Part 8
(33) Questa festa è contraddistinta dalla Scrittura col nome di כפור _Chipur_ ovvero Digiuno di Espiazione delle colpe del Popolo, e della purificazione del Tabernacolo, e del Santuario. (_Levit. cap. 23 v. 31 e seq._). Essa è stata instituita, secondo quello che ci fa travedere la Scrittura, per assicurare il Popolo, il quale avea contro di esso provocata l'ira Divina coll'adorazione del Vitello d'oro, e garantirlo così che Dio erasi riconciliato seco lui. In tale giorno erano offerti due caproni per ispiazione dei peccati del Popolo; uno de' quali era immolato, e rimandavasi l'altro sciolto nel deserto carco di maledizioni, ed aggravato dei peccati del Popolo, che imponevagli il nome di Emissario (_Levit. cap. 16 v. 26._)
(34) Queste Solennità denominata dalla Scrittura חג הסכת (Hag assucoth) _festa de' Tabernacoli_, o delle _Tende_ (_Levit. cap. 23 v. 40._), fu instituita affinchè gli ebrei si ricordassero del tempo in cui abitarono in esse i loro vetusti padri nel deserto per sì lungo intervallo di anni; la celebrazione di questa Solennità cedeva per lo più entro il mese di settembre, tanto per che la stagione allora temperata, riusciva più confacente, e meno incomodo a rimanere sotto le tende all'aperta campagna, quanto perchè sceglievasi la stagione nella quale erano raccolti i frutti della terra, onde ringraziare Dio per tutti que' favori ricevuti durante il decorso periodo dell'anno. In quanto poi al fascicolo prescritto in detta festa, mi riserbo a ragionarne altrove (ved. l'ann. 52).
(35) Le festa delle quale è quì falle menzione viene chiamata dalla Scrittura שמיני עצרת (Sceminì nghazereth) _l'ottava_ (_Levit. cap. 23 v. 36._) essa era un complimento della festa precedente, e la conclusione di tutte le altre, quasi che significare volendo propriamente la _festa di congedo_, imperciocchè la solennità de' tabernacoli terminando il settimo giorno, il susseguente, celebravasi la festa della _Riunione_ degli Israeliti i quali essendo restati per sette giorni entro le tende, se ne ritornano tutti insieme nelle rispettive loro case, in quella guisa medesima che i loro padri dopo di avere abitato sotto le capanne per lungo corso di anni in mezzo de' deserti, ritrovarono nell'ubertosa terra di promissione un domicilio ameno, stabile, e tranquillo. Tale è l'oggetto delle commemorazione delle testè indicata solennità dell'_assemblea_, o della Riunione.
(36) Dal giorno susseguente al primo della Pasqua delle azzime le Scrittura ordina (_Levit. cap. 20 v. 15._) di contare sette settimane, esse formano 49 giorni, ed il cinquantesimo osservare la solennità della חג שבועות (Hag Sciabungoth) _festa delle settimane_, o delle primizie, perchè dalla messe che facevasi allora, offrivasi a Dio le primizie unitamente a due Pani, ed a' sacrifizj di surerogazione. Una tal festa si allude parimenti alla commemorazione della legge che Dio proclamò in quel medesimo giorno per mezzo di Mosè sulla prodigiosa vetta di Sinaj.
