Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti

Part 8

Chapter 83,678 wordsPublic domain

Cicerone, governatore della Cilicia, si crede il benefattore della provincia per aver abbassato il saggio dell'interesse al 12 % annuo, più un diritto di commissione in caso di ritardo o di rinnovamento.

Il Cristianesimo, venuto a bandire al mondo una parola d'amore, doveva reagire in senso opposto.

Da ciò negli antichi dottori della Chiesa, a cominciare da San Giovanni Grisostomo, quella tendenza a riguardare come illecito il prestito ad interesse, tendenza che diveniva tanto più pronunciata quanto più l'abuso, contro cui volevasi reagire, era più frequente e radicale; e che questo abuso si mantenesse tale nei primi secoli dell'età di mezzo, ce lo provano i capitolari di Carlo Magno, che più di venti volte tornano sull'argomento e non cessano di biasimare l'usura in ogni modo, lasciando intendere che era allora colpa comune così al clero come agli altri abitanti (197).

San Tomaso d'Aquino, per dir d'un solo, fondandosi sul principio che le cose fungibili, che formano la materia del prestito, non hanno guari un uso che sia distinto dalla cosa stessa, ne conclude che vendere questo uso esigendone un prezzo è vendere una cosa che non esiste (198), ovvero esigere due volte il prezzo della medesima cosa, poichè la sorte principale restituita è esattamente l'equivalente della cosa prestata, e che non avendo niun dato valore al di là della cosa prestata, l'interesse che se ne riceverebbe in dippiù sarebbe un prezzo doppio (199).

Sarebbe sfoggio di erudizione altrettanto facile quanto impertinente riunire qui centinaia di decisioni di Concilii, di bolle pontificie, di passi di autori i più ortodossi, che, tutti ad una voce, condannano l'usura, designando con tal nome, non l'usura quale oggi si intende, ma il semplice prestito ad interesse.

Verso la metà del secolo scorso, un papa, ed un gran papa, Benedetto XIV, esortava ancora i vescovi a dimostrare ai popoli quanto sia grave il peccato di usura, reprimendo i discorsi di quelli che lo spacciavano come indifferente (200).

Non è còmpito nostro indagare quale influenza siffatto divieto esercitasse sui progressi della ricchezza nei paesi cattolici. Sismondi, storico ed economista valentissimo, ma alla Chiesa cattolica punto benevolo, ne fa risultare “nel popolo assai più grande abitudine di dissipazione, perchè l'economia non conduceva all'agiatezza, e un capitale ammassato non era se non una occasione di più a peccare qualora si avesse voluto farlo fruttare” (201). Non è possibile non convenire in questo giudizio dello scrittore protestante, ma l'imparziale filosofo della storia potrebbe esprimere il proprio rammarico che il Sismondi non abbia tenuto conto di due cose; e cioè della reazione necessaria che il Cristianesimo doveva portare contro i feneratori di Roma pagana, e delle condizioni della società nell'evo medio, che rendevano assai raro il bisogno del mutuo veramente ed economicamente utile, cioè del mutuo contratto per dar vita a traffichi e ad industrie, e frequentissimo invece il mutuo dannoso ed antieconomico, quello cioè contratto per far fronte ai bisogni della vita, o peggio, della dissipazione.

Non ci eleveremo dunque noi a giudici dell'opinione che vietava ai cattolici di dar denaro ad interesse, paghi di far notare che siffatta opinione, benchè in altri tempi universalmente adottata, non venne mai ritenuta come essenzialmente legata alla Fede; e ce lo prova, incontestabilmente, il diritto romano, che, compilato quando il Cristianesimo già era la sola religione dell'impero, autorizza, esplicitamente, il prestito ad interesse (202).

Vietato ai Cristiani il dar denaro ad interesse (203), vietata agli Ebrei ogni altra industria, era naturale, era forzato che gli Ebrei dovessero dedicarsi tutti, o quasi tutti, all'arte feneratizia, nella quale però ebbero predecessori e compagni i lombardi ed i caorsini.

Nè si potrebbe negare che gli Ebrei, specialmente nell'età di mezzo, esigessero interessi tanto esorbitanti da sembrarci oggi impossibili.

