Part 14
E pure questo male ancora, tutto che all'eccesso orrido, e flagellatore apparisca agli occhi nostri, non è, nulla ostante, senza qualche pronto, ed efficace rimedio; ma questo, per altro in vano ci potremo lusingare di conseguirlo fuorchè dalla sola ragione; procuriamo dunque di allontanare da' suoi recinti lo sciame infetto delle contaminate visioni che rendevano fino ad ora un peso incomodo, e lacerante per l'uomo; rinunziamo fermamente di accordo a quelle odiose follìe che la degradarono sì di frequente, e che la nostra insensata credulità gli fece servire miseramente di pascolo, e di arredo per sì lungo periodo di secoli, proclamiamola definitivamente nostra guida, ed essa ci farà, in ogni senso, conoscere ciò che sia vera felicità sopra la terra, e per quali mezzi adeguati ed infallibili può l'uomo pervenire a distinguerne il sembiante, a possederla in tutta la sua integra purità, ed estensione.
(87) Il prototipo occasionale da cui emana il fondato motivo dell'osservanza del sabato non può essere per se stesso più edificante, nè l'alta idea che ne ha concepito il popolo d'Israel più solidamente radicata; ma gli accessorj enormi che si ebbe l'imbecillità di aumentarvi, sono quelli unicamente che oscurarono, al solito, la genuina intelligenza di simile precetto.
Quindi siccome questo dì è chiamato dalla scrittura giorno di riposo, e di ricreazione; così i fautori Talmudisti avvezzi a prendere tutto al letterale del senso, indagando quale ricompensa potere stabilire a chi tale dovere compisse, si fecero ad immaginare che Dio nell'ingresso del sabato accordasse ad ogni individuo ebreo un _anima superflua_ נשמה יתרה (_Nesciamah Jeterah_), o come altri dicono, uno spirito ricreatore, affine di potere meglio riposare in quel giorno, e onde più agiatamente mangiare, bere, e sollazzarsi, e che al decremento del sabato Dio ritirasse tutte le anime, che avea esso distribuite la sera precedente: _R. Abraham_ ragiona seriosamente di quest'anima superflua nel suo _Commentario sul Pentateuco_ che esso chiama אגודת אזוב (Agudath ezob), cioè _mazzetto di mirra_. Essi rendono pure in quel giorno gli angeli commensali degli ebrei, ed i più fanatici fra questi persuasi intimamente dell'arrivo di tali nuovi ospiti serafici, si fanno loro incontro fino nelle scale con un certo complimento ad uso angelico. Nell'intonare di un certo inno espresso a tale riguardo la sera di venerdì, essi ritengono per sicuro che lo anime eschino dall'inferno, dove non rientrano che all'imbrunire del sabato, allorchè la preghiera è terminata, e alcuni Rabini sostengono che anche le sofferenze degli ebrei dannati cessano in quel giorno.
I Talmudisti prescrivono altresì come un precetto indispensabile di dovere fare tre splendidi pasti durante il giorno di sabato, affine di essere con tali mezzi garantiti, come essi dicono, da tre funesti mali, cioè dalle pene dal Messia, dalla micidiale guerra di Gog, e Magog, e dalle fiamme del Gheinam. (ved. _Mas. Sciab. cap. IV._) Il rimedio in vero non può essere più grato, nè più idoneo ad attirare degli applicanti. E quante altre decisioni superstiziose non si sono parimente sostenute da' Rabini, relativamente alla proibizione di accender fuoco la sera, ed il giorno di sabato, un trattato intero di Misnah sopra questa materia contiene le regole molto austere per l'esatta osservanza di questo riposo corporale, di cui fu da noi già parlato (annot. 56) non meno che sul fuoco, ed altre cerimonie per ovviare che non vengano trasgredite, mentre che si ha tanto poco zelo per la vera pietà.
