Progetto filosofico di una completa riforma del culto e dell'educazione politico-morale del popolo ebreo, Tomo II

Part 15

Chapter 153,471 wordsPublic domain

Che i Divorzi sono divenuti molto meno frequenti presso gli ebrei da quando sono stati questi dispersi fra i popoli differenti della terra, le Leggi de' quali non permettono la dissoluzione de' matrimonj per cause frivoli, o per leggeri motivi, è un fatto che l'esperienza ognora in chiari sensi ci contesta. Per verità vi fu un tempo in cui, al dire degli scrittori, una minima parola, un piccolo disgusto, un sentore di gelosia, qualunque, erano Cause Sufficienti per annullare interamente vincoli maritali; ma le Leggi Civili della nostra Colta illuminata Europa, avendo riconosciuto il nocumento incalcolabile che risentita avrebbe la società dall'abusiva frequenza di sifatte dissoluzioni, sono accorse all'efficace riparo, prescrivendo le indagini le più accurate, e le più rigorose cautele avanti di passare diffinitivamente a pronunziarle nelle debite forme che loro conviene; di maniera che oggi tali separazioni più non sono appoggiate sulle fervide Controversie incessanti d'Illel, e di Sciamaj, nè sulle opinioni bizzarre del troppo indulgente R. Akiba, nè sul prodigioso esperimento delle acque amare che oggi più non conosciamo (125).

Ma le sole cause legittimamente contestate sono quelle che le nostre Leggi sane, ed ammirabili prendono per guida, onde autorizzare giustamente il Ripudio, senza che gli statuti di società, e di natura sieno in verun modo nella benchè minima parte lesi, nè alterati.

Fin quì noi andiamo apparentemente in massima d'accordo, veggiamo se nelle questioni susseguenti noi possiamo con pari armonia uniforme convenire.

La Risposta emessa dall'Assemblea alla terza domanda: _un ebrea può maritarsi con un cristiano, ed una cristiana con un ebreo? ovvero la Legge prescrive che gli ebrei non si maritino che fra di loro?_ Consistente, cioè, nella soluzione seguente:

_La Legge non dice che un ebrea non possa maritarsi con un cristiano, nè una cristiana con un ebreo, nè molto meno essa impone che gli ebrei non possano maritarsi che tra di loro._

Questa Risposta, dico, non potrebbe essere nè più sensatamente fondata, nè più certa, se però attaccati noi fossimo unicamente alla sola teoretica prescrizione mosaica, stabilita da noi come la prima base fondamentale della nostra propostaci Riforma della credenza d'Israel; ma la pratica tradizionale che a quella si fa oggi di gran lunga prevalere, ce la fa comparire ben differente. Infatti, a che giova mai di vedere queste unioni da una parte ampliamente permesse, ed autorizzate dalla scrittura medesima (126), se la stravagante tradizione dall'altra vi oppongono di continuo mano forte per farle riguardare, in ogni senso, con ribrezzo, e con orrore, per tacere quelle insensate leggi, che giungono finanche a condannarle, sotto comminatorie di anatema, o di morte (127).

