Prose (1880-1890)

Part 17

Chapter 173,819 wordsPublic domain

Prima che le faci e i bengala si spengano uno si arrampica sopra a un rudero e accompagnandola col suono della chitarra canta con voce stanca una canzone; e non appena l'ha finita, un altro prende subito a dire: — Signori! In questo luogo, ove i cristiani divoravano le belve... — Seguita per un po' a infilzare scemenze; ma poi le parole gli muoiono sulle labbra e s'azzitta. La grandezza tragica del luogo non vuole scherzi. Difatti a poco a poco ognuno sentendosi oppresso dal peso delle memorie, finisce col tacere e incomincia a sentire il desiderio di andarsene. E appena uno guardando l'orologio mormora: — È tardi! Mi pare che sarebbe ora di ritornare... a Roma! — e s'avvia verso l'uscita dell'arena tutti lo seguono a piccoli passi, in silenzio, quasi temessero di svegliare la Storia che dorme nelle rovine auguste.

* * *

Quando tutti son fuori dell'anfiteatro un mandolino, a cui è rimasta la metà delle corde, aiutato da una chitarra scordata, intona una marcia e tutti si allontanano in fretta.

Due che camminano barellando, rimangono indietro. All'improvviso uno di loro piega le ginocchia e si ferma: guarda qua e là in terra, come se cercasse qualche cosa, poi, levando lentamente l'indice della mano destra verso il cielo stellato, si volge all'amico che lo sostiene e gli dice: — Vedi: il Colosseo, non si può negarlo, è una gran cosa antica; è una grandissima cosa storica; però tu puoi esser certo che se domani, al mondo, non ci fosse più il Colosseo, il mondo seguiterebbe a camminare lo stesso; ma se, invece, domani, al mondo non ci fosse più il vino, tu devi convenire, con me, che il mondo non potrebbe più camminare. Ne convieni?

— Ne convengo. — gli risponde l'altro, ridendo e sorreggendolo. E mentre lo sorregge e ride, pensa che il mondo non cammina più, anche quando ne ha bevuto troppo.

IL CAFFÈ GRECO

AL MARCHESE GIUSEPPE VITELLESCHI.

Il Caffè Greco, o per dir meglio l'«Antico Caffè Greco», come si legge sulla insegna in cima alla sua porta d'entrata, la quale non disdegna di esercitare a tempo e luogo anche il modesto ufficio di porta d'uscita, abita in Roma nel suo domicilio legale in via Condotti numero ottantasei, ove vive agiatamente con la mobilia inalterata, come le vecchie abitudini, in tre stanze e mezza: dico tre stanze e mezza perchè se la prima, la seconda e la terza hanno su per giù cinque metri di larghezza ed altrettanti di lunghezza, l'ultima, denominata per la sua forma l'_omnibus_, è larga appena due metri e lunga otto metri all'incirca.

La prima camera non è molto ricca di luce; tuttavia quella che riceve dalla strada la divide con la seconda: a illuminare la terza ci pensa l'_omnibus_, il quale ha per soffitto una invetriata su cui sovente i gatti del vicinato amano di andare a passeggiare con le loro innamorate.

Tre specchi, quattro quadri raffiguranti alcune vedute di Venezia, opera di Ippolito Caffi, e un orologio, che potrebbe gareggiare in precisione col più esatto cronometro ginevrino se disgraziatamente oltre al tic e tac non avesse di quando in quando anche il tic di suonare il mezzogiorno verso le cinque pomeridiane, adornano la prima stanza; due specchi e sei quadri decorano le pareti della seconda; la terza invece si accontenta di avere per suo abbellimento un solo specchio ed un busto di gesso, il quale, poveretto, non è mai riuscito a sapere chi egli sia.