Ma essi, per altro non comprendono che il riposo macchinale ordinato agli ebrei da Mosè di non muoversi alcuno in questo giorno dalla sua posizione in cui ritrovavasi nel momento dell'ingresso della festa (ved. l'annot. citata) conveniva agli ebrei solo nel deserto, dure non doveano essi altro fare che rimuoversi per raccogliere la manna che in duplice dose cadeva loro prodigiosamente il giorno avanti; prescrizione che oggi eseguire non si potrebbe in verun modo; siccome non mi sembrerebbe inverosimile l'opinare che il divieto di accendere fuoco in simile giorno entro le abitazioni domiciliarie si riferisse a un doppio senso primo al fuoco sacro usato allora dal Pontefice sommo per servizio dell'altare, dove in quel giorno soleva ripetersi l'olocausto per tre volte, e ciò vuole implicare di non doversi servire nè accendere di quel fuoco per uso di famiglia, che ne sarebbe rimasto profanato, ed il trasgressore divenuto reo di esecrabile sacrilegio: secondo; essendo gli ebrei nutriti nel deserto colla prodigiosa caduta della manna, che ad ogni loro richiesta trasformava qualunque sapore, senza il soccorso dell'arte di cucina, e riscaldati da un ignea nube, che secondo la scrittura additava loro il cammino che doveano tenere durante il corso delle loro marcie notturne, inutile, come bene si scorge, rendevasi loro il fuoco, non meno per l'uno, che per l'altro oggetto.
A tempi nostri però che i sacrifizj sono cessati, e che si fattamente rari si rendono fra noi tali prodigi, parrebbe, che l'ebreo della nostra età dovrebbe esservi dispensato dall'osservanza di simile precetto il quale, nella guisa che testè accennato abbiamo, sarebbe ad esso lui presso che impossibile di mantenere oggi a rigore, sia che considerato venga alla lettere, come lo pensano i Caraiti, sia che prendasi in astratto nella guisa che praticare veggiamo a recenti Talmudisti.
(88) I panici timori che incute la tradizione teologica, anche sopra oggetti che religiosamente parlando non implicano timore, degradano lo spirito, e l'anima, traviano l'uno paralizzano l'altra, ed incapaci le rendono entrambe di lumi, e di ragione, così è pur troppo, che comprimendo essa l'uomo sotto l'aggravante peso del timore, allontana in lui la speranza di un conforto, debilita le sue forze, e di un integro adoratore del Dio vivente forma uno schiavo pusillanime, e spregevole, la cui devozione macchinale altro a fondo non è che un cupo velo di cui si serve, il più delle volte, per inorpellare i suoi orribili assurdi, e i suoi misfatti. Ben diversa però è la massima dell'uomo saggio; egli sa essere religioso senza essere pavido, perchè la sua ingenua coscienza è sempre mai limpida, ed uniforme a' sani principj del suo credere.
(89) Io ho già di proposito rimarcato in qualche luogo (ved. l'_annot. 8. T. I. pag. 41. delle Notti Campestri_) che il primo scopo che si prefissero in ogni epoca del mondo i promulgatori di Sacre chimere fu quello di attribuirsi il carattere imponente di Direttori Spirituali delle Nazioni, onde con tale mezzo a colpo sicuro pervenire a disporre a loro talento; per meglio dunque riuscirci essi opinarono di rappresentare Dio come un Essere occupato unicamente d'incutere timore nell'animo de' suoi creati, e dedito giammai a farsi amare, e quindi risultare lo fanno nelle loro assurde illazioni, a un tale riguardo, or come un Essere debole, ed or come tremendo, or come benefico, ed or come tiranno, senza altra ragione che la sua propria volontà. Nè dee recarci sorpresa di ritrovare dei popoli i quali giunghino al delirio spaventevole di concepire idee cotanto mostruose, e ripugnanti del provido Autore della Natura, dal momento che ci faremo ad investigare per una parte l'indole infelice del volgo nel credere ciecamente alla rinfusa ciò che ha l'apparenza di prodigioso, e di stravagante, ed a conoscere sensibilmente dall'altra l'artifizio perverso di una certa classe d'individui, nel farsi reputare da esso l'oracolo portentoso della Divinità suprema, e l'organo immediato de' suoi Eterni inalterabili Decreti.
