Prose (1880-1890)

Part 14

Chapter 143,730 wordsPublic domain

— Allora guarda là, guarda là! — ripigliò il nostro compagno accennandogli una delle oleografie appese al muro, nella quale era volgarmente effigiata una battaglia garibaldina. Il mutilato si avvicinò lentamente alla oleografia e rimase immobile con la testa alta a guardarla. Mi accostai anch'io ad osservarla e avendo visto fra le figure dei combattenti quella di un frate, mi volsi al vecchio e gliela indicai.

— Oh — egli mi rispose subito, sorridendo — in Sicilia con noi ce n'erano parecchi. Poi, dopo un istante di silenzio seguitò: — Ne ricordo uno piccolo, nero, agile come una scimmia. Quando aveva caricato il fucile s'inginocchiava e recitava una preghiera: poi si alzava e _bum_! Un borbonico cadeva in terra. Tirava benissimo. Una volta gli chiesi perchè recitasse quelle orazioni prima di sparare, ed egli mi rispose: — Raccomando l'anima di quello che ammazzo.

Mentre il garibaldino parlava, sempre guardando l'oleografia, dalla porta spalancata venivano più che mai strazianti i gemiti dell'organino; poi s'udì una girandola di stonature e il suono cessò. Allora egli s'aggiustò sulla spalla la manica vuota della giacca, cavò fuori dalla camicia un piattino di stagno, e girò per la stanza a mendicare qualche soldo.

Quando mi tornò accanto non appena mi vide mettere la mano in tasca per trarne una moneta, ritirò prontamente il piattino e accennandomi con lo sguardo la pipa che avevo accesa allora mi disse a voce bassa: — Mi regali piuttosto da fumare.

— Ma il fumo non esclude l'arrosto — gli risposi; e gli diedi un po' di tabacco e pochi soldi.

Più tardi, seguendo la strada in riva al Brenta per andare a Fonzaso, rividi ancora una volta il vecchio che aiutato da un ragazzo trascinava un piccolo carretto sul quale era legato l'organino.

Egli mi riconobbe da lungi. Fermò il carrettino, corse al manubrio e riprese a suonare il _miserere_ del _Trovatore_. Lo salutai sventolando il cappello; lo risalutai ancora; poi entrammo tutti in un sentiero nell'ombra verde e trasparente di un bosco di querce e lo perdetti di vista.

* * *

Fra Valstagna e Fonzaso stanno i forti militari di _Fastro_ e del _Tombione_: nell'attraversarli facendo stridere i chiodi aguzzi delle scarpe su le lastre di ferro dei ponti levatoi, guardando le torri, dalle cui finestre s'affacciavano, sbadigliando i cannoni, io non potei fare a meno di ripensare a quei tempi beati quando _dugento fanti cum sui schioppetti over archibusi_, riparati in una meschina ridotta bastavano a fermare un esercito. E i _dugento fanti cum sui schioppetti_ mi accompagnarono fino alle porte di Fonzaso.

Oltrepassato il paese, sotto un gruppo di case, su la sponda del fiume Cismone, vidi da lontano una folla di contadini ferma attorno ad una carrozza su cui una figura ritta gesticolava energicamente. Credendo che fosse un ciarlatano il quale vendesse i suoi medicamenti specifici affrettai il passo. La figura ritta sulla carrozza era invece una povera pazza che veniva condotta via dal paese per esser forse rinchiusa in un manicomio. La poveretta, giovine e bella, urlava parole strambe, e agitando nell'aria le mani aperte, rideva, mentre copiose lacrime le colavano per le guance infiammate. I più vicini per chetarla, accarezzandola le sussurravano parole affettuose, con la gola stretta dal pianto; i più lontani ridevano.

La demente appena mi vide, protese verso di me le braccia, e, accennandomi a quelli che la circondavano, prese ad urlare: — Enrico! Enrico! Enrico! — Allora un uomo alto, pallido e barbuto si fece innanzi e diede al vetturino una valigia che questi si pose subito fra i piedi; abbracciò una vecchiarella vestita di nero che piangeva dirottamente; e ingrossando la voce, comandò alla mentecatta di sedersi. La disgraziata si rannicchiò in fondo alla carrozza tremando; l'uomo le sedette accanto, il vetturino schioccò la frusta, il cerchio dei curiosi s'aprì e la vettura sollevando nuvoli di polvere si allontanò rapidamente sulla via bianca arroventata dal sole.

