Prose (1880-1890)

Part 11

Chapter 113,829 wordsPublic domain

— _J'esce la messa._ — mi rispondono più voci ad un tempo. Difatti, annunciato dallo squillare di un campanello, un sacerdote vestito di una pianeta d'oro appare su la porta del santuario, e preceduto da un uomo col fucile in spalla, che gli fa largo, e seguito da un chierico col messale, si avvicina all'immagine sotto cui è una pietra consacrata, e incomincia a celebrare. Il momento della elevazione, quando egli rimane immobile col simbolo del sagrifizio alzato sulla moltitudine tutta prostrata ai suoi piedi e tutta raccolta in un silenzio profondo, è proprio di una solennità incomparabile. Ma è un momento; poichè non appena il prete si apparecchia a dare la comunione, intorno a lui scoppia un tumulto indescrivibile. Uomini e donne, impazienti di avvicinarglisi, cercano di sopraffarsi in tutti i modi, e, pur di arrivare ad ottenere la sacra particola, si ricambiano non solo molte cattive parole, ma anche molti buonissimi fatti, cioè scapaccioni, urtoni, calci, spinte, pugni ed altre simili tenere carezze, e se le ricambiano con tanto calore profano e con così vivo fervore religioso che alcuni contadini coi fucili in pugno, schierati innanzi all'immagine per regolare la distribuzione del pane eucaristico non riescono a tenere indietro gli affamati. Quando Dio vuole, la messa finisce e il prete s'allontana. Nessuno si cura più di lui e tutti si danno alla ricerca di un buon posto per vedere il Pianto e le _zitelle_.

I posti migliori sarebbero certamente quelli nel breve spazio davanti al santuario; poichè sulla sua terrazzina avrà luogo la funzione; difatti tutti vorrebbero occuparli; ma i più non potendo riuscirci, si rassegnano ad adattarsi dove e come possono, e si arrampicano sulle sporgenze e nelle fenditure della rupe; salgono sugli alberi; si appollaiano fra gli scogli e le rocce; s'accoccolano fra le balze e i greppi; montano sopra le sedie, le panche e le tavole; s'aggrappano alle armature delle baracche; insomma, si accomodano dove e come possono farlo meglio, e aspettano con una pazienza esemplare. E l'attesa non è corta! Alfine s'ode uno scoppiettio, e tutti si volgono dalla parte donde viene il rumore, e gridando: — _Èssele_!... _Èssele_!... _Vèneno_!... _Vèneno_!... — si additano a vicenda un punto della valle in cui si vede una nuvoletta di fumo. Poco dopo la nuvoletta si dilegua, e sul verde smeraldino di un prato lontano appare qualche cosa che si muove e biancheggia. È il _Pianto_. La processione viene da Vallepietra, e, ora nascondendosi sotto al verdeggiare degli alberi, ora camminando fra le rocce ignude, sale a poco a poco il dorso della montagna e s'avvicina al santuario.

Innanzi a tutti s'avanzano parecchi contadini vestiti di festa e armati di fucili. Di quando in quando essi si fermano e caricano gli schioppi; poi, gridando e agitando i cappelli ornati di fettucce multicolori, di fiori e di pezzetti di talco scintillanti, sparano e scompaiono sotto un velo di fumo. Dietro ai contadini ondeggia uno stendardo: lo precede un vecchio suonando il tamburo e lo seguono alcuni fanciulletti coperti di risplendenti tuniche argentee e con le ali di cartone indorato su le spalle, i quali di tanto in tanto affondano le manine in una canestra sostenuta dal più grandicello fra loro, ne traggono rose, violette e manciate di fiori di ginestra e le spargono, sorridendo, su la folla inginocchiata. Una ventina di giovinette viene appresso ai fanciulli. Sono le _zitelle_ che piangeranno il _Pianto_. Abbigliate di abiti bianchi ricamati a fiori d'oro e d'argento e addobbate di lunghi veli candidi esse incedono a due a due, lentamente, in silenzio, a capo chino, tutte con la mano sinistra posata sul cuore, e reggendo con la destra un simbolo della Passione. Dopo di loro sorretta da una diecina di adolescenti, passa una bara adornata di fiori su cui sta disteso il simulacro di un Cristo morto, scolpito e dipinto così bene che, come dicono tutti, pare vivo. Due chierici con gl'incensieri, qualche prete, cinque o sei musicanti, i quali, quando il sentiero non è troppo erto, danno un po' di fiato alle trombe, e un gruppo di _festaroli_, sorreggendo i doni da offrirsi alla Trinità, seguono la bara; e un drappello di contadini, simile in tutto a quello che l'apre, chiude la _pricissione_, mescolando di tanto in tanto il fumo puzzolente dei suoi fucili a quello odoroso dei turiboli ondeggianti e rilucenti al sole nelle mani dei chierici.

