Part 24
Cessiamo per tanto di più lungamente tormentarci per ridicole chimere di nostra sovvertita immaginazione, rispettosi adorando nell'opera terrena gli arcani profondi del Superno abitatore de' Cieli, che con un mezzo sì eccelso e sì potente degna oggi rinnovare quegli antichi favori medesimi de' quali furono gli avi nostri un giorno profusamente colmati; e vuole renderci ad un tempo convinti, che da noi soli dipende unicamente lo spezzare que' terribili ceppi degradanti che i nostri smarrimenti decorsi avevano in tante fogge costruiti a nostro perpetuo danno irreparabile; egli è per questa unica via che noi possiamo pervenire a meritarli, e ad elevarci (se oso dirlo) alla sublime cognizione del Culto puro, veridico, ed esimio, che il sommo Dio de' patriarchi esige dalla posterità dei medesimi; e distinguendo sensibilmente allora la religione vera, metodica, e sana, dall'apparente, superstiziosa, e irregolare, noi riconosceremo quali ragguardevoli moltiplici vantaggi risente dalla prima lo spirito che sa discernerla nel fulgido chiarore di sua magnificenza, e della sua vera grandezza; vedremo non esservi solo che quella che possa rischiarare l'intelligenza umana, elevare il genio al di sopra di se stesso, e farlo, per così dire, lanciare fuori de' lumi prescritti a tutto ciò che riguarda la natura, o l'indole umana: è dessa che dilata al grado massimo tutte le sfere; sola ha il dono di tutto vivificare, in qualunque siasi posizione in cui l'uomo si ritrovi, purchè abbia per guida la sua fiaccola eterna, può essere con sicurezza garantito di non deviare giammai dall'ameno retto sentiere di quella verità sì proficua, e sì essenziale alla sua specie: e così per ultimo ci ridurremo a convincerci necessariamente per ogni parte, che non avvi che questa unica eccelsa Religione, capace d'imprimere a tutti i talenti, così pure che a tutte le virtù il suggello indelebile del soprannaturale, e del divino, e che a quella solo spetta di creare il filosofo saggio senza orgoglio, nella guisa che appartiene ad essa unicamente di formare l'uomo pio senza fanatismo.
Ecco, in una parola, il vero Culto sublime che l'Augusto Rigeneratore d'Israel esige da questo popolo; ecco la Credenza consolante che i nostri Belgici fratelli, non ha gran tempo si proposero; e tale è precisamente la sola edificante Religione che risultare vedremmo con ammirabili successi dal nostro fissato piano di Riforma, se l'intera nazione alla solida utilità della quale esso è propriamente rivolto, potesse giugnere, d'accordo, a sentirne l'urgenza, a calcolarne l'intimo valore, persuasa restando colli evidente certezza che desso gli offre, che nè l'essenzialità del vero suo Culto resta lesa da quello, nella benchè minima sua parte, nè opinare osammo giammai di creare con esso nuovi principj Teologici, ovvero costruire col suo mezzo nuove basi religionarie, straniere al suo antico sistema, e sconosciute dalla medesima fino al presente; ma tutti i nostri sforzi altresì tenderono, in complesso, a edificare sopra quegli stessi fondamenti radicali, che secondo l'autenticità indefettibile di una gran parte della specie umana, furono in origine gettati dalla Divinità medesima; questo è tutto ciò che può l'essere intelligente promettersi, con qualche esito probabile sopra la terra; bene convinti d'altronde, pienamente col sensato _Harrington_ (_Aphor. Polit. Chap. 2. Aphor. 85_) non potere in verun modo appartenere, nè agli uomini, nè alle nazioni, nè alle Leggi umane di trarre dal nulla dei principj, o senza questi costruire de' fondamenti, a meno che non prefiggasi di edificare delle macchine appese nell'ambiente, ciò che non può, senza delirio, cadere in mente umana. Ma la condotta però da noi tenuta, relativamente alla Rigenerazione del Culto Israelitico, troppo in chiari sensi giustifica, non avere quella per oggetto, che lo stabilimento permanente, e la grandezza luminosa del solo Codice Mosaico, che fissammo come base fondamentale della vera, genuina credenza del Popolo d'Israel, e come stabile punto centrale, dove tuttociò che rapportasi alla mera essenzialità del suo Culto, dee avere un diretto immediato concorso, riguardando assolutamente tutte le altre massime, usi, Cerimonie, e Instituzioni, come affatto eterogenee alla sua eccelsa natura, e indegno onninamente del carattere venerabile del suo primo fondatore.
