Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti

Part 7

Chapter 73,639 wordsPublic domain

(88) Nulla, più della storia del Talmud, giova a provare come la violenza sia impotente a combattere le idee. Il Talmud fu proibito in epoche nelle quali il divieto della Chiesa non si limitava, come ora, ad una platonica iscrizione nell'_Index librorum prohibitorum_. Giustiniano, nel 553 dell'êra nostra, lo proscrive, consacrandogli una intiera novella, la CXLVI. Il re di Francia, San Luigi, fece bruciare, nelle vie di Parigi, 24 carrettate di scritti talmudici. A Cremona, un monaco fanatico vantò di averne bruciato dodici mila esemplari. In un periodo di meno di cinquanta anni, durante la ultima metà del secolo XVI, il Talmud venne bruciato non meno di sei differenti volte e non ad esemplari isolati, ma in massa, a carra. Giulio III pronunciò il suo bando, contro quello che egli chiama erroneamente il _Talmud Gemaroth_, nel 1553 e nel 1555; Paolo IV nel 1559; Pio V nel 1566; Clemente VIII nel 1592 e nel 1599. Pio IV autorizzandone una nuova edizione stipulava espressamente che sarebbe pubblicato col nome di Talmud. _Si tamen prodierit sine nomine Talmud tolerari deberet._ Ai tempi di Massimiliano imperatore, il dottissimo Reuchlin potè, soltanto dopo fierissima lotta, ottenere che non si assecondassero i voti di un Pfefferckorn, fanatico ebreo rinnegato, che eccitava l'imperatore a far bruciare tutti gli esemplari di questo libro. I particolari di questa strana contesa, che divise il mondo dotto di allora in due grandi partiti si possono leggere nelle _Epistolae obscurorum virorum_. Fino al principio del decimosettimo secolo la persecuzione verso i detentori di libri ebraici era spinta al punto che una famiglia di ebrei portoghesi stabilitasi a Londra, conserva tuttora preziosamente come una rarità ereditaria un esemplare della scrittura, stampato in caratteri romani anzichè in ebraici, perchè nei giorni oscuri della persecuzione bisognava ingannare i domestici cattolici sulla natura ed il contenuto del libro. Eppure malgrado tutto ciò le edizioni ed i manoscritti del Talmud ci pervennero in tanta copia, che una sola descrizione bibliografica di essi ci occuperebbe molte e molte pagine! È proprio il caso di esclamare, con Terenziano Mauro: _Habent sua fata libelli_.

(89) Gli Arabi, al tempo della loro dominazione in Ispagna non avevano del Talmud il triste concetto che ne hanno molti cristiani, e ciò per una buona ragione, che essi cioè lo conoscevano nella sua integrità, Rabi Joseph avendone, verso la fine del X secolo, compiuta una traduzione in arabo per ordine del califo Haschem II. Fu forse per ciò che due secoli dopo molti fra gli Ebrei di Spagna avendo preteso negare ogni autorità al Talmud, e la questione essendo stata portata dinanzi al Re Alfonso VII, questi proscrisse quelli fra gli Ebrei che non volevano osservare le leggi talmudiche.

Il Talmud era ancora troppo noto in Ispagna perchè lo si potesse calunniare impunemente! (Cfr. BASNAGE, _Hist. des Juifs_, libro VII, cap. VIII, t. 4, pag. 1611; BARTOLOCCIUS, _Bibl. Rabb._, t. III; DAVIDE, _Ganz Tzemach David._, p. 130; JOCHASSIM, p. 126).

(90) Il celebre Alfonso de Candolle nella sua _Histoire de la science et des savants_ così parla degli Ebrei: “Se l'Europa fosse abitata da soli Ebrei, avremmo uno spettacolo stupendo. Non più guerre, non più leso il sentimento morale, nè milioni d'uomini strappati alle industrie ed agli studi. I debiti degli Stati sarebbero minimi e quasi sconosciute le contribuzioni. Il culto fiorirebbe altamente. L'industria ed il commercio prenderebbero sviluppo assai maggiore. Pochi delitti. La forza non si impiegherebbe quasi mai. La ricchezza del popolo in generale si eleverebbe immensamente, mercè un intelligente e moderato lavoro congiunto a sana economia. Queste ricchezze servirebbero a spandere una carità senza limiti. La potestà religiosa, i ministri del culto non verrebbero mai a conflitto collo Stato.”