Una ridente veste di esilaranti pitture ricopre per tutta la lunghezza le mura dell'_omnibus_. A chi le guarda dovrebbero far credere, anche nelle più rigide serate dell'inverno più crudo, di trovarsi in un delizioso giardino fra il cui verde fogliame illuminato e riscaldato dal sole primaverile s'aprano, imbalsamando l'aria coi loro profumi inebrianti, centinaia e centinaia di rose di ogni forma e colore; ma, purtroppo, nessuno fra quanti ora si siedono nello stanzino presta più fede alla finzione. E non vi crede più nemmeno il padrone del negozio: difatti egli ha ficcato un chiodo nel cielo azzurro sopra al roseto e vi ha impiccato un orologio, che in tutte le sue ore è sempre in lite con quello della prima stanza. Ma alla discordia dei due orologi i frequentatori della bottega ci badano poco, perchè per essi il tempo non ha valore. Dice una antica massima inglese: il tempo è moneta. Se la massima oltre all'essere antica ed inglese fosse anche vera, Dio mio! chi mai saprebbe calcolarlo il numero dei milioni che si sciupa in capo all'anno nell'«Antico Caffè Greco»?

Dietro all'_omnibus_ sta il bancone del negozio, e sul bancone, chiuse in una specie di gabbia, vi sono le paste. Esse si distinguono in due categorie: semplici e composte. Le semplici valgono un soldo l'una, e se il loro aspetto è alquanto modesto non sono per ciò meno buone di quelle composte, le quali costano due soldi, e spesso hanno le loro forme esuberanti rivestite di un manto di colori così vivaci da vincere al paragone il più variopinto pappagallo che abbia mai passeggiato e chiacchierato su le lontane rive dell'immenso Orenoco. Del resto tanto le une quanto le altre passano la vita, non breve, lungi da qualunque umano contatto nella loro dolce prigione dalla quale non desiderano di allontanarsi: difatti, se talvolta, per caso, la gabbia ove sono rinchiuse rimane aperta, esse non si muovono, perchè sanno, per dolorosa esperienza, che se ne uscissero vi tornerebbero indubbiamente con l'epidermide graffiata, con le carni ferite, con le ossa rotte.

Un giovane scultore tutte le volte che entrava nella bottega soleva chiedere al cameriere caffè e paste, e questi, secondo il costume del locale, glie ne portava tre in un piattino. L'alunno di Fidia, appena il cameriere si allontanava, con una operazione rapidissima, in cui egli sapeva mettere tutta la sua abilità di modellatore eccellente, dalle tre paste faceva uscire una quarta e se la mangiava; beveva il caffè che qualche volta pagava, e le paste con un pretesto o con l'altro le rimandava sempre indietro.

Non dico poi che cosa accadesse di solito a certe paste le quali, per loro disgrazia, avevano la pancia rigonfia di crema. Come uscivano dalla gabbia vi rientravano sempre con la pancia vuota: e il loro padrone, prima di andarsene a letto, doveva nuovamente e pietosamente tornare a riempirle di panna. Stanco alfine di compiere ogni sera cotesto delicato lavoro sospese la fabbricazione delle così dette bombe alla vainiglia. Pure, bisogna dirlo a sua lode, benchè all'onest'uomo il fabbricar dolciumi abbia ognora fruttato molte amarezze egli continuò sempre a stampar paste, seguendo in tutto e per tutto, per la forma e il peso, per le dimensioni e i colori, i semplici, leali e diritti procedimenti dei suoi antecessori; al punto che se oggi, nell'anno di grazia mille ottocentonovanta, le vaghe e imbellettate dame di qualità, seguite dai vezzi dei cicisbei e dai madrigali degli abati, potessero tornare nella bottega di via Condotti, io credo che oggi, come allora, vi troverebbero le stesse paste.

Vi meravigliate forse nel sentirmi parlare di dame di qualità, di cicisbei, di madrigali e di abati? Ma il Caffè Greco non è venuto al mondo oggi; e tutti sanno come in sui primi anni della seconda metà del settecento abitasse già in via Condotti. Questo lo sanno tutti; ma, purtroppo, la data esatta della sua nascita, come quella della fondazione di Ninive, di Babilonia e di Memfi, non la conosce nessuno: però, come fortunatamente ognuno sa che Memfi, Babilonia e Ninive furono fondate da Nino, da Belo e da Menete, così tutti noi possiamo andare orgogliosi di sapere che il Caffè Greco fu messo al mondo da un greco, il quale, a quanto si legge nelle pagine di un vecchio registro della parrocchia di S. Lorenzo in Lucina, si chiamava Nicola della Maddalena.

