwaldsen, Mickiewicz, Orazio Vernet, Ampère, che visitando i nostri monumenti e osservando i nostri costumi raccoglieva già gli elementi per la sua _Histoire Romaine a Rome_, Thomas il futuro autore dell'«Amleto» e della «Mignon», Barbier il poeta della _Curée_, dell'_Idole_ e del _Pianto_, Delaroche, Corot, Dupré, il mistico Orsel, lo Schnetz, che doveva poi essere eletto per due volte direttore dell'Accademia di Francia, e Leopold Robert il pittore dei _Moissonneurs_ e di quegli altri molti quadri raffiguranti i vari episodi della vita dei briganti; i quali quadri e i quali briganti diedero a lui la gloria e a noi quella tal rinomanza da cui non ci siamo ancora liberati. Ma però la verità bisogna dirla tutta: s'egli è certo che cotesta non davvero invidiabile rinomanza il Robert fu il primo a procurarcela non è nemmeno dubbio che gli artisti nostri fecero quanto poterono perchè ci venisse conservata!

Il Raggi in un opuscolo da lui stampato nel 1836 intorno alla vita e alle opere di Bartolomeo Pinelli, dopo di aver ammonito gli artisti di astenersi dal dipingere e dallo scolpire «gli orridi fatti di quei malandrini che in sulle vie assalivano lo infelice viaggiatore che spesse fiate per le scellerate mani di quegli empi rinveniva la morte» e dopo di averci detto che il Pinelli «tali spettacoli orrendi, che sono un'onta per l'umanità, li ritraeva sì al vero che glie ne venivano commessi moltissimi», ci fa sapere come il conte Gourieffe, oltre a cinque quadri, allogasse all'artista trasteverino anche ventiquattro incisioni (i cui rami poi vennero portati in Russia) nelle quali dovevano essere rappresentate «le principali azioni di una mano di perfida gente che infestava le vicinanze di Frascati».

Del resto quando si pensa con quale insaziabile brama gli «orrendi spettacoli» dei quali parla il Raggi, effigiati sulle tele o scolpiti nel marmo, venissero allora ricercati, ammirati e, quel che più importa, comperati da tanti e tanti amatori, fra i quali erano in prima linea il re del Belgio, il re di Prussia, il re d'Olanda, i Bonaparte, i Demidoff, i Souwaroff, i Rothschild, i Fitz-James, i Basilewski, i Metternich e gli Schoenbrunn, non può davvero recar maraviglia se gli artisti nostri invece di fermarsi ad ascoltare il Raggi si mettessero a camminare per la strada brigantesca aperta dal Robert. Che se poi si volesse dimostrare fino a qual punto essi desiderassero di percorrerla cotesta via, basterebbe solamente ricordare come il Robert per soddisfare le richieste insistenti di coloro che volevano acquistare uno dei suoi quadri intitolato: _Femme de brigand veillant sur le sommeil de son mari_, fosse costretto a doverne dipingere in poco tempo quattordici repliche! E basterebbe dire che molti, quando perdettero la speranza di avere il quadro, pur di ottenere dal pittore qualche cosa dipinta da lui, lo supplicarono ad accontentarli dicendogli: — _Mon cher monsieur Robert, un petit brigand, S. V. P.!_

Ma la causa che spinse il Robert ad illustrare col suo pennello la vita dei malandrini fu abbastanza curiosa. Egli non era certamente venuto a Roma dal Canton di Neufchatel per questo! Tanto è vero che quando arrivò qui, benchè il brigantaggio infierisse da per tutto nello Stato Pontificio, agli avvenimenti briganteschi ei non chiese alcun soggetto per i suoi quadri, e mentre le bande del famigerato Gasperone assalivano le strade fin presso alle porte dell'Urbe, e le numerose squadre dei carabinieri facevano inutilmente del loro meglio e del loro peggio per disperderle, riproduceva nelle sue tele interni di chiese e di sacrestie, scorci di vie e di cortili e prospettive di chiostri: e, forse, da cotesto genere di pittura non si sarebbe allontanato se la polizia, fra le tante cose che in quei giorni pensava e metteva in opera per distruggere i banditi, non ne avesse pensata una la quale non distrusse niente e diede al modesto pittore di interni non solo il modo di diventare un grande artista, ma anche i mezzi per poter divulgare con la sua arte le gesta dei masnadieri e renderle popolari in tutto il mondo.

La bella pensata della polizia fu questa: arrestare l'intero paese di Sonnino, ove essa riteneva che si formassero le bande dei malviventi, e portarlo a Roma! Difatti un bel giorno (Veramente per i sonninesi il giorno dovette esser brutto!), una formidabile armata di carabinieri salì dalle paludi Pontine verso il paese, lo circondò, incatenò quasi tutti i suoi abitanti e li portò trionfalmente a Roma, dove uomini, donne e bambini, vennero chiusi parte in Castel S. Angelo e parte in un vasto edificio a Termini, accanto alle Terme di Diocleziano.

