Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti
Part 9
In altri tempi i sovrani di quel paese reputarono sana politica proteggere gli Ebrei, tanto che Boleslao e Casimiro, due re di quella contrada, per difenderli contro il fanatismo religioso delle popolazioni, affermarono in pubblici atti che la popolazione di Gerusalemme, essendo stata sterminata dalla conquista romana, è difficile rendere gli Ebrei moderni responsabili del sangue di Cristo. In grazia di questa protezione gli Ebrei si accrebbero siffattamente in quelle regioni che non è esagerazione affermare che oltre un sesto degli Ebrei di tutto il mondo è ripartito fra la Polonia russa, la Galizia e la Posnania. Il governo russo è troppo parco di documenti statistici, perchè si possa conoscere con precisione qual sia la parte degli Ebrei nel movimento economico del paese, ma non abbiamo difficoltà ad ammettere, che essi abbiano concentrato nelle loro mani tutto il commercio di quelle contrade, e non abbiamo difficoltà ad ammetterlo, perchè sappiamo come i polacchi non abbiano mai avuto indole commerciale.
Un insigne scrittore di cose economiche scrive di loro il seguente giudizio, che si potrà forse chiamare severo ma non certamente immeritato.
“L'ufficio della Polonia nella storia del Commercio è intieramente passivo. Nessuna altra nazione in Europa si è mostrata così poco atta e chiamata al traffico ed alle industrie. Anche ai tempi della sua grandezza, quando confinava al Sud col Mar Nero ed al Nord col Baltico, quando perciò riuniva le più favorevoli condizioni per l'esercizio del Commercio internazionale, la Polonia non seppe trar alcun partito da simili vantaggi. Non ebbe mai navigazione; non seppe neanche giovarsi nell'interesse del suo dominio, del commercio marittimo dell'Asia che le conquiste della Russia occidentale nel 1460 e quelle della Livonia nel 1583 avevano messo in suo potere, o per lo meno crearsi sul Baltico una posizione uguale a quella degli altri paesi di riviera. Che cosa non sarebbero divenuti in altre mani i porti di Riga e di Danzica come emporio di un paese simile a quello che si estendeva dietro a loro! Col suo mirabile sistema di corsi d'acqua, e con la varietà delle sue naturali ricchezze, la Polonia fu ai tempi del suo splendore uno dei paesi più felicemente collocati per isvolgere un attivo commercio. Ma la sua deplorevole costituzione, l'amore delle conquiste, l'indole bellicosa, il poco gusto per le arti pacifiche, per il lavoro, ridussero i polacchi ad un ufficio molto subalterno come popolo commerciante” (219).
Ciò che lo Scherer scrive dei polacchi, può dirsi a buon dritto di tutta la razza slava, ed è perciò appunto che dai paesi slavi giungono continue lagnanze contro il monopolio degli Ebrei e dei tedeschi, lagnanze inspirate da quel sentimento di invidia connaturale all'uomo che suole muovere alti lamenti quando vede altri cogliere abbondanti frutti da un albero che egli ha sdegnato. E che questo, e non altro, sia il movente dell'agitazione vivissima che nell'Oriente d'Europa si manifesta contro gli Ebrei, lo proclamava recentemente l'ex-dittatore dell'Ungheria, Kossut, in una lettera da lui diretta al deputato Mezey per combattere l'antisemitismo:
“L'agiatezza degli Ebrei, dice Kossut, dipende dalla loro attività e dal loro spirito di risparmio, e del regresso generale non sono colpa gli Ebrei, ma coloro, che per gli errori antichi, non sanno rivaleggiare con quelli.
“Ricordo ai magiari, che tra i Cresi americani non v'ha neppure un Ebreo, perchè l'Ebreo non può rivaleggiare con l'Americano” (220).
Del resto anche la pretesa ricchezza degli Ebrei venne assai esagerata, e noi, che ci siamo prefissi di avvalorare sempre le nostre parole coll'autorità degli uomini più eminenti di tutti i tempi e di tutti i paesi, lasciamo, anche su questo proposito, la parola ad un valentissimo economista inglese, il Mac Culloch, e gliela lasciamo tanto più volentieri in quanto che il brano che stiamo per riferire, riassume maestrevolmente quanto siamo venuti finora dicendo.
