Part 10
Seguitiamo a salire, e a poco a poco sotto alla rupe incominciamo a distinguere qualche cosa somigliante a un brulicare nero di formiche intorno a piccoli cespugli: saliamo ancora, e via via i piccoli cespugli si trasformano in querce, in aceri ed in faggi colossali, le formiche diventano persone, e ci troviamo in mezzo a migliaia e migliaia di uomini e di donne di tutte le età, che pregando, cantando, urlando, e di tanto in tanto distribuendosi a vicenda solennissimi cazzotti, cercano di avvicinarsi al santuario. Il santuario, non molto grande, è tutto scavato nella roccia, e per entrarvi bisogna salire due scalette e passare su un terrazzino; ed è appunto sotto alle due scalette che la folla s'agita più fitta e più romorosa. Alcuni uomini armati di fucili provano a mettere un po' d'ordine nella moltitudine invasata dal furore religioso e dal desiderio di penetrare nel luogo sacro, ma non arrivano ad altro che ad accrescere il disordine. Quando dopo una lotta degna di miglior causa io riesco ad avvicinarmi ad una delle scalette, mi trovo accanto a uno stendardo su cui leggo scritto a grandi lettere: Compagnia di Anagni. Lo stendardo è sorretto da due donne e tutti quelli che vi sono intorno strillando: — _Largo! Largo! Largo!_ — si chinano verso il terreno come se cercassero qualche cosa. Guardo anch'io ove tutti guardano, e veggo con ribrezzo due uomini e una donna che andando carponi con la faccia nel fango si muovono lentamente fra i piedi dei loro vicini. I tre sciagurati hanno incominciato a camminare con le ginocchia appena han visto da lontano per la prima volta il santuario, e per mantenere una promessa fatta alla Trinità, dovrebbero arrivare camminando sempre così fino dinanzi alla sua immagine miracolosa; ma al primo gradino della scaletta si fermano e non possono andare più oltre. La folla tenta di animarli coi gesti e con le parole, li esorta a proseguire e li stimola ad adempiere il voto; ma i tre disgraziati nello stato di esaurimento in cui sono non veggono e non sentono più nulla e rimangono immobili. Qualcuno spruzza sui loro volti un poco di aceto. Tutto è inutile. Allora si fanno avanti alcuni contadini; li legano con lunghe corde, e uno alla volta li traggono su in cima alla scaletta come se fossero fagotti di cenci, e mentre tutti alzando le braccia urlano: — _Grazia! Grazia! Grazia!_ — li spingono nel santuario, ove li segue tutta la Compagnia.
Poco dopo, vincendo il turbamento cagionatomi da tanta abiezione, li seguo anch'io e li riveggo inginocchiati dinanzi a un altare chiuso dentro a una cancellata dalle cui sbarre di ferro pendono fucili, pistole, stampelle, vesti, grembiuli ed altri oggetti coperti di polvere messi lì a testimonianza delle «grazie ricevute». I due uomini coi volti insozzati di fango, col naso insanguinato e con gli occhi fuori delle orbite agitavano le braccia verso una pittura antica; e la donna, anche lei col viso imbrattato di mota e con gli occhi sbarrati, brancicava con le mani luride la tovaglia bianca dell'altare e tossiva; e ad ogni scoppio di tosse il sangue le usciva dalle labbra escoriate, le scendeva giù pel collo e le macchiava la camicia. Il resto della Compagnia era fuori della cancellata. Uomini e donne di ogni età, tutti ammucchiati in terra uno addosso all'altro pregavano, e di tanto in tanto, alzando le mani tremule, prorompevano in grida e lamenti che rintronavano sotto la volta bassa del santuario. Qualche lampada spandeva un po' di luce giallognola nell'aria densa impregnata di esalazioni stomachevoli.
Accanto all'altare due preti, seduti comodamente su due seggioloni, appoggiavano i gomiti sopra a un tavolino su cui erano un gran libro aperto e un piatto di metallo: il libro per notarvi tutte le messe, piane o cantate che, a richiesta dei fedeli, dovevano poi celebrarsi in suffragio dei morti, e il piatto per raccoglierne subito il prezzo a vantaggio dei vivi.