(90) Essendo questo divieto ripetuto per tre volte nella Scrittura (_Num. c. 23. v. 19. c. 34. v. 25. e Deut. c. 14. v. 19_) i Talmudisti ne amplificarono talmente l'osservanza, che oggi più non tiene che alla classe delle tante altre pratiche inutili conosciute, e professate dal recente giudaismo. Essi dunque inferirono conseguentemente di dovere non solo mantenere detto precetto al puro senso originario della lettera genuina, ma di astenersi parimenti da qualunque siasi cibo dove entrasse tutta specie di carne, pure di volatile unitamente ad ogni sorta di formaggio, o di latticinio, e per cautela, maggiore nell'esatta osservanza di questa pratica superstiziosa, i Rabbini ordinano scrupolosamente di dovere tenere anche gli utensili per cucina interamente separati (ved. _misn. hol. fol. 104. Din. Joré Deng. c. 92._).
I medesimi vietano inoltre con eguale rigore di mangiare in uno stesso convito prima una vivanda di carne, indi altra di formaggio, se non dopo decorso l'intervallo di sei ore, (Ibid. e _Beth Joseph_) permettendo l'ultima però avanti quella previa una breve interruzione di pochi minuti, dopo essersi lavate ambe le mani. Tanto possono le tradizionali follìe in mente umana!
Mi si permetta quì di rimarcare soltanto come mai combinare questi divieti col lauto banchetto che la _Genesi_ ci descrive (_Cap. 27. v. 9._) preparato da Abramo ai tre angeli, che in sembianza di ospiti umani si presentarono al suo sguardo? Quì troppo chiaro si scorge che l'uso delle carni, ed i latticinj nel medesimo convito, ben lungi dall'essere vietato, siccome lo è attualmente presso i Settatori Talmudisti, era il solo cibo usitato quotidianamente dagli stessi primi fondatori della credenza d'Israel; e tanto è ciò vero, quanto che nella suddetta mensa disposta da Abramo a' suoi mistici viandanti eravi preparato un vitello, e gran profusione di latte, e di butirro che servì loro di nutrimento, senza che il testo accennato faccia di sorte alcuna menzione d'altro cibo.
Nè giova il dire che a' tempi del patriarca non essendo tutta via promulgato il Pentateuco di Mosè un siffatto precetto non potea essere in vigore, poichè la stessa preparazione è sotto intesa egualmente contenere (_Sam. II. Reg. I._) i rinfreschi ricevuti da David in differenti circostanze da Abigail, da Berzelai, ed altri, e nelle vettovaglie che seco portarono coloro i quali vennero a ritrovarle in Hebron; siccome ancora nello sfarzoso banchetto dato da Salomone di lui figlio alla Regina Siba, che da' propri suoi stati accorsa era espressamente per ammirare da vicino i fasti, e la saggezza di questo monarca ebreo, che allora facea lo stupore dell'universo, ciò che formava il corredo migliore di simili conviti, secondo l'uso generalmente seguitato in quei tempi, per quanto apparisce dalla Scrittura medesima altro certamente non era che una grande affluenza di frutti, di legumi, di latte, di carni, e di butirro in una mensa stessa; quindi è che altro che tali trattamenti possono avere dati, e ricevuti que' sovrani di Israel, malgrado che la Legge di Mosè fosse da entrambi perfettamente conosciuta. Si avrà forse il delirio di riprovare que' benemeriti antichi per avere praticato un simile uso, preferendo loro di moderni che se ne astengono?
(91) Nel Codice Misnico (_Trat. Holim. Cap. 8. §. IV._) il Rabbino _Jossè Agalili_ sembra convenire, in qualche modo, colla stessa nostra opinione, relativamente al precetto di cui parliamo, se non per abrogarlo del tutto, almeno per restrignerne l'osservanza; riducendolo al primitivo suo senso letterale, cioè al solo divieto di cuocere l'agnello unicamente entro il latte di sua madre, volendo in tale maniera escludere affatto da questa prescrizione gli animali volatili, qualunque siano, le madri de quali si riconoscono scevre onninamente di questo fluido (_Ibid._).
(92) Se riescono stravaganti oltremodo quelle tante prescrizioni tradizionali da noi fin quì sovente rimarcate, quanto non dovranno mai apparire all'eccesso ridicole, e affliggenti quelle che impongono i Rabbini all'occasione di nascite, di nozze, di esequie pe' defunti? Non abbiamo che percorrere i prolissi trattati, fatti sopra tali propositi (Ved. _Sciulh. Ngharuh Trat. Milah, Kidushim & Abel._) per restare intimamente persuasi, che tali appunto, quali distinti furono da noi, debbono sembrarci in ogni senso quelle prescrizioni che vi sono racchiuse, relativamente a' tre indicati soggetti, senza che io mi diffonda di soverchio a tesserne il dettaglio, che d'altronde un lavoro questo sarebbe inutile del pari che annojante.