Tale fu realmente per se stesso il primario scopo salutare di tutte le mie ponderate applicazioni decorse fino ad ora, nel modo appunto che ogni mio più serio, e assiduo riflesso verrà in seguito richiamato a dimostrare con _Longino_ (_Trat. del Subl. Cap. 29_) a' miei connazionali non solo; ma a qualunque siasi altro individuo umano, che l'opifice onnisciente non ha già creato l'uomo per essere un animale automata, e spregevole, ma esso lo ha collocato in questo vasto universo, come nel centro di una moltitudine immensa, affine di esservi spettatore di tutte le cose che vi accadono; esso lo ha introdotto, dico, in questo gran torneo, come un intrepido atleta; il quale non dee respirare solo che la gloria quindi è perchè desso ha, per così dire, scolpito nelle anime nostre un intenso recondito declivio per tuttociò che apparisce ammirabile, e divino al di là della nostra limitata percezione; ecco (dottamente aggiugne l'allegato scrittore) ciò che fa che il mondo intero pare che non basti alla profondità, e all'estensione di alcuni umani talenti i quali molto sovente oltrepassano i confini medesimi che gli circondano.
Altro per tanto all'uomo non resta più a fare che esaminare ponderatamente il circolo della sua propria esistenza, facciasi egli dunque a considerare attentamente quanto esso in se medesimo racchiude di magnifico, e di sublime; ed egli allora potrà discernere bentosto agevolmente per quali piaceri, e per quali oggetti l'Autore Supremo della natura lo destinò sopra la terra.
_Fine del Tomo Primo._
(165) Alcuni filosofi del secolo ritrovano straordinario di vedere che la Divinità, seguitando la tradizione, siasi rivelata di una maniera sì poco uniforme nelle diverse regioni del nostro globo, che in proposito di religione gli uomini si riguardano gli uni gli altri cogli occhi dell'odio, o del disprezzo (ved. _annot._ 97.), ciò che rende i fautori delle differenti sette mutuamente reprensibili: i misteri i più rispettati in una Religione, sono altrettanti oggetti di scherno per un altra. Dio avendo tanto fatto (aggiungono essi) di rivelarsi egli uomini, avrebbe almeno dovuto loro parlare una medesima lingua, dispensando a tutti così il loro debole spirito della molesta confusione di ricercare quale può essere la religione emanata veramente da esso lui, e quale è il Culto il più grato, alla sua eterna volontà, ed il più accetto alla sua Divina ineffabile Onnipotenza.
(166) Quasi tutti i popoli dell'universo hanno adorato Dio, come fu da noi accennato altrove sotto varie appellazioni differenti; ogni nazione gli ha dato de' nomi, e degli attributi particolari, ma questi Dei, di cui la moltitudine è incalcolabile, sieno quanto si vuole inorpellati, essi rassomigliano tutti o al Dio del filosofo, o al Dio del popolo. Il Dio del filosofo e stato in ogni tempo il primo, e il più perfetto degli Esseri, l'anima della natura. Infatti v'ha egli qualche cose di più energico, e di più sublime in tutto ciò che i Metafisici, ed i Teologi di ogni secolo hanno detto dell'Essere Supremo dell'inscrizione ritrovata incisa sopra una statua di _Osiris_ nell'alto Egitto? _Io sono tutto ciò che è stato, ciò ch'è, e ciò che sarà, e non avvi un mortale capace di allontanare il folto velo che mi asconde agli sguardi peribili de' viventi_. Il Dio del Volgo fu sempre un essere superiore all'uomo suscettibile delle medesime passioni, ma infinitamente più potente di noi. Tutte le Religioni che conosciamo non sono che un risultato più o meno avventuroso della filosofia, confuso con alcuni pregiudizj nazionali. I pregiudizj ne sono stati ora la base, or la conseguenza, ed ora lo scopo; più sovente forse l'immagine, o il velo.
(167) Ma siccome o più oggi non trovasi fra noi chi abbia coraggio sufficiente di cimentarsi ad illuminare i suoi simili, o se alcuno, per accidente, ve n'ha, questi non si ascolta, si disprezza, e non si cura, ne viene che gli uomini restano così miseramente abbandonati alla loro natìa ignoranza, vittime delle chimere di cui la tradizione è una sorgente feconda, e inesauribile; la loro cecità in tale stato diviene tanto più forte, ch'essi sembrano odiare la ragione e pare che temino di essere illuminati: così Cicerone dice, che la filosofia si contenta di pochi giudici, ch'essa odia il volgo, e che n'è odiata, e riguardata come sospetta e nemica, aggiugnendo che coloro i quali la condannano, e la disprezzano si attraggono l'approvazione dalla moltitudine: _Est enim Philosophia paucis contenta judicibus, multitudinem consulto ipsa fugiens, eique ipsi et suspecta et invisa, ut vel si quis universam velit vituperare, secundo id populo possit facere_. _Tuscul. II. fol. 254._
(168) In tutte le età non si può senza un pericolo eminente, e inevitabile allontanarsi da' suoi pregiudizi, che l'opinione avea renduti sacri; nè fu in alcun modo permesso di fare delle utili scoperte in verun genere; tutto ciò che gli uomini illuminati hanno potuto fare ad un tale riguardo è stato di parlare in termini coperti, e palliati, e sovente con una vile compiacenza, alleare vergognosamente ancora la menzogna alla verità. Molti ebbero una doppia dottrina l'una pubblica, e l'altra occulta, la chiave di quest'ultima essendosi perduta, i loro sentimenti genuini divengono per lo più inintelligibili, e per conseguenza inutili per noi.