Difatti non appena qualcuno sorgendo dalla folla prostrata a terra e genuflessa si approssimava al tavolino, vedevansi i due preti curvarsi sul libro aperto e udivasi il rumore squillante dei soldi cadenti nel piatto metallico.
Nel breve tempo che rimasi con la Compagnia d'Anagni io vidi molte donne appressarsi al tavolino per lasciarvi i loro risparmi nelle mani dei preti; una fra le altre che oltre ai quattrini vi lasciò anche un involto. Uno dei preti lo prese con un gesto d'impazienza, l'aprì, e, scotendo il capo, ne cavò fuori due bellissime trecce di capelli biondi; le guardò un momento e le porse al suo vicino, e questi a sua volta le dette a un sagrestano che le appese a una sbarra della cancellata fra un mazzo di coltelli arrugginiti e una pistola rotta.
— _È robba d'un'ossessa._ — mi disse subito un contadino; e seguitò: — _Ah, signoria! Si tu l'avessi vista un anno de là! Era la più bella de lo paese! Era bianca e rossa come 'na rosa! Ibbè? Quanno che gliu diavolo, Dio ne libbera me, gli entrava in cuorpo e la scoteva, addoventava 'na pazza! Mo la Ternità gli ha fatto la grazia e lei se ha tagliato le trecce e ce l'ha donate._
Il contadino aveva appena finito di parlare quando i due preti, alzando e agitando le braccia, incominciarono a gridare: — _Su, che basta! Jate fòra!_
Nessuno si mosse.
— _Su, che basta! Jate fòra!_ — ripeterono i preti, e fatti rizzare per forza i tre inginocchiati dinanzi all'altare li mandarono fuori della cancellata. Allora si udì squillare un campanello: alcuni uomini armati di fucili, gridando anche loro: _Fòra! Fòra! Fòra!_ entrarono nel santuario, e un po' con le buone e un po' con le cattive riuscirono a fare alzare i pellegrini e a spingerli verso la porta.
Mentre tutti se ne andavano, volgendosi di tanto in tanto a guardare l'altare, una donna rimasta indietro si trasse dal petto una moneta e la diede sottomano a un prete.
— _Lassate chesta._ — borbottò una voce: e la contadina fissando con gli occhi sfavillanti di gioia l'immagine della Trinità andò a rimpiattarsi nell'ombra.
Uscendo dal santuario m'incontrai in un giovinetto col volto rigato di sangue. Due contadini lo portavano a spalla e lo seguiva una donna piangente. Altre donne intorno a lei urlavano: _Grazia!_ _Grazia!_ _Grazia!_ Che cosa era successo? Un sasso, uno di quei sassi dei quali mi aveva parlato poco prima l'arciprete di Vallepietra, s'era staccato dalla rupe ed era caduto sul capo del giovinetto facendolo stramazzare a terra privo di sentimento: l'avevano rialzato ed ora lo portavano dinanzi alla Trinità. E la Trinità per guarirlo non si fece pregar molto. Affaccendata in tante faccende sbrigò le cose alla lesta! Difatti poco dopo, ripassando davanti al santuario, l'adolescente moribondo lo rividi in ottima salute: stava genuflesso devotamente e pregava con le mani giunte; e un vecchio gli tagliava i capelli intorno alla ferita bagnandogli di tanto in tanto la testa con un cencio intriso d'acqua santa.
* * *
La folla aumenta sempre. I pellegrini arrivano a torme da tutti i sentieri che dal fondo delle valli salgono al santuario, e le Compagnie si seguono una all'altra continuamente. Ogni Compagnia appena è giunta alla meta sospirata del suo viaggio si sceglie sotto gli alberi o fra le rocce al riparo dal vento il luogo dove passare la notte, e vi innalza subito una catasta di legna, il cui fuoco dovrà difenderla dal freddo. Sulla costa del monte, che pende sotto ed intorno al santuario, di coteste cataste formate per lo più di bellissimi e robusti rami di querce, di faggi e di carpini, tutte coronate da una croce, ve ne sono a centinaia, e accanto ad esse s'aggruppano migliaia di pellegrini. Alcuni vinti dalla fatica del lungo cammino col capo posato sui loro fagotti di cenci dormono; altri mangiano avidamente _pane ruscio_ e formaggio o masticano guainelle e lupini; qualcuno rallegra i compagni col suono della cornamusa; qualche donna cava da una cesta di vimini piena di stracci un bimbo, lo bacia, se lo porta al seno e lo allatta; i più, eccitati dal fervore religioso e felici di trovarsi finalmente accanto alla _casa addove abbita la Santissima Ternitane_, cantano con le voci rauche e gutturali preghiere monotone senza mai fine.
