Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo I

Part 11

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(58) Senza fermarci quì ad oppugnare una pratica sì perniciosa e sì comune, osserveremo soltanto che gli uomini, generalmente parlando, hanno all'eccesso aumentati i vocaboli che servono a marcare l'atto religioso, forse immaginando che la medesima idea espressa nelle loro preghiere con vari giri differenti, gli uni più sommessi degli altri, ed in ogni tempo seguitate da certe cerimonie ch'essi supponevano dover piacere a Dio, loro attirerebbe il suo alto soccorso di una maniera più affluente, più pronta, e più efficace. I Greci, ed i Romani attribuirono molta forza, e attività a certi vocaboli, ed a certe formule superstiziose che impiegavano essi nelle loro preghiere al segno di restare fermamente persuasi che mediante il favore di alcune parole, sostenute da varie cerimonie bizzarre, essi potevano astrignere la Divinità ad essere loro propizia. Egli è così che ogn'uno s'immagina di potere ampliamente ottenere dall'Essere Supremo ciò che domanda impiegando molti termini sinonimi accompagnati da varie attitudini diverse, e da clamorose preghiere, che formano la base prima, ed essenziale di presso che tutte le sette che conosciamo.

(59) Non ostante che gl'Israeliti sieno stati sempre obbligati di pregare Dio, non pare verosimile che allora quando essi offrivano i sacrifizj entro il loro antico Tempio venerabile, avessero duopo di usare di quelle tante interminabili preghiere fisse, e quotidiane che praticare si veggono da' moderni ebrei nelle loro proprie Sinagoghe. Ma essi, nulla di meno, sostenuti dal Profeta (Oss. Cap. 14 v. 3) adducono con intima convenzione ונשלמה פרים שפתינו (unscialemah parim sefatenu) _Et reddemus vitulos labiorum nostrorum_. Intendendo con tale frase di potere supplire oggi colle preghiere alla mancanza, ed alle totale cessazione de' loro antichi sacrifizj; ed eccone precisamente lo norma che quasi tutto il corpo dell'ebreismo ha conservata sopra un tale rapporto.

Siccome tutti i giorni offrivasi nel tempio di Gerusalemme due sacrifizj, cioè, l'uno la mattina, e l'altro la sera, gli ebrei Talmudisti hanno così stabilito di dovere recitare nelle loro Sinagoghe la preghiera delle mattina denominata תפילה (Teffilah) quella della sera che chiamasi מנחה (Minhah) che reputano equivalenti a que' due indicati sacrifizj oggi soppressi. Ma nella occasione del Sabato, e delle feste solenni, durante il corso dell'anno, oltre questi due sacrifizj quotidiani, aggiugnendosene altro nuovo, così gli ebrei in simile giorno aggiungono parimente altra nuova preghiera che appellasi מוסף (Mussaff) cioè, _addizione_. E altresì opportuno quì di rimarcare, che oltre le preghiere testè menzionate, che gli ebrei pretendono, d'accordo, come si disse, fare equivalere a' sacrifizj annunziati, essi hanno ancora la preghiera dell'entrare della notte, che stabilirono per ciò che restava del sacrifizio vespertino, e che chiamano ערבית (Ngharbith).

Ma se Dio avesse aggradite le parole in proferenza delle vittime, non lo avrebbe egli stesso fatto capire, nel modo appunto ch'esso fece chiaro per tante volte intendere di volere Olocausti, e non Preghiere in loro vece, o piuttosto, come chiaro si esprime il Profeta Isaia (_Cap. 58 v. 6 e seq._) nè gli uni nè le altre, ma solo un puro, e retto cuore in loro luogo? E giacchè altrimenti si presume, non basterebbe egli forse una sola concisa preghiera in ciascun giorno?