(37) Dopo le tante dotte ponderate riflessioni, e gli energici discorsi fatti sopra questo proposito da entrambe le assemblee Israelitiche convocate in Parigi, l'una il Luglio 1806, l'altra in Febbrajo 1807 per Augusta Paterna disposizione dell'Illuminato Monarca della Francia, e dell'Italia, sempre intento a migliorare la condizione dell'ebreo soggetto alle ammirabili sue Leggi, cosa mai aggiugnere io potrei per dimostrare l'onta incancellabile che risulta all'ebreo la trasgressione di questo Precetto, per cui esso fu in ogni tempo, e ovunque preso di mira, sebbene non sia quello il solo ad esercitare impunemente l'infamante mestiere di usurajo? Che l'ebreo esercitasse l'usura in que' tempi calamitosi ne' quali un avverso destino lo volea soggiogato sotto l'impotente dominio di certi devoti, ed imbecilli regoluzzi, che religiosamente gli toglievano qualunque mezzo di sussistenza, interdicendoli per sino tutte le vie regolari di un commercio decoroso, il possesso di fondi, l'esercizio delle arti liberali, il diritto pur anche di cittadino, esso potea in tale stato ripeterne la legittima cagione dalla pressante necessità a cui trovavasi astretto: ma come potrebbe mai giustificarlo attualmente l'ebreo della Francia, e dell'Italia, in particolare, protetto, e governato da un Sovrano, il di cui vasto potere eguaglia l'estensione de' suoi lumi, che lo ha posto a livello della più insigne Nazione che calpesti l'universo, e della quale esso è felicemente per quello il Capo, la delizia, ed il sostegno? Or che all'ebreo fu permesso di rientrare nella classe degli enti ragionevoli, da cui la superstizione, l'orgoglio, e l'ignoranza tentarono sempre di eccettuarlo; ora che libero può disporre di que' talenti de' quali esso è fornito, che può usare di quella industria ch'egli sente; che può impiegare a suo piacere quelle dovizie che possede, or, in una parola, che esso è fatto Cittadino delle più cospicua monarchia che oggi esista, chi potrebbe mai, senza fremere, mirarlo esercitare ancora sì detestabile ufficio? A fronte di tanti considerabili vantaggi che ora concorrono a migliorare la di lui sorte, non è egli condannabile oltremodo, il vedere tutta via esistere fra noi queste sanguisughe crudeli, sitibonde delle sostanze altrui, come se non vi fosse altro mestiere da professare fuori di quello, che oltre essere cotanto vituperoso per se stesso, tende ad estenuare le facoltà le più opime, ed a porre nella desolazione la classe la più benemerita dello Stato, perchè la più laboriosa, e la più utile, ma quasi sempre scarsa di fortune, ed impotente? Si ha un bel opporci da costoro di esserne ampliamente autorizzati; adducendo che avvene parimente nella Francia, e nell'Italia un affluenza d'individui non ebrei, che esercitano l'usura con eguale avidità, come se ciò che è evidentemente contrario alla natura, e recalcitrante alle Leggi della società, sarebbe meno pernicioso per essere approvato, e come se permesso fosse all'uomo di giustificare le proprie colpe, adducendo per iscusa i depravati esempj altrui. Ma finiamo col conchiudere che l'usura, da chiunque siasi che venga esercitata, sarà sempre mai l'arte la più vile, che abbia saputo in alcun tempo immaginare la sordidezza umana, ed ovunque degna della perpetua esecuzione delle Leggi Divine, e terrene, e che per conseguenza l'interesse di ogni illuminato governo, che vuole la felicità de' propri sudditi, e l'equilibrio delle loro sostanze, dee essere quello di proscriverla sotto austere comminatorie da tutta la estensione de' loro dominj.
(38) A fronte di tutto lo zelo che gli ebrei dimostrano di avere per la Religione che professano, si potrebbe avanzare con qualche sicurezza, che niente è meno osservato da essi di questo Precetto. In fatti sarà egli mai un rispetto il fare dei conciliaboli com'essi fanno entro le loro Sinagoghe, durante il tempo delle loro preci, ed anche sovente trattare, e conchiudere degli affari? Sarà forse un rispetto il passarvi le 8, e 9 ore del giorno, reiterando sempre le medesime rapsodie insignificanti, indirizzando a Dio cento Benedizioni (che tante sono quelle prescritte da' Rabbini _Ghem. Trac. Berah._) entro lo spazio di un solo giorno, o molte altre sì fatte repliche futili, che ad altro oggetto non servono che ad annojare il supplicante, ed a stancare l'esauditore? Sarà forse venerare il luogo Sacro le ridicole contorsioni che a guisa di Bonzi, o di Bracmani mirasi fare degli ebrei nell'occasione de' Tabernacoli, col fascicolo di palme che tengono fra le mani, che rivolgono postato a foggia di arma, or alla parte dell'oriente, or a quella di occidente; ora verso il Cielo, ed ora sulla terra, percuotendosi il petto; convinti di espellere, o conquidere il Demonio con sì fatte stravaganti giravolte? E quell'asta pubblica che osservasi fare dal (Sciamash) _inserviente_, in qualche luogo ogni sabato, ed in qualche altro ogni novilunio, consistente nell'incanto formale, in favore del migliore offerente, dell'apertura dell'armadio delle Bibbie, del trasporto del Sacro viluppo da questo dove si estrae, fino al pulpito dove si legge, nudarlo, sfasciarlo, indi avvilupparlo di nuovo per rimetterlo in esso; esservi chiamato astante alla lettura, e cose di tal fatta, saranno esse, dico, marche di rispetto, e di venerazione in un locale che si reputa santificato dalla gloria ineffabile dello stesso Eterno Creatore, che rendono testimonio delle loro pratiche puerili, e delle più ridicole cerimonie? Dovrà egli supporsi? . . . ma io non finirei sì tosto certamente, se tutti quì riportare io dovessi le tante altre varie trasgressioni che si commettono ad ognora dall'Israelita de' nostri tempi, contro questo essenzialissimo Precetto, che non giugnerà mai questo popolo a mantenere con esattezza, fino a tanto ch'esso non dispongasi, con animo integro, a riformare, unito a questo, i tanti altri abusi de' quali la sua Religione è da tempo immemorabile aggravata.