Dopo di aver girato qua e là fra la folla dei pellegrini, mi rifugio in una capanna, costruita dalla sezione romana del Club Alpino addosso alla rupe, poco lungi dal santuario, per cercarvi un po' di riposo, e ci trovo invece diversi preti che stanno prendendo le ultime disposizioni per la festa di domani.
La capanna è, si può dire, il quartier generale della preterìa: ovunque, sulle panche e alle pareti vi sono fiori di carta e di talco, fasci di candele, arredi sacri, stendardi, croci e alcuni fucili, senza dei quali in questi paesi pare che non sia possibile di celebrare nessuna festa nè religiosa nè profana. Di tempo in tempo qualche _festarolo_, cioè qualcuno di quei contadini _grassi_ i quali si assumono la direzione e l'impegno pecuniario della festa, entra nella capanna e va a confabulare coi preti. A uno di cotesti contadini uno dei preti dimanda: — Come va la cera?
— _Nun c'è male._
— E le messe?
— _Ringraziamo Iddio; se potemo cuntentà'._
— E per il Pianto è pronto tutto?
— _Tutto! Ogni cosa è al suo ordine._
Un altro _festarolo_ si affaccia alla porta, guarda dentro e alzando un dito si avvicina a un prete dicendogli: — _Don Luviggi! Una parola!_
— Che vuoi? — chiede _don Luviggi_; e il contadino gli si avvicina ancora e gli dice abbassando la voce:
— _C'è 'nu peccatore che vo' la confessione._
— Ma questo non è il momento! — esclama il prete alzando le spalle.
— _Don Luviggi!_ — ripiglia subito il contadino aprendo le braccia — _Don Luviggi! Quello tiene 'nu mazzo de cera accusì!_
— Be', allora digli che aspetti: intanto piglia la cera — ordina il prete; e il _festarolo_ esce, e poco dopo rientra con un fascio di candele.
Appresso a lui viene nella capanna un omicciattolo barbuto, una specie di gnomo con un cappellaccio da prete sul capo ricciuto e con un vecchio mantello color tabacco sulle spalle. È il romito che vive quassù ed ha in custodia il santuario. Egli appena mi vede mi presenta una scatola di latta facendovi ballare i soldi che vi sono dentro, e guardandomi con gli occhietti furbi mi dice: — _Signò', stamo tutto l'anno qua per aspettà' 'ste giornate!_
Uno dei preti lo guarda sorridendo e gli domanda:
— Come va?
