Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I

Part 20

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(140) Che Pitagora abbia preso degli Egizj, unitamente a vari altri sistemi filosofici, anche l'opinione della metempsicosi, pare assolutamente indubitabile. Si sa, per altro, che questo era in generale il sistema adottato dalla massima parte de' filosofi dell'Egitto, e che inoltre non fu esso conosciuto nella Grecia, se non se dopo che Pitagora fu di ritorno dall'Egitto, dov'esso avea fatto un viaggio unicamente per instruirsi della teologia de' preti di quel paese. Quindi allorchè il citato Erodoto ci dice che gli Egizj sono così pure i primi che hanno stabilito l'anima essere immortale, che dopo la morte del corpo essa passa successivamente ne' corpi delle bestie, che dopo d'avere passato da' corpi degli animali di ogni specie, essa ritorna ad animare il corpo umano, e che dessa compie sì fatta rivoluzione entro lo spazio di tre mille anni; v'ha de' Greci che hanno introdotto questo dogma alcuni più presto, altri più tardi, come se l'avessero creato essi medesimi. È indubitabile che Erodoto così esprimendosi non ha preteso quì parlare che di Pitagora. Platone poi che attinse una gran parte de' suoi sentimenti sopra queste materie negli scritti di Pitagora, ritrasse così pure la stravagante opinione della metempsicosi, benchè l'Ab. _D'Olivet_ sostenga di proposito ch'egli vi correggesse molte cose. (Vedi _D'Oliv. Theol. des Philos grecs p. 83_).

(141) Ciò potrebbe ancora essere vero in ogni senso, mentre ognuno sa quanto è familiare l'augurio di felicitazione presso gli ebrei nell'occasione di nozze, o di nascita di figli, o di altre avventurose circostanze del בסימן טוב במזל טוב (Bessiman tob, bemazal tob) _con buon augurio_, _con propizio pianeta_; volendo riferire, con buona fortuna; e molto ripetono gli odierni ebrei non solo, ma tutti gli altri popoli ancora dall'influenza del destino. Per altro, Flavio sempre interessato a giustificare, ed a sostenere l'opinione de' Farisei de' quali faceva parte, prende pugna in loro difesa; adducendo (_Lib. XIII. Cap. 9. p. 542 antiq._), che quelli non intendevano già per destino, che il supremo consiglio di Dio, col mezzo del quale tutte le cose debbono succedere necessariamente senza però che all'uomo venga tolta la spontanea libertà di determinarsi a scegliere fra il bene, e il male, il vizio, e la virtù; elezione accordatagli dal suo divino Creatore, onde non abbia l'uomo che rimproverare se stesso, deviando dalla scelta che può riuscirgli utile, e salutare per appigliarsi a quella che forma la sua sciagura, e il suo tormento.

Ma comunque sia, tanto è vero che quasi tutti i Rabbini del Giudaismo, come lo pensa uno de' più dotti fra questi (ved. _i Maronit in Philos. Lib. 1. C. 6._) hanno fermamente creduto che gli astri fossero le cause primarie di tutte le operazioni della natura, in quanto che i medesimi hanno dato ad ognuno di quelli il nome di una particolare divinità: così il pianeta _Giove_ presso gli ebrei portava il nome di בעל _Baal_; _Marte_ quello di מולך _Moleh_; Venere quello di עשתרות _Astaroth_; _Mercurio_ quello di בעל נבות _Nebot_, in una parola, tutti questi nomi si ritrovavano essere parimente quelli appunto, che gli Egizj, gli Assirj, i Fenicj, e i Cananei attribuivano alle respettive loro divinità pagane, come ce lo descrive il _Seldeno_ (_D. Diis. Syr. Cap. 1._); ciò che dà motivo sufficiente di credere essere quegli astri, que' medesimi che veneravansi ovunque sotto gli stessi nomi testè indicati, i quali facevano parte di ciò che i libri ebraici distinguono colla frase di _Culto de' Corpi Celesti_.

