Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I

Part 13

Chapter 133,546 wordsPublic domain

(75) La superstizione degli ebrei talmudisti va fino ad un eccesso tale in questa parte, che ve n'ha pure anche di quelli i quali non solo resterebbero astemj tutta la loro vita piuttosto di bere il vino che non fosse premuto da altri ebrei simili ad essi; ma se questo liquore così manipolato, che chiamano כשר (Kascer) cioè, _ottimo_, o squisito, fosse, per accidente rimosso da qualche גוי goy, (sotto tal nome comprendendo tutti quelli che non sono circoncisi, o che non professano il giudaismo) essi lo credono contaminato, e se ne astengono del pari, come se non fosse in origine pestato dall'ebreo. Lo stesso principio superstizioso nutrono i medesimi per rapporto a qualunque siasi vivanda preparata da individuo non ebreo; essi non se ne ciberebbero quando ancora dovessero soccombere all'inedia, ed al languore, ed alla morte stessa; ma di ciò ragioneremo più diffusamente altrove; solo basti quì di sapere intanto che gli ebrei moderni pare che abbiano rinunziato attualmente al pregiudizio ridicolo del primo, ma essi restano altrettanto attaccati ancora al mantenimento del secondo col più scrupoloso rigore.

(76) Tutti gli attentati esecrabili commessi religiosamente da' perfidi _Ravaillac_, _Damiens_, _Malacrida_, e _Giacomo Clemente_ di cui ci fanno inorridire le Istorie, furono senza dubbio, preceduti, o accompagnati da quelle stesse benedizioni, e cerimonie colle quali si mirarono altre volte consacrate la _S. Bartolomeo_, i _Vespri Siciliani_, i _Regicidj_ orribili, ed i più atroci misfatti; ed io già dimostrai di proposito altrove (Ved. le Annot. 88, e 122 del T. II delle _Notti Campes._) che non v'ha perfidia, o intrigo di cui questa classe inutile al mondo non abbia, in ogni tempo renduto complice un Dio, nè azione proditoria che non venga in nome suo filtrato dal vaglio pernicioso della sua _fraterna_ iniquità.

(77) Molti ebrei ritengono male a proposito anche oggi il nome di _Cohanim_, o sacrificatori, benchè le loro ispezioni in tale qualità sieno intieramente cessate, non esistendo più a' tempi odierni, nè tempio, nè altare, nè olocausti da offrirvici, così il vocabolo כהן (cohen) più non è a' nostri giorni che un mero titolo supposto decoroso, e non già un grado di vero sacrificatore, quale era esso ne' tempi andati: ma non per tanto quelli che si fanno attualmente distinguere con simile attributo sono all'eccesso scrupolosi nell'osservanza di que' riti medesimi, che erano altre volte comandati a quelli che discendevano dalla schiatta d'Aaron, colla differenza però che quelli conoscevano un capo uffiziatore כהן גדול (cohen gadol) _Sommo Sacerdote_, che i recenti non hanno; ma del resto tanto perciò che riguarda la purificazione per i morti, quanto relativamente al riscatto de' primogeniti maschi un mese dopo la loro nascita, siccome ancora per quello che rapportarsi alla primazia che pretendono questi sostenere sul resto del popolo, in mille ridicole cerimonie religiose, che non giova quì annoverare, i nostri Cohanim sono le perfette Scimmie degli antichi sacrificatori, a' quali non s'indurrebbero giammai a verun prezzo a cedere di buon grado.