— _Oggi va 'nu poco moscio: speramo a domani._
Il romito finisce per interessarmi e gli rivolgo qualche parola; ma appena egli incomincia a rispondermi son costretto a lasciarlo, poichè i miei compagni mi mandano a dire che mi aspettano per andare sulla cima del monte. I miei amici, che son tutti intorno alla guida, un omino piccolino, ma con tanto di fucile in spalla, quando mi veggono da lontano prendono subito a camminare, ed io li raggiungo e li seguo. Dopo non molto in un luogo chiamato il Campo della Pietra ove troviamo la neve, sentiamo suonare la marcia dell'_Aida_, e vediamo da lontano uno stendardo sotto cui si muovono molte persone le quali sulla bella distesa bianca sembrano tanti bacherozzoli. Lo stendardo si avvicina, e vi leggiamo scritto disopra: Compagnia di Riofreddo. I pellegrini han lasciato ieri l'ameno paesetto che piglia il nome dal gelido ruscello il quale separa la provincia romana dalla Marsica; han camminato tutta la notte ed ora scendono al santuario. Una vecchia è innanzi a tutti seduta su un somaro e canta; quattro musicanti in uniforme militare la seguono e suonano; gli altri affondando i piedi nella neve, camminano e pregano. Li lasciamo passare; poi, quando i canti, i suoni e le preghiere si spengono nella lontananza ripigliamo la salita; arriviamo al Fosso dei Volatri, e ci fermiamo. Quivi l'omino che ci accompagna mi viene accanto e indicandomi con un largo gesto il luogo in cui siamo mi dice: — _Qua mo ce sta la neve, e lei, signoria, nun potete vedere gnente; ma, si lei vieni qua nel tempo che la neve è finita, lei vederessi una cosa che te piacerebbe assai!_
— Cioè? — gli domando ridendo, ed egli per tutta risposta scava un po' di neve, discopre un tronco di faggio pieno di acqua congelata, e me lo mostra dicendomi: — _De chesti scifi sai quanti ce ne stanno qua sotto? Centinara!_ — Poi spezza il ghiaccio che vela la superficie dello scifo e soggiunge: — _Nell'està' a chesti scifi ce vengheno a béve' le bestie, e si lei puro vòi beve', sentirai che quest'acqua è più fredda de la neve._ — Bevo un sorso dell'acqua gelata e mi affretto a raggiungere i miei compagni in un bosco di faggi altissimi sotto i quali si deve camminare con molta attenzione per non mettere i piedi fra i ramponi aguzzati di qualche tagliuola preparata per prendere i lupi, ma disposta, se mai le capitano, ad agguantare anche gli uomini, e poco dopo arriviamo sulla cima del monte dove godiamo una vista maravigliosa. Già, l'Autore per se stesso è bellissimo: densi e verdi boschi di faggi secolari lo rivestono quasi tutto; vasti e pingui altipiani, alcuni dei quali come quelli di Camposecco di Livata e dell'Ossa, sono sui mille e cinquecento metri di altezza, lo allietano con la loro verdura; ed è ricchissimo di acqua. Tutti i rivi cadenti nell'Aniene spumante e veloce sono dell'Autore e si può dire che a Roma è lui che dà da bere: l'acqua Marcia è roba sua.
Ma la vista che si gode dalla sua cima è maravigliosa! Tutte le montagne più alte dell'Appennino centrale: il Vettore, il Gran Sasso, il Velino, la Majella, il Cotento, il Viglio, il Sirente, il Fanfilli e la Semprevisa; gli sorgono intorno e par che si affaccino su gli altri monti per ammirarlo. E l'ammiriamo anche noi, mentre gli stiamo seduti sopra con la schiena appoggiata a una torretta di sassi; ma poi quando, come tutte le cose umane, la nostra ammirazione finisce, ci alziamo; ci grattiamo la schiena indolenzita e incominciamo la discesa. Scendendo io rimango colpito dall'allegrezza dei miei compagni; e allorchè osservo la gioia che provano nel levare i loro piedi dalle rocce aride e dure e nel posarli su l'erbetta verde tenera e fresca di un umido e dolce declivo vagamente fiorito di trifogli, di genziane, di verbene, di primule e di orchidee, e tutto odoroso di mentastri e di salvie, di maggiorane e di timi, comincio a pensare che l'uomo non è stato creato per salire, ma per discendere, e finisco col credere che se egli qualche volta si sobbarca alla dura fatica di arrampicarsi su un monte lo faccia per procurarsi oltre a tanti altri piaceri anche il piacere grandissimo di ritornarsene subito al piano.
* * *
Prima di arrivare al santuario c'incontriamo in un bel vecchio vestito di una larga palandrana e col capo canuto ricoperto da una berretta di panno verde, il quale, segando le corde di un violoncello più antico di lui, canta con un filo di voce lamentosa una lunga canzone. Egli sta sotto a un alto faggio i cui rami fronzuti e dorati dal sole cadente si stendono su alcuni scogli enormi coperti da un morbido tappeto di musco. Gruppi numerosi di pellegrini lo circondano e lo stanno a sentire. Quando l'aedo ha finito di cantare appoggia lo strumento al tronco annoso del grande albero, cava da una borsa di pelle un pacco di canzoni stampate, si leva la vecchia berretta, e le offre _a lor signori dietro il modesto compenso di un solo e semplice soldo, cadauna_. Due ne vende e due ne compero.
