Profili, impressioni e ricordi
Part 2
E ancora «Quante volte perduto nei pensieri della natura e dell’arte, ho sprezzato tutto ciò che le misere creature umane potrebbero darmi; ho sentito un desiderio di essere solo, di non avere alcun contatto irritante ed abbassante. Mi pareva di avere nell’anima mia dei popoli e dei mondi che erano già troppi e che amavano misurarsi coll’infinito. Chi mi darà solamente la parola per esprimere, le lagrime per sfogare un sentimento al di cui paragone ogni altro mi sembra freddo e gretto e limitato e vile?»
Non ho mai conosciuto un’anima così ardente per tutte le cose ideali, così aperta al sentimento raro e squisito dell’ammirazione e così larga ne’ suoi voli da comprendere in un eguale entusiasmo Gesù e Darwin con un ecletismo grandioso che faceva stupire molti, che sembrava qualche volta una posa, una ricerca paradossale. Ma se posa c’era, se c’era il paradosso, queste erano manifestazioni inerenti al suo specialissimo modo di sentire e per ciò assolutamente sincere. Temperamento complicato ma schietto, padrone di sè eppure sempre pronto a darsi, a profondersi tutto fino al sacrificio per una idea che gli sembrasse nobile e alta; di una onestà e di un disinteresse rari a trovarsi, la sua vita era una ricerca febbrile della perfezione.
Sottoporre la materia al pensiero era uno de’ suoi ideali più vagheggiati; era anzi il suo punto di partenza per raggiungere tutti gli altri ed aveva riportato in questo campo tali vittorie che lo rendevano un po’ sdegnoso e superbo per le debolezze degli altri. «Non ho tempo di essere buono» mi disse una volta in cui gli avevo rimproverato la sua mancanza di carità e sotto questa dichiarazione ingenua e profonda si intravvede la lotta per uscire dalle piccole virtù, dalle virtù a buon mercato che dovevano riuscire così facili a lui e che egli calpestava sprezzantemente, fisso lo sguardo a una meta sublime. In quest’impeto di calda giovinezza aveva talvolta una foga barbara che il tempo avrebbe mitigata.
Non si accontentava facilmente degli altri è vero. Quando si ha un forte ideale è impossibile ammirare incondizionatamente una porzione di esso, che per quanto perfetta ci lascierà ancora un desiderio insoddisfatto; ma, è d’uopo aggiungere, non si accontentava interamente neanche di sè. Pur ritenendosi superiore, vagheggiava una scala sempre più ascendente e le sue potenze altruistiche si concentravano con indicibile amore nel sogno di una umanità più alta e più pura.
Preferendo la superiorità all’eguaglianza non impediva a nessuno di arrivarvi; al contrario invitava, incitava all’altezza, persuaso che tale modo di amare gli uomini è il solo veramente inefficace. E se qualche volta la sua parola prorompeva irruente era perchè amava la battaglia e stuzzicava per il desiderio della risposta e gettava nel mondo come una sfida le sue ragioni colla palpitante commozione di provocarne delle altre, anche migliori, anche più grandi, divorato come era del bisogno della luce!
Francesco d’Assisi si sentiva tormentato fin da giovinetto dall’idea di uscire dalla volgarità e di raggiungere una meta alta. Soleva dire a’ suoi compagni: «Vedrete che un giorno sarò adorato dal mondo intero.» E intanto era così allegro, così gaio, che in alcuni momenti dubitavano della sua ragione.
Come era gaio, come era allegro qualche volta anche Alberto Sormani, senza perdere mai di vista il suo scopo, conservando nell’apparente abbandono un substrato di personalità intangibile!... Tanto ricca e poliedrica è la sua figura che se per un lato non temetti di confrontarlo a Francesco d’Assisi, oso anche più applicargli alcuni canti di Walt Whitmann. Quella pienezza di vita e di sogni, quell’ardore di ideale, quella coscienza superba del proprio valore, ma con qualche cosa di più delicato e di più simpatico, erano anche suoi. Ognuno può riconoscerlo nel canto dell’_Excelsior_:
«Io domando. Chi è colui che è proceduto più innanzi? Perchè io voglio procedere più innanzi ancora.