Suppongasi, per puro esempio, un ebrea congiunta in matrimonio ad un incirconciso, come mai potrebbe questo soffrire di vivere separato dal suo Letto maritale, benchè nel medesimo quartiere, presso che una terza parte dell'Anno, ad intervalli differenti, vederle radere la chioma fino alla cute, assoggettarsi a doversi nutrire il sabato di cibi cucinati il giorno avanti, senza potere in quello calcolare sul di lei servizio, di sorte alcuna; e l'educazione ch'ella conferirebbe a' propri figli, potrebbe mai degenerare da' suoi mostruosi principj? Viceversamente retorquendo la Circostanza, vale a dire che il vincolo maritale succeda fra un ebreo, ed una femmina di altra Setta, come mai adattare questa si potrebbe ad una preparazione di cibi, che la Legge formalmente //gli ...ta\\ //gli\\ {{gli prescrive a suo consorte}} e tutta nuova per essa; come ridurre quello mai la potrebbe alle lunghe astinenze di nuziali funzioni; ed alla stretta osservanza d'infinite altre bizzarre cerimonie che una femmina congiunta ad un ebreo è nel pressante dovere di conoscere, e praticare secondo quanto è dalla tradizione Rabbinica severamente comandato (128)? E non è essa forse questa medesima tradizione che gli condanna entrambi, se trasgressori, o indifferenti si mostrassero nell'osservanza scrupolosa delle bizzarre pratiche accennate, che l'ebreo avvezzo a mantenere come sacre, giugne difficilmente a rinunziare? E appunto per simile ponderato riflesso, che io non posso cessare d'insistere, che i matrimonj de' quali trattiamo, non potranno giammai essere permessi agli ebrei, che in forza del nostro fissato piano di Riforma, che esclude interamente con troppo giusti, ed inconcussi motivi, qualunque siasi prescrizione tradizionale, che sola ne forma l'ostacolo funesto, e sovente insuperabile da ogni parte (129); e gli esempi dall'assemblea nostra opportunamente riportati, de' moltiplici nodi conjugali vincolati fra i Cristiani, e gli ebrei in Francia, in Ispagna, ed in Germania, non fanno che avvalorare il mio principio, ed autenticare nel tempo stesso che gl'individui ebrei contraenti sifatti legami, determinati a rigettare tutte le tradizioni misniche, o talmudiche non avranno seguitata che la sola credenza de' primi benemeriti Institutori della sinagoga ebrea, fra i quali dimostrammo, non è che un istante, quanto simili Vincoli fossero frequenti, ed in questo Caso niente certamente di più facile a combinarli col migliore successo; e quindi quelle si fatte cerimonie religiose distinte col nome di _Kidushim_, senza di cui niun Matrimonio, secondo il Talmud, può essere valido, siccome altro questo non è che una certa formalità consistente in alcune benedizioni che accompagnano la presentazione di un anello che fa l'uomo alla femmina colla quale vuole contrarre matrimonio, e nelle parole seguenti proferite da esso nel momento di porgerlo: הרי את מקודשת לי בטבעת {{זות}} כדת משה בישראל (Are at Mekudescet Li vetabaghat Zoth chedat moscè veisrael) _Ecco che tu sei consecrata per me, col mezzo di quest'anello, secondo la Legge di Mosè, in Israel_.

Tali cerimonie verrebbero dunque a cessare di loro natura, come imposte da un Codice che più riconoscere non dobbiamo come sacro, e scaturite da una sorgente che più non ha rapporto seco noi di sorte alcuna, sostituendosene in vece da entrambe le parti una mutua espressa confessione di reciproco legame nell'atto medesimo della presentazione dell'anello in faccia del ministro civile, e di due testimonj autentici oculari; ecco dove tutte le sane Leggi fanno consistere propriamente la validità la più inconcussa, e permanente di qualunque patto, o vincolo matrimoniale.

Ma di ciò essendosi ragionato quanto fa duopo, conviene ora passare alle indagini che necessariamente offrire ci dovranno ancora le restanti questioni, che noi entriamo bentosto ad esaminare con ogni diligenza possibile.

Nulla mi emerge di aggiugnere alle ponderate soluzioni che le dotte nostre assemblee hanno emanate alla quarta, e quinta interrogazione; esse contengono delle verità non meno positive, che interessanti alle quali non si può certamente non deferire di buon grado in ogni senso: noi ci arresteremo unicamente sulla sesta interrogazione, dove sembrami opportuno di dovere riuscire inutili allo spirito esimio che l'ha dettata; essa dunque consiste a sapere: _Se gli ebrei nati in Francia, o dalla Legge trattati come Cittadini francesi, riguardano essi la Francia come loro patria, se hanno l'obbligazione di difenderla; se sono tenuti di obbedire alle Leggi, ed osservare tutte le disposizioni del Codice Civile._