“Si è detto che gli Ebrei erano un esempio di un popolo la cui proprietà era stata lungo tempo esposta a una serie quasi non interrotta di assalti, e che nondimeno avevano continuato ad essere ricchi e industriosi. Ma allorchè lo si esamini rettamente, si troverà che gli Ebrei non fanno eccezione alla regola generale. I fortissimi pregiudizi che si sono quasi universalmente nudriti contro di loro, ebbero per lungo tempo l'effetto di impedir loro di acquistare nessuna proprietà in terra, e li esclusero dal partecipare ai fondi delle istituzioni pie dei varî paesi in cui erano sparsi. Non avendo perciò sussidi avventizi su cui basarsi, caso che divenissero infermi o poveri, provavano un bisogno fortissimo di risparmiare e di accumulare, ed essendo banditi dall'agricoltura erano per necessità costretti a coltivare il commercio e le arti. In un'età in cui la professione mercantile era guardata generalmente come cosa sordida, e in cui per conseguenza avevano pochi competitori, devono aver fatti grandi guadagni, sebbene questi si siano assai esagerati. Ma era naturale che quelli che si erano indebitati cogli Ebrei, dicessero che i loro profitti erano enormi: perchè così si infiammavano i pregiudizi che vi erano contro di loro, e si offriva un pretesto miserabile per defraudarli dei loro giusti diritti. Vi sono alcuni Ebrei ricchi nella massima parte delle vaste città dell'Europa, ma la gran maggioranza di quel popolo fu sempre ed è anche ora poverissimo” (221).
A queste parole del Mac Culloch ci sia permesso aggiungere due ultime considerazioni.
I nemici del nome giudaico, e non son pochi, se da un lato fanno colpa agli Ebrei delle ricchezze di taluni loro correligionari, irridono poi all'umile professione di molti dei più poveri e dei più avviliti tra essi; quella del rivenditore di abiti e masserizie usate, del rigattiere.
Eppure l'economista non isdegna quell'umile mestiere, e gli riconosce la sua larga parte di utilità economica; è il povero rigattiere che, colla industria sua, colla sua mano d'opera, ridà un valore a quanto lo aveva perduto, ed offre alle classi povere il mezzo di acquistare a poco prezzo le cose più necessarie alla vita. _Le Temple_ (222) _est la providence du peuple_, ha detto, e con ragione, un gran romanziere, che era nello stesso tempo uno degli apostoli del socialismo: Eugenio Sue.
Questo pei poveri; quanto ai ricchi è pur d'uopo convenire che se essi sono tali è perchè le interdizioni di cui erano vittima nei tempi andati, non soltanto li spingevano forzatamente verso le professioni le più lucrative, ma li costringevano loro malgrado a tesaurizzare.
Vietato agli Ebrei il conseguire gradi accademici, era tolto loro ogni incentivo agli studi letterali e cavallereschi, studi, che come ognun sa, non hanno mai arricchito nessuno. _Litterae non dant panem._
Vietato agli Ebrei, da numerose leggi suntuarie, l'uso di vesti fastose ed obbligati se non dalla legge, dalla prudenza, a dissimulare sotto sordide vesti la loro agiatezza, per non esporsi a rapine ed a violenze.
Vietato il possedere case, il fabbricarne, e costretti a dimorare nei sordidi ghetti, atti soltanto a far fuggire ogni idea di adornare e di abbellire anco l'interno della propria dimora.
Vietata ogni sontuosità nei loro tempî, nei loro cimiteri, in tutte le pratiche di culto dove la pia munificenza dei Cristiani profondeva, negli scorsi secoli, tesori a dovizie.
Vietata ad essi ogni ingerenza nei pubblici affari.
Vietato ad essi l'aver domestici cristiani, e, persino, l'aver commercio con femmine da conio.
Voglia il signor lettore esaminare questo breve elenco di interdizioni, che molte e molte ne ommette per brevità, voglia compararlo col bilancio della propria azienda domestica, e poi dovrà convenire con noi che il popolo ebreo, obbligato a consacrarsi alle industrie che maggiormente arricchiscono, e costretto a star lontano da quelle, che sono, per ogni uomo civile, le maggiori cause di dispendio, avrebbe finito coll'assorbire tutte le ricchezze del mondo, se le persecuzioni, i massacri, le rapine non gli avessero tolto colla violenza, quanto la violenza lo aveva costretto ad ammassare.
