Prose (1880-1890)

Part 15

Chapter 153,798 wordsPublic domain

Il nuotatore che nuota lo si riconosce subito: quasi sempre indossa, quando lo indossa, un costume molto scostumato: è l'amico di tutti, saluta tutti, e scherza volentieri con tutti, massime con quelli che non hanno nessuna voglia di scherzare; conversa ad alta voce e in gergo coi «capannari»; stringe la mano e dà del tu al maestro di nuoto; organizza merende all'aria aperta e banchetti all'aria chiusa, mette sù barchettate ai Polverini e partite di pesca nell'Aniene; e parla continuamente dell'Albero Bello, una parte del Tevere, fra ponte Milvio e Ripetta, malamente famosa per i molti suoi mulinelli vortici e gorghi pronti ad inghiottire i nuotatori inesperti. Egli appena entra nell'onda esce subito dalle «Capanne», e il suo bagno se lo va a pigliare nel bel mezzo del fiume ove fischia, canta e schiamazza affinchè tutti possano ammirare la sua forza e la sua destrezza nei più difficili esercizi del nuoto; ma se mai rimane nel «capannone» _arranca_ sempre, cioè va sempre contro corrente.

Il nuotatore che non nuota, invece, come si può facilmente pensare, è la perfetta antitesi del nuotatore che nuota. Egli, benchè faccia sempre le sue evoluzioni natatorie _indove ce se tocca_, è sempre inappuntabilmente vestito di un costume irreprensibile; parla poco, è timido, è sospettoso, non dà confidenza a nessuno, e non accetta scherzi, specialmente nell'acqua; e quando entra nel «capannone» gli si sviluppa in tutto il suo essere una simpatia straordinaria per i pali, tant'è vero che appena ne vede sorgere uno rigido e muto dall'onda sonora e corrente, si sente immediatamente attratto verso di lui da una forza irresistibile; gli si avvicina, se lo stringe al petto e non lo lascia più. Ma per solito il nuotatore che non nuota il suo bagno se lo piglia di nascosto, solo, in una «capannella» fischiando quasi sempre la romanza più in voga.

Ai nuotatori che non nuotano bisogna aggiungere gli _apprendisti_, ossia quei tali frequentatori delle «Capanne», i quali, pur non avendo nessuna attitudine al salutare esercizio del nuoto, cercano in tutti i modi di ottenere con la volontà quello a cui la natura li ha irremissibilmente negati. Ve ne sono di tutte le età e di tutte le condizioni: vecchi venerandi dalle lunghe barbe fluenti e giovinetti di primo pelo, capi divisione nei pubblici ministeri e studenti di quarta ginnasiale, signori e poveretti, uomini di guerra e uomini di pace, professionisti e artigiani. La prima caratteristica dell'_apprendista_ è quella di amare, almeno fino a quando rimane nell'acqua, il prossimo suo più di se stesso. Difatti l'attaccamento da lui sentito per il suo simile diviene in certi momenti così allarmante da far ripensare a quella massima dello Schopenhauer che dice: — Se l'uomo conoscesse i pericoli che provengono dall'attaccamento, se ne andrebbe a vivere nella foresta, solo, come un rinoceronte.

Del resto gli _apprendisti_ per lo più si attaccano tra loro; poichè nel «capannone» non ci vanno mai a uno a uno, ma sempre a due a due come i frati minori e le monache maggiori, come le guardie di pubblica sicurezza e i reali carabinieri, e come le uova al tegame: e una volta nell'acqua si consigliano, studiano, non apprendono e bevono.

La quantità di Tevere che essi son capaci di ingurgitare durante i loro studi natatorii è incalcolabile; tanto incalcolabile che se il Nestore e la Chiana, il Topino e la Paglia, la Nera e l'Aniene finissero di soccorrerlo con le loro linfe abbondanti, io credo che il nostro povero vecchio Tevere finirebbe col seccarsi.