Benchè la risposta che a simile domanda si aduce dal Consiglio Israelitico, non possa essere al solito per se medesima, nè più sensata, nè più analoga nè più certa, dicendo che gli ebrei sono si attaccati al suolo che loro dette i natali, che anche infausto molte volte per essi, non si possono giammai determinare di buon grado a rinunziarvi; a più fondate ragioni essi debbono esservi inseparabilmente attaccati, se ne traggono de' solidi vantaggi, e de' favori; e quì opportunamente si riporta l'ingiunzione fatta da Geremia agli ebrei di Babilonia di dovere considerare questo suolo come loro stessa patria quantunque non vi dovessero permanere che soli settant'anni (Ger. Cap. V. ) e vari altri passi della Scrittura tutti tendenti ad inspirare nell'animo degl'Israeliti la fraternità per i Popoli che gli accolgono nel loro seno, ed un deciso affetto verso la patria che loro accorda un filiale pacifico asilo. Tuttoche, dico, sieno queste altrettante verità dimostrate come Certe, e irrefragabili, pure sembrami che non potrebbero quelle andare esenti dall'essere in qualche parte attaccate da' critici, i quali opporrebbero, senza ritegno, che avendo gli ebrei francesi, e gl'Italiani in particolare unanimemente riconosciuto per l'organo de' loro respettivi Rappresentanti gli uni la Francia, gli altri l'Italia per unica loro, e vera patria, abdicando ad un tempo interamente a tutto ciò che attaccati gli aveva fino ad ora alla Gerusalem loro patria antica; a quale oggetto dunque, ci apporrebbero essi, mantenere ancora in tutto il pristino vigore l'osservanza del Digiuno di _Tamuz_, e quella del nono giorno del mese di _Av_? (ved. l'annot. ) Dopo un abbandono si espresso, ed una sì formale univoca rinunzia con quale fondamento nutrire ancora viva la speranza di potere un giorno riacquistare quello su di cui più non restaci da fare valere sorte alcuna nè diritto nè ragione (130). Oltre a ciò, quale idea stravagante di rincrescere, piagnere, o attristarsi per una perdita sofferta è già oltre diciassette secoli, e che malgrado tremila e cinquecento digiuni fatti dall'intero giudaismo durante sì complicata serie di epoche, animato dalla lusinga di conseguire con tale mezzo il totale ricupero, gionto ancora non è a ripararla?

Quanti esempi memorabili contrapporre non si potrebbero, non dico già di quelle tante nazioni che contava la terra i 15. e i 18. secoli addietro, e di cui le Ricchezze, la possanza, i nomi stessi più ora non esistono che in quelle vetuste pagine muffate che i primi tipi ci trasmisero un giorno, ma solo riferire io voglio de' tempi assai più recenti ne' quali si videro quantità di popoli dispersi, Regnanti detronizzati, tempj aboliti, e quasi anche distrutti; immensi tesori predati e che per ciò? Niente più consentaneo all'ordine delle cose terrene di vedere un popolo debole divenire la conquista di un popolo più forte, ed un monarca formidabile soggiogare un Regoluzzo; ed a fronte di tutti que' digiuni che potessero da quello instituirsi, e di tutte le più fervide ossecrazioni che intuonate fossero da questi, il vinto spera in darno di potere ricuperare le sue perdite, e fare quindi valere i suoi diritti fino a tanto ch'esso non divenga, o più, o almeno tanto forte quanto lo è il suo vincitore (131). Ma gli ebrei Talmudisti insistendo ne' loro principj, mi sembrerebbero fuori di questo Caso, ed anche affatto alieni dal pensiere di tentarlo, mentre avvezzi a mirare cadere le mura di _Gerico_ allo strepito di trombe ( ) abituati a sconfiggere numerose Coorti allo spezzare di stoviglie ( ); ed accostumati di vedere il solo braccio di _Sansone_ con una macella di asino fare scempio di 3000 filistei in un rapido istante ( ) così essi attendono fermamente di vedere un giorno rinnovare i medesimi prodigj in loro favore, e credono che la preghiera, e il digiuno debbano essere quelle sole armi portentose, che indipendentemente da ogni umana influenza dovranno un giorno rimettere il Popolo d'Israel nell'intero possesso del suolo venerabile de' suoi benemeriti progenitori.