Ma i fenomeni economici hanno questo di comune coi poemi, che non possono essere apprezzati al loro giusto valore se non si pon mente alle condizioni di tempo e di luogo in cui si producono.

Poche parole di Giambattista Say ritrarranno queste condizioni meglio che noi non potremmo fare in un intiero volume: “Quando il bisogno di pigliare a prestanza ne faceva tollerare l'uso presso gli Ebrei, questi erano esposti a tante umiliazioni, avarie, estorsioni, ora sotto un pretesto, ora sotto un altro, che solo un interesse considerabile era capace di contrappesare vilipendii e perdite tanto moltiplicate. Lettere patenti del re Giovanni dell'anno 1360 autorizzano gli Ebrei a prestare sopra pegno _ritirando per ciascuna lira, ossia venti soldi, quattro denari di interesse per settimana_, il che fa più di OTTANTASEI PER CENTO l'anno; ma nell'anno successivo quel principe, il quale non di meno passa per uno dei più fedeli alla propria parola, di quanti ne abbiamo avuti, fece segretamente diminuire la quantità di metallo fino contenuto nelle medesime monete (204), talchè i prestatori non ricevettero più in rimborso un valore eguale a quello che avevano prestato. Basta ciò per spiegare e giustificare i grossi interessi che essi esigevano” (205).

Se a noi fosse lecito tessere in queste pagine la storia cruenta delle persecuzioni di Israello, e studiare i rapporti tra questa storia e le condizioni economiche dei varî paesi d'Europa, noi vedremmo un fenomeno singolare. Vedremmo i feudatarî, i principi, talvolta, ma più raramente; anche i Comuni, accordare agli Ebrei privilegi esorbitanti, facilitare loro con ogni modo l'esercizio dell'usura, servirsene quindi come di stromento per suggere tutto l'oro del paese e poi vessarli, imprigionarli, martoriarli in ogni guisa, per togliere loro sino all'ultimo obolo il denaro ammassato. I principi e i governi si valgono degli Ebrei come di una macchina di drenaggio, e praticano verso di loro il sistema che un ministro belga opponeva anni sono, con raro cinismo, dall'alto della tribuna, a coloro che gli rimproveravano di permettere che le corporazioni religiose venissero costituendosi dei patrimonî. “Lasciatele arricchire, un giorno o l'altro una nuova legge di incameramento farà ricadere tutti quei beni così laboriosamente accumulati in proprietà dello Stato. _C'est une poire pour la soif._” E gli Ebrei furono, per secoli intieri, _la poire pour la soif_ di principi, di baroni, di Comuni.

L'interesse che essi esigevano dagli infelici, che avevano ricorso a loro per denaro, doveva quindi esser esorbitante; e un osservatore imparziale può di una sola cosa meravigliarsi, che esso non fosse anche maggiore di quello che fu. Chi ha studiato le leggi più elementari della economia sociale, non ignora infatti che il saggio dell'interesse, come il prezzo di ogni derrata, non dipende dalla volontà del legislatore, ma da determinate circostanze di luogo e di fatto, alle cui conseguenze nessuna forza umana può sottrarsi. Queste circostanze costituiscono ciò che, nel linguaggio dei moderni uomini d'affari, si chiama la situazione del mercato. Abbondano i capitali, l'orizzonte politico, scevro di nubi, promette lunghi anni di pace e di tranquillità, ed il saggio dell'interesse si riduce a bassissimo livello. Scarseggiano invece i capitali, le condizioni politiche fanno presagire rivoluzioni o guerre, il denaro si rimpiatta, ed il saggio dell'interesse sale, con altezza vertiginosa, e ciò per due ragioni. E perchè il numerario obbedisce, come ogni altra derrata, alla legge della offerta e della domanda, ed è tanto più caro quanto più è domandato, tanto più a buon mercato quanto più offerto; e perchè in questo contratto speciale del mutuo entra un elemento specialissimo, che non entra in nessun altro contratto. Per quanto rara sia una derrata, la sola legge dell'offerta e della domanda basta a determinarne il prezzo. Nel contratto di mutuo invece, chi dà a prestito deve tener conto della maggiore o minor probabilità cui va incontro di non aver più restituito il capitale che dà a mutuo. Questa è la ragione per cui, mentre oggi il saggio dell'interesse è del 3 per cento per gli effetti di primo ordine, è del cinquanta e del sessanta pei figli di famiglia e per gli impiegati. Questa è la ragione, per cui chi investe i suoi denari in consolidato inglese ne ricava appena il tre per cento, chi li investe in carte turche o spagnuole, ne ottiene, sulla carta, il sessanta ed il settanta per cento.