Perchè gli Ebrei dovessero divenire ricchi ed usurai abbiamo veduto; i loro nemici però non paghi di averli costretti ad esercitare un traffico ignominioso, non paghi di rinfacciar loro come una colpa, quello che era necessaria conseguenza della condizione ad essi creata, vennero dicendo che il _Talmud_ non soltanto autorizza gli Ebrei ad opprimere i Cristiani con usure, ma ne fa loro espresso obbligo, permettendo ad essi di esercitare ogni maniera di frode verso i non Ebrei.
Il _Talmud_, lo abbiamo detto a sazietà, non è per gli Ebrei che il complemento della legge, e la legge dà agli Ebrei precetti ben diversi.
Quali sieno i precetti biblici in questo argomento tutti sanno, ma a noi piace ricordarli colle parole stesse di uno dei più accaniti nemici del nome giudaico:
“Secondo la legge mosaica non possono ingannare, nè defraudare alcuno, che con essi contratti. So bene che ciò veniva espressamente loro vietato nel Levitico al capo 19, v. 11, con queste parole: _Non mentiemini, nec decipiat unusquisque proximum suum._ In molti altri versi del medesimo capitolo e in più luoghi è replicato un tale comandamento. Ed essendo egli morale, e non cerimoniale, non è cessato, ma va in vigore, e nella prima osservanza” (223).
Ed il Talmud che ha per scopo di spiegare la Bibbia, non di cambiarla, non sopratutto di stabilire precetti che a quella ripugnino, conferma questi principii di elementare onestà.
I Talmudisti dicono:
_a_) che non è permesso di fare altrui illusione, nemmeno ad un _Goi_, per esempio, di fargli regalo di alcun oggetto, facendogli credere che è di maggior valore di quello che è (224).
Samuele ordinò al servo di accordarsi col barcajuolo che dovea tragittarlo al di là d'un fiume. Nei patti dell'accordo eravi di dargli a bere una bottiglia di vin puro: il domestico mescolò il vino con acqua, nè il barcajuolo se ne accorse. Samuele seppe l'inganno, e sgridò acerbamente il suo servo (225).
_b_) che chi deruba il Goi è tenuto alla restituzione, e che è anzi peggio derubare il Goi che l'Israelita, poichè ne rimane profanato il nome di Dio (226).
_c_) che l'Israelita pecca, ed è tenuto all'indennizzamento, qualora nella misura, nel peso o nel calcolo faccia sopruso al non israelita, non altrimenti che facendolo ad un israelita. Chi trafficando, sia coll'israelita, quanto coll'idolatra, misura o pesa scarso, contraviene ad un divino precetto ed è tenuto al risarcimento. È parimente vietato di gabbare il Goi nel calcolo, ma devesi usare seco lui ogni esattezza, come dice il sacro testo (_Lev._, XXV, 59), e _faccia ragione col suo compratore_; il quale testo tratta di un non israelita da sè dipendente (vivente cioè nella Palestina quando questa era in potere degli Israeliti); quanto più non dovrai tal legge osservare con chi non è a te soggetto? D'altronde la Scrittura dice (_Deut._, XXXV, 16): _Chiunque fa tali cose, chiunque fa iniquità è in abbominazione al signore Iddio tuo_, proposizione assoluta e senza alcuna condizione (227).
_d_) I Gheonim (228) insegnano, allegando l'autorità del Talmud (229), esser permesso, anzi esser dovere di far testimonianza anche innanzi ai non israeliti (presso giudici non iniqui), anche se il frodato sia un Goi ed il frodatore un israelita (230).
_e_) Il celebre ed autorevole R. Mosè Couci dice: Anche quel Talmudista che opina non essere vietato derubare il Goi, parla di un tale che abbia fatto del male allo israelita, ed anche in questo caso la sua sentenza non viene adottata; fuori però di questo caso anche quel Talmudista riconosce essere vietato rubare al Goi (231). E qui giovi notare che questo Mosè Couci o Kotzi, che fioriva nel 1230, è ben lungi dall'essere stato, in massima, modello di tolleranza. Nelle prime edizioni delle sue opere (232) trovansi non pochi passi anticristiani, ma il fanatismo religioso, di cui nessuno vorrà far colpa ad un ebreo del XIII secolo, non gli impedì però di fare il suo dovere d'onesto uomo, proclamando la massima che abbiamo testè riferita.