(142) Il Talmud distingue sette ordini di Farisei; il primo misurava l'obbedienza all'auna del profitto, e della gloria; il secondo non alzava i piedi camminando; il terzo percuoteva la propria testa contro le muraglia che incontrava, affine di trarne il sangue; un quarto occultava gli occhi, e la testa entro un rustico cilicio, riguardando all'esterno da un piccolo pertugio; il quinto domandava fieramente _cosa è necessario che io faccia? Io lo farò; cosa v'ha egli mai da fare che io non abbia fatto?_ il sesto obbediva per semplice amore per la virtù, e per le ricompense temporali; il settimo, ed ultimo finalmente non inducevasi a seguire gli ordini di Dio, che pel solo timore delle pene.

Ma questi sette gradi di fariseismo così classificati da alcuni Talmudisti, non debbono essere già riguardati come altrettante Sette particolari. I Farisei appartenevano tutti ad un solo corpo medesimo, e la ristretta diversità fra quelli consisteva unicamente nella maggiore, o minore devozione che ostentavano in faccia degli altri loro correligionarj, nella pratica costante delle loro austere cerimonie.

(143) Se si dovesse prestare fede a tutto ciò che alcuni scrittori supposero, per rapporto alla Setta de' Samaritani, questi comparire ci dovrebbero sotto i caratteri i più odiosi, ed i più riprovabili: L'_Epifanio_ gli accusa di negare la resurrezione de' corpi (_Lib. XI. Cap 8. haeres._) Il Rabbino _Meyr_, presso i Talmudisti, gli pretende Idolatri (_Shem Sauhed. Cap. VIII. p. 43._) _Leonzio_ rimprovera loro di non riconoscere l'esistenza degli angeli (_De sectis Cap. 8._) ma il detto _Reland_ prende la loro difesa e gli giustifica in questa parte (_Dissert. misc. p. II. p. 25._) opinando che i Samaritani intendevano per un'angelo, una virtù, un'istrumento di cui la Divinità si serve per agire, o qualche organo sensibile ch'esso impiega per l'esecuzione de' suoi ordini: oppure essi credevano che gli angeli sono virtù naturalmente unite alla Divinità, e che questa ne dispone quando gli aggrada; ciò si rende pure manifesto dal Pentateuco Samaritano, dove ritrovasi molto sovente sostituito Dio agli angeli, e gli angeli a Dio. Quindi coloro che in tal guisa opinano, confondono male a proposito i Samaritani co' Saducei, attribuendo a quelli ciò che non potrebbe adattarsi che agli ultimi (ved. _S. Epif. Lib. X. Cap. VII._)

CAPITOLO XVII.

Osservazioni filosofiche su' Profeti, e sulle profezie annunziate da' medesimi: si discute il vero tropologico senso con cui debbono essere quelle propriamente spiegate ed intese.

È senza contrasto, la qualità essenziale dell'ignoranza di preferire sempre l'occulto, il misterioso, e sovente anche il terribile, a ciò che per sua natura è in ogni senso chiaro, semplice, edificante. Il vero non dà certamente all'immaginazione delle scosse così vive nel modo che osserviamo fare le finzioni, che d'altronde ciascuno è l'arbitro di sistemare a livello delle proprie sue mire, ed a seconda dei suoi medesimi capricci. La classe ignara dei popoli, non richiede altro meglio che di ascoltare delle favole che la seducano e de' vaticinj percuotenti che le sorprendano; quelli fra gli uomini che furono più accorti per distinguerne il debole, scavando, per così dire dal niente le anagoriche illusioni, efficaci a condurli al termine de' loro tenebrosi disegni, hanno ad essa renduto il servizio che impetrava; essi si sono attaccati gli entusiasti, le femmine, e gl'ignoranti; esseri di questa tempera si appagano agevolmente di ragioni che non perverranno giammai ad esaminare con verità nè con criterio (144). L'amore del semplice, e del vero, dice _Fontenelle_ non si trova che nel ristretto numero di coloro, l'immaginazione de' quali è metodicamente nutrita dallo studio, e regolata dalla riflessione.