Raggiunsi i miei compagni avendo negli orecchi le grida della pazza; e nella mente un tumulto di pensieri tristissimi. Sui lati della strada di tratto in tratto sulle rocce grigie fra folti cespugli d'erbacce giallastre appariva qualche croce di legno; in fondo alla valle di quando in quando un vecchio ponte vestito di erica e di piante salvatiche cavalcava il fiume veloce e sulle vette dei monti, coperti di oscure foreste di abeti, si scorgevano le rovine di grandi castelli popolate spesso di corvi neri e crocidanti e sempre di paurose leggende.

Mentre passavamo sotto uno di cotesti castelli il giovinetto trentino mi si accostò per dirmi con voce commossa che eravamo poco lontani dal confine. Non so più quali cose io gli dissi per consolarlo, ma ricordo che egli, seguitando a camminarmi accanto, sospirando, si tolse dal cappello le margherite, e le ripose a una a una, insieme con qualche lacrima, entro le pagine di un taccuino.

Dopo un poco mi afferrò per un braccio e forzandomi a restar fermo: — _Varda!_ — mi disse, additandomi una casinetta bianca — _Varda! La xe l'ultima casetta italiana._

Ci fermammo qualche istante a guardar la casetta che dall'alto di un poggio verde sembrava salutasse il fiume Cismone che arrivava fresco fresco dall'Austria e seguitammo la via.

* * *

Al _Pontetto_ è il confine.

Uscendo dall'Italia, a destra sta la casa della imperial regia dogana; a sinistra quella dei nostri doganieri. Un'osteria è vicina alla casa italiana, e una stamberga di legno, sulle cui tavole imbiancate di recente si legge scritto col carbone: _Otel zur Kaiser Krone_, si appoggia alle mura della imperial regia dogana austriaca. Appena entriamo in un portico basso, ove sono allineate parecchie carrozze e legati molti muli e cavalli, un doganiere biondo e roseo, tutto vestito di nero, visita solennemente i nostri sacchi volgendosi di tanto in tanto a sorridere alla moglie del suo brigadiere, affacciata a guardare sulla porta della casetta austriaca.

— «Non contrabbando, signore?» — mi domandò l'imperial regio doganiere, dopo aver rovistato nel mio sacco, accennandomi alle tasche dalla parte del cuore e volgendosi ancora a sorridere alla donna.

— No. — gli risposi. E vedendo che la donna guardando il doganiere movea le labbra a un sorriso, pensando che egli forse non avrebbe potuto rispondere, come io risposi a lui, se il suo brigadiere indicandogli le tasche dalla parte del cuore gli avesse chiesto: «Non contrabbando?» mi allontanai.

Eravamo in Austria. Eppure non pareva. Intorno a noi gli alberi sorgevano lieti e verdi come quelli delle nostre terre; il Cismone spumeggiava fra i sassi, giù in fondo alla valle, così come lo avevamo visto spumeggiare poco prima nelle gole dei nostri monti; gli uomini ci salutavano, dicendo: «buon viaggio!»; le donne al pari delle nostre donne conducevano i buoi all'abbeveratoio; i cani abbaiavano scodinzolando attorno ai casolari, nè più nè meno dei cani delle nostre campagne: qua e là negli orti in riva al fiume le zucche fiorivano rigogliose simili in tutto alle zucche italiane, e gli asini ragliavano sonoramente col muso all'aria come gli asini dei nostri paesi.

— Allegro, tu! Allegro! — dissi allora al giovinetto trentino, picchiandogli sulla spalla, mentre scendevamo nella valle di Primiero, ma egli mi guardò con gli occhietti azzurri, e piegando il capo sospirò: — _La xe un altra aria! La xe un'altra aria!_ — E in così dire due lagrime gli scendevano per le gote.

Seguitammo tutti a camminare in silenzio, e poco prima del cadere del sole arrivammo a Fiera.