La prima che ha per titolo: «Canzone in lode della S. S. Trinità che si venera sulle montagne di Vallepietra», incomincia così:
Ti confesso in tre persone Tutte e tre in un'essenza Tutte e tre d'una potenza Tutte e tre d'una maestà.
E prosegue narrando «un gran prodigio operato di recente» dalle sullodate tre persone. Ma sarà meglio di lasciar parlare il Poeta.
Si trovava sopra un poggio Con i bovi un buon pastore Quando un forte e gran rumore Tutto quanto il rivestì.
E li bovi furon presi Da sì forte e gran paura Che cadendo da l'altura Nell'abisso cadder giù.
A tal vista il meschinello Si rimase afflitto e muto Che credea d'aver perduto Il suo paio d'animal.
Chi narrar la meraviglia Può che s'ebbe quel villano Quando vidde giù nel piano I suoi bovi pascolar?
Egli allora ambe le palme Verso il ciel levò la mente...
e ringraziò la SS. Trinità; ma, non aveva finito di ringraziarla, che
Vide, il dico? Tre persone Tutte e tre d'una statura Tutte e tre d'una figura Tutte e tre d'una beltà.
Egli attonito a tal vista Cade a terra come morto E parea che il beccamorto Lo dovesse sotterrar.
Ma appena gli riesce di alzarsi e di tornare «in se stesso» vede
Da quei duri ed alti scogli Scaturir viva sorgente D'acqua pura che repente In gran copia si versò.
E allora
Va di corsa a quel paese E racconta il caso strano Il qual nulla avea d'umano Ma era opera del ciel.
E a tal nuova, quelle genti Colà vanno in processione, A lodar le tre persone Che degnaronsi mostrar.
E al vedere che quell'acqua Scaturisce da un gran masso Resta ognun come di sasso Per sì grande novità.
E quell'acqua, non la sete Spegne sol, ma ancora i mali I più acerbi e più fatali che fan guerra al miser uom.
La seconda canzone è di un altro genere, ma può stare degnamente accanto alla prima. In essa si tratta niente di meno di S. Anna benedetta, la quale «paga tre mesi di pigione»
A tre povere figlie Afflitte e sconsolate Che n'ebbero restate Prive di genitor.
Una cosa da intenerire un macigno!
Piangevan le figliuole Il cor più gli s'affanna — Fatelo per S. Anna. Di qui non ci scacciar.
Ed il padron gli disse Non serve più lamento Voglio l'accasamento Ad altri appigionar.
Allora le tre povere figlie, vedendo che dal loro padrone di casa non c'è da sperar nulla, decidono di andarsi a raccomandare a S. Anna: escono «dall'accasamento»
E mentre che camminano La più grossa zitella Entra nella cappella Che incontro al mare sta.
Dicendo all'altre due Sorelle più minore — S. Anna di buon core Qui la vogliam pregar.
Ne furono inginocchiate Disser: — Sant'Anna mia Aprici tu la via Come possiamo far.
Schiudeci a noi le porte E manda in conseguenza La santa provvidenza Per potere pagar.
Insomma, mentre le tre povere zitelle sono «nella cappella che incontro al mare sta», S. Anna va «all'accasamento» del padrone di casa «barbaro e inumano» e
Picchiando quella porta Gli dice voglio entrar.
Il padrone di casa apre l'uscio, e Sant'Anna, gli domanda subito:
Signor padron di casa Dite, quanto avanzate? Di pigioni arretrate Ve le voglio pagar.
Tirate presto il conto E più non dubitate. Le pigioni arretrate S. Anna le pagò.
Ma il «signor padron di casa» il quale se è «barbaro e inumano» è anche un ometto che ama di fare le sue cose con regolarità scrupolosa, dopo di avere intascato il denaro, si volge a S. Anna e le dice: —
Per farti ricevuta Di quanto tu hai pagato. Il nome ed il casato Qui bramo di saper.
Ed essa gli risponde: —
Anna delle Marie Io mi faccio chiamare, Sto di casa accanto al mare. Che sopra al monte sta.
