Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti
Part 6
“Questi due casi intendonsi del pagamento del prezzo, perchè ciò non vuol dire: Se qualcheduno ha ferito il tuo cavallo, tu ferisci il suo; ma bensì: Prendi il suo cavallo e pagati. Difatti non vi sarebbe per te nessun vantaggio a colpire il cavallo. Così se qualcuno ti taglia la mano, non è detto tagliagli a tua volta la mano, perchè non vi sarebbe per te nessun vantaggio a tagliargli la mano. È inutile far notare tutto ciò che vi sarebbe di contrario alla giustizia ed alla sana ragione in sentenze pronunziate sulla base del principio: frattura per frattura, ferita per ferita, cattiveria per cattiveria. Difatti come potremmo noi misurare, graduare esattamente tali cose; uno, per caso, muore in conseguenza d'una ferita ed un altro no. Possiamo noi essere giudici esatti del più e del meno? Strapperemo noi un occhio tanto a chi ne ha uno solo come a chi ne ha due? Così uno diverrebbe cieco, l'altro soltanto monocolo. La legge dice: l'uomo sopporterà le conseguenze del male che ha fatto” (167).
Le dottrine giuridiche del Talmud meriterebbero, del resto, da sole, l'onore di uno speciale volume. “Quando è, dice un dottore, che giustizia e benevolenza s'incontrano? Allorquando due litiganti vengono ad un accomodamento pacifico.” Legislatori che tanto prediligevano la conciliazione, non potevano dimenticarsi di reprimere l'avidità di coloro che, troppo spesso, spiegano dinanzi ai tribunali azioni temerarie. “Chi esige ciò che non gli spetta, nonchè veder frustrate le ingiuste sue richieste perde pure ciò che di fatto possiede” (168). Le più minuziose raccomandazioni sono fatte ai giudici, perchè non si lascino in nessun modo influenzare da nessuna delle due parti contendenti: “Non ti costituir giudice, nè del tuo amico, nè del tuo nemico, poichè nel primo non sapresti ravvisare la colpa, nel secondo l'innocenza” (169). Il precetto del Levitico (XIX, 15): _Non aver riguardo alla qualità del povero_, vi è ampiamente sviluppato, e, mentre da un lato si impiega ogni mezzo per impedire che il giudice faccia traboccare la bilancia della giustizia a pro del ricco, gli si raccomanda poi di non lasciarsi vincere dalla compassione verso il povero a scapito della giustizia.
Si direbbe che il motto di Lessing “bisogna esser giusti anche col diavolo,” sia il compendio delle dottrine talmudiche; e se, sventuratamente per la magistratura francese, il famoso motto: _“La Cour rend des arrêts et non des services”_ non venne mai pronunciato (170), i giudici del Talmud si ispirano ad un principio di giustizia ancor più completo: _I Tribunali non rendono servigio ai potenti e non beneficano gl'indigenti_. Il fatto solo del resto che il legislatore abbia creduto necessario moltiplicare i precetti per mettere in guardia i giudici contro gli impulsi del cuore, troppo facile a favorire l'indigente a danno del ricco ed a scapito della giustizia, mostra di qual tempra fossero, in quei tempi, i giudici in Israello.
Nè men bella è la disposizione talmudica che mentre eccettua talune classi di persone dal deporre in giudizio, dispone poi che tutti indistintamente possano esser sentiti nelle cause criminali, ma unicamente come testi a difesa. Le stesse formalità di cui è circondata la pena di morte, che vedemmo del resto eseguirsi assai di rado, mostrano quanto rispetto, anco in quelle epoche di ferrea giurisprudenza, avessero i dottori del Talmud per la vita umana.
Prima di lasciare questo argomento ci si permetta notare un'altra disposizione del Talmud, che mostra quanto quei dottori avessero nettamente tracciata la distinzione tra la legge religiosa e la civile. I Tribunali non potranno costringere chicchessia all'osservanza di un precetto affermativo, quando la legge divina abbia sancito un premio per l'osservanza di tale precetto.
E, come nelle dottrine giuridiche, così anche nelle sociali, il _Talmud_ precorreva i tempi. Nessun libro, crediamo, del medio-evo, inculca ed esalta tanto i beneficii dell'istruzione quanto il _Talmud_.