In fatto di investimento di capitali è sempre vero l'assioma di quel banchiere: chi vuoi mangiar molto, dorme poco, e chi si contenta di mangiar poco, dorme molto; ciò che equivale a dire che nell'arte feneratizia è impossibile conciliare la sicurezza del capitale impiegato col largo profitto degli interessi.

Si giudichi, al lume di queste premesse, quale doveva essere il saggio generale degli interessi negli scorsi secoli. La storia ci insegna come, per lunga serie di anni, i capitali fossero così scarsi da essere impari agli scarsissimi bisogni, e ci apprende come gli annali di Europa altro non fossero che una serie non interrotta di guerre, di rapine, di pestilenze, di carestie.

Ma quasi tutto ciò non bastasse a rendere elevatissimo il saggio generale dell'interesse nei tempi scorsi, un altro elemento vi concorreva potentemente.

Il fondatore della moderna scienza economica, Adamo Smith, annoverando le ragioni che contribuiscono a rendere più o meno elevato il salario di talune professioni, vi comprese, a grandissima ragione, la maggiore o minore stima da cui sono circondate.

L'asserzione dell'immortale scozzese non ha d'uopo di essere dimostrata. _Non de solo pane vivit homo_ è verità incontestabile, ed ognuno si acconcierà più volontieri a ricevere un più modesto salario in una professione, che lo faccia segno alla pubblica considerazione, di quello che riceverne uno più elevato per vedersi oggetto della generale animaversione.

Ora, quale era il concetto che nei tempi andati avevasi dei feneratori? Ce lo dica il buon ministro di Luigi XVI, Turgot, l'uomo di cui fu detto, che avrebbe salvato la monarchia in Francia, se la monarchia avesse potuto essere allora salvata:

“Piace prendere a prestito, ma è duro essere obbligati a restituire. La soddisfazione che si prova nel trovare ciò di cui si ha bisogno allorquando si è stretti dalla necessità, svanisce assieme al bisogno appagato, che invece rinasce ben presto. Il debito resta, ed il peso se ne fa sentire ad ogni momento sino a che siasi potuto pagarlo. Si crede che colui che presta non dia che il suo superfluo, superfluo che è il necessario per colui che riceve. Quantunque la giustizia rigorosa sia intieramente a favore del prestatore che non reclama che quanto gli è dovuto, la commiserazione, la simpatia sono sempre dal lato del debitore. Si sente che questi restituendo sarà ridotto all'ultima miseria, mentre il creditore può vivere anche senza ciò che gli è dovuto. Questo sentimento si verifica anche allorquando il prestito è puramente gratuito; a maggior ragione allorquando il prestito non fu pattuito che contro un interesse; il debitore, che in questo caso si tiene sgravato da ogni gratitudine, soffre con indignazione le persecuzioni del creditore.”

Ed ecco quindi la disistima, la antipatia universale perseguitare il creditore, e tanto più acerbamente in quei tempi nei quali l'opinione pubblica vede, in chi dà denaro a mutuo, uno spregiatore di ogni legge divina ed umana.

E questa disistima, questa pubblica antipatia costituiscono un nuovo elemento che viene ad accrescere il saggio dell'interesse, perchè chi ne è vittima vuole trovare un indennizzo a questa impopolarità nella larghezza dei profitti.

Queste erano le condizioni generali dell'industria feneratizia nei secoli scorsi, e se l'indole del nostro lavoro non ci consente di seguirne le differenti fasi da Carlo Magno sino alla Rivoluzione francese, possiamo però dire che se le condizioni, che abbiamo visto influire a mantener sempre elevatissimo il saggio dell'interesse, aumentarono o scemarono d'intensità in diversi tempi, ed in diversi paesi, esse sussistettero però sempre, dalla caduta dell'impero romano sino alla rivoluzione francese.