(93) Per viemaggiormente restare quanto è duopo convinti di questa verità di fatto, noi non abbiamo che richiamare quanto da noi fu già esposto altrove, relativamente allo scrupolo smodato che si fa l'uomo ignorante, a qualunque setta ch'esso appartenga, d'interrogare se stesso intorno quegli articoli che un'abitudine grossolana e macchinale fece al medesimo un giorno riguardare come sacri, e inviolabili, e quelli pure d'altronde, i quali forniti di lumi sufficienti per elevarsi fino alla contemplazione della verità delle cose, predominati, del pari, dallo smarrimento deplorabile medesimo, si tendono, ad un tale riguardo, così pure incapaci onninamente di raziocinio, e di riflessione; perchè lo scrupolo dell'esame, a questo soggetto, non è niente dissimile da quello degli altri, l'educazione e la coltura de' medesimi non avendo avuto attività bastante di superare la barriera fatale de' pregiudizj religiosi imbevuti nell'infanzia.
(94) Una volta che i prestigj del fanatismo sieno giunti ad impossessarsi dello spirito umano, riesce presso che impossibile di sradicarli al segno che più non accorrino a funestarlo nè a cospirare la sua perdita estrema, e se per fortuita combinazione gli parrà di vederli allontanati, ciò non seguirà che per qualche breve intervallo; passato questo gli vedrà riprendere tosto sopra di esso un impero più assoluto, e più consistente; inutile vedrà ogni suo sforzo, allora per tentarne lo scampo; questo nemico crudele lo perseguita ovunque; non vi vuole altro meno, che una opima dose di sana filosofia; e di solida coltura, onde pervenire e distruggerlo per sempre, senza timore che ritorni mai più a funestare la specie umana: _Il n'est d'autre remède à la maladie épidémique du fanatisme, que l'esprit Philosophique, qui répandu de proche adoucit enfin les mœurs des hommes, et que prévient les accès du mal; car dès que ce mal fait des progrès il faut fuir, et attendre que l'air soit purifié_ _Volt. Dict. Philos. T. V. p. 513._
CAPITOLO XII.
La pretta credenza trasmessa dal legislatore Mosè al Popolo ebreo poco varierebbe da quella professata da Socrate, da Platone, e da Confucio, se si eccettua le molteplici instituzioni misniche, e Talmudiche aggiuntivi ad essa.
Donde dunque verosimilmente procede, udiamo taluno interrogarci di proposito sovente, che quasi tutta la specie umana persuasa in apparenza, che la religione è la cosa la più vantaggiosa per essa, e sotto qualunque siasi aspetto che si riguardi, riconosciuta la più seria, la più decisiva, ed importante, mentre che questo è frattanto l'oggetto che gli uomini si permettono il meno d'investigare con criterio, di approfondire con diligenza, e precisione? Laonde se si tratta di contrarre un affare qualunque, di vendere qualche oggetto, di acquistarlo, si prende le precauzioni le più accurate si bilica ogni termine, si pondera ogni frase dello scritto che ne racchiude le condizioni, e ciascuno fa, in somma, ogni sforzo possibile per mettersi al riparo da qualunque male intelligenza, frode, o sorpresa: or, perchè mai, argomentano, con impudenza, certuni, non avviene appunto così della religione, e specialmente orale, che resta il più delle volte adottata ciecamente sulle asserzioni altrui, senza che alcuno prendasi un benchè minimo pensiere di esaminarla (95)? Io non dirò già (come qualche filosofo incredulo erroneamente opina) che le massime religionarie degli uomini di ogni setta di qualunque angolo del mondo sono i monumenti antichi e permanenti dell'ignoranza, della credulità, de' terrori, e della stupida buona, fede de' loro mali accorti antenati; io rigetto questa opinione come assurda, eterodossa, e onninamente destituita di base, di ragione, e forse ancora di buon senso; ma per altro, l'esperienza, che rare volte inganna, mi ha in ogni tempo sensibilmente dimostrato che in proposito di religione, e sopra tutto tradizionale gli uomini non sono a sufficienza tutta via illuminati, quanto il loro pressante bisogno lo richiede, onde potere essere garantiti solidamente della verità, e della ragione di tutto ciò ch'essi ammettono come supposto vero, e ragionevole.