Se la bella massima del Salmista, che la sapienza cristiana volle sempre sotto gli occhi degli studiosi: _Initium sapientiae timor Domini_ non è espressamente scritta nel _Talmud_ vi è in compenso quest'altra, prova dell'infinita tolleranza dei Talmudisti anche in materia di dottrina; “Chiunque pronuncia qualche sapiente parola, anche se idolatra, è sempre savio” (171).
Frequentissime sono nel _Talmud_ massime come questa: “Chi istruisce il compagno sarà ben accolto nel cielo. — Chi istruisce la plebe, la sua preghiera sarà sì potente, da volgere in suo favore i divini giudizi” (172).
Oppure: “Chi istruisce le masse ha ugual merito di chi offre sacrifizi” (173).
E quest'altra, in cui all'amore dell'istruzione si congiunge il sentimento della vera democrazia: “Curate l'istruzione dei poveri, che da essi sorgeranno i veri cultori della scienza. Perchè ordinariamente i dotti escono di mezzo a loro? Perchè non si creda che la scienza sia un'eredità” (174).
Nè l'istruzione deve essere soltanto religiosa, ma anco professionale. “Come è dovere del padre di istruire il figlio nella religione, così egli è obbligato a fargli apprendere una professione. Chi non fa apprendere a suo figlio una professione è come se lo indirizzasse per la via dell'assassinio” (175).
E, cosa strana, pel libro di una religione che fu accusata di trascurare la donna, non mancano nemmeno, nel _Talmud_, precetti per raccomandare l'istruzione della donna: “Ogni uomo è obbligato ad insegnare la legge a sua figlia” (176).
Del resto se la parte assegnata alla donna nel mondo giudaico non è al tutto conforme alle idee del nostro secolo, sarebbe ingiustizia il negare che il Talmud curò con ogni mezzo di rinserrare i vincoli di famiglia, di innalzare la dignità morale della donna. Valgano queste massime a dimostrarlo.
“Dicono i savii, chi ama la propria moglie come se stesso, e la onora più che se stesso, e chi indirizza i suoi figli e le sue figlie nella via retta, e colloca questi quando sono giunti all'età del matrimonio, di lui è detto: e riconoscerai che è pace nella sua tenda” (177).
“Chi ripudia la sua prima moglie, persino l'altare versa su di lui lagrime” (178).
“Sempre dee esser l'uomo attento di non addolorar sua moglie perchè le sue lagrime essendo pronte, anche la pena è pronta.
“Sempre deve essere l'uomo attento di onorare sua moglie, perchè la benedizione non si trova in casa dell'uomo che in grazia della moglie” (179).
“Per merito delle donne pie furon liberati gli Ebrei dall'Egitto” (180).
“Augusta ricompensa serba Dio alla donna. Rav diceva a Rabì Hiyà, grande è il merito della donna, comecchè dessa sparga i primi più efficaci semi della religiosa educazione nei teneri petti de' fanciulli, dessa accuratamente veglia alle domestiche cose, mentre il marito s'occupa degli affari e degli studi religiosi” (181).
“L'uomo deve nutrirsi d'alimenti che sieno al dissotto della sua fortuna, vestirsi come la sua fortuna gli consente, ma provvedere ai bisogni di sua moglie e dei suoi figli al dissopra della sua fortuna, perocchè questi ultimi dipendano da lui, egli dal Creatore dell'Universo” (182).
“Se la tua sposa è di bassa statura, e tu ti china per udirne il parere” (183).
“Ogni perdita può ripararsi, eccetto che quella della donna del nostro cuore. Il marito non muore che per sua moglie, e la donna che per suo marito” (184).
Il Talmud del resto non è estraneo a nessuno di quei gentili sentimenti dei quali la età nostra sembra reclamare il privilegio.
Fin dal XVI secolo il già citato Modena scriveva:
“Per effetto di pietà si guardano molto anco di non tormentare, nè maltrattare, nè far morire crudelmente niun animale irrationale, e da che tutte son cose create da Dio, dalle parole del Salm. 144. _Et miserationes eius super omnia opera eius_” (185).
Ed infatti non mancano nel Talmud precetti che sembrano articoli staccati dal regolamento di qualche moderna società zoofila, e che farebbero balzare dalla gioia il cuore di qualunque vecchia pulzellona protestante di Londra e di Boston:
“È proibito all'uomo di prendere alcun cibo, sino a che non abbia dato da mangiare ai suoi animali” (186).