(60) È ben vero che sotto gl'Imperatori Romani gli ebrei avevano l'amplia facoltà di giudicare pubblicamente secondo le Legge Mosaica tutte le cause che agitavansi fra di essi, ma per altro questo diritto, se vuolsi prestare fede ad _Origene_ che vivea in que' tempi, non era già devoluto a' medesimi che per la mera procedura soltanto delle cause civili, giacchè le criminali erano di competenza del solo Tribunale Supremo di Roma (Ved. Orig. _Epist. ad Rom. lib. 6 Cap. 1_ & _Epist ad Afric. pag. 243._) Se v'ha tutta via de' luoghi ancora ne' quali dall'autorità Sovrana permesso al corpo degli ebrei che n'è soggetto di costituire nel suo centro un Tribunale espresso per discutere, o definire le sole cause civili che si agitano fra gli individui di questa nazione, ciò, per altro, non segue che nelle Città dove gli ebrei essendo alquanto numerosi, come Livorno, Roma, Amsterdam, Praga, Venezia, ed alcune altre, i tribunali ordinarj del paese non potrebbero supplire ed evaderle tutte con quell'esattezza, e sollecitudine che richiede la giustizia, per chi vuole cautamente amministrarla. I respettivi Sovrani dunque di tali Stati concedono di rivestire un certo dato numero di ebrei i più qualificati per lumi, e per dovizie della dignità giudiziaria, rimettendo fra le loro mani il deposito di una parte dell'amministrazione della giustizia; ma questa dignità è d'altronde così precaria, e circoscritta, che può essere loro tolta, o surrogata ad ogni momento, e soggetta in qualunque siasi tempo alle leggi dello Stato, alle quali l'intero corpo della Nazione che vi abita è per ogni parte sottomesso.

(61) Molti commentatori, fra i quali _Bustorfio_, _Girolamo_ ed il celebre _Aaron_ caraita (di cui mi riserbo a fare menzione allorchè mi emergerà di proposito ragionare della setta del caraismo) si fecero ad opinare che le frequenti ripetizioni che si trovano in gran copia sparse per tutta la scrittura fossero una conseguenza del genio particolare proprio della lingua ebraica, la quale attesa la sua naturale semplicità e concisione suole ripetere d'ordinario le medesime cose or sotto vocaboli differenti, ed ora sotto identiche frasi. Per altro, tutto che quest'opinione sia vera in gran parte, io veggo frattanto che _Omero_ è generalmente imputato del medesimo difetto, siccome lo sono tutti gli scrittori di quel secolo; ed i critici ritrovano una conformità perfettamente identica fra la maniera di parlare del poeta Greco, e quella con cui si esprime il legislatore d'Israel; ed io rimarco parimenti che _Marziale_ non ha potuto astenersi in qualche luogo de' suoi epigrammi dal deridere Omero per sola cagione di simile difetto (se tale potea questo in quell'epoca chiamarsi), dal che si potrebbe opportunamente inferire non essere già queste reiterazioni soltanto particolari al genio della lingua ebraica, ma che anche l'idioma del cantore di Smirne suscettibile fosse del carattere medesimo.

Da sì fatta maniera di esprimere sì di frequente le stesse cose, vari pensatori trassero argomento d'inferire che Mosè non potea essere l'autore del Pentateuco, e tanto più questo dubbio prende piede in mente loro, facendo attenzione alla diversità dello stile che vi s'incontra di tratto in tratto, ciò che forma una prova in mente loro troppo idonea e convincente onde fare credere che un medesimo scrittore non può in verun modo esserne l'autore: alcuni ancora più moderati degli altri ne' loro giudizi, opinano che per negligenza de' copisti l'ordine delle materie possa essere stato alterato nel trascriverle dalla primitiva dizione originale; e di ciò sembrami niente assolutamente più facile poichè siccome gli antichi scrivevano sopra piccioli viluppi, o fogli separati, che rotolavansi gli uni sopra gli altri, non avranno forse avuta le necessaria precauzione di conservare sempre il metodo regolare delle materie, ed in vece avranno fatto, senza dubbio, delle repliche, laddove era duopo di sopprimere quelle che già vi erano antecedentemente, e di elidere le cose inutili, o soverchie.

(62) Per quanto ci narrano le Istorie di tutti i popoli conosciuti, non vi fu luogo giammai sopra la terra, in cui gli ebrei che lo abitarono non soggiacessero all'infamia degradante di vedersi contraddistinti dal resto de' cittadini con certe marche affisse ora nella sommità del Cappello, ora nella parte la più visibile degli abiti, e le femmine stesse di questa nazione non ne erano escluse.