L'infanzia del Caffè non fu troppo lieta, e il suo babbo dopo di averlo tenuto parecchi anni, ricavandone non grandi utili, lo cedette a un tal Carnesecchi, il quale, anche lui, dopo di averci speso molto e guadagnato poco, lo diede a un certo Salvioni.

Venuto nelle mani del Salvioni il Caffè, passando da un padrone all'altro, era anche passato dall'infanzia all'adolescenza: le vecchie vesti non s'addicevano più al suo nuovo stato, e il buon uomo lo fece ricoprire di pitture da un certo Maderno, e lo corredò di nuova mobilia. Tutto bene; ma il povero Caffè, anche così rinnovato e abbellito, seguitò a tirare innanzi la vita stentatamente come il suo padrone. Questi però non pensò mai di abbandonarlo. E di non averlo abbandonato non ebbe davvero a pentirsi; poichè coll'avanzar degli anni la bottega fondata dall'uomo di Levante, uscendo finalmente dall'adolescenza debole e malsicura ed entrando in una virilità gagliarda e prosperosa, seppe così ben ricompensare il suo padrone di Ponente da assicurargli, se non la ricchezza, un'agiatezza invidiabile.

La gratitudine, questa dolcissima catena i cui anelli una volta arrivavano perfino a stringere con legami di benevolenza un Caffè che riceveva un benefizio al padrone che glielo aveva fatto, chi me lo sa dire dove si trova più ai giorni nostri?

La cosa da cui il Caffè Greco trasse i mezzi per poter rimunerare con buona moneta sonante il suo benefattore fu giusto appunto quella da cui tutta l'Europa ebbe tanti dolori: il Blocco continentale.

Le strade nelle quali si diletta di camminare la Provvidenza per assettare i cosi ed i casi di questo mondo, facendo quasi sempre il bene degli uni col male degli altri e viceversa, sono davvero incalcolabili! Chi mai lo avrebbe pensato che essa per favorire l'umile bottega di via Condotti si sarebbe servita di Napoleone, dettandogli a Berlino, nel novembre del 1806, quel decreto dal quale egli doveva poi esser messo sulla via di Sant'Elena? Eppure fu così. Il decreto famoso, vietando ogni commercio ed ogni corrispondenza fra il Continente e le Isole Britanniche, fece salire i prezzi dei così detti generi coloniali a tale altezza che gli uomini più alti, anche rizzandosi sulle punte dei piedi, non arrivavano a toccarli: il caffè, quando se ne trovava, valeva uno scudo alla libbra, e i caffettieri romani non sapendo più quali cose mettere a bollire nelle cogome, invece dei semi della coffea arabica, ci mettevano i ceci, i fagiuoli e le castagne di Ciociaria.

Il Salvioni ebbe una idea felicissima da cui derivò la sua fortuna: rimpicciolì di un terzo la misura delle tazze che, ricolme della aromatica bevanda, nella sua bottega valevano allora due baiocchi e mezzo, e per cinque le offrì ai suoi avventori ripiene di vero caffè. Più tardi, cessato il Blocco, il galantuomo tornò a riempire, sempre di caffè eccellente, per due baiocchi e mezzo le antiche tazze; gli avventori vecchi non si mossero; i nuovi, chiamati in gran numero dalla sua idea felicissima, non se ne andarono, e la fama del Caffè Greco fu assicurata. E via via arricchitosi di nuove stanze, ornatosi di altre pitture e confortato da sempre maggior numero di frequentatori procedette sicuro e tranquillo per la sua strada gloriosa senza mai più incontrare ostacoli sul suo cammino; e pur vedendo intorno a sè mutarsi e rimutarsi tante e tante parti della terra, salire e discendere dalla cattedra di S. Pietro tanti pontefici, apparire e sparire dalla scena del mondo tanti re e imperatori, sorgere e tramontare tante rinomanze e nascere e morire tanti suoi colleghi, il vecchio Caffè romano, in mezzo a così immenso, tumultuoso, tragico e comico avvicendarsi di uomini e di cose, se pur talvolta fu obbligato a cangiar padrone, non cangiò mai bandiera e rimase ognora un Caffè onesto e morale.