«E chi è il più giusto? Perchè io voglio essere il più giusto della terra.
«E chi è il più cauto? Perchè io voglio essere il più cauto altresì.
«E chi è il più felice? Questi son io, perchè nessuno è più felice di me.
«E chi è il più prodigo? Perchè io prodigo incessantemente tutto il meglio che ho.
«E chi è il più franco e il più veritiero? Perchè io vorrei essere il più franco e il più veritiero degli uomini.
«E chi è colui che ha goduto l’amore di maggior numero di amici? Perchè lo so ben io che vuol dire l’amore appassionato degli amici.
«E chi ha gli ideali più vasti? Perchè io vorrei cingerli tutti colle mie braccia.
Alla pagina 71 del secondo volume di Walt Whitmann, Egli stesso segnò i passaggi seguenti:
«Oh! qualche cosa di pernicioso e di spaventoso!
«Qualche cosa molto diversa da questa vita piccina e pia!
«Qualche cosa di non ancora provato e che rapisca in estasi!
«Qualche cosa sfuggita alla presa delle àncore e che veleggi libera!
In queste parole del _Canto dei tripudii_, Egli vedeva forse riprodotta la parte più segreta del suo io, quella che chiamava colla sua parola prediletta _oscura_ e di cui esageravasi forse la impenetrabilità; come pure gli piaceva in certe occasioni a negare la propria schiettezza, mentre era così sincero sempre, anche quando per vaghezza di parere più complicato caricava le tinte del suo colore preferito. Ma ad ogni modo un fondo oscuro c’era nella sua anima e vi si agitavano strane passioni, flore fantastiche e grandiose di un oceano in tempesta.
Penso ancora a lui irresistibilmente leggendo il Manfredo di Byron:
«Il mio spirito non camminò colle anime degli uomini; nè guardò sulla terra con occhi umani; la sete della loro ambizione non fu mia; le mie gioie, i miei rancori, le mie passioni e le mie potenze mi fecero straniero.
Questo sentimento di trovarsi straniero in mezzo agli uomini, Alberto Sormani lo provava vivamente e numerose pagine delle sue lettere ne fanno fede.
Prendo una frase: «Non potete credere come mi sento solo anche colle persone più care».
E soggiungeva che in tale solitudine gustava una malinconica dolcezza mista di compassione e di orgoglio.
Egli, così ricco di passioni, non aveva però nessuna di quelle che corrono per il mondo. Le esche meglio apprezzate dagli altri lo lasciavano indifferente; la febbre delle ricchezze e dei piaceri non alterava di una benchè minima pulsazione il battito delle sue arterie; solo le conquiste del pensiero gli sembravano degne di Lui, e per questo i versi del Manfredo lo rammentano con una precisione scultoria.
Egli era veramente — prendo a prestito una frase che sembra creata per lui — il solo uomo in piedi in mezzo ad una generazione di vecchi adolescenti sdraiati.
Ma come Alberto Sormani non ebbe della sua generazione i gusti molli e sensuali, non ebbe neppure l’arido scetticismo e la calcolata maniera. Io so con quale sdegno giudicava queste animuccie fredde dall’alto e dal fondo de’ suoi entusiasmi generosi e so anche con quale amore misterioso e ardente slanciavasi verso ogni manifestazione di vita spirituale, fiutando quasi nell’aria con una finezza meravigliosa ogni grande anima che si schiudeva: «Se sapeste (ancora le sue lettere) a qual punto io sento l’ammirazione e l’entusiasmo! Sono gioie immense, quasi tremende, e pensando che le ho e le avrò sempre alla mia portata, quando vorrò, mi par quasi di sfidare ogni cosa nella vita, sicuro di una specie di felicità che non mi verrà tolta mai.»