Negli stati musulmani poi, ne quali non è appena che un secolo si contrassegnavano anche i Cristiani, la marca destinata per gli ebrei era del tutto differente da quella che fissavasi per gli altri, benchè non molto visibile, e per conseguenza meno avvilente di quella con cui venivano marcati sotto il cielo apostolico romano; ma una gran parte degli ebrei, per altro, ben lontana dal riguardarla come tale, compiacevasene al segno di considerare come pessimi ebrei quelli che cercavano di ocultarla, o che al prezzo di moneta pervenivano a conseguirne l'esenzione.

(63) _Nostre Raison_ (dice il celebre D'Argens) _est un don de Dieu, qui ne saurait nous tromper; c'est un présent qu'il nous a fait pour nous donner le moyen de le connoître, et de le servir_ _Lett. Juiv. lett. XXXIII. pag. 81._ infatti se questa sublime ragione, massime nelle cose dimostrativamente evidenti, ci facesse smarrire dall'ameno sentiero che conduce alla solida perenne felicità ch'essa promette, ne verrebbe per illazione che Dio c'ingannerebbe, ciò che non può assolutamente sostenersi senza il colmo dell'insania, Dio essendo la verità inalterabile medesima.

CAPITOLO IX.

Dall'origine della Misnah, e del Talmud; ossia della Ghemarah; oggetto, e scopo di entrambe.

I grandi avvenimenti, dice un pensatore inglese, sono per l'ordinario da gran cause prodotti; ma siccome i filosofi rigettano il più delle volte, con certe ragioni da essi loro credute valide, ed inoppugnabili, queste vantate cause misteriose, e soprannaturali immaginate, com'essi opinano, da un certo numero di antichi ad oggetto di accreditare le loro stravaganti opinioni colle quali ammaliarono lo spirito del volgo, sì facile ad illudere e sì malagevole a disingannare, essi avrebbero dovuto piuttosto cercarne la sorgente nelle antiche massime religionarie, e studiare con diligenza il carattere genuino di que' soggetti che le hanno prodotte, diffuse, ed accreditate, onde con più pronta e più agevole maniera pervenire alla esatta cognizione degli enimmi sacri generalmente venerati, sì familiari ad essi, e di cui la moltitudine insensata, si fa depositaria, senza speranze di potere giugnere per niun mezzo a comprenderli giammai (64).

Tale appunto è l'intima natura delle innumerabili mistiche visioni delle quali sono inondate le opere di cui entriamo a ragionare, e tale è precisamente l'indole che ci fecero in ogni senso conoscere avere quegl'individui che le hanno fino a noi tramandate.

Per altro l'antichità di queste opere, il rispetto illimitato verso gli estensori d'esse che si ebbe la scaltrezza d'insinuare nell'animo di quelli sventurati che si avea precedentemente sedotti, il fermo loro accanimento nel seguitare le une, nel difendere gli altri, la cura indefessa che fu da quelli presa in ogni tempo ad oggetto di propalarle, e perpetuarle, come opere provenienti dal Cielo, e dettate dalla stessa increata mente dell'Essere Supremo: tutto ciò, dico, dovea per necessità indispensabile impedire loro di credere che quelle opere, in gran parte, altro non fossero per elleno medesime che un aggregato informe d'idee bizzarre, scaturite da altrettante immaginazioni travviate, il delirio particolare delle quali divenne pur troppo in breve spazio di tempo, come succedere dovea senza scampo, uno smarrimento quasi universale di tutto un popolo immenso (65); verità che frappoco sarà posta da noi al chiarore dell'evidenza.

Dal fin quì esposto sembrami rendersi quanto è duopo manifesto che inferire solo io voglio di quelle opere unicamente che la tradizione fece pervenire fino e noi, cioè il _Talmud_, ovvero come altri dicono la _Ghemarah_, e di tutte le parafrasi complicate che la seguono (66), ma affine di procedere con un ordine metodico, e sicuro in tale utile ricerca, fa d'uopo avanti d'ogni altra cosa analizzare la sorgente immediata da cui esso emana, e discendere in seguito a conoscere i presunti solidi fondamenti su' quali appoggia l'ebreismo quella cieca macchinale venerazione ch'esso ebbe sempre per riguardo ad un tal libro, considerandolo come un codice non meno antico, e tanto sacro quanto lo stesso pentateuco di Mosè (67).