Ma prima che egli si secchi, e prima che vi secchiate anche voi, sarà bene di rammentare, sia pure brevemente, due altri gruppi di frequentatori delle «Capanne»: quello dei cacciatori i quali portano con loro i proprii cani per risciacquarli nelle acque tiberine, e quello di quanti vanno alle «Capanne» per diventar neri. Questi per lo più amano la solitudine: se posseggono una barchetta sono capaci di risalire il fiume per ore ed ore, vogando; se non posseggono la barchetta nè un amico a cui chiederla in prestito, si scelgono un luogo della sponda ove il sole batte più rovente, si stendono su l'arena torrida, e nuotando nel proprio sudore, rimangono lì a crogiolarsi in una specie di torpore stupido, dal quale non si destano se non per accertarsi del progresso del loro annerimento. I cacciatori invece amano la compagnia, non più dei proprii cani, s'intende; ma l'amano, e amano anche di chiacchierare. Difatti, mentre si spogliano, non la finiscono più di parlare di quaglie, di starne, di pernici, di lepri, di cignali e di caprioli, punteggiando i lunghi discorsi con certi _bum-bum_ che fanno trasalire dallo spavento la guardia municipale la quale, dormendo su una sedia, vigila sempre per conto del municipio sulla moralità dello stabilimento; e quando si sono spogliati si mettono a insaponare e a lavare i loro cani sulla riva bollente sotto il tormento del sole ardentissimo. Qualche volta però il sole produce i suoi effetti! Io ricordo di aver visto coi miei occhi mortali uno di cotesti cacciatori che dopo di avere insaponato e ben bene risciacquato il suo cane pretendeva niente di meno che la povera bestia imparasse a fare il _braccetto_.

* * *

Dopo di esser uscito fuor del pelago alla riva, di aver guatato l'acqua perigliosa e gialla e di essersi bene asciugato, il nuotatore che si rispetta, prima di rivestirsi, per risvegliare col moto il calore nelle sue membra infreddolite dal bagno, giuoca una partita a morra. La partita viene giuocata in due e più spesso in quattro, e il premio del vincitore, o vincitori che siano, è sempre un bicchierino di un certo liquido giallognolo imprigionato in una bottiglia nera ed antica, la quale, forse in un tempo assai lontano, ospitò fra le sue fragili pareti di vetro un litro di quel vino bianco scelto e aromatico a cui il Rigutini e il Fanfani danno il nome di vermutte.

I frequentatori delle «Capanne» il liquido giallognolo lo chiamano arnica.

Una volta i vincitori della morra solevano aggiungere all'arnica qualche pagnottella imbottita o qualche croccante amaretto che un vecchio storpio a cui avevano dato il nome di Spillman, cioè il nome del più famoso fra i pasticcieri romani, difendeva accanitamente dalle mosche agitando di continuo una verghetta flessibile sul cui vertice ondeggiava un fiocchetto minuscolo di carta velina; ma adesso il povero storpio, dopo di aver perduto ogni speranza di vedersi onorato in modo soddisfacente dagli ambiti comandi della sua rispettabile clientela, sulle rive del Tevere non ci viene più, e i bevitori di arnica alla pagnottella e al croccante ci han dovuto rinunziare.

Povero Spillman! Dove sarà andato ora a vendere i suoi dolciumi?

Le ultime volte che venne alle «Capanne», sebbene si sforzasse a dissimularlo, era di un umore assai nero. Vedendo che ogni giorno la sua clientela rispettabile si allontanava sempre più da lui, presentiva l'avvento del giorno fatale in cui egli avrebbe dovuto a sua volta allontanarsi da lei.

— Come va? — gli domandavano al vederlo; e lui, sostenendo a fatica sul petto la canestra dei dolci, mentre si avvicinava alla scrivania del proprietario dello stabilimento accanto alla quale era solito di mettersi a sedere, rispondeva, alzando gli occhietti verdastri verso il tetto delle «Capanne»: — Ringraziamo il Signore! — E, dopo di aver ringraziato il Signore, posava la canestra sur una sedia e aspettando invano gli ambiti comandi dei signori bagnanti incominciava a _caccià' le mosche_.

Un giorno un «capannaro» molto intelligente gli manifestò il dubbio che forse i bevitori di arnica non si avvicinavano volentieri alla canestra perchè erano impensieriti dalle troppe mosche che ci volavano sopra, e gli suggerì di coprirla con un velo.