(78) Queste dette altrimenti תלמוד תורה (Talmud Torah) _Instruzione della Legge_, erano i luoghi dove s'insegnava, o spiegavasi la Legge co' Commentarj de' Rabbini. Varie furono le Accademie di tal fatta che gl'Israeliti eressero in diverse parti della Giudea, o altrove dopo la distruzione del secondo tempio, ma la più ragguardevole di queste fu, al parere de' dotti, quella stabilita in _Tiberiade_; egli è là che insegnarono i più gran Maestri che gli ebrei venerano attualmente _Jehudah il Santo_ (l'Autore della Misnah) _Rab. Haninah_, _Rab. Jonathan_. È là precisamente che si compose la Misnah, e il Talmud; finalmente si pretende da varj Autori che i Massoreti, ossia quelli che hanno punteggiata la Bibbia insegnarono in Tiberiade. Molte altre ancora furono erette in quelle parti dell'Oriente nelle quali gli ebrei fecero una lunga permanenza. Essi vi installarono così pure ne' tempi a noi più recenti alcune altre Accademie di tal fatta in Francia allorchè vi si rifugiarono. _Beniamin di Toledo_ parla di quella di _Beaucaire_, alla testa della quale e _Abraham Ben David_ che nutriva i suoi Scolari quando erano bisognosi, e loro somministrava il vestiario quando ne erano mancanti (Ved. _Ben. de Tol. Iter._)

(79) In qualunque parte di mondo dove gli ebrei hanno il domicilio trovasi costantemente praticato questo costume, senza che alcuno frattanto sappia rendere convincente ragione della stretta osservanza con cui quello mirasi ovunque usato, e mantenuto. Questo dunque consiste in un lampadario più, o meno grande, che gli ebrei tengono appeso al palco di un salotto, ed in linea perpendicolare al centro della mensa preparatavi per mangiare; non avvi casa, purché abitata da ebrei, di qualunque ceto, o condizione ch'essi siano, dove non si scorga quell'arnese nella foggia medesima che accennammo. Questo sacro lampadario (così chiamato per l'uso a cui si fa servire) viene acceso intieramente nel tramontare del sole di ogni venerdì, non meno che nell'imbrunire di tutte le vigilie delle feste solenni comandate dal Pentateuco: le sole donne maritate sogliono incaricarsi generalmente di sì fatto ministero; esse nell'istante di eseguirlo, recitano una benedizione compilata espressamente per quest'oggetto, e vi attaccano un'efficacia tale, che non vi è femmina ebrea la quale non creda fermamente di essere esente da' pericoli del parto, da contagiose malattie, e dalle sofferenze laceranti dell'Inferno, osservando rigorosamente le tre prescrizioni ch'elleno impongono i rabbini, una delle quali si è quella di accendere il lampadario del sabato.

(80) Alcuni Rabbini asseriscono che Adamo, mediante la vastissima scienza universale che gli attribuiscono infusagli prodigiosamente dal di lui maestro, e custode _Raziel_ (di cui sarà da noi parlato altrove) antiveggendo che alcuni secoli dopo di esso dovea nascere dalla prosapia di Giuda un certo individuo che sarebbe nominato _David_; ma che in forza degli alti impenetrabili arcani esso avrebbe dovuto essere nato un aborto, e che d'altronde se si fosse prodotto nel mondo suscettibile di lunga vita, avrebbe il medesimo formato il decoro del popolo d'Israel, e sarebbe stato molto bene affetto all'Essere Supremo; prevedendo Adamo dunque tale sciagura, e cercando la maniera di ripararla, aggiungono i Rabbini, che supplicasse fervidamente la Divina Misericordia, onde volesse togliere del lungo corso di sua vita (che prevedeva dovere ascendere a mille anni) la somma di anni settanta, de' quali esso inclinava fare un dono al Salmista Reale; al che Dio aderendo, senza ostacolo, si fece l'assoluto depositario di questo dono, fino al momento in cui fu esso fatto passare a David che ne fruì dal giorno in cui si produsse fra i viventi fino all'estremo istante di sua carriera, che fissò il compimento di anni settanta; passati ad esso gratuitamente dal primo uomo (ved. _Ghem. Mas. Sanhed. Cap. VII. fol. 35._)

Oggi non si troverebbe certamente fra noi alcun notajo che defferisse rogare un simile contratto.

(81) Hanno un bel giustificarsi quì i Rabbini ad oggetto di diminuire l'orrore che apporta agli uomini forniti di lumi, e di buon senso il carattere odibile ch'essi attribuiscono all'Essere Supremo, adducendo che sì fatta loro maniera di parlare non è che al figurato, al solo disegno di adattarla alla intelligenza limitata del volgo, come se per farsi capire dalla classe ignara fosse permesso al terrigeno mortale di avvilire il sommo autore della natura a questo segno: quale insania deplorabile! Non è già così che le scuole di Socrate, di Platone, e di Aristotile insegnavano a conoscere, a temere, e ad adorare il Dio dell'universo; e sebbene si trovassero astrette quelle pure qualche volta ad esternarsi a persone ignoranti, per rapporto alla vera cognizione di questo Essere degli esseri, quelle frattanto ritrovavano il pronto mezzo di farglielo elleno esattamente capire senza lasciarsi trascinare dal torrente di simili eccessi.