I lombardi, i caorsini che precedettero gli Ebrei nell'esercizio dell'arte feneratizia (206), e che la esercitarono poi per lungo tempo assieme ed in concorrenza con loro, non isfuggirono certamente a queste leggi generali e le poche notizie che abbiamo sul saggio dell'interesse da essi prelevato bastano a far chiaro come questo raggiungesse altezze mostruose, che le leggi proibitive della usura non giovavano, naturalmente, che ad accrescere.

Nessuno ha mai detto che gli Ebrei esigessero un interesse maggiore di quello che esigevano Lombardi e Caorsini (207); nè avrebbero potuto farlo, perchè se è pur vero che l'industria feneratizia è, fra tutte, quella in cui il fenomeno della concorrenza si esplica meno palesemente, è anche vero, che nessuno avrebbe consentito a pagare, ad un Ebreo, un interesse maggiore di quello che avrebbe potuto pattuire con altri.

Eppure abbondano argomenti per dimostrare che se Ebrei e Lombardi esigevano eguale interesse, ciò che per i secondi era lauto profitto, diveniva interesse meno che rimuneratore per gli Ebrei.

Ad ogni momento leggi ed editti di principi li cacciavano dai paesi dove avevano dimora; ad ogni momento altre leggi esoneravano i Cristiani dall'obbligo di pagare i loro debiti verso gli Ebrei; o, ciò che per questi infelici tornava esattamente lo stesso, obbligava i debitori cristiani a pagare al principe, al signore, le somme che loro erano state mutuate dagli Ebrei.

Nell'impossibilità assoluta di dare neppure un breve quadro delle sofferenze della nazione giudaica, piglieremo a prestito dal Blanqui poche linee, che se si riferiscono ad un sol paese e ad un solo regno, sono però l'esatta dipintura di quanto avveniva sempre e dovunque:

“Di tutti i Re che occuparono il trono [di Francia] durante circa due secoli [1180–1328], non ve ne fu uno che trascurasse di dar prova della sua potenza e della sua ortodossia con provvedimenti severi contro gli Ebrei; ad ogni istante si vedono pubblicate ordinanze contro questi paria del medio-evo, considerati siccome la materia imponibile per eccellenza. Filippo Augusto ne promulgò quattro rimasti celebri: nella prima li minaccia, nella seconda li spoglia, nella terza li scaccia, e nella quarta proscioglie i loro debiti. Luigi VIII pubblicò del pari la sua: soppresse ogni specie d'interesse, ed ordinò si pagassero ai signori le somme che erano dovute agli Ebrei. Abbiamo già veduto San Luigi non essersi mostrato meno severo con loro (208); Filippo _il Bello_, Luigi _il Protervo_, continuarono il sistema dei loro predecessori (209).”

Si vede, da quanto precede, che allorquando un Ebreo si toglieva una moneta di tasca, per darla a prestito, egli doveva calcolare che novantanove volte sopra cento non l'avrebbe mai più riveduta.

Ed in fatti quando i pubblici poteri non erano autori delle spogliazioni commesse a danno degli Ebrei, i debitori trovavano un modo spiccio assai di pagare i loro debiti.

Si accusava un ebreo di qualsivoglia più pazza ed impossibile scelleraggine; di aver avvelenato i pozzi, di aver diffuse le pestilenze, di aver vituperato il Santissimo Sacramento o che so io; e senza altra forma di processo, si dava mano alle armi, si massacravano gli Ebrei, si spogliavano le loro case, e soprattutto si distruggevano i titoli di credito che esistevano presso di loro.

Fu notato, che, in certi paesi, le rivoluzioni cominciano sempre col dar fuoco agli archivi criminali, tanto importa a certi rivoluzionari di far sparire le traccie del loro passato, e le sommosse contro gli Ebrei si manifestavan sempre, in tutti i tempi ed in tutti i paesi, col distruggerne i registri ed i titoli di credito.