Spillman trovò il suggerimento molto ragionevole e difatti la mattina appresso adornò le pagnottelle imbottite e i croccanti amaretti di un velo candidissimo simile a quello con cui quel dolce di Calliope labbro, prima di renderlo in grembo a Venere celeste, adornò Amore, nudo in Grecia e nudo in Roma; ma i signori bagnanti pur ammirando la leggerezza del velo e approvando senza riserve il mezzo ingegnoso col quale egli aveva saputo difendere la sua pasticceria dagli oltraggi dei ditteri fastidiosi, i quali, se è vero quel che dice Plutarco, venivano adorati dagli Acarnani, di pasticceria ne comperarono poca. Allora il «capannaro» che prendeva sempre molto a cuore le tribolazioni del povero Spillman, anche perchè alla fine della giornata soleva riscuotere una piccola percentuale sui meschini incassi del pasticciere, vedendo come il velo non avesse raggiunto gli effetti sperati, lo consigliò di unire ai dolci, articolo di vendita dubbia, un articolo di esito certo: il sapone. E gli disse: — _La pasticceria, sì, è un genere bellissimo; però si nun se venne subito s'inacidisce e bisogna buttalla; ma er sapone, no. Er sapone è sempre sapone e sfida li secoli peggio der travertino. Dunque?_

— Proviamo! — mugolò lo stroppiato, e qualche giorno dopo mise accanto alle pagnottelle e ai croccanti due dozzine di saponette rosse, gialle, verdi e turchine, le quali, non solo promettevano di essere più dure del travertino, ma facevano venire la colica soltanto a guardarle.

E fu proprio allora, quando vide sfondarsi tutte le speranze da lui fondate sul felice esito delle saponette, che il disgraziato mi dimostrò come col racconto della sua vita il poeta Dante Alighieri avrebbe potuto scrivere un romanzo di Perino.

Era, ricordo, un tepido e luminoso pomeriggio di agosto. I passeri cinguettavano sul tetto delle «Capanne». Una luce quieta e dorata, traversando i giunchi e le cannucce fesse delle stuoie, scendeva dall'alto a rallegrare le acque bionde del fiume; e di quando in quando qualche barchetta nera radendo la sponda limacciosa, ombreggiata dalle acacie verdi fra i cui rami frondosi strillavano le cicale, passava adagio adagio lasciandosi dietro, oltre al rumore tenue e cadenzato dei remi, una frangia d'oro vaghissima.

Mentre i passeri cinguettavano, le cicale strillavano e le barchette passavano, lo stroppiato, volgendo di tratto in tratto gli occhietti verdastri e rassegnati verso le saponette invendute, mi confidò che egli era nato negli agi e mi disse che essendo rimasto orfano di pochi anni venne affidato alle cure di un tutore il quale a poco a poco gli mangiò tutto il suo avere. Uscito appena dalla adolescenza il meschino fu colpito da una grave malattia: riavutosi si trovò solo e costretto a dover risolvere giorno per giorno, ora per ora il difficile problema della esistenza. Provando e riprovando lo risolvette mettendosi a fare il materassaio. Dopo di avere impuntito non so più quante migliaia di materasse, si impiegò nella «Nettezza Urbana», e per qualche tempo, secondo quel che mi disse, campò «portando via la nettezza dalle case». Alfine, dopo di avere esercitati parecchi mestieri, uno meno rimunerativo dell'altro, cercando di sbarcare il suo lunario, sbarcò, dopo molte tempeste, in una bottega di pasticciere, e gli riuscì di mettere insieme, fra un pasticcio e l'altro, un modesto peculio. Se la passava discretamente bene quando per sua disgrazia gli venne in capo l'idea di voler aggiungere alle dolcezze dei pasticci anche quelle del matrimonio, e si ammogliò. La moglie, passato qualche mese, gli morì ed egli stesso cadde gravemente ammalato. I pochi quattrini messi insieme con tante fatiche se ne andarono in medicine, e lo sciagurato quando dopo lunghe sofferenze ritrovò la salute perdette l'uso delle gambe; e allora, non potendo quasi più camminare, divenne pasticciere ambulante: si legò al collo con una cordicella un paniere di vimini; l'empì di robe dolci, e reggendosi a stento sulle cianche rattrappite, incominciò a strascicare amaramente la vita per le vie dolorose del mondo nella speranza di trovarci gente allegra e festante, disposta a comperare e a gustare dolciumi.