Non v'ha certamente che il filosofo il quale possa elevarsi fino alla sublime contemplazione di questo Essere increato, nè altri fuori di quello può, ad ogni esperimento, con rispetto maggiore estollerne le glorie. In fatti pretendere che Dio sia suscettibile di pentimento, di passione, di dolore; ch'egli possa offendersi delle azioni degli uomini, non è egli lo stesso che annientare tutte le idee che noi dobbiamo d'altronde avere di questo Creatore Supremo? Dire che l'uomo può turbare l'ordine dell'universo, che esso può accendere il fulmine fra le mani del suo Dio ch'esso può frastornare i suoi progetti, non sarebbe lo stesso che il credere, che da esso lui dipende unicamente di alterare la sua ineffabile clemenza, di trasformarla in crudeltà? È appunto così che la Teologia non fa che distruggere incessantemente con una mano, ciò che desso edifica coll'altra; quindi si può opinare con giustizia, che se ogni tradizione ora le è fondata sopra tali esecrabili principj, dobbiamo ragionevolmente conchiudere che basate sono, per conseguenza, tutte quante sopra una contradizione dimostrativa.

(82) Non dobbiamo che richiamare quanto fu già da noi esposto fino ad ora per restare ampliamente convinti, che se l'Israelita de' nostri tempi dovesse prefiggersi di osservare alla lettera, e tutto ciò che gli venne ordinato da Mosè, ed altrettanto che la tradizione gli prescrive, esso non vi riuscirebbe giammai senza un prodigio; mentre è presso che impossibile che l'uomo debole quale esso è per sua natura sentisse forze bastanti per respignere le passioni sregolate dalle quali è soggiogato, e ad un tempo medesimo, vincere gli affetti viziosi che lo seducono, e rinunziare, in una parola, al di lui essere, come sarebbe necessario per caricarsi di una soma di gran lunga preponderante alla sua capacità: ma non per tanto l'attaccamento degli ebrei per le loro tradizioni è tale, ch'essi trascureranno venti precetti fondamentali del pentateuco (siccome lo abbiamo rimarcato non è che un istante) piuttosto che estinguere un lume in sera di festa, o che prendere anche scarso cibo la sera, ed il giorno del 9 del mese di _Av_, o negli altri digiuni (de' quali è fatta speciale menzione nella seguente annot. 131) e che gustare un volatile condito, o cucinato nel butirro, benchè la scrittura non lo vieti di sorte alcuna, o che desistere in fine per un solo giorno dal recitare le leggende quotidiane, e cose di tal fatta, in tanto che la vera osservanza dell'essenziale è quella che l'occupa il meno, e che forma l'ultima, e la più indifferente delle sue cure.

(83) Questo deplorabile malore in vero non è affatto nuovo nel mondo, e per quanto io mi accorgo gli ebrei non furono già fra gli uomini i soli ad esserne gravemente infetti, poichè vi fu già un tempo sulla terra, al dire dell'abate _Cartaut_ in cui le scienze, e l'arte di scrivere furono dalla chiesa romana riguardate come occupazioni labili, e mondane, e per conseguenza indegne totalmente di un ottimo cristiano.

(84) E con quale fondamento lusingare ci dovremo di potere mai ritrovare irreprensibili costumi laddove i mezzi che sarebbero sufficientemente capaci a farceli apprendere, a regolargli, sono totalmente ignorati dalle massima parte fra noi? E quale meraviglia se quelli in particolare della prosapia d'Israel ci appaiono cotanto insociabili, e sì strani? Essi dovranno andare sempre mai su questo piede fino a tanto che la superstizione sarà dalla medesima preferita alla solida coltura dello spirito, le pratiche ridicole anteposte all'esercizio delle massime salutari della pretta Religione, e fino a tanto che questa nazione, impressionata de' suoi antichi errori, stimerà più necessario di essere devota, che instruita.