Ma era egli dunque così tetragono alle voci della natura umana, da non ascoltare nemmeno l’appello della gloria? A questo risponde egli stesso in una lettera della sua polemica con Pietro Sbarbaro: «Anch’io sogno la gloria, ma una gloria appartata, ristretta, supremamente aristocratica. Parlare a poche anime, ai migliori, agli eletti, ai fratelli. Se per mezzo di questi il mio pensiero potrà passare nel mondo e dominarlo ed inspirare magari gli Sbarbari dell’avvenire, non me ne lamenterò; ma passare senza essere profanato, senza il tramite volgare della popolarità, senza che io mi sia mai dato un momento in pascolo alla folla. Il sospiro eterno di chi pensa altamente è di essere amato da poche anime alte, di possederle come cosa nostra. Fosse un’anima sola, essa può bastare all’anima nostra e può bastare in qualche caso ad irradiarne la luce per tutto il mondo e per tutto l’avvenire.»
Aristocratica — altra delle parole che Egli amava — è l’aggettivo proprio della sua mente e chi lo conobbe può dire se anche le forme esterne corrispondessero a quest’intima armonia, se veramente fosse l’anfora di squisito lavoro contenente uno squisito profumo. Tante doti riunite lo rendevano fiero di sè stesso, ma la sua era l’alta fierezza di chi prende per motto: _nobiltà obbliga_. Egli si sentiva orgoglioso dell’influenza esercitata su chiunque lo avvicinava; influenza elevatrice e purificatrice, di una portata morale di cui è difficile in così poche pagine rilevare l’estensione. Tutti i suoi amici conoscono il bisticcio che Egli fece sul proprio nome, metà per scherzo, metà sul serio, come gli accadeva spesso:
«Albero erto io son Sor agli umani.
È forse meno noto questo autoritratto:
«Severo, fier, bastevole a me stesso, son cortese con tutti e tutti sdegno, Penso molto all’amor, lo sdegno anch’esso fissa la mente a più splendente regno. Ho pochi affetti: la mia mamma morta, una sorella che non visse mai... qualche memoria... Poche donne amai d’una passione austera, oscura e smorta.»
Come si vede la preoccupazione dell’altezza lo seguiva sempre anche nelle cose apparentemente frivole, alle quali egli non dava certo importanza, ma dove gli riusciva pure impossibile di dimenticarsi del tutto. E in questo ritratto che gli assomiglia tanto, la sua schietta originalità gli ha fatto evitare lo scoglio nel quale urtarono molti dei nostri uomini più insigni, giustamente rimproverati dal Carducci di aver posto in rima i connotati del loro passaporto. Egli, natura interna se ve ne furono, non fa cenno alcuno della propria persona, non si guarda nello specchio per copiarsi i lineamenti del volto; volendo esattamente riprodurre sè stesso tocca la sua anima e la fa vibrare sdegnosa e sincera.
Sdegnoso, sincero, ardente, ecco come appare Alberto Sormani in tutte le sue manifestazioni; tuttavia quest’ultima parola ardente non va presa nel significato volgare che si è soliti attribuirle. Corretto e spesso rigido e altero, il suo fuoco era tutto nell’anima «una calma perennemente ardente» diceva lui stesso. I suoi sensi gli ubbidivano sempre o piuttosto Egli li avvinceva alle sue idee al pari di ignobili schiavi.
Essendogli impossibile di vivere senza entusiasmi, era sempre innamorato di qualcuno o di qualche cosa: di un prato, di un monte, di una combinazione di nuvole, di un profilo visto da lontano, di un quadro di cui aveva letta la descrizione, di un poema sognato, di un colore, di una nota, di una semplice parola, di meno ancora; ed è incredibile lo spreco di forze che Egli si regalava, che prodigava in queste orgie della fantasia da vero poeta pazzo e sublime che brucia sè stesso per conoscere l’intima essenza della fiamma. Si capisce che dovesse disprezzare, essendo lui tanto prodigo, i poeti freddi che giuocano colle rime senza darsi mai alla musa. Una sua pagina su tale argomento può servire di scuola a molti:
«Ho riletto la *** di *** e mi ha dato da pensare. Adesso che lo conosco bene non ho più la minima opinione della sua poesia. Eppure il temperamento non gli mancherebbe, ma è una cosa che mi fa male a vedere come ispirazione, commozione, meditazione e concentramento sono per lui cose vuote di senso. Egli prende un foglio di carta, prende quel soggetto qualunque, molto vago, che gli pare si possa prestare a fare dei versi e comincia a scriverne uno, proprio così come vien viene; un verso sonoro, un verso dolce un po’ generico, che si presti ad essere continuato... Poi non ha altra preoccupazione che di trovare dei versi che si riuniscano coi primi che ha scritto. I pensieri vengono di volta in volta naturalissimamente, insieme alle rime; o ripete qualche suo movimento antecedente, oppure prende nell’immenso serbatoio delle reminiscenze qualche frase, qualche idea di patrimonio comune, di quelle che possono sempre piacere quando sieno manipolate in qualche combinazione nuova e così la poesia si finisce quasi per incanto. Questo non è il metodo del solo *** ma di molti altri. Non potete immaginarvi quale sia la mia repulsione per roba scritta così. Se mi venisse il dubbio che Dante componesse in questo modo non saprei più trovarci nè bellezza, nè forza, nè altezza. Ciò che si scrive deve essere cercato con passione, anche con fatica, deve essere quello o null’altro. Accontentarsi di ciò che capita è prostituire l’arte.»