Io non oserò già quì di asserire in verun modo, che gli uomini sieno stati in ogni epoca del mondo più inerenti ad ammettere l'errore, la menzogna, e l'illusione, senza esame, che ad investigare la verità colla fiaccola inestinguibile della ragione, malgrado che tutta l'antichità Pagana, forniscami profusamente le traccie le più evidenti, e le più sicure di una simile ripugnante condotta del genere umano ma ciò che senza timore d'ingannarmi, potrei accignermi a dimostrare di proposito si è, che molto agevole dovrà essere riuscito a coloro, che i primi si decantarono fra le prische idolatre popolazioni della terra, gli arbitri plenipotenziari delle false divinità che adoravano, e gl'inspirati delle loro fattizie intuizioni, di abusare enormemente della stupida credulità del volgo, il quale ignorando benanche il nome d'impostura, ed i gradi fino dove può ascendere la scaltra ipocrisia dell'imposture, era ad esso del tutto impossibile in tale stato d'imperizia, e di smarrimento di fissare un'adeguata distinzione specifica fra la verità, e la menzogna, fra l'inganno, ed il candore; degli uomini di tal fatta se ne calcolano a migliaja fra le nazioni, specialmente del gentilesimo, presso le quali l'arte della divinazione era in tanto rispetto, come consta evidentemente da Cicerone, e da vari altri scrittori suoi contemporanei, i quali tutti convengono, d'accordo, che gli Egizj, i Caldei, i Fenicj, e qualunque altro popolo asiatico, avea i suoi particolari aruspici, i suoi profeti, i suoi indovini, e forse molto avanti che gli ebrei predicessero le cose che dovevano accadere, nella remota successione de' tempi; e v'ha per sino chi assicura, che la massima parte de' riti, degli usi, e delle cerimonie religiose praticate non solo da questi, ma da tutti gli altri popoli che conosciamo, non traessero in massima la loro primitiva derivazione, che dai sistemi religiosi differenti, stabiliti, e propalati dalle vaste popolazioni della terra (145).

Da quanto i monumenti più lontani ci contestano, resta sensibilmente dimostrato, che l'arte di vaticinare l'avvenire, riconosce la sua primitiva sorgente dalla più remota antichità (146); e che in ogni epoca il mondo fu sempre, e ovunque pieno di falsi, come di veridici profeti, di sibille, di aruspici, ed indovini (147); e ciò che rendeva molto più comune, e più esteso questo mestiere si era, che non essendo esso, nè una marca distintiva di qualche rango qualificato, nè esigendo vaste cognizioni per riuscirvi, chiunque fingeva di avere, o avea infatti una intuizione particolare, od un estasi divina, annunziava l'avvenire ad alta voce, o ballando, o cantando al suono del salterio; noi lo rimarchiamo, fra i tanti altri nella persona di _Saulle_, il quale, con sorpresa di tutto il popolo, si vide fare il Profeta, non ostante ch'egli fosse in disgrazia dello spirito divino, come apparisce dalle sacre pagine medesime (148).

Per altro, la situazione avventurosa nella quale dovette necessariamente ritrovarsi il primo vaticinatore che comparve fra i mortali, avrà, senza dubbio, eccitata l'emulazione, e forse ancora l'invidia di tutto il resto degli uomini, su' quali la di lui arte sorprendente, e tutto nuova, gli avrebbe accordato un assoluto, e quasi incontrastabile diritto di primazia; è infatti allora, che si sarà veduto comparire una folla immensa di estatici divinizzatori, tutti opposti a vicenda ne' loro principj, ed ancora più discrepanti nelle conclusive illazioni che dessi ne traevano; ed allora quando trattavasi che uno di questi antiveggenti prefiggevasi di abbattere come assurde, o ripugnanti le predizioni del di lui antagonista, le più deboli, e inconcludenti ragioni bastavano ad effettuarlo, giacchè regolarmente il trionfo nelle controversie teologiche suole spiegarsi per colui che è il primo attaccante. I vantaggi diventando alternativi, e reciproci, si sarà dovuto ricorrere da entrambe le parti a' prodigj, affine di sforzarsi a rendere più autorevole con tale mezzo la supposta efficacia della vantata missione, come osservasi che fece appunto con tanto successo il vero Profeta Elia, quando volle sensibilmente convincere di menzogna i falsi Profeti di Acabbo Sovrano d'Israel (_Reg. I. v. 21 e seg._)

E che? Forse di tutto ciò la scrittura medesima, non ce ne somministra essa le prove le più convincenti, e irrefragabili? Non è forse precisamente quella, che in tante circostanze chiaro ci partecipa la discordia inveterata, che allignava fra gli stessi Profeti d'Israel, che supporre non dobbiamo nè mendaci, ne impostori? E l'accanimento inesorabile che manifestavano a vicenda, non andava fino ad oltraggiarsi villanamente, ed a trattarsi gli uni gli altri da forsennati, da visionarj, da mentitori, da scaltri? (149) Non si saprebbe certamente come conciliare il ministero eccelso a cui erano essi chiamati d'accordo; tutti egualmente _Nebiim_ (Profeti), tutti organi, e veggenti di una stessa consolante religione, e tutti finalmente interpreti del pari dell'eterna volontà medesima di un solo Essere Supremo, colla sì detestabile maniera di procedere fra di essi (150).