(85) Quanto più sanamente osservata, e mantenuta sarebbe dagli uomini la vera Religione, quante meno querele suscitare si vedrebbero a suo riguardo, e quanto più rispettabile, in ogni senso riuscirebbe la pratica di essa in faccia degli increduli, se la chiarezza, e la precisione fossero l'appannaggio de' suoi ammirabili principj, nel modo che la tersa verità dee essere la sola interprete genuina delle sue massime; coloro che ne fanno pubblico esercizio non si vedrebbero allora più astretti, come accade loro sovente, di credere ciecamente senza potere rendersi a se stessi la benchè minima efficace ragione di ciò che forma la base radicale della loro propria credenza; ciascuno ritroverebbe spiegati nella pratica medesima di esse quei solidi motivi sufficienti del loro credere, senza brancolare inutilmente col pensiere nel vortice immenso de' dubbj tormentosi, e delle arcane illusioni, che gli si fanno servire di ammaliante corredo; ma frattanto alcun vantaggio reale risultare non se ne vede in favore di coloro che la professano. Ma tutto ciò sarà mai sempre ineseguibile fra gli uomini fino a tanto che la religione diverrà per certuni un soggetto di speculazione sulla terra, ed un mestiere da potersi esercitare coll'ingannevole orpello dell'umiltà, e della devozione.

(86) Il primo scopo che si prefissero in ogni tempo i propalatori delle tradizioni sacre in generale, si fu quello di ammaliare la stupida curiosità di quegli uomini che stabilirono di sedurre; e di allontanare dall'occhio dell'esame qualunque dogma, di cui l'assurdità troppo evidente, avrebbe dovuto necessariamente a prima vista, in mille guise colpirgli. Non meno nell'uno, che nell'altro essi vi sono completamente riusciti. La pratica delle superstizioni è assai più agevolmente appresa di ciò che riesca facile conoscere l'esercizio commendevole di una pretta religione, della virtù, del disinganno. In fatti è molto meno arduo per l'uomo di genuflettersi a' piedi degli altari, e recitarvi le preghiere, immergersi nel Gange come i _Bonzi_, nutrirsi di magro le vigilie, confessare le proprie colpe all'orecchio di un'altro uomo, abbigliarsi di certi arnesi, o astenersi da certi cibi, di ciò che sia perdonare come _Camillo_ agli snaturati concittadini, o calpestare con isdegno le ricchezze, come _Papirio_, o farsi il corifeo della virtù, come _Aristide_, ovvero instruire il mondo come _Socrate_. Sempre indifferenti a questi sublimi tratti di straordinarie virtù, essi non sono ad altro interessati che a sostituire a queste le offerte, i digiuni, le espiazioni, persuadendo scaltramente gli uomini che si può, senza ostacolo, col solo mezzo di certe cerimonie superstiziose, giugnere per sino ad imbianchire l'anima anerrita dai più atroci, ed esecrabili misfatti. Ciò che ha dato sorgente funesta in ogni tempo fra gli uomini, siccome io l'ho altrove rimarcata (annot. 100.) sul proposito della confessione auriculare, a tutti quei criminosi travviamenti a quali può essere soggetto lo spirito umano.

CAPITOLO XI.

Seguito del medesimo soggetto. Esame delle verità esposte.

Tutto che molte sensate persone sdegnate restino, e percosse dalle complicate assurdità di dettaglio di cui non solo le tradizioni ebraiche, ma tutte quelle altresì dei popoli che conosciamo sono ripiene, esse frattanto non ebbero giammai fino ad ora il risoluto coraggio di rimontare fino alla sorgente venefica dalla quale sì fatte assurdità dovettero probabilmente ritrarre l'origine fatale, per tutto non vi si scorge che uomini, o criminosamente ipocriti, o brutalmente zelanti, proclivi ad accreditare le più assurde contraddizioni, le più ridicole novellette, e le intuitive follìe, riscaldando, o seducendo colle illusioni le più bizzarre la credula fantasia degli uomini i quali finiscono in ultimo coll'identificarvisi, e idolatrare delle chimere: _o homme!_ esclamava altre volte un saggio illustre, _qui saura jamais_ _jusqu'où tu portes la folie, et la sottise? Le Théologien le sait, en rit, et en tire bon parti._