Onesto? Eh, il caffè col quale conforta lo stomaco dei suoi frequentatori odierni... e notturni costa tre soldi alla tazza, nè più nè meno di quanto costava ai bei tempi in cui ebbe l'alto onore di essere visitato da Ippolito Taine, il quale, nel suo _Voyage en Italie_ così scrive, rammentandolo: _C'est une longue pièce, basse, enfumée; point du tout brillante ni coquette, mais commode. Il est vrai que presque tout y est bon et à bas prix; le café, qui est excellent, coute trois sous la tasse_.

Dal 1864 molte cose son cambiate su tutti e sette i Colli; ma nella bottega di via Condotti il prezzo del caffè è rimasto inalterato a tre soldi la tazza.

E come nè il desiderio smodato di maggiori guadagni nè l'avidità di laute ricchezze ebbero mai la potenza di far alzare al Caffè Greco quei bassi prezzi di cui parla il Taine, così nessuna cosa al mondo ebbe mai la forza di farlo uscire da quel diritto sentiero di moralità austera nel quale camminò sempre, sorretto e seguìto dalla sua virtuosa clientela. Altri Caffè sursero a centinaia intorno a lui e cercarono coi lenocinii delle forme, con gli splendori abbaglianti delle lumiere e con gli adescamenti lascivi delle cantatrici e dei mimi, di attrarre nelle loro sale un numero sempre maggiore di frequentatori; ma il Caffè Greco, ah no, mai si abbassò a tanto, e rimase ognora, mi è caro il ripeterlo, un Caffè onesto, morale e a tre soldi.

Ma a queste tre qualità, già più che sufficienti da sole ad assicurargli la stima e il rispetto di ogni uomo dabbene, esso ne può aggiungere un'altra onorevolissima: quella di essere stato anche un Caffè liberale e della vigilia, difatti i sentimenti del suo amore per la libertà, se pure non si vuol tener conto delle prediche che, a quanto afferma l'Ojetti, Ennio Quirino Visconti vi faceva fra il 1797 e il 1799, risalgono, almeno a quanto io ne so, al 1831; poichè fu appunto in uno di quei moti scoppiati qui in Roma in quell'anno, i quali se furono non tutti belli nè di grande importanza, servirono tuttavia ad educare gli animi alla virilità dei sacrifici, fu proprio in uno di quei moti che il Caffè Greco manifestò coraggiosamente la sua fede nell'idea liberale.

La rivoluzione dei Ducati s'era già propagata nello Stato Pontificio, e già durante i pontificati di Leone XII e di Pio VIII, erano avvenute qui fra il Vaticano e il Quirinale sollevazioni e ribellioni, più o meno sanguinosamente represse dalla polizia, quando parecchi artisti romani, alcuni pensionati dell'Accademia di Francia e qualche medico dell'ospedale di S. Spirito, per reagire contro le inquisizioni, gli arresti, le condanne, le delazioni, le proscrizioni e i supplizi che rendevano la vita intollerabile, decisero di assaltare una caserma di granatieri, in piazza Colonna, precisamente nel piano terreno di un vasto edificio ove era l'archivio pubblico e dove fu poi costruito il portico di Vejo. Per mettere in esecuzione il loro ardito disegno essi scelsero una sera di carnevale: una sera in cui nel palazzo Piombino si festeggiava il matrimonio di Costanza Boncompagni col Duca di Fiano.

All'ora stabilita, quei pensionati dell'Accademia francese che avevano giurato di pigliar parte alla non facile impresa, scesero al Caffè Greco e vi trovarono i romani ai quali all'ultimo momento s'erano uniti taluni romagnoli: quivi, secondo quanto io appresi da un vecchio frequentatore della bottega, il quale mi raccontava di essersi trovato presente al momento solenne, i francesi, i romani e i romagnoli prima si abbracciarono e baciarono ripetutamente a vicenda e poi usciti dal Caffè, in silenzio, si diressero verso piazza Colonna, dove altri congiurati, quasi tutti popolani, stavano ad aspettarli.