E in quell'istante istesso Divenne tutta d'oro, Sant'Anna, con decoro. Dagli occhi suoi sparì.
Ed il padron di casa Restò meravigliato. — Sant'Anna mi ha pagato! Esclama con ragion.
Così, tutto contento. Diceva andando via: — Sant'Anna in casa mia! Oh, che felicità!
Ed ora, se permettete, vado a pregare S. Anna per conto mio.
III.
Albeggia. Dal fondo oscuro della valle, ove s'ode crosciare il Simbrivio, leggieri strati di nebbia salgono a poco a poco a velare la rupe colossale, che, poggiato il capo enorme sul cielo, pare che dorma. Il piccolo santuario veglia e prega. Tutte le grandi cataste di legna le cui belle fiamme durante la notte allietarono il monte di luce e di calore sono diventate mucchi di cenere bigia sui quali cigola qualche tizzone moribondo. Qua e là fra le rocce e i sassi, fra l'erba e gli alberi, fin dove lo sguardo può andare, non si vede che gente distesa, immobile e immersa nel sonno. Di quando in quando però qualche dormiente offeso dal freddo si sveglia, rabbrividisce, si accosta alla cenere, vi allunga il piede e ne fa scaturire un nastro di fumo azzurro, che sale a perdersi nel cielo ove tremano ancora le stelle. Due carabinieri seduti su un fascio di paglia, davanti a una fragile baracca di tela, dalla quale si spargono intorno nauseabondi effluvii di cose fritte nell'olio, bevono, fumano, sputano e parlano un dialetto dell'Alta Italia. Appena mi mettono gli occhi addosso mi salutano e sorridono, come se volessero dirmi: — Anche lei, quassù? — Dietro alla baracca, da un luogo chiuso con frasche di dove viene odor di letame, esce di tanto in tanto e risona allegramente qualche nitrito. All'improvviso sotto i rami folti di un bosco di faggi scoppia una fucilata, e subito dopo una voce rauca grida: _Evviva la Santissima Ternitane!_ Altre grida ed altre schioppettate le rispondono, e uno stormo di uccelli neri lascia, schiamazzando, la sommità della rupe, gira due o tre volte su gli alberi, che incominciano a muovere le foglie, e s'allontana verso l'oriente ove principia già ad apparire il roseo color dell'aurora.
Mentre, badando a non pestare quelli che dormono ancora, cerco di avvicinarmi al santuario, dalla cui porta spalancata e illuminata viene un canto lento e monotono, da una porticina fra le scalette veggo uscir fuori due contadini. L'uno e l'altro camminano come se fossero ubriachi, girano intorno gli occhi afflitti dalla luce del giorno, e con le mani tremanti tentano di nettarsi gli abiti fradici d'acqua e insudiciati dal fango.
— Che cosa c'è là dentro? — dimando a uno di loro, indicandogli il luogo da dove sono usciti; ed egli alzando la faccia pallida e lagrimosa e battendo i denti per il freddo balbetta: — _Signò', là dinto ce stavo li sotterranei benedetti._
Mi approssimo alla porticina dalla quale emana un fetore insopportabile di cose putrefatte, e facendo forza a me stesso vi entro e mi trovo in una cantina, dove un filo di luce bianca, attraversando le sbarre nere di una inferriata e strisciando sulle pareti ricoperte di muffa verdognola, illumina fiocamente alcune ombre giacenti nel fango sotto l'acqua che sgocciola dal soffitto.
— Che diamine state a fare qua dentro? — chieggo a una di coteste ombre, e l'ombra aprendo lentamente le braccia mi risponde: — _Signò', tengo li dolori pe' l'osse; nun pozzo chiù lavora': tengo moglie e figli piccerilli; so' poverello e voglio la grazia dalla Santissima Ternitane!_
* * *
Appena il primo raggio del sole nascente orla di un filo d'oro le cime azzurre dei monti lontani, i pellegrini si adunano a poco a poco intorno a uno scoglio, sul quale, fra il formicolare della folla, davanti a una immagine sacra si veggono brillare sei candelieri di argento.
— Che cosa succede? — dimando.