(91) Usiamo espressamente in questo caso la parola rinnegato anzichè quella di convertito, perocchè altrettanto ci sembrano degni di rispetto e di venerazione coloro che, mossi da profonda convinzione, abbandonano la fede avita per abbracciare quella che credono migliore, e si adoperan poi con mezzi di carità a procacciare ciò che essi reputano la salvezza morale dei loro antichi correligionari, altrettanto sentiamo disprezzo ed esecrazione per coloro che, da qualsivoglia sentimento mossi, scagliano calunnie contro la fede in cui sono nati ed in cui vissero i loro genitori. Ai convertiti come i Lehmann, i Ratisbonne, i Pasquali ogni onesto deve rispetto; ai rinnegati come il Medici, come il Padre Alfonso Spina, rettore dell'Università di Salamanca, il quale nel _Fortalitium fidei_ afferma — e niuno più di lui sapeva di mentire — che gli Ebrei perdono ogni mese una certa quantità di sangue, a tutti coloro infine dei quali il Talmud ha detto: _Tal fiata si toglie dalla foresta un tronco per farlo manico a scure che ne abbatta tutti gli altri_ (SANHEDRIN IV), sia condegna mercede il fico di Giuda.

(92) Il dotto talmudista signor R. N. Rabinowitz di Monaco sta pubblicando un lungo lavoro intitolato _Dikdukè soferim_ in cui riduce alla vera lezione i passi del _Talmud_ di cui si hanno varianti. Questo lavoro è il frutto del confronto da lui fatto non soltanto di infinite edizioni del Talmud, ma di quanti mss. gli fu dato confrontare nelle diverse biblioteche d'Europa. Il compimento di questa opera paziente è tanto più ardentemente atteso che il Talmud è ormai reso irriconoscibile dalle continue e spesso inintelligenti mutilazioni che vi introdussero i censori. La stessa edizione di Basilea 1578 che è fra le antiche la più nota e la più facile a trovarsi fu in siffatta guisa mutilata e snaturata per opera del censore Marco Marino da Brescia, da divenire in varii punti grottesca. Più integra, ma difficilissima a rinvenirsi, è l'edizione che ne diede il Bamberg a Venezia (1520–3) e che è la prima, dopo quella dei celebri Soncino, di cui non rimangono che pochi trattati. Chi volesse farsi un'idea di ciò che era negli scorsi secoli la censura dei libri ebraici, legga un articolo di Emanuele Deutsch, l'eminente conservatore del _British Museum_, nella _Quarterly Rewiew_ di ottobre 1867, ed un altro _Un curiosissimo incidente storico_ del cav. Mortara a pag. 161 dell'_Educatore Israelita_ di Vercelli, anno 1862.

(93) SANHEDRIN, fol. 38.

(94) SOFERIM, fol. 15, 10.