Nè del resto poteva essere altrimenti, checchè abbiano farneticato i malevoli; la legge mosaica espressamente comanda di non molestare il forestiero, e lo inculca con queste parole: _E non oppressare il forestiero, perciocchè voi sapete in quale stato è l'animo del forestiero, essendo stati forestieri nella terra d'Egitto_ (_Esodo_, XXIII, 9). Ed altrove dopo aver detto che Dio è il Dio degli Dei, ed il padrone dei padroni; Dio grande, potente e tremendo, ecc, aggiunge che egli fa giustizia all'orfano ed alla vedova, ed ama il forestiero, per somministrargli vitto e vestito; indi conchiude: _Voi dunque altresì amate i forestieri; conciossiachè siate stati forestieri nel paese d'Egitto_ (_Deut._, X, 17, 19). Raccomanda di non far soffrire ingiustizia al forestiero ed all'orfano, e di non pignorare l'abito della vedova, ed aggiunge: _E ricordati che tu sei stato schiavo in Egitto_ (_Deut._, XXIV, 17 e 18). Ognuno sa che la memoria dei mali da noi stessi altre volte sofferti accresce forza al naturale sentimento della pietà dei mali altrui.
Nè la legge scritta, nè la legge rivelata concedono dunque all'ebreo di usar frode a pregiudizio dei gentili.
Il Levi nella sua raccolta talmudica già più volte citata ha spigolato nel Talmud alcune regole di commercio che giovano a mostrare come i dottori del Talmud si preoccupassero di inspirare negli Israeliti, i più rigorosi principî di probità commerciale:
“È peccato far incarire i frutti — portare aumento nei prezzi correnti.
“Oltre il sesto del valore v'ha lesione e il contratto è nullo (233).
“Non deve il vinajo spargere nel suo negozio profumi di vini aromatici, per far credere di tenere nel suo negozio vini squisiti.
“Non deve il negoziante regalare dolci ai giovanetti per allettarli al suo negozio.
“Il vindice nel diluvio è vindice di chi non mantiene la sua parola.
“Il capo dei ladri è quegli che defrauda nel peso e nelle misure (234).
“Il negoziante deve ripulire i suoi pesi e i suoi vasi una volta ogni settimana, per conservarli sempre nella giusta misura” (235).
Ma, si dirà, ammesso pure che agli Ebrei sia vietato usar frode in commercio, tanto col correligionario quanto col _Goi_, non potrete negare, che la stessa Bibbia, mentre vieta loro di dar denaro ad usura agli Ebrei, permette ad essi di darne ai _goim_.
Ed infatti è scritto nel _Deuteronomio_ (XXIII, 19, 20) ed altrove: “Non prestare ad usura al tuo fratello, nè danari, nè vittuaglie, nè cosa alcuna che si presta ad usura.
“Presta ad usura allo straniero, ma non al tuo fratello.”
La cattiva interpretazione di questo precetto espresso e ripetuto nella Bibbia, fu causa principalissima delle accuse mosse su questo argomento contro gli Ebrei e della ripugnanza che ebbe il Cristianesimo contro l'industria feneratizia.
Per bene interpretare questo precetto, conviene in primo luogo aver presente che la parola usura va intesa, anche in questo brano, nel senso di interesse. Abbiamo già dimostrato, colle parole del Say, che quello che noi ora diciamo _interesse_ dicevasi usura negli antichi tempi, ci sia lecito aggiungere qui, che la lingua ebraica non ha la parola usura, nel senso che oggi volgarmente le si attribuisce, sicchè ogni qualvolta troviamo scritto nella Bibbia la parola _usura_ dobbiamo leggere _interesse_.
Quanto al divieto biblico di prestar ad interesse al fratello, ed alla facoltà di prestare al forestiero, è un di quei precetti che debbono considerarsi parti della legge civile, non della religiosa, e che, come tale, cessarono di aver vigore colla esistenza politica della nazione ebraica.
Non diciamo cose nuove, ripetiamo, costretti, cose trite e ritrite.
Questo precetto, come prescrizione di legge civile, è facilmente spiegabile.