Or senza la debita venerazione che protestiamo nutrire intimamente per i Profeti dell'Israelismo, quanto non comparirebbero essi mai ributtanti e opposti allo spirito che gli animava, guidati come apparivano essere mutuamente di continuo, dal livore, dalla detrazione? Ma il rispetto integerrimo che nutriamo pe' medesimi, non meno che per gli oracoli che pronunziavano ce gli rende in gran parte scusabili, e ci fa d'altronde persuadere che tutto quanto fu da noi riferito a loro riguardo, non fosse a' medesimi accaduto che in visione meramente, come di tante altre gesta operate da quelli avvenne, e che per eterna confusione de' miscredenti, io mi credo in dovere di riportare in chiari sensi nel Capitolo seguente.

(144) Il popolo (come sensatamente lo rimarca _Graziano_ nel suo _Criticon p. 415._) arresta la sua immaginazione su' primi oggetti che lo percuotono; le apparenze penetrano il suo spirito, lo predominano, ed incapace lo rendono di approfondire le verità, che possono essere racchiuse nelle cose; sempre più imbecille in rapporto alla più forte, o più debole impressione che i medesimi fanno sull'animo suo, esso non cura giammai d'illuminarsi sopra i di lui veri interessi; l'esteriore lo arresta, lo seduce, e attonito lo rende; la semplice verità, la pretta ragione, spogliata dalle chimere che sono ad esso artifiziosamente insinuate, sembragli troppo nuda; esso cerca qualche cosa di straordinario, che questa sia vera, o falsa poco gli cale, basta che lo spirito vengane ammaliato, e percosso; è perciò che le fantastiche visioni de' mitologici, hanno sovente ritrovata cieca fede presso il Gentilesimo, e che gli altri popoli, che ne successero hanno riguardato sempre con illimitata venerazione tutto quanto venne a' medesimi trasmesso dalle loro differenti orali tradizioni. Quindi è, per ultimo, che la sua credulità macchinale sorpassa di gran lunga la scaltrezza di coloro che cercano di trarre partito dalla sua pieghevole buona fede, e se alcuno tentasse per accidente (come fu altrove già da noi avvertito) di fare risplendere nel centro dell'umana società la fiaccola eterna della ragione, è generalmente riguardato come l'innovatore della credenza de' suoi simili, come un'individuo sospetto, e forse ancora convinto di miscredenza, e di appostasia: in una parola, chiunque brama di vivere in grazia della moltitudine, a meno che non pensi come Orazio (_Epist. XIX. Lib. 1._), il quale solea dire,

_Non ego ventosae plebis suffragia venor_,

dee studiarsi accuratamente di rendersi più caro questo ceto, di qualunque siasi altro.

(145) Lancisi uno sguardo ponderatore nelle istorie le più classiche del mondo, si considerino esattamente i dogmi conosciuti, e adottati da tutti i suoi primi abitatori, se ne faccia il dettagliato confronto con quelli che si mirano praticare attualmente dalle nazioni de' tempi odierni, e si vedrà non esservi cerimonia praticata dalle antiche popolazioni dell'universo, che le religioni che conosciamo nella nostra età, non ne abbiano conservate le traccie, non lo seguitino ancora col più deciso trasporto. Per convincervi di questa verità innegabile di simile natura, che non è mio disegno già di riportare, non abbiamo che consultare diligentemente il _P. Accosta_, _Pietro martire_, il _Paw_, ed il _Raynal_, ed i più accreditati viaggiatori, i quali c'instruiranno con la massima esattezza possibile di tale massima conformità di cui parliamo, la quale non ha lasciato, per altro, di somministrare, al solito, qualche debole argomento agl'irrequieti miscredenti contro l'esimia Religione che felicemente professiamo.