Povero e caro Spillman dove sei ora con le tue pagnottelle, coi tuoi croccanti e con le tue saponette? Chi potrebbe dirlo? Quello però di cui tutti son certi è che le «Capanne» con la tua partenza han perduto il più buono e più simpatico dei loro frequentatori; e quello che io posso dire è che il ricordo dei tuoi croccanti mi resterà sempre dolce nella memoria. Ma, se hai creduto bene di andartene, è inutile di starsi a rammaricare; tanto più che oramai, qui sulle due belle nostre rive del Tevere, noi ci siamo assuefatti e rassegnati da tempo a vedere che tutto se ne va. Tutto! Non soltanto i tuoi croccanti amaretti, le tue pagnottelle imbottite e le tue saponette rosse, gialle, verdi e turchine, caro e povero Spillman; ma le usanze e i costumi, gli abiti e le abitudini, i giuochi e le feste, i gesti e le parole, i giardini e le ville, le mura e i palazzi, le strade e le botteghe, gli alberi e le torri, le Porte e i monumenti. Tutto!

E fra non molto, ahimè!, dovranno andarsene anche le «Capanne»; scacciate dai muraglioni, bianchi, monotoni e uggiosi dei Lungo Tevere, i quali tra poco si metteranno a sedere sulle sponde boscose e pittoresche del nostro bel fiume biondo ed antico, per non rialzarsi mai più, dovranno andarsene anch'esse.

E poichè tutto se ne va, poso la penna e, per non restar solo, me ne vado anch'io.

IL MIO PELLEGRINAGGIO

— Ma lei ci vada — mi disse la signora Ermelinda, un'affittacamere che da molti anni mi onora della sua benevolenza, — ci vada, e vedrà che quando ritorna non avrà parole per ringraziarmi. Ecco il biglietto. Ma faccia presto, corra, altrimenti non arriverà in tempo.

Presi il biglietto, scesi in istrada, salii su una vettura e dissi al vetturino: — A San Pietro!

* * *

Il vetturino, appena il cavallo si muove, incomincia subito a chiacchierare, e fra una frustata e l'altra mi descrive diffusamente le antiche funzioni papali, mi partecipa le ultime notizie della salute di Coccapieller, mi _spiega l'interno de Castel Sant'Angelo_, avvertendomi che si può anche chiamarlo _la mola adriana per via che è tonno_; e quando entriamo in piazza Rusticucci, indicandomi con la punta della frusta _la più gran cuppola dell'Umanità_, mi dice sorridendo come se pregustasse la mia sorpresa: — _La vede quella palla che de quaggiù a lei gli pare un merangolo? Be', lì drento per sua regola sappia che ci vanno non meno di sette persone._

— Ma davvero?

— _Non meno_. — ribadisce il vetturino; poi, felice della mia sorpresa accennando, sempre con la punta della frusta, le due fontane in mezzo alle quali passiamo, continua: — _E queste due fontane le vede? Sono due bellissime fontane perenne che le fece fare Sisto Quinto assieme all'obilisco di Nerone: e dice la storia che quanno lui le fece vedere ar re de Napoli, er re de Napoli se crese che fossero finte e disse ar papa..._ Un cordone di bersaglieri impedisce alla vettura di poter andare più innanzi, ed io son costretto a lasciarla insieme a Nerone, a papa Sisto e al re di Napoli.

Mentre la lascio, il grande orologio del Valadier con la sua voce sonora mi avverte che sono le dieci e tre quarti. Non c'è tempo da perdere: e mi avvio a passo accelerato verso la Sagrestia, davanti alla cui porta ci trovo una folla di preti, frati, monache e seminaristi che si stringe addosso a due «sampietrini».

Aiutandomi coi gomiti mi faccio innanzi insieme ad alcune «figlie di Maria», e presento il mio biglietto a uno dei «sampietrini», il quale appena lo vede mi dice: — _Questo nun è bono_.

— Come? Non è buono?

— _No. Lei è un pellegrino e li pellegrini deveno entrà' dar Portone...._ — Sfido io!

— _...de bronzo_.