(95) Malgrado questo odio inesplicabile contro i medici il Talmud contiene nozioni preziose di medicina. (Cfr. GINSBURGER, _Medicina ex thalmudicis_; HALLER, _Bibl. medica_, lib. 2); questa scienza era da lungo tempo praticata dagli Ebrei. Oltre i precetti di igiene che occupano tanta parte nella legge di Mosè, l'Esodo pare accenni proprio in vari punti (XV, 26 — XXI, 19) all'esistenza di medici. Sotto i re, medicina e chirurgia fanno progressi. Salomone si occupa della ricerca delle virtù delle piante, e il libro dei Re ci mostra Isaia curare e guarire il re Ezecchia. L'uso del balsamo ed i medici son noti a Geremia (VIII, 22): “Non vi è egli alcun balsamo in Galaad? non vi è egli alcun medico?” E ad Ezechiele (XXX, 21): “Figliuol d'uomo, io ho rotto il braccio di Faraone re d'Egitto; ed ecco non è stato curato applicandovi de' medicamenti, e ponendovi delle fascie per fasciarlo e per fortificarlo per poter tenere in mano la spada.” [Cfr. PRUNELLE, _Discours sur l'influence de la médecine sur la renaissance des lettres_ (nota 3, p. 92); SALVADOR, _Op. cit._, p. 264; PASQUALIGO, _Della condizione delle mediche scienze presso il popolo Ebreo_, Piacenza, Mancherotto, 1870]. Quanto poi gli Ebrei, malgrado lo strano anatema talmudico, coltivassero con profitto la medicina, è a tutti noto, come del paro è noto che nei primi secoli del Medio Evo, e prima che venissero in fiore le scuole di Salerno e di Montpellier, che del resto furono fondate principalmente da Ebrei, (cfr. PRUNELLE, _Op. cit._, p. 44 e 60, e AUSTRUC, _Hist. de la fac. de méd. de Montpellier_, p. 14), essi furono quasi i soli ad esercitare l'arte salutare nel mondo allora conosciuto.

(96) Il Talmud stesso deplora talvolta queste discussioni interminabili che fanno considerare la legge come due leggi, ed altrove attribuisce queste controversie all'orgoglio dei dottori (_Archives Israélites de France_, anno I, 1840, pag. 586–587). A parer nostro queste controversie non sono che la conseguenza naturale dell'opinione che i rabbini esprimono con una delle solite iperboli, dicendo che la legge ha settanta faccie, ciò che vuol dire che ogni parola uscita dalla bocca di Dio è suscettibile di almeno settanta interpretazioni diverse; dottrina questa che il Santo Vescovo di Ippona accetta nelle sue confessioni; dove dice varii e numerosi essere i sensi della Scrittura. Se poniam mente oltre a ciò che i dottori del Talmud furono duemila e duecento otto, c'è da meravigliare che i trentasei trattati del Talmud che pervennero soli sino a noi, abbraccino soltanto (coi due commentarii più importanti; il Rascì e Tossafot) 2947 fogli, ripartiti in 12 vol. in foglio.

(97) SANHEDRIN, fol. 58.

(98) _Hiruvim_, fol. 63.

(99) Tomo 2, pag. 903.

(100) KAMÀ, fol. 38.

(101) Si allude qui al passo del Levitico (XVIII, 5) dove è scritto: Osservate, dico, i miei statuti e le mie leggi, le quali chiunque metterà in opera vivrà per essi.

(102) SIFRÀ, sez. _Acharè-Mod_ verso la fine.

(103) JEVAMOT, 61 a.

(104) NUMERI XIX, 14.

(105) Veggansi TOSSAFOD, JEVAMOD, fol. 61. _Smemagheâgn_ e l'opera del rabbino MOSÈ KUNCHYED, intitolata _Ben Jochai_, pag. 27.

(106) Credo aver provato la falsità della accusa mossa al Talmud, ma se qualcuno riescisse proprio a convincermi, locchè non credo, che gli Ebrei consideravano gli altri popoli siccome bestie, risponderei che chi è senza peccato lanci la prima pietra, certo che non potrebbero lanciarla neppure i Cristiani. Trovo infatti nel dottissimo libro del signor Dumont: _Justice criminelle des Duchés de Lorraine et de Bar, de Bassigny et des Trois Evêchés_ (Nancy, 1848, 2 vol. in 8º), questa curiosissima notizia. Dopo aver parlato delle leggi criminali contro coloro che si rendevano colpevoli di atti di libidine contro natura sulle bestie, soggiunge (p. 184, v. II): “Ciò che si durerà fatica a credere è che a questa categoria di delitti venivano ascritti anche i rapporti naturali dei due sessi cogli infedeli, come per esempio Turchi ed Ebrei, per la ragione che la nostra santa religione LI CONSIDERA COME BESTIE, non per natura, ma per la loro durissima malizia, la Fede proibendo di conversare con loro ed a maggior ragione di giacere e di conversare carnalmente con essi loro.” Si noti che mentre la frase del Talmud rimaneva nella peggior ipotesi _telum imbelle sine ictu_, la disposizione benignissima che ho testè riferito conduceva a questa pratica applicazione. Siccome nel caso di bestialità, la bestia, strumento passivo, veniva bruciata assieme al colpevole, perchè, dicevano, bisognava annientare tutto quanto poteva rammentare un così orribile scandalo, così un'ebrea od una mussulmana anche se violentemente stuprata da un cristiano, doveva venir con esso bruciata! E dire che noi Europei, con questi esempi in casa nostra, osiamo tuttodì calunniare l'Islam e parlare di giustizia turca!