(39) I disordini che si veggono introdurre contro la decenza, ed i costumi per tutto dove questo abuso è tollerato, mi ha indotto ad inserire quì anche questo Precetto, già ordinato da Mosè (_Deut. cap. 22 v. 5._), il quale vietando agli uomini ogni azione effeminata, siccome proibendo alle femmine di usare ciò che serve all'abbigliamento de' maschi, esso non ebbe altro scopo certamente, l'urbanità, e la politezza de' costumi del suo Popolo, sì soggetto a corrompersi con tali bizzarre trasformazioni. Io credo per altro, che lo stesso disegno abbia dato origine all'altro divieto imposto agli ebrei dallo stesso Legislatore (_Levit. cap. 19 v. 27._) di radersi la barba col rasojo dalle tempie discendendo lungo le gote; ma questa prescrizione può essere oggi ancora mantenuta intatta da' soli ebrei dell'oriente, poich'essa si uniforma col costume universale di que' popoli; però sarebbe cosa ridicola oltremodo praticarlo in Europa dove le Nazioni che vi abitano generalmente usano di raderla.
(40) Di queste _Neomenie_, cioè, feste del novilunio che si celebravano il primo giorno di ciascun mese. La Scrittura ne parla espressamente in varj luoghi (_Ps. 80 v. 4 Num. 28 v. 11._) ma questo non era mai considerato giorno di festa, benchè vi si offrissero altri sacrifizj, eccetto il quotidiano, e si suonassero trombe di argento, ciò non ostante non prefiggevasi dovere di astenersi da opera servile, come non se ne astengono gli ebrei nè pure ai nostri tempi: questo ad altro non serve, che a contraddistinguere il giorno, e l'epoca indicante le grandi solennità; del resto non vi ha che le donne maritate presso gli ebrei, che ne abbiano conservata qualche debole memoria, cessando com'esse fanno in detto giorno qualunque travaglio anche di famiglia, eccettuatane la cucina. Per altro, non mi sembra inopportuno di ragionare quì qualche cosa meramente di passaggio sulla natura de' mesi ebraici, e su' motivi delle fissate intercalazioni.
I mesi degli antichi ebrei dunque erano lunarj, ma ad oggetto di rendere il loro anno così lungo come il nostro, ed accordarlo coll'apparente corso del Sole, essi intercalavano di tempo in tempo un mese; quindi è che ve ne era qualche volta 12, e qualche volta 13 nel periodo di un anno completo; d'altronde siccome celebravasi ogni primo giorno di mese, nel modo che testè lo abbiamo espresso, questo cominciamento dipendeva dalle apparizioni della Luna; si avea la precauzione di spedire delle persone sulla vetta delle montagne affine di scuoprire i primi momenti in cui la Luna compariva sull'Orizzonte, ed era tosto comunicato al Consiglio, il quale dietro il loro rapporto esatto, proclamava che in tale giorno era la Luna nuova, festa dell'Eterno, ed il principio del mese (ved. _Cuz. p. 3 et not. Buxt. 207 ad 213 Sim. Dict. de la Bib. T. 1 pag. 384._) Ma i Rabbini essendo accostumati di rapportare tutto a Mosè, dicono che Dio gli mostrasse in visione una figura della nuova Lune, comandandogli di riguardarla attentamente, e di regolarsi intorno a ciò per fissare il primo giorno di ciascun mese, ciò ch'egli eseguì sempre con tutta diligenza.