L'Ebreo in Palestina non era commerciante, lo abbiamo veduto; il commercio della contrada era in mano dei forestieri; da ciò consegue che se l'Ebreo prendeva a prestito denaro vi era costretto dalle necessità della vita, mentre il forestiero ne abbisognava per dar vita ai propri traffici; da qui il divieto, altamente economico, di far pagare interesse al primo ed il permesso, logico e naturale, di farlo pagare al secondo, che, dal denaro mutuato, presumeva ricavar lucro e vantaggio.
E questa nostra interpretazione è ampiamente suffragata dal versetto 25 del capitolo XXIII dell'Esodo:
“Quando tu presterai danari al mio popolo, al povero che è appresso a te, non procedere inverso lui a guisa di usuraio: non imponetegli usura.”
Il più volte citato Luzzatto così commenta questo versetto:
“_Al popol mio_, cioè ad Israello. _A qualche povero che è appresso a te_, spiega l'antecedente e cioè che l'esenzione dell'interesse è diritto solamente di chi è assolutamente povero, non del ricco che cerca danaro per speculazione.”
Anche il Mortara, onore di Mantova e del Rabbinato italiano, così interpreta questo precetto (236):
“Il prestito fatto al povero viene considerato dalla morale religiosa come una carità e non un contratto. Essa riguarda pertanto il povero vergognoso come un congiunto, ed impone di prestargli, e non usare verso di esso come creditore che conceda dilazione al pagamento. È evidente che tale obbligazione morale non può vincolare che verso i prossimi e perciò la religione non la impone che verso i concittadini ed i correligionari.
“I nostri Dottori applicano il testo d'Isaja, “allora tu invocherai il Signore ed egli ti esaudirà,” a colui che ama i suoi vicini, porta operoso affetto a' suoi congiunti e presta una moneta al povero nel momento del suo bisogno; e nell'esposizione del testo (salmo XV, 5): _Il quale non dà i suoi danari ad usura_, comprendono espressamente il non Israelita fra quelli cui si devono far prestiti, senza percepirne interesse” (237).
E con questo commento dei due dottissimi rabbini si accorda quello di un eruditissimo sacerdote cristiano, l'abate M. Mastrofini, il quale conchiuse che il precetto “riguarda le usure di ricchi Ebrei su poveri, i quali tra loro convivono” (238).
E più sotto, lo stesso Mastrofini, riassumendo il risultato dell'acuta sua disamina sui varii passi del Vecchio Testamento ove è discorso dell'usura, così conchiude:
“La legge mosaica intorno le usure, ci rassicura ancora che non tutte le usure sono contrarie alla legge della natura. Imperocchè Dio, per Mosè, permise le moderate e discrete col ricco, tanto ebreo quanto forestiero” (239).
Questi i precetti biblici riassunti da scrittori dotati di sana critica. Vediamo ora come i talmudisti interpretarono la legge:
“Chi entrerà nel tuo sacro monte? dice Davide. Chi cammina sinceramente e chi non dà il suo danaro a usura. Osserva un dottore: Chi non dà il suo danaro a usura neppure a un Gentile” (240).
“L'Ebreo il quale presta il suo denaro al Gentile, anzichè all'Israelita, perchè dal primo può prendere interesse, commette peccato” (241).
“Chi accumula ricchezza con interesse e usura, l'accumula per chi è benefico coi poveri. Dice Salomone.”
“Il dottore Hunà dichiara che qui allude all'usura tolta dai Gentili. Un altro dottore osserva che Mosè permette di dare a interesse a' Gentili. Risponde il primo dottore, che il testo biblico ha altro senso. Concludesi che tutto al più può l'Israelita prestare a interesse al Gentile, tanto da guadagnarsi il vitto (242).
“Quando il Salmista (XV, 5) encomia chi presta il suo denaro senza percepire frutto, intende che lo faccia anche col Goi” (243).
Ed in altro trattato:
“Vieni e vedi, tutte le creature di Dio ritraggono (prendono a prestito) l'una dall'altra.
“Il giorno ritrae (prende in prestito) dalla notte, la notte dal giorno: la luna dalle stelle, le stelle dalla luna: il sole dalla luce, la luce dal sole: il senno dalla scienza, la scienza dal senno: la carità dalla giustizia, la giustizia dalla carità.
“Tutte queste creature divine ritraggono (prendono in prestito) l'una dall'altra e sono amiche ed in pace.
“Solo l'uomo presta al compagno e cerca di rovinarlo con l'usura e col furto.