La _pricissione_ s'apre il cammino fra la calca, giunge al santuario, e vi entra. Le grida, i canti, i suoni e le schioppettate cessano, e quando due chierici vengono ad ornare il davanzale della terrazzina con un tappeto giallo, il silenzio è tale che s'odono soltanto i piccoli gridi delle rondini volanti intorno ai nidi innumerevoli, attaccati alla rupe, ormai tutta quanta illuminata dal sole: non altro. Appena i chierici se ne vanno, un prete con la persona magra ricoperta di una bella cotta candida e pieghettata e con un libro sotto al braccio esce dalla porta della chiesuola. È il suggeritore. Egli si ferma un momento a guardare dall'alto la moltitudine, che giù da basso, immobile e silenziosa guarda lui; si appoggia con le spalle al muro; apre il libro; fa un cenno con la testa; e la rappresentazione incomincia.

Tre _zitelle_ si fanno avanti adagio adagio; s'inchinano e si mettono a cantare una specie di prologo che s'inizia con questa invocazione:

Sant'Amore in noi venite E del vostro dolce affetto Riempite il nostro petto Nè da noi giammai partite.

Tutti le ascoltano con piacere e salutano la loro partenza con un lungo mormorio di approvazione. Poco dopo vien fuori un'altra _zitella_ avvolta in un manto turchino, tenendo in mano un calice di legno dorato; descrive con parole strazianti gli spasimi di Nostro Signore nell'orto, e finisce col dire che il Nazareno

In terra cade per dolore interno.

Due giovinette la seguono. La prima ci fa vedere due gomitoli di cordicella, e ci dice che quei gomitoli sono le corde con le quali fu legato il Salvatore; e la seconda, presentandoci un guanto bianco imbottito di bambagia ci fa sapere che quel guanto, niente di meno, è la mano che ha schiaffeggiato Gesù; e prima di andarsene, alzando il guanto perchè tutti lo veggano, canta:

Destr'empia che rendesti sì dolente Quella faccia divina e più che umana Maledetta sarai eternamente.

Appresso alle due giovinette ne viene una terza, sostenendo una corona di spine, e principia subito a recitar la sua parte; parla bene, ma nel meglio s'impappina, ammutolisce e scoppia in un pianto dirotto. Il prete stacca le spalle dal muro, le si accosta e cerca di rimetterla sulla buona via; ma la poverina non ci va. La folla s'agita e mormora, e un contadino che mi sta accanto, tentennando il capo, osserva con voce severa che _quanno uno nun tene fritto non si àve da espone'_!

Tre belle ragazze nel pieno vigore della loro sana e gagliarda giovinezza fan dimenticare subito a tutti il pietoso incidente. Le ragazze, appena incominciano a muovere le labbra rosee, ci dicono con nostra grande maraviglia che esse sono Erode, Pilato e il Cireneo; e come se fossero proprio il buon Simone di Cirene, il noto prefetto romano e il ferocissimo sire della Giudea, rimangono tutte e tre a ragionare seriamente fra loro, e poi se ne vanno, cedendo il luogo ad alcune fanciullette, che ci portano a far vedere tre cimelii preziosissimi: una canna, tre chiodi e una lancia. Dopo l'esposizione dei cimelii entra in scena la Veronica, e appresso a lei si fa innanzi un'altra femina che alzando le braccia e sporgendosi col seno fuori del terrazzino grida con la voce squillante:

È morto Gesù Cristo e non v'inganno.