(107) AVOD, 3, 19.

(108) N. 3 del 16 giugno 1883.

(109) Veggasi quanto su questo argomento scriveva tre secoli or sono il dottore Davide de Pomis (_De Medico Ebreo_, _sectio septima_): Cfr. LAMPRONTI, _Dizionario Rituale_ e BENEDETTO, _Apologetica_. Mantova, 1775.

(110) HOLIN, fol. 13 b.

(111) TALMUD PERCK HELEK, pag. 105. — TOSSAFTÀ, cap. XIII.

(112) SANHEDRIN, 56 a.

(113) HAGHIGÀ, 13, 1.

(114) LUZZATTO, _Teol. morale israelitica_. Padova, Bianchi, pag. 27.

(115) PLANTAVITIUS, _Florilegium rabbinicum_, pag. 216, n. 1428.

(116) TALMUD, _Tahanid_, cap. 3. Chi ne avesse agio legga in _Parabole, leggende e pensieri raccolti dai libri talmudici_ dal prof. Giuseppe Levi, Firenze, Le Monnier, 1861, la novella di cui questa massima non è che la morale, e legga l'intiero libro chi vuol formarsi del Talmud un esatto concetto.

(117) SABAT, I.

(118) ABOT di Rabbi Natan, XLI.

(119) Leggi Ripuarie, tit. XLVI; MONTESQUIEU, _Esprit des lois_, libro XXX, cap. 20.

(120) BARAIDÀ DERIBBI ISMAEL.

(121) TALMUD JERUSALMÌ, _Nedarim_, IX.

(122) RABOT, pag. 28, a.

(123) Hillel fu, siccome è noto, illustre caposcuola del tempo di Erode.

(124) TALMUD, _Trattato Sciabad_, pag. 31. Cfr. PLANTAVITIUS, _Flor._, p. 261, n. 1393.

(125) BERESCID RABBÀ, cap. 24, Cfr. GENESI, V, 1.

(126) TALMUD, _Jevamot_, pag. 13.

(127) TALMUD, _Hiruvim_, fol. 41.

(128) Vedi fra i documenti.

(129) _Op. cit._

(130) TANHUMÀ, Sez. _Scimini_.

(131) AVOD, II. 5.

(132) RABOT, fol. 225, a.

(133) TALMUD, _Berahot_, fol. 2.

(134) TALMUD, _Sanhedrin_, 98 b. Cfr., ib. 396 e _Meguillà_ 106.

(135) JALKUT, pag. 20, 2.

(136) JALKUT, _Jeossua_, fol. 9, 2.

(137) LEON MODENA, RABI ebreo da Venezia. _Historia dei riti ebraici_, Venetia, MDCLXIX. Appresso li Prodotti, p. IV e XI, 109 e 110.

(138) Lettera inedita di S. D. LUZZATTO, Padova, 26 dicembre 1836; in _Vessillo Israelitico_, ottobre 1876, p. 325.

(139) Da una circolare con cui ordina le preghiere d'uso per l'inaugurazione dei lavori parlamentari nell'anno 1876.

(140) PAOLO MEDICI, _Riti e costumi degli Ebrei confutati_. Venezia, Bartoli, MDCCXLVI.

(141) MEDICI, _op. cit._, pag. 101–102.

(142) Più esattamente _Tahanid_, 27, 2.

(143) _Op. cit._, pag. 129.

(144) I. RE, XX, 31.

(145) JEVAMOD, fol. 79.