La piccola città la trovammo appiattata fra il verde dei campi di canape e fra le piantagioni di tabacco in riva al Cismone, sotto alle cime della Pala di S. Martino, del Cimon della Pala, della Fradusta, della Rosetta e del Sasso Maggiore. Essa nel mille e trecento ebbe un glorioso succedersi di giorni lietissimi quando in un monte che le sorge accanto vennero scoperte alcune vene di argento. Allora una moltitudine di uomini, di donne, di vecchi e di fanciulli invase la valle silenziosa ove abitava il monte milionario. Oh! che giornata deve essere stata quella per lui che fin allora aveva vissuto selvaggio e solingo, quando un bel mattino risvegliatosi al primo apparir della luce e levato il capo dal roseo origliere di nubi udì da mille bocche cantar le sue lodi e sentì intorno a sè un festoso e continuo picchiare di mazze e di martelli. Certo che, se le avesse avute, il povero monte si sarebbe fregate le mani per l'allegrezza. Ma ohimè vennero anche per lui i giorni dolorosi della miseria, poichè tutta quella gente che gli era intorno vivendo alle sue spalle col suo argento, appena gli ebbe vuotate le tasche e gli ebbe tolto fin l'ultimo picciolo se ne andò altrove, senza neppur voltarsi a salutarlo, lasciandolo solo come un cane! Poveraccio! Il giorno che andai a fargli visita quando, dopo di essermi aperta con fatica una via fra selvette spinose di cardi e di piante cineree sotto i cui fiori gialli e violacei guizzavano i ramarri, io mi trovai dinanzi a una delle sue buche di dove tanta gente aveva tratto fuori tanta ricchezza, fui preso da una pietà così profonda che se non fossi stato vinto dal timore di offendere la sua dignitosa miseria gli avrei dato cinque lire.

Ma ora Fiera s'è data pace della fine delle sue miniere, le quali, come dice efficacemente un nobile scrittore, «appartengono alla storia», la quale non sa che farsene!, e vive modestamente, con quel poco che le è rimasto, in riva al Cismone, dove a chi ha la fortuna di andarla a vedere essa mostra subito quel che possiede: una chiesa gotica con un alto campanile a fianco, un teatro, un imperial regio capitanato distrettuale, un ufficio di posta e telegrafo, un negozio di generi di privativa, una bottega dove si vendono pipe tirolesi, si fabbricano dolciumi e si imbalsamano uccelli, un palazzone nero ove una volta si rinchiudevano le streghe, le donne possedute dal demonio, e, se si potevano acchiappare senza bruciarsi le dita, anche i _sanguanelli_; e nessun monumento a nessun grande uomo.

Tutte queste belle cose, meno l'ultima, s'intende, chi vuol vederle le trova subito, senza camminar molto, in tre vie che si distinguono coi nomi di contrada lunga, contrada di sopra e contrada di sotto, e in una piazza che non solo si chiama modestamente piazza di sotto; ma verso le cinque pomeridiane viene anche adoperata come sferisterio. Allora che vi andai, difatti, vi trovai sei giovinotti che vi stavano a giocare una partita alla palla. Avevo appena incominciato a seguire le sorti della partita quando un giuocatore mal destro mandò una palla sur una finestra del regio imperial capitanato distrettuale e un vetro andò in frantumi. Caspita! pensai subito, ora viene il regio imperial capitano distrettuale e ci impicca tutti; ma non avevo finito di pensarlo che invece del regio imperial capitano distrettuale venne un gendarme grasso e rubicondo con la canna di una lunga pipa di porcellana fra le labbra. Egli aprì adagio adagio la finestra, guardò il vetro rotto, sorrise e buttò a basso la palla che era rimasta sul davanzale, e dietro alla palla un'occhiata che pareva volesse dire: — Eh, cari miei, altre palle ci vogliono per farmi perdere la pazienza! — Poi sorrise di nuovo, richiuse adagio adagio la finestra e se ne andò.

I sei giovinotti ripresero, ridendo, il loro giuoco e un omino storpio accoccolato sopra una sedia seguitò a gridare con voce stridula i punti della partita.