Il Robert andò a vederli e rimase profondamente colpito dall'energia e dalla purezza delle loro fisonomie, dalla linea statuaria delle loro persone, dalla eleganza e fierezza dei loro gesti, e specialmente dalla originalità dei colori e delle forme dei costumi che indossavano. Tornò ancora a visitarli e ammaliato dalla bellezza superba di due donne, una certa Teresina e una tal Maria-Grazia, le quali poi rimasero in Roma e divennero due modelle famose fece chiedere a Monsignor Governatore, il Bernetti, un permesso per poterle andare a disegnare: l'ottenne e dopo qualche mese di lavoro assiduo espose nel suo studio, con i ritratti delle due belle sonninesi, alcuni quadri di soggetto brigantesco, i quali sì per la novità del genere come per la maestria con cui eran composti, disegnati e dipinti ebbero un successo straordinario, e furono l'origine di quella enorme quantità di pitture, sculture, disegni, incisioni e litografie di scene e rappresentazioni della vita dei banditi, che spargendosi per il mondo ci procurò, come dissi dianzi, quella fama, non del tutto immeritata, del resto, in grazia della quale chiunque veniva fra noi vedeva briganti da per tutto. Perfino nel Caffè Greco! Par credibile? Eppure è così.

In un volumetto pubblicato a Parigi nel 1869, un certo Auguste Villemot incomincia un suo scritto, intitolato Brigands et Voleurs, precisamente con queste parole: — _En 1847 j'étais à Rome. J'y frequentais le Café Grec, établissement très pittoresque_... e lo prosegue dicendoci come proprio in cotesto _établissement_ egli avesse il piacere di conoscere un signore sulla sessantina, con occhiali e parrucca, il quale, niente di meno, era il famoso capobrigante Carmagnola, che, ritiratosi dalla professione con quarantamila scudi, viveva in uno dei migliori alberghi di Roma e recavasi tutte le sere nella bottega di via Condotti per leggervi le gazzette e per giuocare qualche partita a dòmino, conversando piacevolmente con gli amici.

Lo scritto del Villemot non ha di certo una grande importanza nella storia della letteratura francese, ma ne ha, mi pare, una grandissima in quella del nostro Caffè, poichè ci dimostra come questo, sol che lo volesse, potrebbe onorarsi di avere ospitato nelle sue stanze, fra le tante persone celebri, anche un capobrigante. Potrebbe; ma, siatene certi, non lo farà. La bottega illustre, che pur avendo la fortuna di poter annoverare nella lunga serie dei suoi avventori un re, non se ne è mai vantata; figuriamoci un po' se vorrà farsi avanti per gloriarsi di avere accolto fra le sue oneste pareti il famoso Carmagnola!

Lasciamo stare dunque il brigante e parliamo del re.

Luigi primo di Baviera nei lunghi soggiorni che fece in Roma, per passarvi ogni anno lietamente i mesi dell'inverno, dall'alto della sua Villa Malta, in cui abitava, scese spesso nel Caffè Greco per cercarvi i suoi amici tedeschi, dai quali era adorato, e per portarli in qualche osteria romanesca. Le osterie dove, senza far torto alle altre, egli soleva più di frequente condurre gli artisti, eran due: una in riva al Tevere presso Ripagrande, sempre fornita di eccellente marsala, e un'altra all'insegna della Campanella, in piazza Montanara, ove il Goethe incontrò la bella Faustina da lui poi immortalata nelle Elegie Romane. Con quale gioia gli artisti accogliessero gli inviti del buon Luigi e con quanta prontezza abbandonassero per seguirlo il loro ritrovo abituale, non occorre dirlo; ma non occorre dire nemmeno che vi ritornavano presto.

_Der Kaffée in dem Kaffé Grec_ _Den Katzenjammer jaget weg._

Questi due versi che ci fan sapere come il caffè del Caffè Greco fosse allora ritenuto dagli artisti tedeschi un rimedio eccellente per far svanire i fumi delle sbornie, possono servire, io credo, anche a farci intendere come, in ogni caso, la loro lontananza dalla via Condotti non dovesse certamente prolungarsi al di là dello stretto necessario! Vi tornavano dunque; ma appena Luigi veniva a rivolger loro nuovi inviti, se ne allontanavano ancora per seguire il buon re nelle sue osterie predilette, ove egli amava di mangiare e di bere allegramente ammirando, se se ne presentava l'occasione, le belle popolane di Trastevere, cantando le dolci canzoni della patria lontana, e recitando fra un bicchiere e l'altro qualche epigramma composto nella giornata. Uno appunto di cotesti epigrammi del re Luigi ha per argomento la bottega di via Condotti; e lo Schiaparelli lo ha tradotto così:

D'alemanni ritrovo meglio tedesco chiamarte, Ma noi stringe coi greci l'affinità dell'arte.