Ma da quale altra contaminata sorgente dobbiamo noi fondatamente ripetere sì deplorabile sciagura, se non se dalle insensate sottigliezze tradizionali, che soggiogarono sempre, a grado a grado, tutte le nazioni, tutte le sette dell'universo, le quali ne risentono pur troppo tuttavia la gravezza lacerante, e il danno incalcolabile, senza speme di sollievo, nè di compenso (96)?
Gli Ebrei, i Cristiani, i Musulmani, e gl'idolatri tutti hanno delle supposte intuitive tradizioni, che sostengono fervidamente d'accordo, emanate dal Cielo, compilate dallo Spirito Santo, e identiche, e uniformi alla più esatta inalterabile verità; esse sono tutte interamente appoggiate ad un punto medesimo di centro, che insieme racchiude l'antichità, e il fanatismo religioso (97).
Ecco le due barriere fatali che opponendo un'ostacolo tenace, ed a molti riguardi considerato come ineluttabile all'esame de' sentimenti religiosi che ci furono inspirati nell'infanzia, immergono tutti i popoli ciecamente nella credenza grossolana de' più malefici, e degradanti pregiudizj; e senza diffondermi soverchiamente sulle altre sette che ingombrano ambo gli emisferi, non abbiamo che applicare costantemente le stesse impotenti basi che servono di rilievo fondamentale alle tradizioni del popolo d'Israel, per vederne risultare direttamente i funesti disordini eguali a quelli di tutte le altre nazioni, che l'Istoria ci fa conoscere, e scorgervi, ad un tempo, con indelebili marche, l'impronta stabile uniforme della menzogna che le caratterizza tutte quante (98),
Suppongasi, per mera ipotesi, che un Settatore di Socrate, di Platone, o di Confucio, od anche questi tre filosofi medesimi in persona, ignari affatto delle tante sette o religioni, che coprono attualmente ambo gli emisferi de' nostri secoli, sieno eccitati da una mera curiosità di trasferirsi fra noi per osservarle ocularmente; una fortuita combinazione favorisca i loro disegni, e compia le loro brame; un giorno di venerdì si trovino avere per commensali un ebreo talmudista, un cattolico romano, ed un settatore di Maometto; io non posso usare dei vostri arnesi, farebbe a dire l'ebreo, nè debbo mangiare la carne avanti il cacio, nè condire con questo veruna specie di carnaggio, nè mi è permesso di gustare i vostri cibi, di sorte alcuna, siccome ancora mi è vietato di bere il vino premuto, da coloro che professano una credenza differente da quella che la mia tradizione da lunga serie di anni già trasmise agli avi miei (99): e pregovi di congedarmi avanti che il sole trammonti nell'occaso, giacchè se le festa, del sabato quì mi ritrovasse in tale momento, non solo io commetterei un oltraggiante villanìa di lasciare i miei ospiti celesti scevri di quegli omaggi consueti che sono ad essi meritamente dovuti (ved. ann. 87.), ma incorrere altresì io potrei nel grave irremissibile delitto di dovere meco portare il fazzoletto che tengo per mio semplice uso, l'orologio, non meno che il sottile bastone che per mero piacere io porto fra le mie mani (ann. 72); ed a me, soggiugnerebbe il cattolico romano è severamente vietato di cibarmi di qualunque siasi carne in questo giorno, poichè in esso fu condannato all'ultimo supplizio il mio Dio; quello è il giorno per me terribile in cui il redentore del mondo terminò fra due ladroni sopra un infame patibolo i giorni suoi; ad una sì lugubre commemorazione io sono in dovere di consecrare quest'astinenza durante l'intero periodo della mia vite, e tutto ciò che da voi, e da me si opera fedelmente riferire io debbo all'orecchio di colui che l'arbitro depositario degli arcani del mio cuore, e l'assoluto direttore delle mia coscienza, può a suo piacere cancellare ogni mia colpa, confessandola ad esso, e ad un tempo medesimo rendermi il più venturoso fra i mortali, ovvero condannarmi inevitabilmente a gemere ne' cupi abissi dell'inferno, ommettendo di eseguirlo (100); ed io, conchiuderebbe finalmente il musulmano, sarei per tutti i secoli dannato, se volessi bere del vino, o vi ascoltassi parlare di scienza di morale, e di buon senso, mentre io debbo essere astemio tutto il corso della mia vita, e marcire nell'ignoranza tutto il tempo ch'essa dura (101), e siccome in questo giorno io debbo celebrare l'ascensione al cielo del mio sommo Profeta (102), associarmi non posso nel vostro conciliabolo profano a meno di non rendermi indegno della ricompensa che mi ha esso garantita, qual è quella di farmi godere nell'altra vita i soavi amplessi delle più avvenenti femmine del mondo, preparate per eterna delizia de' giusti entro un vastissimo serraglio, nelle incontaminate regioni celesti, o di cui Dio è l'arbitro disponitore, e Maometto il soprastante (103).