All'orribile annuncio s'ode qualche singulto, e la messaggiera, dopo di avere eseguita una controscena che le ottiene l'approvazione unanime, lascia il posto a una strana e misteriosa figura muliebre col volto nascosto sotto un fitto velo nero, coperta da un manto rosso ed armata di una lunga spada brunita, lampeggiante al sole. È Giuda! Appena essa senza dire una parola si allontana, seguìta da qualche commento ostile, una zitella di grandi forme si avanza maestosamente reggendo una croce di legno: rimane per qualche istante con la testa bassa come se tosse trafitta dal più profondo dolore; poi, alzando un braccio in atto di comando e volgendosi verso il santuario, esclama:

O angeli correte assai veloce Di Gesù Cristo a sostener la croce.

Quattro bambini, con le ali di carta indorata tremolanti sulle loro tenere spalle, escono subito saltellando dalla chiesuola, si appressano alla donna, le si aggruppano intorno e rimanendo immobili in varii atteggiamenti studiati, formano insieme con lei un quadro vivente che tutti quanti ammirano e lodano. Quando il quadro se ne va, la folla passa rapidamente dall'ammirazione all'impazienza e comincia a dar segni visibili di una commozione vivissima: ondeggia come un campo di biade mosso dal ponente, s'increspa come la superficie di un lago sotto la brezza mattutina, e ritorna immobile; ma nella sua immobilità ci si sente l'annuncio di qualche cosa di grosso che sta per accadere: difatti mentre tutti son fermi e ritti sulle punte dei piedi, quelli intorno a me io li sento esclamare: — _Èsselo veh_!... _Èsselo veh_!... _È isso_!... _Mo vène_!... _Mo arriva_!...

— Chi arriva? — dimando a una contadina.

— _Gliu Cristo de la bara_! — mi risponde subito la donna con voce tremante; e, stringendosi al seno un bambino, si volge con gli occhi lustri per la tenerezza verso il santuario dalla cui porta escono quattro giovinette, reggendo i lembi di un lenzuolo bianco che rappresenta anch'esso la sua parte, quella di sacra sindone. Le adolescenti vengono avanti pianino pianino, in silenzio; e la folla le accoglie silenziosamente; ma quando si accorge che nel loro lenzuolo c'è dentro _gliu Cristo de la bara_ non sa trattenersi dal salutarlo con le stesse parole e con gli stessi gesti coi quali il pubblico di una arena saluterebbe l'entrata in scena del suo attore favorito.

Le quattro giovinette incominciano a cantare, e la folla, dopo di aver manifestata con un lungo mormorio la propria soddisfazione, si accheta per ascoltarle; ma appena esse cavan fuori dalla sacra sindone il simulacro del Cristo morto e piagato, scoppia in un urlo formidabile che rintrona sotto la rupe colossale. Allora tutti i fucili sparano insieme; le detonazioni interminabili di centinaia e centinaia di mortaletti rimbombano nelle forre della montagna, e il cielo, le rupi e gli alberi si velano di un fumo acre e soffocante entro cui migliaia e migliaia di uomini e di donne, di vecchi e di fanciulli presi tutti da una follia spaventosa gridano, battono le mani, gittano i cappelli in aria, sventolano i fazzoletti, le sciarpe e le giacchette, s'inginocchiano, baciano la terra, si contorcono, ed eccitandosi a vicenda si abbraccian fra di loro, piangono, ridono, tendono le mani verso l'immagine miracolosa dicendole parole insensate, ed anche ingiurie; e seguitano così per un pezzo, fino a quando, mezzo stroncati dalla tensione eccessiva dei nervi e stremati di forze, non cadono a poco a poco inerti, insensibili e istupiditi in una calma bestiale.

Il fumo delle schioppettate e dei mortaletti si dilegua e una donna, l'ultima delle _zitelle_, s'affaccia al parapetto del terrazzino, recita in fretta pochi versi di commiato e rientra subito nella chiesuola. Il prete chiude il libro e la segue. Allora alla rappresentazione sacra tien dietro un'altra profana; poichè tutta la gente volta immediatamente le spalle al santuario e si allontana con tanta rapidità che, in brevissimo tempo, i luoghi ove si accalcavano tante migliaia e migliaia di persone rimangono deserti: e tutto il dorso del monte si vede istantaneamente gremito da torme interminabili e variopinte di pellegrini, che simili a fiumane vorticose, invadendo i sentieri e le scorciatoie, scendono al piano cantando e portandosi via lunghi rami frondosi di faggio, ottimi per bacchiare le noci e le mandorle; orciuoli rilucenti pieni d'acqua benedetta, eccellente per estinguere la sete e le tentazioni del demonio; e fasci di erbe aromatiche verdi e fiorite, raccolte intorno alla _casa addove abbita la Santissima Ternitane_, e da servire all'occasione come rimedio infallibile contro le insidie di quei mali «che fan guerra al miser uom».