Con tanto sentimento della poesia, con tanta genialità di concetti, era Alberto Sormani poeta? Io non esito a dire di sì. Non si deve giudicarlo da alcuni versi scritti in fretta o per celia e con giovanile irriflessione pubblicati. Egli ne lasciò pure taluno degno di lui. Scelgo questo saggio da un piccolo poema intitolato «_Il giorno e l’anima_» che parmi renda abbastanza bene i caratteri generali della sua poesia, pregi e difetti insieme.
MEZZOGIORNO.
Arde il cielo purissimo d’incanto che si dilata grave e sonnolento Tutto — pare — potrebbe in un momento incendiarsi e bruciare. Io son d’amianto.
Io non brucio e nell’anima mi sento sol di domande come dolce canto placido e molle un desiderio. E intanto del mondo nel pensier colgo un accento,
E rispondon per me su dal villaggio le campane dii Dio tenere e gravi che misteriosamente san le ore.
«Se a mezzo sei dell’arco del vïaggio, non t’arrestar. Temi i consigli pravi del Sol ch’è insieme padre e corruttore.»
Tuttavia, mi affretto a dirlo, non è scrivendo versi che egli avrebbe spiegate le sue forze maggiori. La poesia non era campo sufficiente, nè completamente adatto a tutte le sue qualità; parodiando un altro suo motto dirò che non aveva tempo di essere poeta. E del resto potrebbe la mia parola rendere i foschi ardori della sua anima, le sue speranze ed i suoi ideali meglio della sua parola stessa? Ascoltiamolo:
«In tesi generale il mio ideale è questo — dedicare la mia vita ai miei simili, all’umanità, al mondo, nel modo che può essere più utile. Per me personalmente ho pochissimi bisogni. Posso quindi offrirmi il lusso di vivere per gli altri, di darmi, di espandermi, di gettar via la parte migliore della mia attività. È l’amore fatto in grande, perchè anche l’amore è fondamentalmente qualche cosa in più che ci avanza fisicamente e che si dà per le future generazioni. Questo bisogno di _darmi_ arriva in me a un colmo frenetico; non capisco più niente altro di bello al mondo; per me tutta la vita è lì; il resto non diventa bello e grande se non in quanto vi è riunito. L’amore, l’amicizia, l’arte, la scienza, la gloria, la bellezza, la natura — tutte cose per me magnifiche quando abbiano una connessione con un ideale di ragione sociale — da sè sono _pulvis, cinis, umbra_.