Dopo tuttociò, quale giudizio farebbero essi mai questi tre saggi delle varie opinioni dei loro tre Commensali? Che direbbero essi mai della superstizione del primo? cosa opinerebbero della credulità del secondo, e quale orrore concepirebbero essi mai del ministero infame che l'ignoranza dell'ultimo attribuisce stolidamente al Supremo Creatore dell'Universo?
Ma lasciamo pure all'insensato Dervigi le brighe impotenti di giustificare la sua orrida insania, ed a settatori di Pietro gl'inutili sforzi pure lasciamo, di palliare i loro intimi sentimenti; indarno tenteremmo noi di disingannarli entrambi, mentre nè con l'uno, nè con gli altri non ci sarebbe permesso giammai di avere ragione; e le nostre ponderate ricerche arrestiamo unicamente su' delusi Israeliti Talmudisti, i quali più di ogni altra setta debbono quì richiamare le nostre più assidue cure, ed essenzialmente preoccuparci.
Non per tanto, se il fautore Talmudista nudare volesse l'illusoria credenza che lo attrae dopo sedici, e più secoli, da tutti quegli ornati mostruosi che sotto lo specioso carattere di utili _ripari_ (benchè per loro stessi oltremodo frali pur troppo, e insussistenti) gli si fece sempre, e ovunque rispettare come sacri, e inviolabili, e di cui sì enormemente essa trovasi aggravata (104): Se con intima persuasione del proprio inganno ei cercasse il mezzo il più pronto e il più sicuro di emendarsene, spezzando risolutamente il talismano fatale della menzogna, che lo rendeva per lo passato incapace di eseguirlo; se annientando tutte le appendici mistiche, e paradossali, che lo fecero comparire fino ad ora sì odioso, e degno di commiserazione alla mente perspicace del filosofo illuminato, e distruggono i pregj che la esimia sua credenza in se medesimo racchiude, egli soltanto si attaccasse all'utile, al puro, al salutare; se da tutto questo, dico, prescindendo, esponesse loro l'ebreo, che la vera sua religione solo consiste nell'ingenua credenza indefettibile dell'Essere Supremo, unico, eterno, incommutabile che punisce l'uomo perverso, e ricompensa il saggio, che un tale premio, ed una tal pena (sebbene comprendere giammai noi non possiamo cosa l'uno, o l'altro sia, nè come si compiano entrambi) sono riserbate unicamente dopo le morte ad un essere infinitamente superiore al corpo umano; a cui sopravvivere dovrà perpetuamente perchè semplice, non suscettibile di morte, e intelligente; nell'amore integro di tutti coloro che appartengono alla nostra specie, nell'obbedienza, e sommissione alle leggi civili che governano lo stato in cui esso vive, e finalmente nell'esercizio assiduo, e costante di una sana morale: quindi tutto ciò che a tali essenzialissimi principj che costituiscono la base fondamentale della primitiva religione dell'ebreo si aggiugne, altro non è che il mero effetto dell'umano traviamento da cui furono un tempo all'eccesso predominate certe menti entusiastiche e stravaganti, a scapito del credulo, e troppo scaltramente sedotto popolo d'Israel.