Quindi per distruggere queste acerrime imputazioni, che lanciare ci potrebbero i critici, ad un tale riguardo sarebbe, per quanto io penso oltremodo necessario di dimostrare col fatto la genuina verità esposta, sopprimendo, ed abrogando tutte quelle preghiere, o astinenze usitate fino ad ora dal popolo ebreo, che parrebbero concorrere a palliarla, se non ancora forse a smentirla, ma di ciò mi riserbo a ragionare di proposito fondatamente altrove.

Niente altro restami a dire sulla settima, l'ottava, e la nona questione, le quali tutte riguardano l'elezione de' Rabbini, le loro ingerenze particolari, o attribuzioni, se non che sarebbe oltremodo necessario essere più circospetto, meno facile all'avvenire di ciò che si era per lo passato nel conferire il titolo di _Haham_, ossia _Rabbino_, mentre i soli requisiti accennati dalla nostra rispettabile assemblea non mi parrebbero sufficienti quanto fa duopo a meritarlo, nel modo che si è generalmente creduto fino ad ora. Non mi si negherà certamente che una delle ingerenze principali annesse a questo grado è, senza dubbio, la predicazione, e la spiegazione del sacro Codice. Or domando, come potrebb'esso mai riuscirci senza una profonda cognizione dell'idioma del suo paese? Come giugnerebb'esso a persuadere senza eloquenza? Come dilettare, muovere, convincere, sia in quello, o in questo ramo, senza usare a tempo, e luogo di que' precetti indispensabili che l'arte filologica prescrive, e senza de' quali ogni discorso riesce per sua natura languido, insulso, ed annojante (132)? Quindi è che di somma urgenza, ed essenziale cred'io per coloro che sono richiamati alla professione del Rabanismo di conoscere in tutta l'estensione quanto l'arte oratoria per se medesima racchiude; e che in conseguenza non si dovrebbe graduare per Rabbino, se non se quell'individuo il quale oltre le menzionate doti riconosciute assolutamente necessarie al suo grado, cioè, esemplari costumi ed una profonda versatilità nelle basi della Religione, manifestasse ancora nel tempo stesso una esplicita perizia nell'arte del ben dire.

La Decima domanda aggirasi a sapere: _Se avvi mestiere, o professione, cui la Legge degli ebrei loro proibisca?_ E la soluzione adottata dall'assemblea, e sanzionata dal Gran sinedrio, è quale appunto dee essere troppo giusta, e assai bene fondata; cioè, non solo non esservi alcun mestiere, purchè onesto, che sia dalla Religione interdetto agl'Israeliti, ma col Contesto Misnico, e talmudico alla mano (_Tract. Kiduscim Cap. 1._ E _Tract Avoth Cap. 1._) si sostiene che il genitore il quale non fa instruire il proprio figlio di una qualunque siasi arte, lo alleva, e lo introduce alla funesta carriera de' malvaggi; verità che l'esperienza ci comprova molto frequente.

Solo si potrebbe qui di proposito rimarcare a giustificazione del popolo d'Israel, che se gli individui di questo non si videro sempre, e ovunque dediti specialmente alle professioni mecaniche, una si fatta indolenza non dee già ripetersi per che quelli ne fossero avversi, come assurdamente opinarono taluni ma da tutti quegli ostacoli pertinaci che molto sovente loro contrastavano i progressi nella guisa che osservammo accadere a' medesimi pur troppo nell'acquisto delle scienze, e nello sviluppo della Ragione; e siccome da quando agli ebrei fu permesso di coltivarsi, e di usare delle loro facoltà intellettuali, noi già sufficientemente dimostrammo a quale grado sommo si fecero essi distinguere nel mondo per genio, per talenti, e per dottrina, così laddove non era loro interdetto il libero esercizio delle arti liberali, e de' mestieri, facevano ad evidenza conoscere di esserne stati un giorno perfetti conoscitori, e di poterli anche divenire a' tempi nostri, sempre che il fanatismo, e la superstizione non vi avessero tenacemente opposte le loro malefiche barriere per distorli, ed allontanarneli, in modo che ravvicinare più non si potessero giammai (133).