“Il divieto di maltrattare gli animali è divieto della divina legge” (187).
“Deve l'uomo tenere per buon augurio, il vedere le proprie bestie mangiare e saziarsi” (188).
E chiudo questa, troppo lunga, serie di citazioni con questa altra, che basta da sola a provare, il concetto dell'uguaglianza degli uomini dinanzi a Dio non essere monopolio esclusivo di nessuna religione:
“Presso di noi, il povero è spesso respinto mentre il ricco è ascoltato. Ma dinanzi a Dio tutti gli uomini sono eguali; egli ascolta i ricchi ed i poveri, le donne e gli schiavi” (189).
Altre citazioni non faremo, perchè queste bastano a dare un'idea esatta del _Talmud_ a quelli che non apportano nessuna idea preconcetta nell'esame delle questioni.
Quanto agli altri, anco se moltiplicassimo queste citazioni all'infinito, non mancherebbero di opporci che abbiam citato i brani del _Talmud_ che fanno onore a chi li scrisse, ed abbiamo taciuto gli altri.
E certamente, lo abbiamo già detto, lo ripeteremo, e lo grideremmo, occorrendo, anche sopra i muricciuoli, vi sono nel _Talmud_ dei brani che sono lungi dal deporre in favore di coloro che li dettarono.
Ma prima di tutto convien osservare che essi si trovano in quella parte del _Talmud_ che dicesi _Agadà_ e che non è obbligatoria per gli Ebrei (190).
Ma, dato pure e non concesso, che l'_Halahà_, cioè quella parte del _Talmud_ che racchiude le prescrizioni rituali, contenesse qualche precetto che non fosse intieramente in armonia colle idee larghe e liberali del secolo, ogni uomo veramente imparziale dovrebbe incolparne, più che gli autori del _Talmud_, i tempi e le condizioni, in cui scrissero.
Ciò che ogni Cristiano, ogni uomo ha il diritto di conoscere, sono i criteri coi quali gli Ebrei d'oggigiorno applicano il _Talmud_, e questi criteri ce li dà il più illustre Rabbino italiano del nostro secolo, il più volte citato prof. S. D. Luzzatto, di Padova.
“Del resto qualunque proposizione e qualunque racconto, che potessero trovarsi nel _Talmud_ o negli altri scritti talmudici, i quali fossero in opposizione coi sentimenti di universale umanità e giustizia, insinuati dalla natura egualmente e dalla Sacra Scrittura, debbono riguardarsi non già come dettami della Religione, e nemmeno della Tradizione, ma siccome sgraziati suggerimenti delle calamitose circostanze e delle pubbliche e private vessazioni e sevizie cui gli Ebrei andavano esposti nei secoli di barbarie” (191).
Riassumendo tutto quanto siam venuti dicendo, concluderemo:
1º Il complesso delle dottrine del _Talmud_ è ispirato a principii di tolleranza, carità ed amore;
2º Vi si riscontrano per altro dei brani, frutto di opinioni individuali, che ripugnano ai principii moderni.
3º Questi brani sono rigettati dagli Ebrei moderni, siccome il portato naturale delle condizioni di altri tempi; sicchè sarebbe altrettanto vano ed odioso far colpa ad essi di siffatte teorie, che solennemente ripudiano, quanto far colpa alla Chiesa Cattolica di certi brani del Molina, dell'Escobar e del Sanchez o delle espettorazioni stupide e calunniose di quel sacerdote Rohling, di cui, sormontando il ribrezzo che ispirano i rettili, dovremo occuparci più tardi.
Non faccia poi meraviglia il vedere che non abbiamo parlato dell'accusa che si muove al _Talmud_ di eccitare gli Ebrei a frodare coloro che non professano la fede mosaica, questo argomento si connette tanto strettamente all'altro dell'usura che assieme li verremo svolgendo nel futuro capitolo; paghi per ora di por fine a questo, con un'ultima citazione, che ci pare abbastanza espressiva: “Chi commette ingiustizia verso il forestiero è come la commettesse verso Dio” (192).