Finchè lo potei, io seguii con lo sguardo commosso le turbe che divenivano via via sempre più piccole e sempre più lontane; e quando le vidi sparire nell'ombra della valle pensai che come le nubi salgono sui monti per ivi disciogliersi in pioggia e ritornare al mare, così quei pellegrini dopo di esser saliti sulla montagna ora ricalcando la via per cui eran venuti se ne scendevano ai loro paesi per ritornare nel gran mare delle fatiche penose e delle tribolazioni infinite; nel gran mare del dolore, ove la più gran parte di loro non avrebbe mai e poi mai avuto la speranza di un porto!

* * *

Prima che il santuario venisse chiuso vi rientrai; e mentre un chierico si affaccendava a riporre in un cassone alcuni arredi sacri, potei osservare con agio l'affresco sopra all'altare. Esso rappresenta la Trinità, e mi pare curiosissimo, perchè il mistero fondamentale e impenetrabile della nostra santa religione non è raffigurato come al solito da un vecchio, da un giovane e da una colomba; ma da tre persone, le quali, come dice benissimo la lauda che comperai dal vecchio aedo, sono:

Tutte e tre d'una statura, Tutte e tre d'una figura, Tutte e tre d'una beltà.

Cotesta immagine della Santissima Trinità non odora un po' d'eresia? Forse. Ma, ad ogni modo se la Chiesa la tollera, non veggo per qual ragione non dovrei tollerarla anch'io. Alcune pitture raffiguranti varii episodi della nostra Redenzione adornano le pareti del santuario, e secondo il parere di chi se ne intende o finge d'intendersene, dovrebbero risalire fino al settimo secolo, ma non glie la fanno, tanto son deturpate dai restauri; tuttavia fra quelle pochissime riuscite a salvarsi, non so come, dalla scopa del restauratore, potei osservare l'immagine di un fraticello pieno di grazia, di sentimento e di iscrizioni lasciategli addosso dai suoi ammiratori. Altre iscrizioni scarabocchiate col carbone o incise con una punta nell'intonaco vidi anche sparse qua e là sulle mura: talune in greco, molte in latino e la maggior parte in italiano, più o meno italiano. Mentre il chierico, fischiando, seguitava a riporre gli arredi sacri nel cassone, ne lessi parecchie e ne ricopiai queste tre:

Hic fuit Antono Batista de Talacozzo 12 de Austo 1536 Hic fuit sacerdos Joannes de Cellis sub Alino 1491 dic. XV. Hic fuit Antonius Malosius 1402 die ... Januarij.

Sazio alfine di iscrizioni e di pitture, di pellegrini e di preti, di Trinità e di Redenzioni lasciai il santuario e me ne andai a far quattro passi lungo il sentiero che costeggia la rupe. Camminavo già da qualche tempo in mezzo a un incanto di odori e di colori, respirando un puro e fresco venticello di ponente, quando una qualche cosa che vidi biancheggiare sotto un groviglio di rovi e di sterpi mi fermò. Ruppi col bastone le spinose piante salvatiche e scopersi un femore umano. Mossi ancora un po' di terra e uscirono fuori altre ossa. Mentre io le stavo radunando sopraggiunse un contadino: le guardò ridendo e mi disse:

— Signò' chesso è asino.

— Ma che asino! — gli risposi — Chesso è uomo.

— Nonsignora, è asino. — ribadì il contadino.