Tale è dunque la prima, e la più positiva maniera che fu anticamente praticata nel fissare il calendario, o il principio del mese. Inoltre i Rabbini avendo rimarcato diversi inconvenienti in questo metodo, atteso che la Luna non comparisce sempre sullo orizzonte; e può non essere veduta per cagione delle nubi, o delle nebbie, specialmente nel suo primo quarto in cui essa non ha che una luce debole e tremolante, procurarono di rimediarvi colle intercalazioni, od aumento di un mese, facendo così l'anno ogni triennio di 13 lune, e questo è quello che gli ebrei chiamano מעובר (menghubar) che significa _Pieno_.
(41) Molti critici, e _Warburthon_, e _Voltaire_ fra questi, ritrovano difficile di rendere ragione, perchè le leggi portate dall'Exodo, dal Levitico, dal Deuteronomio non facciano alcuna menzione di questo dogma terribile, che solo può mettere un freno ai rimorsi interni, ed alle colpe secrete; quindi essi pretendono illativamente inferire che l'Immortalità dell'anima fosse del tutto sconosciuta agli antichi ebrei.
Che nella Scrittura non trovisi alcun passaggio che dimostri espressamente esistere nell'uomo un essere incorporeo e non suscettibile di morte, come tanti altri ve n'ha che provano chiaro ad ogni tratto l'esistenza di un Dio Creatore, io ne convengo, ma condiscendere, al contrario, io non posso, che non vi sieno in essa delle espressioni che lo facciano distintamente sotto intendere (ved. _Comment. Abrab. negli ult. cap. del Levit._ _Gen. 17_ _Exod. 12_ _Levit. 18_ _Menas. Ben Isr. suo Nishmat Haym cap. 3 e 5._). In fatti cosa vorrebbero mai significare quelle frasi per tante volte reiterate in varj luoghi del Pentateuco di חיו תחיה (hajò tihjeh) _vivere vivrai_; מות תמות (moth tamuth) _morire morrai_ ונכרתה הנפש (venihretah anefesh) _e sarà squarciata, o distrutta l'anima_, se rapportare non si facessero alla Immortalità, od alla ricompensa, ed alle pene eterne dell'anima umana? Poichè diversamente opinando, io ricercherei di buon grado a' suddetti critici, come spiegherebbero essi mai quel vivere due volte, e due volte morire? E a quale oggetto minacciare l'anima di sterminio, se sobire essa dovea il medesimo destino del corpo, e soggiacere alla stessa dissoluzione di questo? Da tutto ciò chiaro apparisce che sebbene Mosè non insegnasse apertamente al suo Popolo il dogma dell'Immortalità dell'anima, esso con tali espressioni rendevagli agevole il mezzo di farglielo in ogni senso capire.
D'altronde mi sembra il massimo degli assurdi il credere che gli ebrei (come alcuni lo pensano senza fondamento) non conoscessero questo principio, se non se dopo di essere divenuti la conquista de' Romani, giacchè l'Istoria dimostraci, all'opposto, come evidente, che a' tempi di Nerone tutta Roma ripeteva che la Dottrina dell'altro mondo nuovamente introdotta, snervava il coraggio de' soldati, gli rendeva più pusillanimi, e togliendo loro l'unico, il principale conforto degli sventurati raddoppiava finalmente la morte colle minaccie di nuove sofferenze dopo questa vita (ved. _M. Deslandes. Hyst. Crit. de la Philos._). Siccome è del pari una menzogna incontestabile l'asserire che gli ebrei apprendessero questo dogma da' primi Padri del cristianesimo (come alcuni altri erroneamente lo sostengono) mentre non solo l'ignoravano essi ancora, ma ne concepivano inoltre le idee le più informi, e le più materiali. _S. Ireneo_ diceva che l'anima era un soffio, _flatus est enim vita_ (_Teol. Pagana_). Tertulliano nel suo Trattato dell'anima la pretende corporea (_De Anima cap. 7 pag. 268_). S. Ambrogio insegna che non v'ha che la trinità esente da composizione materiale (_Ambr. de Abramo_). S. Ilario vuole che tutto ciò che è creato è corporeo (_Hil. in Math. pag. 633._). Nel secondo Concilio di Nicea credeasi ancora fermamente gli angeli corporei, così vi si legge, senza scandalo, queste parole di _Giovanni di Tessalonica_: _Pingendi Angeli quia corporei_. _S. Giustino_, e _Origene_ credevano l'anima così pure materiale;, essi consideravano la sua immortalità come un mero favore unicamente dell'Essere Supremo. E Agostino stesso, benchè a noi assai più recente degli altri menzionati, quali idee confuse non ci ha esso pure tramandate sulla spiritualità delle sostanze immateriali? (ved. _Aug. De Civit. Dei Lib. II. Cap. XXIII. T. VII. pag. 290_ _De Gen. contr. Manich. Lib. I. Cap. XI._) con tali assurdi principj, si oserà egli sostenere ancora che gli antichi ebrei imparassero il dogma dell'Immortalità da' primi Padri della Chiesa Cristiana?