(146) JOM TOV, fol. 32.

(147) TALMUD _Betzà_, 32, 6.

(148) GHITTIN, 61, a. Nello stesso trattato è raccomandato agli israeliti di non impedire agli stranieri idolatri di prendere la loro parte di quanto avanza dopo la mietitura e la vendemmia. Cfr. MAIMONIDE, _De jure peregrini_, V. 12.

(149) MODENA, _op. cit._, parte 1ª, cap. 14, pag. 33.

(150) DE GERANDO. _Della beneficenza pubblica_, in Bibl. dell'Econ., serie II, vol. 13, pag. 1599.

(151) _Revue des deux Mondes_, 1º luglio 1883.

(152) BERACHOD, 59.

(153) GHITTIN, capo I.

(154) SOTÀ, 14, a.

(155) AVOT, capo I.

(156) SMÀ, 49 b.

(157) TALMUD SOTÀ, 14 a.

(158) AVOT, V.

(159) HAVOD DERIBI NADAN, cap. 31.

(160) SOTHÀ, fol. 6.

(161) SOTHÀ, VIII.

(162) SCIABBAD, 39.

(163) PEÀ V, Cfr. AVOT DE R. NATHAN, III.

(164) Ecco sulle leggi ebraiche un non sospetto giudizio: _Patres christiani summopere jura hebraeorum commendarunt et apud Grecos philosophos placita juris Hebraici plurima reperire licet._ UGOLINI, tomo X, pag. 513 e 514, ex SELDENO, _De jure naturali et gentium_, cap. X.

(165) MISCHNÀ MACOD, capo I, § 10.

(166) SANHEDRIN, fol. 45, a.

(167) GIUDA LEVI, _Cosri_.

(168) SOTHÀ, I.

(169) CHEDUVOD, capo XIII.

(170) FOURNIER, _l'Esprit dans l'Histoire_, Paris, Dentu, 1852, pag. 425.

(171) MEGHILÀ, 16, 1.

(172) BAVÀ MEZIÀ, 85 a.

(173) HAVOD DERIBI NATAN, capo 4.

(174) NEDARIM, 81.

(175) KIDDUSCIM, I.

(176) SOTHÀ, cap. 3. — _Mischnà_ 4 al nome di _Ben Azai_.

(177) JEVAMOD, capo V.

(178) GHITTIN, capo IX.

(179) BAVÀ MEZIÀ, capo 4.

(180) SOTHÀ, II.

(181) BERAHOT, 2.

(182) HOLIN, VI.

(183) BAVÀ MEZIÀ, capo IV.

(184) SANHEDRIN, II.

(185) _Op. cit._, parte I, capo 14, pag. 33.

(186) GHITTIN, 62 a.

(187) BAVÀ MAZIÀ, 118 b.

(188) SIFRI Sez. Ekev, capo 43.

(189) RABOD, fol. 139.

(190) ISAAC LEVY, _Défense du Judaïsme_. Paris, Librairie Internationale, 1867, pag. 56.

(191) LUZZATTO, _Lezioni di teol. morale Israel._ Padova, Bianchi, 1862, pag. 33 e 34.

(192) HAGHIGÀ, 5.

III.

Attitudini economiche dell'Ebreo.

L'Ebreo è essenzialmente commerciante ed usuraio, egli non è e non vuol essere agricoltore, operaio; non vuol partecipare alla vita dei popoli frammezzo a cui vive, ma si tiene accampato in mezzo ad essi pronto a sugger loro il sangue dalle vene coi suoi raggiri commerciali. Il _Talmud_, sempre l'esecrando Talmud, gli impone il dovere di derubare, di spogliare il Cristiano.

Ecco le accuse che un tempo si muovevano agli Ebrei, e che loro si muovono ancora nei paesi meno civili.

L'Ebreo si accaparra i più lauti impieghi, le funzioni cui sono annessi maggiori stipendi e maggiore influenza. In Francia, in Italia, in Germania si è reso padrone della stampa; il numero dei deputati e dei senatori ebrei, nei paesi, ove, infrante tutte le barriere, godono della pienezza dei loro diritti, è strabocchevole in confronto del loro esiguo numero.