Si ha d'altronde un bel sostenere, e dagli ebrei non meno che da tutte le altre sette concordi, che la sola legge scritta non sarà mai per se medesima sufficiente, quanto l'urgenza lo richiede, a fondare le inconcusse basi della religione; senza l'immediato soccorso della tradizione; oltre che ciò resta formalmente smentito da' moltiplici percuotenti esempi da noi altrove opportunamente riportati di quei tanti distinti soggetti, a tempo debito citati, i quali senza conoscere tradizione di sorte alcuna non lasciavano di essere perciò gli esemplari modelli della credenze d'Israel (e de' quali si cercherebbero indarno imitatori in tutto l'antico, ed il recente Giudaismo) ed i veri prediletti dell'Essere Supremo; si potrebbe, all'opposto, senza timore d'ingannarci, dimostrare con evidenza che altrettanto le parafrasi, ed i commenti riescono utili, e sovente necessarj, allorchè tendono a semplificare il soggetto originale, col mezzo d'idee chiare, compendiose, e intelligibili, quanto non meno gli uni che le altre si rendono all'eccesso aggravanti, e perniciose allo spirito, se diffusi, o enigmatici si scorgono; nel primo caso il testo acquista nuovi lumi efficaci a rischiarare la mente poco idonea di approfondirne per se stessa il vero senso; nell'ultimo poi esso diventa molto più oscuro, più confuso, inutile del tutto. Or, quale di questi sarà, dunque giustamente il caso nostro? Basta farci a considerare di slancio la soma enormemente onerosa, della quale oggi trovasi aggravato il Popolo d'Israel in tante guise differenti, in proposito di Culto, e religione, per ritrovare senza gran pena la soluzione positiva di simile problema. Dicasi pure, come sarebbe in verun modo possibile all'ebreo Talmudista di mantenere il sabato al rigore delle cerimonie innumerabili che vi aggiungono i Rabbini, minacciando una dannazione irremissibile contro chiunque individuo il quale si dimostrasse refrattario, o trasgressore delle medesime? Non bastava forse la sola prescrizione ordinata da Mosè di santificarlo e fare cessare in esso qualunque opera servile, per accrescervi, nella guisa che fece la tradizione, tante futili controversie, tante glose incongruenti del tutto estranee all'osservanza primitiva del precetto ed alla mente dell'Institutore (87)?

Ed in qual modo potrebbe egli osservare giammai con esattezza tutto quanto le parafrasi rabbiniche gli prescrivono concernente le altre feste, oltre i tanti numerosi precetti che dagli espressi ripetuti comandi della Divinità medesima sono ad esso autorevolmente imposti, senza ledere, o trascurare gli articoli essenziali del suo Culto? Ma che diremo già noi, se attignere si dovesse le nostre idee relativamente all'Essere Supremo nelle discussioni tradizionali? Non si mostrerebb'egli quest'Essere a noi sotto i tratti i più proprj a rigettare la nostra adorazione il nostro amore? In fatti come sarebb'egli possibile giammai di sentire del trasporto per un Essere di cui l'idea che ci viene rappresentata, ad altro non serve, che ad eccitare il terrore, e di cui i giudizj che vengono dalla medesima riportati fanno fremere (88)? Come ravvisare senz'allarmarsi un Dio che ora ride, ora piagne, ed ora scherza, come immaginare, senza orrore, un Dio che secondo la tradizione sembra prendersi a scherno il destino de' mortali, occupato di farsi sempre temere, e mai di farsi amare? Eh, che? Tale forse non è il carattere odibile che la tenebrosa tradizione di tutti i popoli della terra, senza escluderne forse alcuno, ci trasmise dell'Autore Supremo delle natura (89)?