«Da questo lato non intendo ragioni, è la mia unica passione assorbente, è la mia ragione di vivere. Se non avessi cominciato fino da un’epoca che non ricordo più, per una fatalità insita nel mio sangue ad eccitarmi dalla mattina alla sera coi sogni dell’opera mia a favore dell’universo, credo che potrei essere come tutti gli altri, interessarmi _per sè_, all’arte, alle donne, a centomila altre cose. Ma così non si ritorna più indietro. Se mi persuadessi di non poter far nulla per l’ideale credo che rinuncerei molto facilmente ad una vita che mi sembrerebbe arida, fredda, noiosa, che non avrebbe più per me alcuna attrazione. Io credo d’avere tutt’insieme un aspetto normale, qualche volta perfino quieto. Ma per capire qualche cosa di me, pensate che sotto al mio vestito del secolo XIX batte costantemente quell’entusiasmo mistico, chiamatelo pure ascetico, che portava gli Apostoli a spargere per tutto il mondo la nuova fede odiata e perseguitata, quell’ardore maniaco che trascinava i martiri ad amare quasi i terribili supplizi da cui erano minacciati. Io non ci tengo certo al martirio per il martirio, ma il martirio per l’ideale è qualche cosa che mi esalta positivamente. Vi basti il dirvi che ho pensato spesso alla possibilità che anche nei tempi moderni c’è di sacrificarsi e di pagare di persona. Nelle grandi lotte che forse s’impegneranno fra poco, io ho opinioni così terribili e sono così deciso a sostenerle apertamente che vedo la possibilità di esser preso di mira e di cadere vittima di qualche attentato, se non addirittura d’essere appeso _alla lanterna_. Ebbene penso a questa eventualità con una specie di gioia; ci vuole forse più ardore per questo, di quello che fosse necessario ai cristiani in vista del paradiso.
«Voi non potete credere, non ne avete una idea, non l’avete forse mai sentito a dire da nessuno, ma io mi sento la febbre _materialmente_ tutte le volte che penso a ciò che potrei fare e che _devo_ ad ogni modo cercare di fare. Notate una cosa — nel campo dell’ideale non mi sento più alcuna superbia, nessuno mi riconoscerebbe più. Sono pieno di umiltà — non pretendo ad alcun primo posto — io non esisto più, se non come mezzo; se il mio posto, se il mio dovere è d’essere avanti, vado avanti — altrimenti sto indietro colla stessa serenità di cuore e collo stesso ardore. Se non sono Gesù sarò S. Pietro, od un apostolo qualunque, o l’ultimo dei discepoli e dei credenti — l’unica mia ambizione è di fare il massimo che mi è concesso dalle mie forze.
«Non sentite la grandezza e la semplicità di un tale programma?
«Quello che io voglio è l’unione degli uomini di buona volontà, ognuno occupando le sue forze, coll’intento deciso e completo del Bene. È un’utopia? Sì, se si pretende questa unione perfetta. No, se ci accontenteremo di promuoverla, di incoraggiarla, di avvicinarci lontanamente all’unione vera. Ad ogni modo — questa è la gioia — nessuno può impedirmi di fare io il mio dovere rispetto agli altri, anche se gli altri non lo faranno per la loro parte. Basterebbero dieci persone al mondo come le penso io per indirizzare tutta l’umanità su nuova via di progresso vero. E probabilmente ce n’è più di dieci. Bisogna trovarle e riunirle. Io le cercherò dalla mia parte; esse cercheranno probabilmente dalle loro e ci ritroveremo. Non ho mai preteso di essere io il migliore di tutti; se lo penso qualche volta è per eccitarmi di più. L’unione degli uomini di buona volontà! — è la semplicissima idea che deve rigenerare il mondo. Non sapete che non sono stati uniti mai? Non pensate che cosa possono fare insieme? Le opere che disgiunti essi non riescono mai a compiere verrebbero fuori allora in una luce sfolgorante. È terribile, sapete, vivere soli per fare le cose grandi! Lo scoraggiamento entra per tutte le parti. È per questo che in una mattina nebbiosa e solitaria come oggi, ho sentito il bisogno di scaldarmi con uno dei libri ove il fuoco dell’anima è più chiaro ed evidente (_Il Diario di Cavour alla Biblioteca di Torino_). Da letture come queste, esco sicuro e baldanzoso. Oh! quando questi solitari si daranno la mano! Una catena di ferro, indissolubile! Non è facile, è una impresa grandiosa, bisogna prepararla pazientemente. Io forse, chissà, non la vedrò... ma spero che potrò lavorare per renderla possibile.»