Ecco le accuse che oggi si muovono agli Ebrei nei paesi più civili d'Europa.

E su questi temi si ricama a sazietà, e non mancano i belli spiriti per far notare la mirabile duttilità di questo popolo, che sempre intento al proprio interesse, si piega ai varii tempi, ed ai varii paesi; usuraio nell'evo medio, ed oggi ancora in Polonia, in Ungheria, in Rumenia, dovunque insomma le condizioni generali della società di poco differiscono da quelle del medio evo; legislatore, pubblicista, uomo di lettere, avvocato, in Inghilterra, in Francia, in Italia, nell'Europa civile insomma; ma sempre, dovunque, inteso soltanto ad arricchirsi.

Se i frizzi fossero argomenti, noi potremmo chiedere ai nostri contraddittori quale sia l'uomo, quale il popolo, che non cerchi di migliorare la propria condizione economica e sociale.

Ma preferiamo argomenti più serii.

Prima della ruina di Gerusalemme il popolo ebreo non dovette essere estraneo a nessuna professione. Vi erano in Giudea pubblici edifizi, la cui manutenzione esigeva la presenza di operai abili. Una nazione, che nelle sue lunghe emigrazioni e durante la cattività, era stata in grado di attingere, nei varî paesi dove aveva stabilito la sua dimora, l'idea di molti e nuovi bisogni, non mancava certamente di uomini capaci di procurarle gli oggetti che le erano necessari: non vi può quindi esser dubbio che gli Ebrei si consacrassero nella loro patria all'esercizio delle arti meccaniche.

La pastorizia e l'agricoltura — le due industrie che Sully, il grande ministro di Enrico IV, chiamava le due mammelle dello Stato — erano in favore appo loro. Mosè, lo dice il signor de Segur, e chiunque abbia letto la Bibbia non può negarlo, aveva fatto degli Ebrei un popolo di agricoltori.

Una sola industria pare non attecchisse fra gli Ebrei di Palestina: il commercio.

“Il popolo ebreo, dice Roscher, per ciò che riguarda le sue doti morali non secondo ad alcuno altro popolo della terra, durante la sua indipendenza politica, per la rigorosa disciplina però della legge mosaica, s'era lasciato circoscrivere all'agricoltura ed alla pastorizia con esclusione di tutte le altre parti dello sviluppo economico. Dispregiavasi allora tanto più il commercio, in quanto che lo spirituale contatto con vicini dediti al paganesimo era grandemente temuto” (193). Nè poteva esser commerciante un popolo come l'ebreo dedito alla vita campestre e siffattamente avverso ai pericoli marittimi ed alle peregrinazioni, che, costretto per forza alla vita girovaga nelle sue prime cattività, serba però l'amore della sua terra, vi ritorna numeroso, e sforzato a mutar paese, preferisce all'esilio la morte (194).

Come va dunque che questo popolo essenzialmente agricolo, questo popolo che, come ebbimo già occasione di notare, pone, a capo delle sue leggi tradizionali, un trattato di legislazione agricola, questo popolo, cui nessuna industria, tranne il commercio, era estranea, divenisse a poco a poco esclusivamente commerciante e concentrasse per secoli la miglior parte della sua attività in quella industria appunto da cui maggiormente abborrivano i suoi antenati?

A Roma, dove, come già vedemmo, gli Ebrei erano numerosissimi, essi, vivendo sullo stesso piede dei cittadini romani, si consacravano ad ogni genere di industria.