Uno scultore, un certo Lupi, figlio di un medico di Santo Spirito, guidava gli artisti. Egli, sempre a quanto mi narrava il mio vecchio amico, ci vedeva poco e camminava appoggiandosi a un suo compagno; e quando arrivò in piazza Colonna disse alla sua guida di condurlo quanto più potesse accosto alla sentinella di piantone sulla porta del quartiere, e appena questa ve l'ebbe condotto, il Lupi tirò un colpo di pistola al soldato. Altri colpi di pistola risuonarono qua e là nella piazza; e mentre la gente radunata sotto alle finestre illuminate del palazzo ove celebravasi la festa nuziale fuggiva in preda allo spavento, un gruppo di congiurati balzò fuori dalla penombra che velava il vicolo Cacciabove, e gridando: _Viva Filippo Primo!_ corse verso la caserma esortando i granatieri a non pigliare i fucili; ma questi li presero, li spianarono contro i ribelli, e spararono.

Il Lupi sanguinante per una ferita non grave fu arrestato subito; la maggior parte degli altri riescì a salvarsi con la fuga, e due soldati rientrarono nel quartiere feriti leggermente. Chi pagò per tutti fu il povero portiere di casa Piombino, il quale mentre si affrettava a chiudere il portone del palazzo fu colpito da una palla, stramazzò in terra, e non si alzò più.

Nei giorni seguenti la polizia essendo venuta a sapere qual parte avessero avuto gli artisti nella zuffa, ne mandò qualcuno a villeggiare in Castel S. Angelo, e ordinò ai carabinieri di sorvegliare la bottega di via Condotti. Ma non per questo i liberali smisero di frequentarla. In quei giorni i pensionati dell'Accademia francese s'univano spesso ai confratelli italiani, massime con quelli di fede liberale, e questi li accoglievano sempre a braccia aperte, anche perchè, qualora ce ne fosse stato bisogno, sapevano di poter trovare presso di loro aiuti e protezioni contro le insidie poliziesche: l'Accademia di Francia allora godeva del diritto di asilo, ed era vicina al Caffè Greco.

L'_entente cordiale_ fra gli artisti nostri e quelli francesi continuò strettissima per molti anni, poi venne a poco a poco allentandosi finchè nel 1849 si spezzò violentemente. Mentre le bombe dell'Oudinot piovevano su Roma, un pensionato dell'Accademia commise la grande imprudenza di entrare nella bottega di via Condotti, e quella anche più grande di entrare in una discussione che alcuni tenevano sugli avvenimenti del giorno, e, poveraccio, finì con l'uscire dalla discussione e dal Caffè portandosi via due solennissimi schiaffi datigli da un certo Casciani, un pittore romano, il quale sapeva adoperare le mani meglio dei pennelli.

Ristabilita la dominazione pontificia, di quando in quando, qualcuno dei pensionati francesi rientrò nelle stanze del Greco, è vero; ma ormai il legame che univa l'Accademia di Francia alla bottega di via Condotti s'era spezzato, e un po' per le vicende politiche e un po' per altre ragioni bene bene non si riallacciò più mai. Invece i legami fra la bottega famosa e i liberali nostri divennero sempre più stretti, poichè con l'avanzar degli anni la maggior parte di coloro che venivano in Roma dalle diverse provincie, o per scopo di propaganda o per altri motivi, preferì sempre agli altri luoghi di ritrovo il Caffè Greco. Si capisce facilmente come a costoro, che di solito giustificavano la verità dei loro nomi falsi con passaporti americani, inglesi, maltesi o di altre parti del mondo, tornasse comodo di darsi per artisti e di intrufolarsi fra i frequentatori di un luogo il cui pubblico in massima parte era composto di stranieri. Gli sbirri, è vero, talvolta visitavano la bottega nonchè le tasche degli avventori, ma prima di andare più in là ci pensavano due volte e anche quattro, perchè temevano, in caso di un errore, di dover poi fare i conti con le diverse ambasciate, i quali conti, dopo somme non indifferenti di rimostranze e di rabuffi, finivano sempre, dopo procedimenti lunghi e fastidiosi, con un totale di scuse umilianti che la polizia pontificia era costretta a fare ai rappresentanti dei governi esteri. Per questo dunque la bottega del Greco divenne uno dei ritrovi più favoriti dei liberali; e negli anni vicini al 1870 servì spessissimo come luogo di riunione per cospirazioni o per la preparazione di moti e di imprese patriottiche di ogni genere.