L'undecima, e la dodicesima questione finalmente hanno per iscopo di conoscere: 1º. _Se la Legge degli ebrei proibisce ad essi l'usura co' loro fratelli_: 2º. _Se questa Legge vieta, o permette loro l'usura cogli stranieri_

Quanto fu da entrambe le assemblee Israelitiche sensatamente deciso intorno questi due ultimi articoli, essendo appoggiato alle ragioni le più solide, le più ponderate, ed inconcusse, risultanti dall'analisi il più esatto, ed il più giusto, noi non abbiamo che rapportarvici in ogni senso, richiamando ad un tempo medesimo tutto quello che per reiterate volte fu già da noi significato nel Corso di quest'opera, concernente un tale assunto: solo mi emerge quì fondatamente rammentare co' numerosi riportati esempi alla mano, che gli ebrei in generale saranno sempre mai ciò che vogliono le Leggi alle quali sono i medesimi soggetti, nel modo istesso che noi vedremo il loro Carattere ovunque, ed in ogni tempo modellato sopra quello de' popoli fra i quali essi vivono, o ne contraggono de' rapporti di società, e di Commercio; verità che abbiamo dimostrato più volte con tanti percuotenti esempi, opportunamente da noi già riportati.

Tali sono dunque le ponderate riflessioni che la verità, e la ragione mi eccitarono di proposito a fare sulle assennate Risposte che entrambe le assemblee Israelitiche hanno rassegnate all'augusto Regnante della Francia, e dell'Italia, in evasione alle sovrane Ricerche analoghe che piacque ad esso proporre alle medesime.

Or mi sarebb'egli pur anche permesso d'inoltrare le mie assidue ponderate indagini fino sulle sagge operazioni fatte da questi medesimi Consessi, onde pervenire a discernere se le Ispezioni della prima assemblea, e le ingerenze assunte dal gran Sanhedrim, furono in massima quelle stesse che le auguste disposizioni di Napoleone si prefiggevano, e che il bisogno urgente d'Israel richiedeva immediatamente per tate parti? Ecco ciò appunto che noi passiamo tosto ad esaminare colla più esatta precisione possibile.

(122) I difensori dell'opinione di Gamaliel si è come lo rimarca sensatamente _Basnage_ (_Hist. des Juifs T. X. Lib. VI. C. 22._) hanno supposto viemaggiormente sostenerla sulle parole della scrittura _Sororem uxoris tuæ in pellicatum illius non accipies, nec revelabis turpitudinem ejus adhuc illa vivente_ _Levit. Cap. 18. v. 18._ dove appunto tutt'altro sentimento ci percuote di quello del citato Rabbino, e dove non si accorgono che la Legge non intenda quì di parlare che del matrimonio di due sorelle ad un tempo medesimo, che non era in verun modo permesso si sposare, benchè il patriarca Jacob ne avesse il primo fornito l'esempio fra gli ebrei; ma frattanto ben lungi dall'essere stato quello seguitato in alcuna parte, ei fu sempre mai riguardato dall'Israelismo con orrore, ed avversione. Quindi apparisce verosimilmente che lo spirito dell'accennato autore avea tutt'altro oggetto per iscopo, che quello di si fatte Congiunzioni.

(123) Questo era un abuso presso che generale fra gli ebrei di molte parti dell'Italia, dove non si avea forse tutta via opinato a costituire delle ottime Leggi affine di reprimerlo, e di annientarlo. Vi si teneva, per l'ordinario, la regola che coloro i quali avevano vissuto lungo tempo in conjugo legame (termine fissato per lo più ad un completo decennio) senza procreare nuovo lignaggio, prendevano ad arbitrio un altra moglie unitamente alla prima, la di cui dote era messa tosto al sicuro, onde restasse bene garantita da ogni sinistro inopinato avvenimento. Io stesso vidi ocularmente due individui ebrei in Toscana mia patria, ed un altro simile in Roma dupplicare pubblicamente il Legame conjugale nella precisa forma di cui parliamo.