Vennero i tempi delle persecuzioni, e delle numerose interdizioni economiche di cui gli Ebrei furono vittima, e prima fra queste interdizioni fu quella che proibiva loro l'acquisto di beni stabili. Da qui l'impossibilità per l'ebreo agiato di consacrarsi all'agricoltura. È vero che questo divieto di possedere beni stabili non fu sempre e dovunque osservato con uguale rigidezza, ma anche là dove la legge avrebbe forse permesso loro l'acquisto di qualche pezzo di terra, come mai avrebbe potuto risolversi un ebreo a comperarlo, se sempre e dovunque essi non erano che tollerati e continuamente minacciati di espulsione? Chi non sa la sicurezza essere la prima condizione della proprietà fondiaria? Tolta agli Ebrei agiati la possibilità di divenir proprietari, ne veniva per conseguenza che gli Ebrei poveri rifuggissero dall'agricoltura. Chi è mai quell'uomo che abbraccia spontaneamente un'arte, un mestiere qualsiasi, quando sa già da prima che in quell'arte, in quel mestiere, gli sarà vietato ogni progresso? Chi entrerebbe volontario nelle milizie, quando avesse la certezza assoluta di non divenir mai tampoco caporale? e chi vorrebbe darsi ai lavori agricoli sapendo di non poter mai divenir proprietario del più modesto pezzo di terra? E d'altronde l'odio cui eran fatti segno gli Ebrei avrebbe loro permesso di trovar lavoro sui campi altrui, quando ai loro correligionari ricchi era vietato di possederne? È almeno lecito il dubitarne.

E se ad essi era vietata l'agricoltura, lo era del pari l'esercizio delle arti, delle manifatture.

Il regime delle corporazioni di arti e mestieri, che fu la forma quasi esclusiva dell'ordinamento del lavoro, dall'età di mezzo fino a Turgot ed a Luigi XVI, bastava da solo a togliere agli Ebrei ogni possibilità di esercitare qualsivoglia industria.

Tenuto a vile, dispregiato, odiato, l'Ebreo è costretto ad abbracciare l'unica professione che gli si lascia libera, e questa professione è quella che fin dai tempi di Cicerone era ritenuta sordida (195): il commercio.

Sarà gloria dell'Ebreo aver rialzato questa professione, e se stesso con essa, ed aver sempre lottato e reagito contro il pregiudizio castigliano che aveva infettato l'Europa intiera: la nobiltà consistere nell'ozio.

Ma già udiamo obbiettarci che ciò che si rimprovera agli Ebrei non è soltanto l'abbandono dell'agricoltura e delle altre industrie, ma specialmente l'esercizio dell'usura e la disonestà nel commercio.

Veniamo quindi all'usura.

Fra le molte accuse lanciate contro gli Ebrei dei tempi di Augusto a Roma non troviamo questa di usura.

Ma sarebbe un voler negare la luce del sole, negare che essi abbiano nei tempi posteriori esercitato l'esosa industria.

Sarà però opportuno intendersi subito sul significato vero di questa brutta parola.

“L'interesse dei capitali prestati, dice il principe degli Economisti francesi, chiamato mal a proposito _interesse del danaro_, chiamavasi anticamente _usura_ (fitto dell'uso, del godimento), ed era la parola propria, poichè l'interesse è un prezzo, un fitto che si paga per avere il godimento di un valore. Ma questa parola è diventata odiosa, essa non desta più se non l'idea di un interesse illegale, esorbitante, talchè se ne è a lei sostituita un'altra più onesta e meno espressiva secondo il solito” (196).

Allorquando noi troviamo quindi impiegata dagli storici la parola _usura_, non dobbiamo prenderla nel senso che oggi vi si annette.

Oggi che le leggi, informandosi ai canoni della scienza economica, riconoscono la libertà dell'interesse, oggi che il negoziante, l'industriale, trova facilmente, ad equo interesse, i capitali di cui abbisogna, oggi infine che il denaro è a buon diritto considerato una merce come qualsivoglia altra, oggi l'usuraio è quel vilissimo trafficante che specula sulle dissipazioni della gioventù, o sui bisogni di quegli infelici che ridotti alla estrema miseria non potrebbero procurarsi altrimenti il denaro di cui abbisognano.

Nei tempi andati ben diversamente procedevano le cose.

Tutti sanno quanto odiosi si fossero resi nell'antica Roma i prestatori di denaro.

Bruto, Cassio, Antonio, Silla, persino il gran Pompeo ed il severo Catone prestano ad usura e non arrossiscono di esigere interessi che variano dal 48 al 70 per cento all'anno.