(146) Molti critici sono di ferma opinione, che _Enosh_ fosse il primo institutore dell'ordine de' Profeti, che si rese in seguito manifesto fra gli uomini, mentre desso fu il primo, per quanto si assicura, ad invocare il nome dell'Essere Supremo, e quest'ordine, si suppone essere stato successivamente diviso in molti altri, quali di maggiore, e quali di minore credito, siccome rilevar lo possiamo agevolmente dalla stessa Scrittura.

(147) _Balaamo_ sebbene non Ebreo, ma Pagano, mirasi frattanto annoverato nella categoria de' Profeti, secondo tutto quanto a suo riguardo ci narra espressamente la Scrittura, e noi rimarcheremo nel Capitolo seguente, esservene stati molti altri fuori degli Ebrei che operarono delle cose che sembrano prodigj, nella guisa che fecero appunto i maghi dell'Egitto, alla presenza dello stesso Mosè inviato da Dio; dal che si comprende che la profezia, o le predizioni, od i prodigi medesimi, non erano sempre il contrassegno positivo, ed infallibile della santità di una persona, o della perfezione inalterabile delle di lui qualità individuali.

I Pagani ebbero pur essi parimente in quest'arte delle femmine, che ne riescirono molto perite, come sono state appunto le rinomate Sibille; ed i sogni di _Abimelek_, di _Faraone_, di _Baldassar_, e di altri siffatti, erano altrettante immediate rivelazioni positive di ciò che accadere dovea in lontano avvenire, e che realizzate poscia si videro un giorno quali erano precisamente indicate, come la Scrittura chiaro ce ne instruisce, allorchè ad essa emerge di parlare di simili soggetti.

È ben vero, per altro, che quando noi rendiamo omaggio a quelle verità, che predicono certi Profeti, che non meriterebbero d'altronde la nostra buona fede, noi non onoriamo già in simile caso, il Profeta che parla, e che antivede, ma quell'essere unicamente che lo abilita a parlare, e che lo inspira; poichè come lo riflette Ambrogio: _non confitentis meritum, sed vocantis oraculum est revelante Dei gratia_ _S. Ambr. Lib. VI. Cap. 37._

(148) Si legge nel _Cap. X. del primo Lib. de' Re_, che Saulle ritornando da Rama, dove il Profeta Samuel gli avea conferita l'unzione regale, incontrò nella Città di Gabaa uno stuolo numeroso di Profeti che cantavano al suono di concerti d'istrumenti musicali, e che Dio avendolo riempiuto del suo spirito, si mise pur esso a profetizzare ad alta voce, co' medesimi.

D'altronde, per quanto apparisce dalla stessa Scrittura, sembra che l'arte della Profezia non andasse mai disgiunta da quella della musica specialmente istromentale, mentre dessa ci fa chiaramente capire, che _Assaff_, Heman, ed alcuni altri di tal fatta, profetizzavano continuamente suonando le Arpe, i Cembali, ed i Salteri, accompagnandoli talvolta coll'armonioso concerto delle loro voci.

(149) Chi non fremerebbe ad un tale proposito d'intendere esclamare _Ossea_ (_Cap. 9._) _Stultum, et insanum prophetam, insanum verum spiritualem_? E _Sofonìa_, quando dicea che i _Profeti di Gerusalem sono stravaganti uomini senza fede_? Che diremo noi di quello schiaffo sonoro che il Profeta _Sedechia_ vibrò impetuosamente al Profeta _Michea_ ritrovatolo a predire de' vaticinj calamitosi al Re di Samaria, dicendogli: _Come mai lo spirito di Dio è egli partito da me, per trasferirsi a te?_ (_Paralip. c. 18._) _Geremia_ il quale profetizzava in favore di Nabuccodonosor inflessibile tiranno del Popolo d'Israel, si era messo delle corde al collo, ed un giogo sul dorso, poichè secondo lui questo era un simbolo, ed esso dovea mandare questo simbolo a' limitrofi Regoluzzi differenti per invitargli a sottomettersi allo stesso Nabuccodonosor: il Profeta _Anania_ che riguardava Geremia come un veggente sospetto, e degno di poca fede, gli svelle a gran forza le sue corde, gliele spezza, e getta il di lui basto a terra. Questi non sono già certamente gli effetti delle visioni intuitive di un Dio, ma quelli altresì dell'orgoglio, e della imbecillità dell'uomo abbandonato a se stesso, ed alle sue proprie tumultuose passioni.