Benchè molti critici sieno fra loro discordi circa lo stabilire il tempo in cui il Talmud sia stato effettivamente compilato, pure noi lo fisseremo a 125. anni dopo la devastazione del secondo tempio; tale essendo l'opinione la più generalmente conosciuta, e adottata.

Il Rabbino _Jeudah_ il quale vivea in que' tempi, e che attesa l'esemplarità della sua vita era denominato degli ebrei de' suoi tempi רבנו הקדוש (Rabenu Akadosh) (_nostro maestro il santo_); questo Rabbino, dico, il quale era eccessivamente dovizioso, ed amico intimo dell'Imperatore Antonino il Pio, veggendo che la dispersione degli ebrei avrebbe fatta dimenticare questa legge di bocca, ossia orale, scrisse tutti i sentimenti, constituzioni, e tradizioni de' Rabbini che lo avevano preceduto in un grosso corpo di opere, che distinse col nome di משנה (Misnah) cioè _Ripetizione della legge_ che divise in sei parti; la 1. riguarda l'Agricoltura; la 2. si rivolge a fissare l'epoca in cui debbono cominciare, e finire il sabato, e le altre feste; la 3. tratta dei matrimonj, e di tutto ciò che rapportasi alle femmine; la 4. delle procedure giudiziarie, e delle vertenze che nascono sopra ogni sorta di affare civile; la 5. ha per iscopo la santità, ovvero i sacrifizj, ed i principali riti della religione; la 6. finalmente si aggira sulle purità, e sulle impurità (68). Ma siccome questo libro era per se stesso molto succinto, e per conseguenza poco intelligibile; un inconveniente di tale natura ha dato origine a delle forti, e interminabili questioni, le quali fecero in ultimo risolvere due colti Rabbini abitanti in Babilonia, l'uno chiamato _Rabenah_, e l'altro _Rabascè_ di riepilogare tutto ciò che era stato esposto, ed agitato fino a' loro tempi sulla Misnah, aggiugnendo molte altre osservazioni loro proprie, apotemmi e detti rimarcabili, fissando la misnah come per testo, e le appendici accresciute ad essa da' medesimi, come una spiegazione creduta ovvia, e analoga, dal complesso delle quali essi formarono poscia l'intero corpo del libro, che denominarono תלמוד בבלי _Talmud Bably_, cioè Talmud Babilonico, oppure גמרה (Ghemarah) che significa _perfezione_, diviso così ancora in 6 parti, denominate מסכתות (Massahtoth) _Trattati_; non tacendo però che alcuni anni avanti un certo Rabbino Johanan di Gerusalem avea compilata un opera quasi uniforme che chiamò תלמוד ירשלמי (Talmud Jerusalmi) cioè, _Talmud di Gerusalem_; ma essendo stata questa ritrovata molto concisa, rapporto alla vastità delle materie sulle quali si aggirava, ed anche riconosciuto di uno stile alquanto barbaro, e inusitato, il babilonico gli fu di gran lunga preferito, come più vasto, più elegante, e più intelligibile.

A questi poi dopo qualche spazio di tempo il Rabbino Salomon, detto comunemente _Rascì_ (_R. Scelomoh Yarki_) di origine francese, fece un brevissimo commentario, ed un accademia di vari altri differenti Rabbini vi aggiunse così pure una certa dose di questioni, che appellarono תוספות (Tossaffoth) cioè _appendici_, o _addizioni_. E quì opportuno però di rimarcare che da questo Talmud Babilonico, furono già da gran tempo elise molte cose, particolarmente i tre trattati compresi ne' sei de' quali io vengo di parlare, attesochè quelli che concernono le materie riguardanti l'agricoltura, o le semenze, i sagrifizj, le purità, e le impurità più non sono attualmente in uso di sorte alcuna presso gli Israeliti de' secoli recenti.