Vado al Portone di bronzo; colà mostro il biglietto a un gruppo di signori in abito nero e cravatta bianca, ed entro. Appena muovo i primi passi nel corridoio del Bernini, uno svizzero mi si avvicina e mi offre una crocetta di panno bianco e una breve carta su cui sono stampate le istruzioni per le udienze pontificie. Ringrazio il pronipote di Guglielmo Hötel, scendo nel vestibolo della basilica, saluto i miei due vecchi amici Carlo Magno e Costantino ed entro nel tempio.

Sotto alla colossale pila dell'acquasanta due gendarmi _cór bonettóne a pelo_ si appoggiano alle loro durlindane. I due putti giganteschi li guardano e sorridono. Alcuni pellegrini con le gambe aperte e con la testa bassa son fermi ad osservare e forse a leggere le iscrizioni che segnano sul pavimento la misura delle principali chiese d'Europa; altri, parlando a voce alta, passeggiano facendo stridere i chiodi delle scarpe sulle pietre lucide e perfino su quel porfido ove un tempo gl'imperatori venivano a farsi incoronare; ma la chiesa è vuota.

— Come mai? — domando a una guardia palatina.

— _Eh_ — mi risponde il pacifico armigero, guardandomi dall'alto in basso, — _che gli rimane di novo? Non lo sa che ne la gran grandezza tutto pare piccolo e che San Pietro pare sempre vòto? Lei giri e vederà si quanta gente incontra_.

Seguo subito il consiglio palatino: mi unisco a parecchi pellegrini sardi i quali camminano adagio adagio, fermandosi di quando in quando a guardare in alto con le bocche aperte, e arrivo alla Confessione ove c'è un brulichio di gente nera che le famose ottantanove lampade di Mattia De Rossi non arrivano a illuminare. Mentre sto ammirando una guardia nobile, che deve essere certamente molto più nobile di quello che pare, arriva un branco di pellegrini d'ambo i sessi guidato da un pretonzolo sul cui volto pallido brillano due cristalli incastrati in due cerchietti d'oro.

Egli appena si ferma alza subito un braccio verso una delle quattro colossali colonne di bronzo e incomincia a dire: «Questo, signori, è il famoso baldacchino del Bernini. Per costruire questa mole superba il grande artista impiegò un milione ottocento sessantatre mila trecento novantadue libbre di metallo e per dorarla spese quarantamila scudi; circa duecento mila lire della nostra moneta corrente».

I pellegrini manifestano coi gesti e con le parole la loro meraviglia, e il pretonzolo con la voce monotona, come se recitasse una lezione mandata a memoria, continua imperturbabile: «La mole superba che abbiamo dinanzi è alta ventotto metri; e il sommo pontefice Urbano ottavo la inaugurò nel giorno della festa di San Pietro nell'anno milleseicentotrentatre».

Arrivato all'anno milleseicentotrentatre il pretucolo si concede un attimo di riposo; poi girando lentamente intorno a se stesso sempre col braccio alzato ripiglia: «Le quattro statue colossali che lor signori vedono nelle nicchie dei quattro pilastri che sostengono la cupola rappresentano San Longino, Sant'Elena, Santa Veronica e Sant'Andrea. Nella loggia che sta sopra alla statua di Santa Veronica, nelle grandi festività, vengono mostrate alla venerazione dei fedeli le sagre reliquie che fanno sommamente venerabile questa basilica, la quale, oltre alla metà dei corpi dei santissimi apostoli Pietro e Paolo, possiede il santissimo Sudario, la lancia che trafisse il santissimo costato di nostro Signore, un gran pezzo della Croce su cui si compì la nostra redenzione, la testa ed un braccio di Sant'Andrea apostolo, una spalla di San Stefano protomartire, la testa di San Sebastiano, il corpo di Santa Petronilla figlia di San Pietro, ed oltre ad infinite altre reliquie, che sarebbe troppo lungo ora di ricordare, i corpi dei primi dieci pontefici».

Appena compiuta l'enumerazione del tesoro sagro posseduto dalla basilica vaticana, il pretonzolo fa un gesto brusco con la mano aperta come se volesse dire: sbrighiamoci!, e si mette a camminare a passo svelto verso il monumento di Alessandro settimo. Tutti lo seguono; ed io mi avvicino _ar Chiavettaro_, e, dopo di esser rimasto fermo un momento a guardare la gente che gli si accalca intorno per baciargli il piede, entro nella navata destra. C'è folla. Preti di tutti i gradi, frati di tutte le razze, monache di tutti i colori, contadini di tutti i paesi e pellegrini di tutti gli odori si ammassano sotto al sarcofago di Gregorio decimoquarto, ove, davanti a un panneggiamento di stoffe rosse orlate di una frangia d'oro, veggo biancheggiare da lontano la spalliera di una sedia e riluccicare la punta di qualche alabarda.