* * *

Un delizioso giardinetto allieta il maggior albergo di Fiera. Dopo di aver desinato in gaia compagnia vi scesi, mentre un chiarore opalino che andava a poco a poco spargendosi nel cielo annunciava il sorgere della luna. Per vederla uscire dalle cime dei monti io m'era appena seduto sotto una pianta di rose, i cui rami spinosi abbracciavano il tronco di un larice, quando un canto doloroso ruppe il silenzio del piccolo giardino. I singulti dell'_Ich grolle nicht_ di Schumann venivano da una finestra dell'albergo, si fermavano per qualche istante sulle rose e si perdevano nell'aria impregnata di acuti aromi resinosi. Appena il canto si tacque mi parve di sentire una voce che sussurrasse: — Enrico! Enrico!... — e un fiore mi cadde sul cappello. Balzai in piedi; alzai la testa e udii subito il cigolio di una finestra che si richiudeva in fretta.

Raccolsi il fiore e, ripensando alla pazza di Fonzaso, mi avviai lentamente verso la mia stanza.

Nel corridoio vi trovai una donna con un bambino sulle ginocchia, che dondolandosi sur una sedia, canterellava con un filo di voce:

_Quanno che la mi' mamma me cunava_ _Cantava 'na canzona de Turchia._ _Le fasse co' le quale me fassava_ _Era' tessute de malinconia._ _Quanno che la mi' mamma me cunava_ _Cantava 'na canzona de Turchia!_

Mi trattenni un poco ad ascoltare la cantilena, forse recata anch'essa dall'Oriente con le norme per la fabbricazione dei cappelli di paglia da Nicoletto del Sasso, e ne fermai, come meglio potei, sur un pezzo di carta, le parole; poi entrai nella mia cameretta ed apersi la finestra.

L'ultimo quarto della luna inargentava le acque del Cismone, che correvano scrosciando. Anche loro cantavano la ninna nanna ai larici ed agli abeti che sotto il cielo stellato s'addormentavano, sulle ginocchia della notte, nell'ombra tacita e densa delle umide sponde scoscese.

LE “CAPANNE„ DI RIPETTA

Il barcarolo che mi traghettava ieri all'altra sponda del Tevere, dove, sotto ai begli alberi fronzuti, sorgono dall'acqua bionda le stuoie gialle dello stabilimento dei bagni, mi diceva con molta serietà: — _Caro lei, troppi stabilimenti! Troppi! Napoli, Livorno, Civitavecchia, Vicarello! Ar giorno d'oggi ce so' più stabilimenti che bagnanti: se capisce che l'affari vanno male._

Il Caronte che per due soldi trasporta le anime e i corpi dall'una all'altra riva tiberina e viceversa, è un vero lupo di fiume: magro; ma robusto, con la barba bianca e lanosa che gli onora la faccia abbrunita dal sole, siede gravemente sulla poppa di una sua barca, chiamata l'arca di Noè, e non abbandona il suo posto se non per raccogliere dignitosamente nella berretta il prezzo del breve viaggio fluviatile. Ordinariamente non è molto verboso. Le gravi responsabilità della navigazione non gli permettono di perdersi in chiacchiere; tuttavia se i «passeggeri» son pochi e di sua conoscenza, mentre egli maneggia il vecchio timone, che sa le tempeste e ad ogni scossa miagola come un gatto soriano, parla volentieri.

I suoi discorsi favoriti non mai più lunghi della traversata, sono due: _la spiegazione der machinismo de la girella_, che scorrendo sulla corda tesa fra le due rive del fiume tiene assicurata la barca; e la descrizione di un viaggio da lui fatto in gioventù per risalire il Tevere da Ripetta a Stimigliano; un viaggio con burrasche, burraschette, _riggiri_, _mulinelli_, _crescenti_, _crescentini_, _murelle_, _pennelli_, _mollacce e mollaccioni_: roba, Dio ne scampi e liberi tutti, da non ritornare più a casa.

È inutile dire che tanto il primo quanto il secondo discorso finiscono sempre con questa giaculatoria: — _Caro lei, tutto va bene; ma ar giorno d'oggi ce so' troppi stabbilimenti. Napoli, Livorno, Civitavecchia, Vicarello! Troppi stabbilimenti! Li tempi de 'na vorta so' finiti._

_Li tempi de 'na vorta!_ Allora, difatti, quando al cominciar dell'estate non era ancora venuta la moda di fuggirsene sulle rive del Tirreno azzurro e dell'Adriatico verde, l'inaugurazione delle «Capanne» era davvero per la vita romana un avvenimento; ma adesso invece è divenuta la cosa più semplice del mondo. Quando le tende e le stuoie sono distese sui pali ben confitti nell'arena del fiume; quando tutte le sedie sono allineate e la pesante scrivania è al suo posto, si appende sulla porta d'ingresso una tabella su cui sta scritto a lettere di scatola: SI PAGA ANTICIPATO, e la stagione dei bagni fluviali è inaugurata.