(42) Questa prescrizione non ha per iscopo che un mero suggerimento di pietà; come sarebbe quello appunto di non dovere cuocere l'agnello nel latte della capra; di che sarà da noi frappoco espressamente ragionato.
(43) I primi Padri della chiesa Giudaica erano sì persuasi, e convinti, che non era permesso di aggiugnere la benchè minima cosa alla Legge primitiva, e che i Profeti stessi non aveano il diritto, nè la facoltà di farvi degli aumenti di sorte alcuna, ch'essi presero a grande scrupolo l'ordine che Mordocheo, ed Ester hanno pubblicato di leggere tutti gli anni l'involto che conteneva l'Istoria della prodigiosa rivocazione che dessi avevano procurata della crudele sentenza di morte, già pronunziata contro l'intero Popolo ebreo della Media, e della Persia, che il reprobo Amano vice Re di quelle veste Province, tentava di sradicare dalla terra.
(44) Prescindendo da que' tanti raffinamenti co' quali pretendono i Talmudisti sottilizzare la divisione di simili Precetti; noi non facciamo quì espressa menzione, che de' tre soli nomi de' quali si è servito lo stesso Legislatore Mosè per esprimerli, e significarli al suo Popolo; questi nomi dunque sono: 1.º, מצות (mizvoth) _Precetti_ 2.º חוקים (Hukim) _Statuti_; 3.º משפטים (mishpatim) _giudizj_. A' primi dicono appartenere que' Precetti di cui la ragione è renduta espressa nel resto della Legge; per esempio, i motivi pe' quali gli Ebrei debbono solennizzare le feste, questi sono in chiari sensi menzionati nella Scrittura: i secondi racchiudono in essi medesimi le loro ragioni nelle parole stesse della Legge; Dio, si aggiugne volle rendere queste ragioni occulte al Popolo Ebreo, e ciò pe' suoi arcani imperscrutabili disegni; gli ultimi finalmente contraddistinguono _Precetti dell'intendimento_, i quali, se anche non fossero menzionati delle sacre pagine, la ragione medesima dell'uomo gli ordinerebbe.
(45) Chi potrà mai sostenere di proposito che la credenza di un certo dato numero d'individui ed anche di un antichità immemorabile, possa avere efficacia bastante di trasformare l'inutile in necessario l'illusione in evidenza? Il celebre _Bayle_ (_Pens. Sur les Comêt. T. I. pag. 198._) osserva con ragione, che non si prescrive mai contro quello che è certo per se stesso colla tradizione anche universale, ne col consenso, benchè unanimi, e il più antico, di tutto il genere umano, ciò che viene ad inferire lo stesso del pensiere che ci trasmise il filosofo _Averoe_ avanti Bayle, cioè che uno stuolo di Teologi non sarebbe stato mai sufficiente per cambiare la natura dell'errore, e per farne una verità. Vi fu già un tempo in cui tutti gli uomini hanno fermamente creduto che il Sole girasse intorno il globo terraqueo, mentre che questo supponevano restasse immobile nel centro di tutto il sistema del mondo; non è appena che due secoli che quest'errore è distrutto, vi e stato così pure un tempo in cui alcuno non volea credere l'esistenza degli antipodi, e quindi perseguitavasi quelli che aveano la temerità di sostenerli; oggi verun uomo instruito non osa più dubitarne: rimarcasi che tutti i Popoli del mondo, ad eccezione di un ristretto numero d'individui meno creduli degli altri, credono tutta via, con intima persuasione, nelle streghe, negli esorcizzatori, negli incantesimi, nelle apparizioni, negli spiriti ec. ed alcun uomo sensato non immaginasi attualmente di dovere accreditare queste puerili stravaganze. Tale è l'indole deplorabile del volgo, il quale non potendosi elevare colla forza del raziocinio fino all'investigazione delle cose, per quindi pervenire a discernere il grado di possibilità dell'esistenza di esse dee arrendersi ciecamente nell'asserzione altrui; ma i filosofi illuminati non credono se non se ciò che è evidente, consentaneo alla ragione, salutare, e necessario di ammettere.