Ignorando il programma dello spettacolo mi rivolgo a un canonico e gli chieggo: — Scusi, reverendo, il papa...

— Sì, figlio, viene di qua. — mi risponde lui subito, senza neppure lasciarmi finire la dimanda.

— Ma ritarda! — esclama una donna.

Il canonico cava fuori la sua _saponetta_, se l'accosta all'orecchia, la guarda e aggrotta le ciglia. Sono le undici e tre quarti.

— _La ponctualité c'est la politesse des rois_. — mormora un signore, sorridendo.

— Sì, ma il papa non è più re, — osservo io.

Il canonico si inchina maestosamente e s'allontana.

E m'allontano anch'io per avvicinarmi a una bella pellegrina, seduta sul dorso marmoreo di una balaustra, nella speranza di poterle dire qualche cosa; ma ohimè prima che io le domandi: «Che vuoi dirmi in tua favella?» essa mi annuncia che il papa non verrà più con _le ventole_.

— Ma ne è proprio sicura?

— Sicurissima.

Per liberarmi dal dubbio angoscioso fermo un bellissimo «sediaro» roseo e paffuto il quale passa pavoneggiandosi nel suo vistoso abito cremisino e gli chieggo: — Scusi, è vero che Sua Santità non verrà più in sedia gestatoria?

— _Fijo mio_ — egli mi risponde alzando il mento e aprendo le braccia — _aveva da venì' in sedia; ma pare che abbia cambiato idea_.

— E allora come verrà?

— _In portantina_.

— Sarà sempre una bella cosa, però! — insisto io, e il «sediaro» inchina lentamente il capo assentendo; ma storce la bocca.

Dal fondo della navata viene un brusìo confuso: mi volto e veggo su la massa oscura e ondeggiante qualche cosa che brilla.

— È una croce? — domando.

— _Macchè croce! So' bajonette!_ — mi risponde subito una popolana alta come un granatiere; e una monachella piccola piccola che, poverina, per quanto provi a rizzarsi sulle punte dei piedi non arriva a veder nulla, commenta con una vocetta deliziosa: — _Si lei mi assicura che sono propio baglionette, allora vuol dire che viene lui._

Un rumore di voci bianche e nere, vicine e lontane esclamanti tutte insieme: — Viva il papa-re! Viva il santo padre! — e uno sventolìo prolungato di fazzoletti ci dicono che la monachella ha ragione.

Quando la calma e i fazzoletti rientrano nelle tasche e negli animi dei pellegrini, sotto le volte aurate della basilica enorme si fa un gran silenzio; ed io allungando il collo riesco a distinguere da lontano fra un gruppo di cardinali purpurei, di monsignori violacei, di guardie nobili rosse e di svizzeri multicolori, il sommo pontefice che si soffia il naso.

Dopo un po' ritorno ad allungare il collo e veggo ancora il papa, vestito di una mozzetta paonazza rallegrata da una ricchissima stola d'oro, volgersi con la persona magra ora a destra ora a sinistra, alzando e abbassando le braccia.

Le cose vanno per le lunghe, e intorno a me tutti si dolgono di non poter sentir nulla. Per fortuna la popolana, trovandosi in grado con la sua alta statura di arrivare a vedere qualche cosa, di tanto in tanto ci informa di quello che succede, e a un certo punto con la sua bella pronuncia armoniosa ci dice: — _Sapete? Er papa sta a fa' un bellissimo discorso; ma disgraziatamente la voce nun l'assiste!_

La monachella che fino ad ora, poverina, per quanti sforzi abbia fatto non è riuscita a poter vedere neppure un pezzetto di papa, abbassa gli occhi e sorride; e la popolana esclama: — _Ah, Pio nono! Quello davero era un sommo pontefice! Me ricordo che er giorno de la messa novella quanno s'affacciò a la loggia pe' dacce la benedizione inurbis e torbis disse un orèmuse che s'intese a Monte Cavallo._