Questa Ghemarah, e Talmud Babilonico che serve di regola fondamentale agli ebrei in tutte le loro cerimonie religiose, non meno che in tutti i loro affari, sia civili, o criminali, è scritto in un linguaggio caldeo di que' tempi ch'è assai difficile ad intendersi, perchè, al riferire dei dotti, è molto lontano dalla purità dell'antico terso caldeo che parlavasi in Babilonia; oltre a ciò quell'opera è piena di confuse questioni, di storie, o piuttosto di leggende fatte a piacere, che i semplici decantano per vere, ma per poco discernimento che si abbia, riesce agevole il comprendere, non solo altro queste non essere che allegorìe inventate da persone più dedite a sorprendere il lettore, che ad instruirlo, e che ad altro non tendono in massima, che a rendere gli ebrei all'eccesso ridicoli in faccia agli altri popoli, ma che si scorge in esso altresì delle falsità evidenti, massime in ciò che riguarda l'istoria, la cronologia, e le scienze. Il loro principale scopo, in una parola, non è ad altro fine rivolto che ad aggravare la mente di un affluenza incalcolabile di usi, e cerimonie il più delle volte opposte, ma quasi sempre estranee all'essenzialità della vera legge primitive, la quale era onninamente aliena da quelle superfluità, o sottigliezze che formano la base delle odierne instituzioni tradizionali (69).

È ben vero, per altro, che gli ebrei forniti di talenti, e di coltura, non prestano fede e questi fatti, senza un ben maturo ponderato esame; ma frattanto la generalità di questa nazione riguarda come un esecrabile apostasia il dubitare un solo istante della validità delle decisioni talmudiche, per le quali essa nutre una venerazione tale, come se quelle fossero esternate dalla bocca dello stesso legislatore Mosè.

Egli è dunque così che queste tradizioni sono divenute sì affluenti presso i recenti Israeliti, (benchè sopra un tale proposito qualunque altra nazione non la ceda all'ebrea in verun modo) che tutta l'intera vita di Mosè non sarebbe stata sufficiente per riceverle da Dio sulla vetta di Sinai, dove suppongono che le abbia esso apprese durante lo spazio di 40. giorni di sua non interrotta permanenza sopra quel monte: ma gli ebrei Talmudisti pretendono di fare tacere ogni oppositore col loro autorevole assioma הלכה למשה מסיני (Alahah Lemoscè Missinaj) _Decisione che Mosè ha ricevuta sulla montagna di Sinai_. Ma non veggono quanto sia fallace una simile asserzione; e quando ancora nascondesse quella in se medesima qualche ombra di possibilità, l'errore che la segue in ogni parte, l'inverosimiglianza che l'accompagna, ovunque la farebbe senza ritegno, ad ogni riguardo allontanare. E ciò che di peggio io vi scorgo si è che sotto questo nome specioso di tradizione gli ebrei hanno abbracciato, alla rinfusa, i vaneggiamenti de' loro dottori, come se Dio stesso glieli avesse loro rivelati sotto l'apparenza d'inspirate intuizioni, non permettendosi neppure di esaminarli (70), a meno di non volere cadere nell'eresia de' _Caraiti_ (di cui sarà da noi parlato difusamente altrove); e se alcuno si facesse a richiedere loro le fondate ragioni di quelle innumerabili glose rabbiniche, le quali sembrano allontanarsi onninamente dal genuino testo della legge, essi non hanno altra risposta a dare, che אמרו חכמנו (Amerù Hahamenu), cioè, _lo dissero i nostri savi_, aggiugnendo così una fede implicita alle confuse interminabili discussioni dei loro talmudisti, nella guisa che procedevano appunto i discepoli di _Pitagora_, quando erano interrogati sopra qualche assunto alquanto difficile e risolversi: _egli lo ha detto_, era per quelli lo soluzione la più positiva, ed inconcussa di qualunque siasi arduo problema. (71).