E se da testè riportati assunti passare si volesse ad interrogare la tradizione Israelistica specialmente sopra i cibi, supporremo noi forse che potesse meglio riuscirci, la ritroveremo noi, per qualche parte almeno, più sensata, meno ridicola, più congruente? Che l'astinenza di alcuni cibi, o il divieto di nutrirsi di certi animali, autorizzato parimente presso molti popoli antichi, nel modo che lo abbiamo altrove chiaramente significato (ann. 28) ed imposta agli ebrei come un precetto non meno urgente ad osservarsi degli altri che il Codice Mosaico avea eglino già prescritti, sia che fosse il medesimo basato sopra uno di quei menzionati disegni da' quali erano que' popoli guidati, sia che diretto venisse da qualche altro, che le sacre pagine rivelarci non vollero, debba riguardarsi come una instituzione utile, ed anche in certi climi, a molti riguardi ovvia, e indispensabile, ciò potrebbe senza ostacolo accordarsi, ed io ne convengo di buon grado, ma che una semplice ingiunzione ordinata da Mosè, benchè triplicatamente di _non cuocere l'agnello nel latte della capra_ (90), e che altro per se medesimo non è che un mero suggerimento di umanità, onde fare sott'intendere con esso di non incrudelire contro di coloro da' quali abbiamo tratta l'esistenza sulla terra, che un avvertimento morale di simile natura, dico, debba implicare una quantità di altri usi, e di astinenze, le quali, anche a senso di qualche accreditato Rabbino, non hanno il benchè minimo rapporto collo spirito intimo del precetto di Mosè; ecco ciò che una mente illuminata soffrire certamente non potrebbe senza indignazione (91).

Ma cessiamo di più lungamente inveire contro gli smarrimenti umani; la sola esposizione sarebbe stata sufficiente per se stessa a dimostrarne l'assurdo; e farci quindi giudicare quale intimo valore il sensato filosofo ebreo vi attacca, e la fede che il medesimo vi presta. Ma essendoci prefissi fondatamente di condurre il popolo d'Israel nel sentiere della ragione; disingannarlo de' vetusti suoi errori, restituirlo al suo antico decoro, ed illuminarlo intorno i di lui veri interessi, noi fummo astretti ad esporre una parte di que' dogmi, riti, o cerimonie che la tradizione gli fece, per tanti secoli, considerare come sacre, corredate ovunque di quelle osservazioni analoghe, che ci sembrarono le più efficaci a sortire il nostro premeditato intento, ed a giustificare nel tempo stesso i fondati motivi delle nostre salutari operazioni. Quindi tutto ciò che fu da noi opportunamente riportato sulla evidente inutilità della massima parte delle glose tradizionali, sembrami sufficiente a fare ampliamente comprendere quanto meno stravagante oggi comparirebbe il Codice mosaico nelle menti sovvertite de' filosofi increduli, se non gli fossero eccessivamente addizionate quelle moltiplici bizzarre cerimonie che fin quì combattemmo, colle innumerabili altre prescrizioni strane, ed insensato che ommesse abbiamo come non solo destituito affatto di verità, di base, e di ragione, ma come opposte diametralmente alla purità inalterabile del fonte incontaminato da cui si pretende follemente farle derivare (92). Conchiudendo, in ultimo coll'evidenza irrefragabile alla mano che tutti i principj di tal fatta non sono che il risultato genuino di una sregolata immaginazione, o di entusiastico trasporto in cui l'esperienza, e il raziocinio non ebbero giammai alcuna parte; e l'eccessiva difficoltà che sovente incontrasi a combattere simili principj solo dipende dall'indole riprovabile della fantasia umana, la quale preoccupata una volta dalle illusorie visioni che la sorprendino, e la rimuovino, si rende incapace assolutamente di riflettere, di ragionare (93): Colui che si accigne a combattere la superstizione, ed i suoi terribili fantasmi colle armi della ragione (dice sensatamente _Shaftesbury_) rassomiglia ad un uomo il quale si servisse di una spada per uccidere delle zanzare, o de' moscherini, sì tosto che il colpo è vibrato, le chimere fatali, a guisa di que' tormentosi insetti, ritornano a svolazzare intorno all'uomo, riprendendo nel suo spirito il luogo stesso da cui supponevasi forse di averle proscritte per sempre (94).