* * *

Appena si entra nelle «Capanne» è di rito il domandare gravemente al primo che vi capita dinanzi: — Com'è l'acqua?

— Bu... bu... bu... o... na — vi risponde invariabilmente l'interpellato, asciugandosi il petto con l'asciugamano.

Esaurita la prima domanda si deve passare subito alla seconda: — Fredda?

— Un br... br... br... o... do! — replica allora egli battendo i denti e tremando.

Ottenute alle due domande rituali le due risposte inevitabili, potete pure consegnare, se li avete, i vostri valori al proprietario dello stabilimento, ricevendone in cambio una medaglietta infilata a una cordicella, e, dopo di aver pagato il prezzo del bagno, siete padroni di fare quel che vi pare e piace, anche di annegarvi, tanto potete esser certi che in ogni caso il maestro di nuoto vi verrà a ripescare.

Il maestro di nuoto, come non è difficile di immaginarlo, dopo il _pizzardone_, il quale vigila per conto del municipio sulla morale dello stabilimento, cioè sulla maggiore o minor lunghezza delle mutandine dei signori bagnanti, è la prima autorità delle «Capanne». Egli, oltre alle lezioni di nuoto che impartisce con una chiarezza di eloquio ed una sicurezza di metodo veramente ammirabili ai suoi scolari, è sempre disposto, dietro un modesto compenso, ad insegnare a loro, ogni qual volta lo desiderino, anche i primi rudimenti di un suo speciale sistema scientifico di ginnastica educativa, consistente in capriole, salti mortali e lotta romana; ed è sempre dispostissimo, qualora se ne presenti l'occasione, a salvare dalla morte quegli sciagurati, i quali, volenti o no, si trovano in procinto di andare a fare _conversazione co' li pescetti_. Difatti, il brav'uomo nelle grandi solennità nazionali ed estive non si priva mai del piacere di esporre sul suo petto all'ammirazione pubblica parecchie medaglie d'argento, di bronzo e di altri metalli più o meno artefiziati, avute in premio per i molti salvamenti da lui felicemente compiuti. Però, bisogna dirlo a suo elogio, alle medaglie ci bada poco: quello a cui tiene assai è di fare il proprio dovere e di riscuotere quell'ambìto guiderdone col quale i parenti dei salvati, da che il mondo è mondo, sogliono rimeritare i salvatori.

Una volta, ricordo, fra una lezione di nuoto e un'altra di ginnastica educativa, mise gli occhi addosso a un giovinetto il quale fra le sue abitudini, non tutte buone, aveva anche quella di affogarsi una volta al mese. Il giovinetto era il figlio di un padre discretamente danaroso, e il bravo maestro, immaginando quale dolore il figlio avrebbe arrecato al padre, se mai fosse andato in fondo al Tevere a fare _conversazione co' li pascetti_, come lo vedeva allontanarsi dalla sponda lo seguiva con gli occhi vigili e al momento opportuno lo salvava.

Il povero padre aveva già ricompensato per ben due fiate il filantropo, unendo al vile metallo i più cordiali ringraziamenti, quando, con sua grande meraviglia, se lo vide ricomparire dinanzi ancora una volta con la notizia di un terzo salvataggio. Giacchè non c'era modo di poter fare altrimenti, il povero genitore tornò a rimunerare e a ringraziare il salvatore; ma poi, impensierito della triplicità dei naufragi e relativi salvamenti, gli disse: — Sentite, se mai d'ora innanzi vi accadesse di vedere mio figlio che se ne va giù in fondo al Tevere, lasciatecelo andare, perchè se lo salverete una quarta volta io non vi darò più nemmeno un centesimo.

Non occorre dire che da quel giorno il giovinetto, che aveva contratta la brutta abitudine di affogarsi una volta al mese, non s'affogò più.