E fra gli artisti italiani quali furono quelli che più o meno assiduamente visitarono il Caffè? Tutti. O, almeno, quasi tutti; poichè si può dire, senza esagerare, che fino al 1870 il Circolo artistico internazionale di Roma fu il Caffè Greco.

Negli anni oramai lontani, quando incominciai a frequentare la bottega di via Condotti, al vecchio Frezza, che precedette nell'esercizio del locale l'attuale proprietario, io solevo chiedere spesso notizie sulla preistoria del negozio allora suo, e ricordo che dopo di avermele date egli mi diceva sempre di averle apprese sfogliando un grosso libro posseduto da un certo Raffaele, un vecchio cameriere da lui trovato nella bottega e conservato per qualche tempo al suo servizio. Il libro, a quanto affermava il Frezza, era «un museo», e conteneva firme, indirizzi, poesie, pezzi di musica, disegni, caricature e motti di coloro che avevano frequentato o visitato il Caffè.

Dove sarà andato a finire il cimelio prezioso? E chi lo sa!

Un giorno che il Frezza mi parlava lungamente del libro, dicendomi, fra l'altro, di averci vista una pagina scritta da un famoso romanziere russo, il quale abitava in via Sistina ed era assiduo frequentatore della bottega (doveva essere certamente il Gogol), io gli chiesi se ricordasse di averci visto anche qualche cosa del Pinelli e del Leopardi; ma non mi seppe rispondere.

Il Leopardi durante la sua permanenza in Roma, ove corse il pericolo di vestirsi da prelato e di andare con l'abito paonazzo a governare una provincia, dimorò precisamente nella casa vicina a quella dove abitava, ed abita ancora, il Caffè Greco; dunque può darsi che il poeta della Ginestra, se non altro per rapporto di buon vicinato, almeno una visita alla bottega famosa gliel'abbia fatta; ma il Pinelli io credo che non vi sia mai andato. L'amaro e reo caffè al sor Meo piaceva poco. Al caffè di Portorico e di Moka egli preferiva il caffè _de li Castelli_, e specialmente quello che matura e s'indora nell'autunno sui dolci colli tuscolani. Per ciò tutto, non si rischia di correr troppo pensando che se pure il bizzarro artista romanesco vi è entrato qualche volta, nelle stanze del Greco, vi sia entrato per sbaglio.

Al Frezza un'altra volta io ricordo di aver dimandato se fra i disegni conservati nel libro, di cui s'è discorso, rammentasse di averne visto qualcuno di Massimo d'Azeglio, ed ei mi rispose affermativamente e mi parlò di un «guerriero a cavallo». Del resto il buon uomo, quando io lo invitavo a darmi qualche notizia sugli artisti che avevano frequentata la bottega prima che questa fosse divenuta sua, dopo di avermene discorso brevemente a voce bassa e solenne, come se si trattasse dei suoi antenati, forse temendo di non ricordar bene, taceva; ma se invece io gli chiedevo quali persone illustri egli potesse dire di aver visto coi suoi occhi entrare e trattenersi nel suo Caffè, allora il caro vecchio si animava tutto, sorrideva, si accarezzava con la piccola mano aperta la bella barbetta argentea, alzava un pochetto la voce e vinto da una commozione profonda in cui si sentiva un po' d'orgoglio mi nominava Wagner, Liszt, Gounod e Bizet, Gregorovius, Gibson e la sua allieva Enrichetta Hossmer, che, fuggita a sedici anni dalla famiglia, venne qui, sola, dall'America per studiare scultura; Barrias, Wurzinger, Harpignies, Hamon, Rosales e Mariano Fortuny, il Riedel, Regnault, Hébert, Celentano, Morelli, il Catel, il Mayer, che morì di un colpo apopletico proprio nella bottega, il Pollak, Carlo Coleman e Federigo Faruffini; poi, dopo di avermi indicato il posto ove alcuni di costoro erano soliti di mettersi a sedere, finiva quasi sempre col mostrarmi una vecchia fotografia di un quadro dipinto nel 1845 dal Passini: un quadro in cui è effigiata la prima stanza del Caffè, ove allora era il banco, che adesso invece sta nell'ultima, e mostrandomela mi faceva osservare fra le figure quella del cameriere che è appunto il ritratto di quel tal Raffaele, il proprietario del libro ove era, si può dire, la storia del Caffè Greco.

Ma dove sarà andato a finire il cimelio prezioso? E chi lo sa?!

* * *

Da quanto può vedersi nel quadro del Passini, parrebbe che quando ei lo dipinse nella bottega di Via Condotti di cameriere ve ne fosse uno solo; ora invece ve ne son due, i quali rispondono, ma non con troppa premura, ai nomi di Nunzio e Salvatore.