“Questi usurai dicono quasi a Dio: Perchè non prendi usura de' tuoi prestiti agli uomini? Tu inaffii la terra, tu fecondi i campi, tu illumini, tu soffii l'alito vitale, tu conservi: chè non ti fai pagare?
“Dice Iddio: Vedete quante cose io presto, e non prendo interesse.
“Guai a chi prende usura: egli non vivrà.
“Un re apre all'amico il suo regno: l'amico entra, calpesta i poveri, uccide le vedove, distrugge, rovina, e riempie ogni cosa di frode e iniquità.
“Così l'usuraio a cui Iddio ha aperto il regno dei suoi tesori, porta ovunque la sterilità e la morte (244).”
Ed altrove:
“Bada cecità degli usurai. Se taluno ingiuria il compagno chiamandolo empio, l'ingiuriato arde d'ira e medita vendetta. E costoro in uno scritto, sancito da notai e da testimoni, di propria volontà scrivono e sottoscrivono e dichiarano..... d'avere rinnegato il Dio d'Israele” (245).
Chiudiamo questo troppo lungo capitolo colla citazione di un brano del più volte ricordato Rabbino Leon Modena, il quale porrà in luce cosa pensassero su questo argomento gli Ebrei italiani, or sono due secoli.
“Per obbligo della Legge, così di Mosè, come a bocca, devono esser realissimi, e non fraudar, ne ingannare alcuno, sia chi si voglia, o Hebreo, o non Hebreo, osservando sempre, e con ogni persona, quelli buoni modi di negotiar comandatogli in molti luoghi nella Scrittura, e spetialmente nel Lev. c. 19, versi 11, 13, 15, 33 sino al fine.
“E quello che hanno disseminato alcuni in voce, e in iscritto, che ogni giorno giurano, et hanno per opera pia di ingannar, e fraudare un Christiano, è espressa bugia, così promulgata per renderli più odiosi di quello che sono.
“Anzi molti rabbini hanno scritto et in particolar ne ha fatto raccolta a longo Rabino Bachij nel libro _Cadachemah_, lettera _Ghimel Ghezelà_ dove dice che è molto più grave peccato il fraudare uno non Hebreo, che un Hebreo rispetto allo scandalo che si da, oltre l'opera sia in se, e si chiama _Chillul Ascem_, che vuol dire profanare il nome di Dio, che è de' maggiori peccati. Onde se si trova fra essi chi inganna e frauda, è diffetto di quel particolare, che è di mala qualità, ma non che lo facci essendole ne dalla sua legge, ne da Rabini in alcun modo permesso.
“È ben vero che la strettezza, nella quale la captività lunga gli ha ridotti et essendole vietato quasi per tutto il posseder terreni, e molti altri modi di mercantar, et esercitii di riputatione et utili, si sono molti abbassati d'animo e divenuti digeneranti della lealtà israelitica” (246).
Con queste parole il Modena viene a dimostrare quanto giuste sieno queste idee di un pubblicista inglese che noi trovammo testè riferite nella _Revue Britannique_ e colle quali ci piace dar termine a questo capitolo:
“Dovunque le incapacità inerenti alle qualità di ebreo sono sconosciute, lo spirito stretto di sêtta e di tribù disparve, e lasciato a se stesso il giudaismo, in quanto riguarda le materie religiose ed i doveri sociali, si è sviluppato sanamente e senza usurpare sui confini altrui. È questo ancora il miglior rimedio da opporre alla sua estensione che noi possiamo consigliare a coloro che vedono in lui un nemico di cui occorra sbarazzarsi ad ogni prezzo.”
(193) _La situazione degli Ebrei nel Medio-Evo._ — _Giorn. degli Economisti._ Padova, 1875, vol. 1, pagg. 88 e segg.
(194) Ac si transferre sedes cogerentur, major vitae metus quam mortis. (TACIT., _Hist._ XXI).
(195) Ne quidquam ingenuum potest habere officina... Mercatura, si tenuis est, sordida putanda est: sin autem magna et copiosa; multa undique apportans, non est admodum vituperanda..... Nihil enim proficiunt mercatores, nisi admodum mentiantur. (CICERONE, _Dei doveri_, libro I, sez. 42).
(196) SAY, _Trattato di Ec. pol._ in _Bibl. dell'Ec._ Serie I, vol. VI, pag. 275.
(197) BLANQUI, _Hist. de l'Ec. pol._, I, 153.