Ma il maestro di nuoto delle «Capanne» di Ripetta non è soltanto un filantropo a tutta prova, un nuotatore pronto a sfidare ogni rischio e un ginnasta degno di qualunque circo, anche equestre; ma è eziandio un pescatore senza rivali e un navigatore espertissimo, poichè il letto del Tevere lo conosce assai meglio di quell'altro letto ove ei suol dormire con la sua signora. E, come se ciò già non bastasse, a coteste belle qualità fisiche e morali che adornano il suo corpo e la sua anima egli ne può aggiungere ancora un'altra simpaticissima: quella di essere un maestro impareggiabile nell'architettare burle e mistificazioni, le quali ei suole romanamente nobilitare col nome di _fregature_, e di saperle mettere in esecuzione con una salsa così saporita di serietà allegra da conciliarsi quasi sempre il perdono dei burlati.

Una volta, ricordo, venne annunciato sui giornali l'arrivo a Roma di un americano, un certo capitano Boyton, inventore di un vestiario nero nonchè insommergibile, che permetteva al suo proprietario di poter galleggiare in tutti i mari, per tutti i fiumi e su tutti i laghi del Globo. L'americano aveva l'atto sapere, con manifesti appiccicati alle cantonate, il giorno, e press'a poco anche l'ora, in cui egli sarebbe giunto a Roma da Terni, percorrendo la Nera ed il Tevere, per mostrare la sua invenzione impermeabile ai pronipoti del console Cajo Duilio.

I pronipoti del console s'erano già affollati sulle rive del fiume, ansiosi di ammirare l'_omo galleggiante_, quand'ecco che scorgono da lontano un gruppo di barchette imbandierate. Le barchette s'avvicinano e, mentre i vogatori gridano a perdifiato: — Viva il Capitano! Viva Boyton! Viva Cristoforo Colombo! Viva la scoperta dell'America! — in mezzo a moltissimi nuotatori, che galleggiano muovendo furiosamente le braccia e le gambe, tutti distinguono un uomo vestito di nero, disteso sulle acque bionde passare immobile, trasportato dalla corrente.

Dalle finestre, dalle loggette, dai mignani e dalle terrazze delle case, che si specchiano da secoli nelle onde gialle del fiume famoso all'universo, vien cavata fuori qualche bandiera; la folla accalcata sui gradini del porto di Ripetta applaude e saluta l'_omo galleggiante_; e questi, sempre immobile sul pelo dell'acqua, prosegue il suo viaggio fra una cagnara di casa del diavolo, e, arrivato a ponte S. Angelo, prende terra fra un multicolore sventolìo di stendardi e fra un assordante scoppiettare di crepitacoli e di applausi che l'acqua, buona conduttrice del suono, questa volta, aiutata anche dalla corrente, porta lontano lontano, forse fino al mare.

L'animoso Boyton, il quale non era altri se non il maestro di nuoto delle «Capanne», prima di lasciare la riva di Castel S. Angelo ringraziò e salutò con suoni e con gesti, veramente non tutti americani, la gente addensata sul ponte Elio; e quindi, accompagnato rumorosamente dai suoi seguaci, se ne tornò glorioso e trionfante a Ripetta, ove sotto gli alberi fronzuti numerosi ammiratori gli offrirono un solennissimo e lauto simposio, non che i mezzi per potere agevolmente dimostrare come e quanto ei sapesse essere insommergibile non soltanto nell'acqua, ma anche nel vino.

Ma il più bello di tutto fu questo: che poco più tardi quando il vero capitano Boyton arrivò a Roma, sia che tutti temessero una nuova mistificazione o sia che tutti avessero esaurita, non importa come, la provvista del loro entusiasmo, il fatto sta che al vero Boyton non ci credette nessuno, e l'audace capitano nonchè notatore insommergibile dovette notare quanto mai sia difficile, anche sulle rive del Tevere, alla verità di poter galleggiare su l'apparenza.

* * *

Le «Capanne» si dividono in due parti. La prima formata da un largo recinto di stuoie, libero a tutti, viene chiamata superbamente il «Capannone»; la seconda, una lunga fila di piccoli recinti, porta il modesto nome di «Capannelle».

Come le «Capanne» si dividono in «Capannone» e «Capannelle», così i loro assidui frequentanti si possono distinguere in nuotatori che nuotano e in nuotatori che non nuotano.