CAPITOLO VI.
Ragioni efficaci che rendono indispensabile la riduzione del Codice di Mosè a 60 soli Precetti, cioè 24 affermativi e 36 negativi.
Qualunque siasi regolamento, legge, o statuto che non abbia per base la solida imperturbabile felicità di quelli che ne formano l'oggetto, o che non tenda al miglior essere di quelli pe' quali sono gli uni, o l'altra destinati, o come perniciosi debbono essere del tutto abrogati, senza ritardo, o come inutili rigettati, e proscritti dal consorzio degli uomini. Ma, per altro, due ostacoli funesti che a pochi è riuscito fino ad ora sormontare con felice successo, opposero in ogni tempo un ostinato contrasto ad un riparo sì ovvio, e sì urgente per tutte la specie umana; il primo di questi dunque si è la soverchia cieca venerazione che si ha generalmente per le decisioni tradizionali di quelli che ci hanno preceduti; lo che presso quasi tutte le sette odierne si approssima all'eccesso (46); l'altro, il quale realmente non è che l'immediata conseguenza del primo, io ritrovo consistere nello scrupolo deciso che tenti uomini si fanno d'inalzarsi fino al raziocinio, col soccorso del quale tentare di acquisire maggiori lumi rapporto alla credenza che professano, conoscerne le basi, discuterne le massime, investigarne i principj, onde in tale maniera pervenire a discernere il reale, e il necessario che ci giova, dall'apparente illusorio che ci nuoce, senza scampo, e ci confonde (47).
Ma ostacoli di tale natura, mi lusingo, che non saranno essi già così pure ineluttabili per noi, che riconosciamo non averci Dio accordato inutilmente un intelletto e una Ragione (48), come lo furono pur troppo per gli ingannati nostri progenitori che reputavano un delitto irremissibile il fare uso di mente, e di buon senso, in proposito di culto specialmente. Egli è appunto per ciò che di raro si conoscono presso questi i fondati motivi delle pratiche innumerabili adottate con tanta sommessa venerazione da' medesimi. Quando noi, al contrario, ci disponghiamo a rendere convincenti, ed efficaci ragioni, ad ogni evento, non meno in giustificazione dei motivi che ci indussero ad ommetterne quelle che riguardammo come soverchie, o inopportune, che per avvalorare la osservanza esatta di quei Precetti che abbiamo riconosciuti necessarj a costituire radicalmente il sensato Culto inoppugnabile dell'Ebreismo.
Avendo noi altrove riportate le ragioni sufficienti per giustificare in faccia al Popolo ebreo l'abrogazione fatte di tutti que' Precetti, che comprendemmo in entrambe le categorìe di prima, e seconda classe, nulla per tanto, io dirò di ciò che a quelli si rapporta, limitandomi soltanto alle ponderate osservazioni che pare assolutamente necessario dover fare intorno i fondati motivi che c'indussero ad abolire una gran parte di que' Precetti spettanti alla terza classe che abbiamo noi quì d'intero proposito addottata.
Cominciando da' Precetti che si rapportano alla Pasqua delle Azzime comandati dalla Scrittura in numero di otto, siccome questi non sono propriamente che la replica l'uno dell'altro, volendo in massima inferire presso che l'ordine medesimo, cioè allontanare ogni specie di pane fermentato per sette giorni, cibarsi per detto spazio di tempo di pane senza lievito, ossia di pane azzimo, e solennizzare la Pasqua, il giorno primo, e il settimo di questi, facendo in essi cessare ogni opera servile, come rilevasi dalla Scrittura (A), noi gli abbiamo tutti ristretti ad uno solo che tutti gli comprende seguendo la mente del Legislatore, e che costituisce la materia del secondo, in seguito dello stabilito nostro nuovo Elenco.