(150) Il termine נבאים (nebiim) plurale di נביא _Profeta_ viene dal verbo נבא (naba) che significa _predire_, _indovinare_; e questo vocabolo è variamente preso nella Scrittura in rapporto alle persone differenti che sono state rivestite di simile attributo. È però da rimarcarsi che l'ispezione principale de' Profeti era negli antichi tempi quella di raccogliere gli atti di tutto ciò che si passava di considerabile nella Giudea, e di scrivere i libri sacri, non tacendo pero ch'essi aveano inoltre la qualità di Oratori pubblici, e come tali arringavano in presenza del Popolo, secondo il bisogno dello stato, predicevano gli infortunj da' quali era esso minacciato, e Dio servivasi del loro mezzo per rendere noto al mondo la sua eterna volontà, e per rilevare le cose occulte. Queste arringhe, o Profezìe erano registrate, e conservate negli Archivj della stessa maniera di tutti gli altri atti, o documenti; distribuivasene ancora molte copie affinchè il popolo poteste leggerle a suo libero piacere, e ad un tempo medesimo emendarsi colle salutari esortazioni che vi si contenevano.

Queste grazie straordinarie del Cielo facevano loro conferire il nome di _veggenti_, come si rimarca in Saulle, il quale volendo consultare il Profeta Samuel sulla perdita degli armenti del di lui genitore, e prendere cognizione da esso del luogo in cui potevano quelli ritrovarsi, egli domandò ad alcune ragazze che ha incontrate _Nam hic videns?_ (_1. de Reg. Cap. 9_); e nello stesso Cap. vi si legge inoltre che ne' tempi di Samuel, quelli che noi distinguiamo col carattere di Profeti non erano allora chiamati che veggenti; e quindi supponibile che non si chiamassero tali, se non se per ch'essi vedevano da lontano le cose che dovevano accadere, e rivelavano ciò che era occulto al resto degli uomini.

Aggiungasi ancora che un tempo si è dato pure il nome di Profeti a certe persone, le quali viveano separate dal resto del mondo, adunandosi unicamente a certe fissate ore del giorno, e della notte per tenere delle conferenze sulle scritture, per cantare gli encomj del Creatore, quali solevano accompagnare sovente da varj armonici strumenti, e ciò ad oggetto di eccitarsi meglio alla devozione, ed alla vita religiosa, e contemplativa che si erano prescelta.

CAPITOLO XVIII.

Continuazione del medesimo soggetto.

Le più generali, ed accreditate opinioni, relativamente alle qualità essenziali che distinguevano il Profeta, da chi tale propriamente non lo era, si riducono a sole tre: la prima di quelli che facevano dipendere la loro inspirazione dal temperamento, dallo studio, dalla tristezza, ed anche dall'esilio; avvene ancora chi pensa che Dio sceglieva i Profeti, senza avere niun riguardo all'età loro, alla loro nascita, nè a' loro talenti: al contrario, esso gli traeva sovente dalla classe infima del popolo. Ne sono un esempio autentico _Amos_ il quale era boaro, ed _Eliseo_ lavoratore di Campagna, avuto soltanto riflesso alla purità della loro vita, ed alla esemplarità de' loro propri costumi. La seconda è di coloro che sostengono che la profezia è una facoltà naturale, poichè per essere profeta, è d'uopo avere un temperamento robusto, e vigoroso, civilizzarlo collo studio, e coll'applicazione, e condurlo a tutto quel grado di perfezione, di cui può essere quella suscettibile: la terza finalmente è quella che appoggia il _Maimonide_ (_Morè Nevoh. p. 2. Cap. 32. p. 285_), cioè che la profezia non allignava giammai solo che in un uomo saggio, e di una condotta irreprensibile ad ogni esperimento; quindi è che si mirano assegnare tre qualità volute necessarie, e indispensabili a' Profeti, 1.º una immaginazione viva; 2.º un raziocinio solido, e illuminato dalla coltura dello spirito; e 3.º in ultimo una integrità esemplare di costumi; e di azioni; poichè niuno ha giammai opinato sensatamente, che lo spirito di Dio risedesse sopra un anima reproba, od un uomo perverso (_Gerem. Cap. 45. v. 3 e 4_).