Questa verità non è sfuggita agli storici ed il Roscher, l'illustre professore dell'Università di Lipsia, l'esponeva con queste parole: “Molte persecuzioni del più tardo medio-evo, nelle quali soprattutto si trattava di annullare le obbligazioni di debito verso gli Ebrei, sono a considerarsi quali crisi di credito in foggia barbarica, quale una forma medio-evale di quelle che oggi si chiamano _rivoluzioni socialistiche_ (210).”

Anche il Beugnot riconosce che più d'una volta gli Ebrei vennero massacrati, ben più come creditori che come eretici (211).

Meno scientificamente, ma più efficacemente forse, un brioso giornale cittadino, il _Pasquino_, definiva testè l'_antisemitismo_ altro non essere che un _anticreditorismo_.

Se a queste persecuzioni sistematiche, a questi massacri periodici, aggiungiamo il fatto che, anche nei paesi dove erano meglio trattati, gli Ebrei erano soggetti a gravissime tasse speciali, per ciò soltanto che erano Ebrei; se poniam mente che i loro poveri essendo esclusi dalla pubblica beneficenza, toccava ai ricchi ebrei di provvedere ai loro bisogni, si comprenderà di leggieri che essi erano costretti a gravare la mano sugli infelici loro debitori.

È un circolo vizioso cui non si sfugge: le persecuzioni, i massacri contro gli Ebrei, obbligano questi a mostrarsi più avidi, più duri coi loro debitori; e questa avidità e questa durezza generano nuove persecuzioni, nuovi massacri.

Qui si presenta naturale una domanda: come mai malgrado tante e così violente persecuzioni, malgrado il continuo timore in cui dovevano vivere, di vedersi frustrati ad un tempo e dello sperato beneficio e del loro stesso capitale, continuavano essi ad esercitare l'industria feneratizia? La risposta è semplice. Davan danaro a prestito perchè non era loro permesso di impiegare in altro modo quella parte dei loro capitali che era esuberante ai loro commerci; perchè non potevano acquistare o coltivar terre, nè divenir proprietari di edifizi urbani, perchè erano, come vedemmo, sopracarichi di imposte e di spese di beneficenza, e perchè occorreva loro spender molto denaro per soddisfare l'avidità dei sovrani e dei principi che vendevan loro a caro prezzo il diritto di soggiornare nei loro paesi, e quella dei cortigiani che intercedevano per loro, presso il governo, protezione che era sempre ben lungi dall'essere gratuita.

Sarebbe del resto singolare contraddizione del secolo nostro, che esalta, forse oltre il dovere, i beneficî del credito, dimenticare che all'esercizio dell'arte feneratizia praticata dagli Ebrei, devono ascriversi quei grandi progressi economici di cui oggi si mena tanto vanto e che i nuovi popoli devono agli Ebrei del medio evo:

1º L'introduzione degli _interessi del capitale_, senza cui non sarebbe neppur pensabile uno sviluppo superiore del credito, ed anzi nemmeno della formazione del capitale e della divisione del lavoro. Se questo progresso era in parte soltanto una ristorazione di quanto aveva conosciuto l'epoca, altamente incivilita, dei Greci e dei Romani, non è così del

2º Dell'invenzione, cioè, della cambiale, la quale è innovazione di un valore storico mondiale, essendo quella di uno stromento che ha per il commercio del danaro, presso a poco la stessa importanza della ferrovia per la industria dei trasporti, e del telegrafo per lo scambio delle notizie (212).

Nè l'azione benefica esercitata dagli Ebrei sul progresso economico, nei tempi più caliginosi del medio evo, si limita all'industria feneratizia; soli, concentrando, sul commercio dell'oro e dell'argento, una attenzione che i pregiudizi dei loro contemporanei li impedivano di occupare altrove, prepararono la grande rivoluzione monetaria, che la scoperta delle miniere d'America e l'impianto delle banche europee dovevano compiere nel mondo; e quasi ciò non bastasse, ogni qual volta le leggi non lo vietavano loro, e spesso anche malgrado il divieto delle leggi, essi esercitavano ogni specie di commercio.