Or come dunque i filosofi moderni a' quali, sotto pena di essere perseguitati della maniera la più crudele, si gridava di rinunziare alla ragione per sottometterla a' prestigj del fanatismo; come, dico, uomini sì fattamente illaqueati avrebbero essi mai potuto dare un libero slancio al loro genio, perfezionare la ragione, accelerare la marcia dello spirito umano? Non fu che tremando, che i più grandi uomini del mondo travvidero la verità, rarissime volle essi ebbero il coraggio di annunziarla; coloro che hanno osato di farlo, sono stati severamente puniti della loro temerità; merce la superstizione non fu giammai permesso di fare uso del proprio pensiere, o di combattere i pregiudizj de' quali fu l'uomo in ogni tempo la vittima, o lo scherno.
(169) La menzogna serve poco, dice Seneca (_Lett. 79. T 2._); il colorito superficiale di un ornato esterno, non ne impone che molto debolmente a poche persone senza esperienza, e senza talenti. La verità in ogni parte, e sotto qualunque siasi aspetto che riguardare si voglia, è sempre la stessa; la falsità non ha consistenza, la menzogna è trasparente, e per poco che vi si attenda facile riesce di riguardarne attraverso, dimostrarne il pericolo al mondo, e smascherarla.
Nota di trascrizione
Questa trascrizione è stata preparata sulla base di quella che per lungo tempo è stata ritenuta l'unica copia superstite del libro, conservata alla Biblioteca Universitaria di Francoforte. Le immagini di questo esemplare sono disponibili all'indirizzo http://sammlungen.ub.uni-frankfurt.de/freimann/content/titleinfo/407990. L'esemplare di Francoforte è rilegato insieme al manifesto che annuncia l'opera, qui trascritto in testa; principalmente il manifesto ed in minima parte il testo contengono annotazioni e correzioni probabilmente autografe dell'autore. In questa trascrizione si riproduce solo il paragrafo manoscritto che segue il manifesto, che racconta della distruzione dell'edizione, e si omettono le correzioni proposte, non tutte leggibili, e non sostanziali, fatta eccezione per Giudici → Josuè a p. 287.
Una ulteriore copia di riferimento, senza il manifesto, è quella dell'Università della California, digitalizzata da Google. La riproduzione è disponibile all'indirizzo https://books.google.com/books?id=j-s7AQAAMAAJ.
L'ortografia, l'accentazione e la punteggiatura originale del testo sono state mantenute fedelmente, anche in presenza di varianti arbitrarie degli stessi termini (p. es. _pensiere_/_pensiero_), di punteggiatura incostante e di sintassi astrusa.
In particolare gli apostrofi dopo l'articolo _un'_ seguito da vocale, che non sebrano seguire la regola del genere del sostantivo successivo, sono stati mantenuti ove presenti ed omessi ove mancanti. Similmente il pronome _qual_ seguito da vocale a volte compare senza apostrofo. Il testo inoltre usa spesso ma non costantemente il pronome _li_ per la terza persona singolare, e _gli_ per la terza plurale.
Refusi ovvi e banali, come accenti e apostrofi superflui o mancanti, lettere mancanti, _u_ ed _n_ capovolte, punteggiatura non allineata alla riga, sillabe ripetute nella spezzatura a capo delle parole, puntini mancanti nelle abbreviazioni, punti e virgola evidentemente al posto di virgole, corsivi mancanti nelle citazioni, ecc., sono stati corretti senza ulteriore commento. Così pure sono state aggiunte le _yod_ dimenticate nella parola בית.
La correttezza delle citazioni non è stata verificata, né per il testo riportato né per la sua collocazione. Solo i refusi banali (accenti francesi, ortografia inglese) sono stati corretti. Errori evidenti di ortografia nei nomi e fatti citati (p. es. Beniamin di _Toledo_, Warburthon, Mendelshon, Montagne, Coja mama Oello huaco) sono stati lasciati a memoria dell'originale.
Le note a pie' pagina sono state collate in calce ad ogni capitolo.