V'ha inoltre per sino chi pretende, che non solo gli ebrei di qualche paese dell'Italia fossero attaccati da simile abuso, ma che anche il Pontefice Romano stesso accordava allora le dispense della Legge evangelica, autorizzando colle medesime questi secondi matrimoni pure fra i Cristiani: Leon di Modena, per quanto narra Basnage, lo avea di proposito assicurato nella prima edizione del suo trattato delle Cerimonie degli ebrei (ved. _Leon di Modena, IV. C. 2. pag. 112. E veter Disp. select. T. II._)

(124) I fautori della Poligamia (dice _Beverland_ nel suo _Trattato_ _Polygamia Triumphatrix_) appoggiano questa Instituzione sull'esempio de' Patriarchi, e de' Santi che hanno vissuto avanti, e dopo il Diluvio i quali (come opinano essi) avrebbero lasciato il mondo un inospite deserto, se non avessero accresciuto il numero delle donne, e in conseguenza quello ancora de' figli; essi aggiungono altresì che sarebbe impossibile che Dio avesse tollerato quest'uso universale con una quiescenza di tanti continuati secoli, s'egli lo avesse riguardato come un attentato alle sue Divine Leggi, o come un abuso riprovabile in faccia della società. Mosè, il quale riformò gli abusi che si erano introdotti ne' precetti Noakiti, o nella Legge naturale, non fece alcun Regolamento per restrignere i matrimonj al semplice vincolo di una sola femmina. I santi antichi i quali hanno vissuto sotto questa economia, conchiudono essi, non avrebbero osato violare la Legge se la medesima fosse stata loro trasmessa propriamente dalla genuina tradizione, almeno alcuni fra quelli si sarebbero fatti, senza dubbio, un pressante dovere di osservarla, siccome gli altri non avrebbero certamente osato rendere i loro matrimonj così affluenti, e così pubblici come lo furono essi per sì lungo periodo di anni.

(125) Interminabili, ed allarmanti questioni si suscitarono sovente fra l'Accademia diretta da _Illel_, e quella sostenuta da _Sciamaj_ sopra questa materia, siccome intorno a moltissime altre; il primo pretendeva che l'Adulterio solo era per se medesimo efficace a dissolvere il vincolo maritale; sosteneva l'altro, al contrario, che bastava che la donna avesse fatto cuocere troppo la carne di un convito. Il Rabbino _Akibà_ si vuole che spignesse l'indulgenza ancora più lontano; pretendendosi ch'egli decidesse, che ritrovandosi una femmina più conveniente era permesso di abbandonare quella che tale non lo era: una morale sì rilasciata non potea essere seguitata con trasporto; ma coloro che si piccavano di una maggiore devozione, adottavano di buon grado la massima d'Illel.

In quanto poi alla cerimonia Straordinaria delle acque indicate, allorchè una femmina colpevole di adulterio, confessava la sua infedeltà, il Contratto della sua dote veniva tosto abrogato, e dopo di avergli restituito ciò che dessa avea portato, si espelleva dalla casa del suo Consorte per essere lapidata. S'essa poi negava risolutamente il delitto si conduceva nella porta orientale del Tempio, e colà gli si faceva bere le _Acque amare_ (_Sal. Ben Virga Hist. Jud. p. 168._), i di cui effetti si rendevano manifesti appena che l'accusata avea cominciato a trangugiarle, il suo viso diventava livido, il di lei ventre si enfiava, e gli occhi suoi gli uscivano dalla testa (_Mis. Sothà Cap. 3. p. 213. 214._) ed allora è quando facevasi luogo l'anatema pronunziata dal gran sacrificatore in faccia della femmina adultera.

Per ciò che riguarda il vero motivo per cui si chiamassero quelle _acque amare_, vari, e disparati sono i sentimenti de' Rabbini per giugnere ad indagare donde mai procedesse l'amarezza letale delle medesime; alcuni vollero che vi si mischiasse dell'assenzio, il quale dava elleno questo attoscato gusto (_Wagenseil in Sothà p. 284._); ma il Nahmanide assicura ch'esse non cominciassero a divenire tali per mero effetto di prodigio, che nella stessa bocca delle femmine colpevoli.