Giuseppe Monti, quando fu invitato ad unirsi a Gaetano Tognetti per esplorare i sotterranei della caserma Serristori e poi collocarvi i barili di polvere necessari a far crollare una parte dell'edificio, alle esortazioni assidue di chi lo istigava ad assumersi la difficile e perigliosa fatica rispondeva sempre: — Ma io ho moglie! Ho un figlio che non ha ancora due anni! Questo lavoro che mi chiedete di fare non potrebbe esser fatto da un altro? — Per sua disgrazia era scritto che il lavoro funesto dovesse farlo proprio lui! E una sera, alcuni ideatori di quel programma d'insurrezione; il quale, se doveva dare alla storia del nostro Risorgimento i due gloriosissimi episodi di Villa Glori e del Lanificio Ajani, doveva anche, purtroppo, interamente fallire, per indurre il Monti ad unirsi al Tognetti, lo condussero nel Caffè di via Condotti, dove, fra le molte persone ivi raccolte, gli indicarono un signore (Leone Vicchi vuole che fosse il Castellazzo) seduto incontro a loro a un tavolino presso il quale era altra gente, e poscia che glie lo ebbero qualificato come un personaggio di grande importanza, mandato qui dal Rattazzi per dirigere la ribellione destinata ad aprire all'Italia le porte di Roma, gli dissero: — Vedi, se tu accetti di fare quanto ti si chiede, comunque vadano le cose, puoi essere sicuro di non avere niente da temere, perchè il governo italiano non ti abbandonerà mai, e quel signore ti darà sempre tutto quello di cui avrai bisogno per sistemare stabilmente l'avvenire tuo, della tua moglie e del tuo figliuoletto. — Il Monti che era un povero muratore e sosteneva la sua famiglia lavorando a tanto la giornata in una delle prime case che sorgevano in via Nazionale, tracciata allora allora dal De Merode, prima di impegnarsi tentennò ancora; ma alfine, soppraffatto dalle molte parole e forse ammaliato dalle promesse lusinghiere, uscì dalla bottega accettando di unirsi al Tognetti e di eseguire insieme con lui quanto gli domandavano.

L'indomani, lo portarono con molta cautela in una casa in via del Pantheon ove ritrovò il gran personaggio da lui visto la sera innanzi al Caffè Greco, e glielo fecero giurare solennemente. Povero Monti! Superando ostacoli e difficoltà inenarrabili, egli quanto aveva giurato di fare, lo fece, e finì col lasciare, unitamente al suo compagno, la gioventù e là vita su le tavole insanguinate di un patibolo.

Ma la bottega di via Condotti, negli anni vicini al 1870, fu per i liberali qualcosa di più di un luogo di riunione; poichè essi ogni qualvolta ne avessero avuto bisogno erano sicuri di trovarvi in tutte le ore qualcuno pronto, dietro certi segnali di riconoscimento stabiliti, a ricevere notizie urgenti, a dar loro ordini e consigli o, se fosse necessario, a metterli in contatto coi capi del «Comitato di azione».

Fra le molte testimonianze da me raccolte, le quali confermano la verità di quanto io dico, mi basta riferirne una sola.

Anni addietro, trovandomi in Udine, ebbi la fortuna di conoscere colà Giusto Muratti, uno dei Settanta di Villa Glori; e spesso nelle mie escursioni nel Friuli mi rallegrai di averlo compagno caro, indimenticabile, e guida preziosissima. Quasi sempre, mentre trottavamo lungo le strade e i sentieri della dolce campagna friulana, io desiderando vivamente di sentire narrare da lui qualcuno degli episodi gloriosi del nostro Risorgimento, a cui egli aveva dato tanta parte della giovinezza, gli rivolgevo qualche dimanda; ma per quella repugnanza che han sempre gli uomini d'azione, quando hanno veramente e disinteressatamente agito, a parlare di se stessi, schivava di rispondermi: e se talvolta si piegava alle mie insistenze vi si piegava in modo così breve da farmi perdere la voglia di più dimandare.