Non sono squarci di letteratura questi che io cito, nè esercizi di bello scrivere da inserire nelle Antologie. Sono le semplici manifestazioni di un’anima nei colloqui dell’amicizia; ma è così appunto che io spero di far conoscere Alberto Sormani, perchè molto probabilmente una grande maggioranza dei lettori si sarà già domandata: Chi era questo Alberto Sormani? — e che abbiano oppure non abbiano visto il suo nome in calce a qualche articolo disseminato su per i giornali, resterebbe sempre per i più inesplicabile l’immenso dolore lasciato dalla sua perdita e il lutto che perdura in pochi cuori a lui fidi, quel lutto che fece dire a un suo compagno di battaglia: _Nessun morto è più vivo in mezzo ai vivi_. — Questa è l’impressione che devono provare necessariamente tutti quelli che lo hanno conosciuto ed amato.
Invano si cerca intorno a noi una tale forza di entusiasmo unita alla conoscenza esatta del proprio valore, un tale ardore di vita ideale, una rinuncia così completa delle gioie materiali ed un olocausto così pieno d’amore alle più alte cime del pensiero. Alberto Sormani non fu solamente un uomo morto giovane, una bella intelligenza troncata sul fiore; egli fu sopratutto l’espressione più ardita della nostra fede, colui che ci sosterrà ancora nelle lotte dell’avvenire facendoci pensare nei momenti di maggior scoraggiamento: «Eppure l’ideale esiste, noi lo abbiamo veduto!»
Gli avrebbe la società concesso il modo di esplicare tutte le sue potenze? Sarebbe egli diventato un uomo grande, un riformatore o un apostolo?... Tutte le volte che mi propongo questo quesito mi sembra di veder ridere sinistramente nell’ombra la Sfinge della vita. Certo la vita Egli non la conosceva ancora. La sorte che fu per lui la più amorosa delle madri gli aveva sgombrato di ogni spina il sentiero; nessuno può dire come Egli avrebbe sostenuto l’urto della sventura; tuttavia questo sorriso del destino che lo accompagna nella breve carriera, se appare a tutta prima una menomazione di merito, risulta in ulteriore esame quasi la prova del fuoco del suo carattere.
La prosperità più assai che non la sventura ammollisce gli animi, li rende inetti, voluttuosi, egoisti; ed appunto perchè egli era ricco, libero e felice, il suo austero distacco dalle morbidezze e dalle blandizie acquista una vera espressione di superiorità, e la sua scelta fra una esistenza sicura appoggiata a un materiale benessere e la malagevole, aspra, lontana vetta a cui egli tendeva prodigando le intere sue forze come il giovinetto di Longfellow, innalza tutta la sua vita a una nobiltà di concetto che risponde anticipatamente con sicurezza all’avvenire che gli fu negato. — Ma la Sfinge ride, ride ancora... ed io accolgo questo riso crudele quasi con riconoscenza, rammentando l’antica fede che faceva morir giovane il prediletto.
Aveva Egli mai pensato a questa possibilità di morir giovane? Seriamente e a lungo credo di no. Si sentiva così forte, così sicuro, così pieno di ardire! pure, troppe volte l’immagine della morte si affaccia al suo pensiero perchè si possa negare in lui un misterioso presagio. Fra le abitudini intellettuali, che occupavano tutta intera la sua giornata e parte delle sue notti, c’era anche quella di scrivere su foglietti volanti ogni idea che gli passava per la mente. Codesti fogli, ammucchiati a diverse migliaia senza ordine di data, sono una prova dello spaventoso lavorìo di quel cervello e in uno di essi appunto trovai questa nota: «Muor giovane chi al cielo è caro — dunque io morirò?»
Alcuni versi sulla propria tomba che cito, non per il loro valore, ma perchè hanno, come ogni cosa che usciva dalla sua penna, un profondo senso di realtà, sono per tale aspetto significativi:
SULLA MIA TOMBA.
Colui che dorme qui forse fu grande: Ei lo credette. Forse si sbagliò. Il verbo suo nel mondo non s’espande, del genio sue vestigie non restò.
Ora tace per sempre il suo pensiero; neppur la sua superbia esiste più; ogni cosa di lui nel fondo nero del nulla e dell’oblio travolta fu.
Morì giovane o vecchio? ah, cosa importa? che importa il nome suo, la sua città? È tutta roba intieramente morta; nè per lui, nè per voi, senso non ha.
Amò? sognò? soffrì? Vano è cercare il segreto de’ suoi finiti dì. La sola cosa ch’ei volea lasciare dopo di sè, nel nulla lo seguì.