(54) _History of cristianyty from the birt of Christ to the extinction of paganism by Dan H.H. Milmann._
(55) Lo stesso fatto si ripete per le tradizioni che servono di spiegazione al Zend-Avesta e che si fanno risalire allo stesso Zoroastro. (Cfr. SPIEGEL, _Erân_, pag. 365). Nella letteratura indiana i nomi degli autori dei principali _Upanishads_ sono del paro sconosciuti. “E deve essere così, nota l'illustre Max Müller, per questa sorta di opere; perocchè contengono trattati sulle più elevate questioni, i quali perderebbero ogni autorità se fossero presentati agli occhi del popolo come opera dell'immaginazione di un uomo.” (_History of ancient sanskrit literature_, ed. 2, pag. 327).
(56) AVOD, capo I, § 1.
(57) Questi, a nostro subordinato parere, dimenticano che il monopolio dello studio della legge non è, e non fu mai nell'indole della religione mosaica. Nei tempi biblici, sacerdoti e leviti non formarono mai una casta privilegiata — _Lex major sacerdotio_ — ma costituivano la parte più dipendente e meno provveduta di tutta la nazione: “_Tu non avrai alcuna eredità nella terra loro e non avrai parte fra loro_” (NUM. XVIII, 20). Moltissimi profeti e dottori non appartenevano a caste sacerdotali o levitiche ma uscivano dalle infime classi del popolo. Nei tempi talmudici poi, la maggior parte dei più eminenti dottori non furono che umili artigiani: fabbricanti di tende o di sandali, tessitori, falegnami, conciatori, fornai, cuochi. Un presidente dell'accademia nominato in luogo di un altro, che era stato deposto per la sua insolenza, venne trovato da coloro che si recavano ad annunziargli la sua elezione, nero e sudicio fra i suoi mucchi di carbone; nè di ciò potrà meravigliarsi chi sappia essere scritto nel Talmud: “_È bella la scienza religiosa accoppiata al lavoro; congiunti insieme salvano dal peccato. Scienza religiosa senza lavoro si perde e mena al male._”
(58) Gli Ebrei non sarebbero stati i soli fra i popoli orientali a diffidare dei commentatori. È notevolissimo su di essi, questo giudizio che ci vien proprio dalla terra classica dei commentatori: “Quello che è troppo oscuro lo tralasciano, e ti dicono: è cosa chiara; nelle cose chiare si perdono in infinite lungaggini, con gran paroloni, con molte chiacchiere che non fanno al caso, causano confusione a chi li sente: insomma tutti i commentatori imbrogliano le cose.” Così Bhojatâjâ nel commento al Pâtanjalam yogasutram (_The yoga aphorisms_, Calcutta, 1851, Bibl. Indica).
(59) _Israelitischen Annalen_ del dott. JOST, anno 3º, vol. I, pag. 143 et _alibi_.
(60) È un fatto costante l'antipatia degli Ebrei per le leggi codificate. Anche il Talmud, come vedremo, è ben lungi dall'aver forma di legge; è una raccolta di discussioni e non più, sicchè si può dire che il primo a dar forma di codice alla tradizione presso gli Ebrei, fosse il Maimonide, che del resto fu perciò aspramente criticato da molti ed anche ai nostri giorni da S. D. Luzzatto. (V. _Israelitischen Annalen_ di JOST, Francoforte s. M. Anno III, 1841, pag. 21 e 22). Se un giorno potrà stabilirsi che il divieto di scrivere la tradizione presso gli Ebrei, proveniva dal desiderio di lasciar aperta la porta a continue modificazioni della legge orale, senza scemarne il prestigio, sarà curioso trovare, in tanta differenza di tempi e di costumi, presso gli Ebrei, lo stesso sentimento che impedisce agli inglesi di codificare la loro costituzione, sicchè mantenendosi fedeli al loro vecchio adagio _Nolimus leges Angliae mutari_ camminano pur sempre alla testa di ogni _vero_ progresso politico. Ed a questo proposito giovi, per completare il parallelo, far notare che l'assioma talmudico, _la consuetudine sradica la legge_, (TALMUD GEROSOL., _Bavà Mezià_, capo VII in principio) è massima sempre viva in Inghilterra.