Tale è propriamente l'origine e lo scopo di quel tanto decantato codice, sì profondamente venerato dall'intero giudaismo, distinto generalmente col nome di _Talmud_, le affluenti frivole questioni delle quali è quest'opera immensa per ogni parte ripiena, non solo sdegnarono per tante volte i filosofi saggi, ed illuminati fino a rigettarne le massime, e a deriderlo; ma quale appunto lo fu in seguito l'apocalisse per rapporto al cristianesimo, non servì quello che d'un arma offensiva della quale usarono i nemici d'Israel, in ogni tempo, per attaccarlo, anche nelle sue massime più essenziali, e orribilmente infierire contro di esso (72).

Infatti cosa potevano mai pensare gli antichi filosofi Greci, Arabi, e Romani, osservando agitare delle lunghe, e pertinaci discussioni per giugnere a diffinire se sia permesso in giorno di sabato cavalcare un asino per condurlo a bere, oppure se debba tenersi per la cavezza? se si possa in tale giorno camminare sopra un terreno seminato da poco tempo, per non incorrere nell'inconveniente di calpestare, o portare via, qualche granello di semenza co' piedi, ed essere quindi obbligati a seminario di nuovo, ciò che in sabato non lice? se sia permesso, in quel giorno medesimo scrivere tante lettere, o parole capaci a formare unitamente un discreto paragrafo completo? se debba pure permettersi di mangiare un uovo nato, o prodotto entro quel medesimo giorno ec.? E di quanti altri sì fatti scrupoli bizzarri, e paradossali non sono ripieni ovunque il Talmud con tutti i suoi differenti commentarj per rapporto alla pasqua delle azzime, ed alla purificazione del vecchio fermento lievitato nelle case? Vi si fa un lunghissimo trattato per decidere se mirando passare un sorcio in qualche parte della casa con una mollica tenuissima di pane in bocca, dopo fattovi lo sgombro generale, debbasi ricominciare con nuove rigorose indagini le purificazione di detta casa; se si possa cucinare i cibi destinati per uso della pasqua, delle azzime col residuo dei carboni serviti ad abbruciare il vecchio pane fermentato, ed altre simili mostruose questioni che opportunamente mi emergerà di riportare (A) le quali non solo allontanavano gli ebrei dalla vera inalterabile osservanza delle sacre instituzioni mosaiche, ma gli rendevano altresì rozzi, ignoranti, e spregevoli all'eccesso in faccia di tutti gli altri popoli del mondo, ed in particolare i Greci, ed i Romani i quali vedevano sensibilmente la discrepanza, rimarcabile che potea con fondata, ragione assegnarsi fra le loro classiche scuole; e gli assunti utili, e rilevanti che vi si trattavano, e quelle de' talmudisti, e le loro stravaganti; e prolisse controversie; ma passiamo a rendere, più dimostrativamente sensibili queste verità sublimi, e interessanti.

(64) L'accidia, e l'indolenza, vizj sì ordinari alla massima parte degli uomini sono, al parere di un dotto moderno, molto confluenti ad alimentare i progressi poco vantaggiosi della tradizione. L'uomo, generalmente parlando, è per indole sua più proclive a credere macchinalmente una cosa che gli si assicura vera, di ciò che inducasi ad affaticarsi con un esame lungo, e costante, e con uno studio assiduo e penoso, ritrovando molto più agevole di seguitare con una stupida quiescenza il corso delle cose già conosciute, ed usitate, che di analizzarne l'origine, o sormontare fino alla primitiva sorgente dalla quale si fanno quelle scaturire; così è che la generalità delle persone lasciasi trascinare dal torrente impetuoso degli assurdi dominanti, e finisce in ultimo col precipitare miseramente nel baratro immenso di tutti i più orridi smarrimenti, dietro l'esempio fatale di quelli (stupidi senza dubbio al pari di esso) che lo hanno preceduto, chiunque, per tanto, vuole sanare di sì fatta deplorabile cecità, dee seguitare con una cauta fermezza il precetto salutare di Seneca il filosofo, non curare i giudizj del volgo, e sfuggirne la relazione: _Unusquisque mavult credere quam judicare: nunquam de vita judicatur, semper creditur, versatque nos et præcipitat traditus per manus error, alienisque perimus exemplis: Sanabimur si modo separemur a cœtu._ _Sen. de vita beata Cap. 1._