“Allorquando la moltiplicità dei pedaggi e la tirannide dei signori feudali rendevano impossibile ogni speculazione che non fosse quella dei piccoli mercanti dei borghi e delle città, gli Ebrei, più arditi, più facili a muoversi, volgevano l'animo a più vaste operazioni e lavoravano in silenzio ad avvicinare continenti ed a riannodare i regni. Essi evitavano le barriere ed i fortilizi, nascondendo accuratamente, sotto miserabile apparenza, la loro reale ricchezza ed il segreto delle loro transazioni. Andavano a cercare a grandi distanze e mettevano a portata dei consumatori meno poveri, i prodotti poco conosciuti dei paesi i più remoti. A forza di errare e di correre di paese in paese, avevano acquistato una conoscenza esatta dei bisogni di tutte le piazze commerciali; sapevano dove si doveva comperare e dove si poteva vendere: pochi campioni ed un libriccino di note bastavano per le loro operazioni le più importanti. Corrispondevano fra loro sotto la fede di impegni che il loro interesse li obbligava a rispettare (213), circondati come erano da nemici di ogni specie. Il commercio ha perduto la traccia delle ingegnose invenzioni che furono il risultato dei loro sforzi, ma è alla loro influenza che sono dovuti i progressi rapidi di cui la storia ci ha segnalato il brillante fenomeno in mezzo agli orrori della notte feudale (214).”

Il valore economico degli Ebrei non può del resto esser revocato in dubbio da nessuno storico imparziale; è ad esso, ad esso soltanto, che questo popolo va debitore della sua conservazione, malgrado le atroci, inaudite persecuzioni di cui fu vittima; senza il loro valore economico, gli Ebrei sarebbero stati distrutti, ed il loro nome, come quello di molte sètte del Cristianesimo, non sarebbe più che una memoria storica.

Questo valore economico fu spesso riconosciuto dai loro stessi più acerbi nemici, che or proscrivendoli, or richiamandoli, attestavano l'importanza che ha la ricchezza mobiliare creata dal lavoro e dall'industria. Egiza, re visigoto di Spagna, uno dei loro più crudeli persecutori, mentre li bandisce dai suoi Stati, fa eccezione per quelli della Settimania, “allo scopo, diceva, di riparare le sventure che questa provincia aveva provato, e perchè gli Ebrei potessero ristabilirne le finanze sia per via dei tributi che pagavano al fisco, sia colla loro attività ed industria” (215). Luigi III e Filippo l'Ardito dissero nelle loro lettere di richiamo agli Ebrei, nei loro Stati, che non trovavano altro mezzo per ristabilire le decadute finanze, che il richiamare gente propria a far fiorire il commercio e circolare il denaro (216).

San Pio V, uno dei pochissimi Papi che perseguitarono gli Ebrei, dichiara, nelle sue bolle, che mantiene gli Ebrei in Ancona per non distruggere il commercio col Levante.

Quasi contemporaneamente il glorioso restauratore della Dinastia Sabauda, l'eroe di San Quintino, Emanuele Filiberto, accordando con un decreto del 1572, che è, per quei tempi, monumento insigne di tolleranza, facoltà agli Ebrei di stabilirsi nei suoi Stati, dichiara espressamente esservisi indotto “per commodo delli nostri sudditi et beneficio del paese” (217).

Altri esempi potremmo addurre, ma bastino questi, come basti l'accennare che il declinare della grandezza spagnuola comincia positivamente dal giorno in cui 300,000 israeliti, scuotendo dai loro calzari la polvere della terra di Torquemada, trasportarono e sparsero sulla superficie dell'Europa le ricchezze, l'istruzione e la industria loro. E ben lo sa Livorno, che deve il suo porto agli Ebrei portoghesi, come Ancona che riconosce la sua floridezza da certo dott. Fermo, ebreo, che fu il primo ad avanzare le sue imprese per l'ampliazione di esso (218).

Da quanto abbiamo detto finora risulta, chiaramente provato, che gli Ebrei furono, nei secoli scorsi, altamente benemeriti del traffico e delle industrie; è però innegabile che oggi ancora in certi paesi d'Europa, che di civile hanno poco più che il nome, sorgono serie lagnanze contro gli Ebrei che vengono accusati di essere i monopolizzatori di ogni commercio. E questo avviene specialmente in Polonia.