— È un uomo. — ripetei io, e, dopo di aver disposto le ossa in modo che apparisse lo scheletro, — lo vedi? — gli dissi. Egli allora divenne serio, si fece il segno della croce, e se ne andò lentamente, borbottando: — _È robba de briganti._

* * *

Nel pomeriggio torniamo a Vallepietra, per dormire; e al primo schiarire del giorno, seguendo il corso del Simbrivio scendiamo a Cominacchio, ove il fiumicello irrequieto confonde le sue acque sonore con quelle dell'Aniene. Ivi all'ombra amica di una selvetta di arboscelli accanto a un vecchio ponte medioevale divoriamo la colazione; quindi riprendiamo il cammino e, costeggiando sempre il fiume veloce, dopo di esserci arrampicati sui fianchi dirupati di un monte, sul cui vertice illuminato dal sole ridevano nel cielo sereno le casette di Jenne, per visitarvi una caverna paurosa che porta il nome di Grotta dell'Inferniglio, e dopo di aver percorso una lunga valle formata dalle pendici del Livata e da quelle del monte Carpineto, così chiamato, credo, perchè le sue balze scoscese son tutte rivestite da grandiosi boschi di carpini, perveniamo dinanzi a una parete di rocce, in cima alla quale, dietro ai rami contorti di annose piante di ulivi e presso a un bosco di lecci secolari, vediamo risplendere da lontano i vetri delle finestre innumerevoli del superbo monastero di Santa Scolastica.

Eravamo fermi a contemplare il paesaggio maraviglioso rallegrato dal crosciare dell'Aniene fuggente di balza in balza fra quei greppi ove su le rovine della villa di Nerone nacque, diffondendosi poi prodigiosamente nel mondo, l'ordine monastico occidentale, e, risalendo col pensiero il corso lungo dei secoli, cercavamo su le sponde verdi del fiume famoso le ombre gigantesche degli imperatori e dei santi, dei papi e degli abati, dei cardinali e dei guerrieri; quando una vecchia cenciosa con un fascio di strame sopra le spalle ossute, sbucando all'improvviso da un viottolo incorniciato da due siepi spinose, ci venne incontro, e appena si accorse che noi, seguendo il costume di coloro che ritornano dal santuario della Trinità, avevamo i cappelli ornati da mazzetti di fiori di carta e da qualche immagine sacra, ci chiese se potevamo darle notizie di un grandissimo miracolo operato dalla _Santissima Ternitane_ su una giovane posseduta dal demonio. Sorpresi dalla dimanda della vecchia noi non sapemmo che cosa rispondere; e allora essa, mentre la guardavamo sorridendo, prese a narrarcelo lei il grandissimo miracolo, e, poi che ce ne ebbe descritte tutte le fasi con una ricchezza di particolari veramente sorprendente, chiuse il racconto con queste precise parole: — _Vòi v'avete da pensà' che quanno gliu prete l'ha benedetta, alla povera figlia c'è ascito dagliu cuorpo 'nu pesce longo tanto co' la testa d'animale!_

— Ma, dimmi un po', tu ci sei stata al santuario della Trinità? — le chiesi.

— _Nonsignora_.

— E allora tutte queste cose come le sai?

— _Le so perchè me l'ha ditte un'amica mia ch'è revenuta mo._ — mi rispose subito la vecchia con la voce ferma, guardandomi negli occhi; e, agitate in fretta le mani scarne in segno di saluto, traversò la strada ed entrò in un sentiero, ove dopo qualche passo si fermò, si volse e con quanto fiato aveva in corpo gridò: — _Evviva la Santissima Ternitane!_

— Evviva! — le rispondemmo tutti noi ad una voce; e quando curva sotto il peso dello strame la vedemmo alfine scomparire fra le rocce sulle quali s'allungavano le ombre azzurre degli ulivi dorati dal sole cadente, riprendemmo il cammino, e accompagnati dal suono continuo di una campana che veniva dal monastero di San Benedetto, poco dopo eravamo a Subiaco.

MONTE GIANO

I.

Nel vagone di terza classe viaggiano con noi un buttero dalla barba folta, che sonnecchia avvolto nel suo cappotto nero foderato di lana verde, una donna con un bambino sulle ginocchia, e un bel pretone il quale passa il tempo pigliando tabacco, starnutando e recitando il breviario. Quando sui colli della riva sinistra del Tevere incominciano ad apparire i vigneti già dispogliati del loro frutto succoso, la donna ci dice che _a Arbano c'è ancora da fa' quindici giorni a la mózza_, e il buttero sentenzia che _da quelle parte de monno l'arie so' assai più frigide de queste_.

S'ode gridare il nome di una stazione. Il prete si affaccia al finestrino della vettura e chiede a un inserviente di aprire; ma questi gli risponde: — Non si muova, reverendo, la macchina fa manovra e si parte subito.

Nelle stazioni seguenti il prete torna ad affacciarsi e ad implorare qualche minuto di fermata; ma il treno continua vertiginosamente la sua corsa inesorabile. Finalmente rallenta un poco il suo moto veloce, lo rallenta ancora e si arresta dinanzi ad una cisterna perchè la macchina deve far acqua. Il prete scende e fa altrettanto.

Quando torniamo a muoverci, il paesaggio principia a diventar montuoso. Narni, la patria di Coccejo Nerva, di Giovanni decimoterzo e del Gattamelata, non avendo niente altro da fare, sdraiata sur un colle, fra gli ulivi, guarda un fiume verdastro dalle cui acque schiumose emergono gli avanzi di un ponte romano e di una torre medioevale. Lo guardo anch'io, e dimando al buttero: — Come si chiama questo fiume?

— La Nera. — mi risponde subito il buon uomo, ammirando la mia ignoranza, e prosegue, quasi cantando:

_Il Tevere nun sarebbe Tevere,_ _Si la Nera nun je dasse da bevere._

A Terni scendiamo dal treno di Ancona e montiamo su quello di Aquila, accomodandoci alla meglio in una vettura, ove abbiamo la fortuna di trovare un signore il quale, appena arriviamo a Papigno, un paesello dietro a cui si vede un pezzetto di Cascata delle Marmore, ci dice con voce commossa che la linea Terni-Aquila non solo è la più bella linea ferroviaria della penisola, ma anche la più ardita, perchè in alcuni punti raggiunge una pendenza fra i trentacinque e trentasette gradi.

Lungo la via tutte le stazioni son piene di gente che ci saluta battendo le mani: in quella di Rieti oltre alla gente ed agli applausi ci troviamo anche dieci minuti di fermata, e noi ne approfittiamo volentieri per sorbire un caffè e per riverire la culla dei Flavii. Non appena ci rimettiamo in cammino il signore delle pendenze china a poco a poco la testa sul petto, chiude gli occhi e comincia a ronfare come un contrabbasso: lo lascio stare, ma quando arriviamo a Cittaducale, una città che nel mille e trecento fu messa da Roberto d'Angiò, duca di Calabria, su la groppa di un colle, ove sta ancora, io, infastidito dal suo russare, lo risveglio e gli chieggo premurosamente: — Scusi, che pendenza abbiamo?

— Le cinque meno venti. — mi risponde subito lui, guardando con gli occhi velati dal sonno l'orologio, e dopo un lungo sospiro se ne ritorna fra le braccia di Morfeo.

Il treno intanto attraversa in gran fretta una vasta pianura e s'arresta davanti ai Casali di Paterno. Un acuto odore di zolfo, due laghetti, in uno dei quali, secondo Dionigi d'Alicarnasso, c'era una volta un'isola galleggiante dedicata dai Sabini alla dea Vacuna, e alcuni ruderi informi ci informano che siamo nel luogo ove un tempo fiorì l'antica città di Cutilia, tenuta da Marco Terenzio Varrone come l'ombelico d'Italia, e famosa per le sue acque ferruginose e sulfuree, buone, anzi buonissime per guarire da qualunque malanno: tant'è vero che Vespasiano essendosene servito per curarsi di non so quale sua malattia finì col lasciarci imperialmente la pelle.

Oltre i Casali di Paterno il treno varca più volte su ponti di ferro il Velino, s'indugia in vallette amene e solitarie, passa dinanzi a casolari fumanti, penetra fischiando in gallerie nere di fuligine, ne esce fra nuvole di vapore, e, dopo qualche istante di riposo, incomincia a inerpicarsi, brontolando, sui fianchi dirupati di un monte dietro a cui sorgono altri monti coi fianchi coperti di faggi e con le cime risplendenti di neve. Il signore delle pendenze, che s'è risvegliato definitivamente, s'avvicina al finestrino della vettura; guarda tutto estatico i monti, gli alberi, la neve e il cielo; apre le braccia in atto di maraviglia ed esclama: — Questa è la Svizzera dell'Italia!

— È vero — soggiungo io. — Ma però, signor mio, se lei conoscesse l'Italia della Svizzera....

— In Svizzera non ci sono mai stato. — mi risponde lui.