(61) Lo stesso accade agli Indiani: una parte della loro letteratura non fu conservata che per tradizione orale: “Non si può farsi un'idea, dice Max Müller (_Op. cit._, pag. 501), delle potenti facoltà che acquista la memoria in un organismo sociale tanto differente dal nostro, quanto i _Parishad_ indiani lo sono dalle nostre Università. La forza della memoria, quale noi la vediamo e l'intendiamo, mostra come le nozioni che noi abbiamo dei limiti di questa facoltà siano del tutto arbitrarie. La nostra memoria fu da tempo remotissimo sistematicamente indebolita. Oggi ancora che i manoscritti non sono nè rari, nè cari, i giovani bramini non apprendono i canti dei Veda, i Brâhmana ed i Sutra se non per tradizione orale e mandandoli a memoria.” A queste osservazioni dell'illustre professore di Oxford aggiungeremo che oggi ancora nei paesi dove gli Ebrei studiano il Talmud non è difficile trovare giovanetti che lo sanno quasi intieramente a memoria, sicchè possono a prima vista trovare, in quella immensa e disordinata farraggine, il brano che da loro si richiede; sei o sette anni or sono tutti i giornali parlarono di un giovane ebreo di 25 anni, David Rosenfeld, di Minsk in Russia, che non soltanto sapeva tutto il _Talmud_ a memoria e poteva indicare in qual pagina si trovasse ogni frase che gli si accennava, ma aveva nello stesso modo presenti alla memoria i due vasti commentarii di quell'opera: _Rascì_ e _Tossafot_. Ciò del resto non deve far meraviglia allorquando si pensa che nella Legge di Mosè sta scritto: “Tu li ripeterai ai tuoi figliuoli, e ne parlerai con essi, stando in casa, camminando per la via e coricandoti ed alzandoti.”
(62) La _Mischnà_ venne pubblicata con una versione latina del testo e dei commentari di Maimonide e di Bartenora ed accompagnata da note di parecchi dotti, per opera del Surenusio in Amsterdam 1698–1703, volumi 6 in folio. Se ne ha pure cogli stessi commenti una versione spagnuola, Venezia, 1601, ed una tedesca ne pubblicò il Rabe in Anspach nel 1761.
(63) _Tanà_ è verbo caldaico, corrispondente all'ebraico _Scianà_ che vale _insegnare_, sicchè _Tanaim_ varrebbe _maestri_ come _Mischnà_ significa _insegnamento_.
(64) Voglia, signor lettore, notare che la legge orale di un popolo che vedremo più tardi accusato di disprezzare i lavori della campagna, si apre appunto con un trattato sull'agricoltura.
(65) Nelle novelle di Giustiniano la _Mischnà_ è designata sotto il nome di δευτέρωσις (Cfr. NOVELLA 146, 1 e SANT'AGOSTINO, _Contra adversar. legis et prophetarum_, II, 1). Questa parola greca che significa _seconda legge_, non traduce esattamente la parola _mischnà_. L'errore proviene dall'avere il verbo _scianà_ due significati, _insegnare_ e _ripetere_, e dall'avere taluni creduto che in questo secondo significato anzichè nel primo si dovesse cercare l'origine della parola _mischnà_.
(66) ABOT, capo II.
(67) BAVÀ METZIÀ, 30, 6.
(68) PEÀ, cap. I.
(69) CHIDUSCIM, 40, 6.
(70) GHITTIN, cap. 5, Mischnà, 8.
(71) Il nome di _talmud_ deriva dal verbo _lamad_ apprendere, insegnare, quasi a dire: dottrina, insegnamento.
(72) I professori S. D. Luzzatto e Graetz opinano, contro l'autorità del Maimonide, che tanto la _Ghemarà_ di Gerusalemme, quanto l'altra di Babilonia non sieno state poste in iscritto che molti anni dopo la morte dei rispettivi compilatori. Come già osservammo a proposito della _Mischnà_ è questione controversa assai, ed a noi basti averla accennata.
(73) Sora, città della Mesopotamia, posta in una regione fertilissima, sui laghi formati dall'Eufrate, e di cui uno appunto era chiamato Sora. Rab, detto anche Abbà Areckha, vi stabilì una scuola importante, quella di Neardeà non potendo bastare per tutta la popolazione ebraica fra il Tigri e l'Eufrate. V. NEUBAUER, _La Géographie et le Talmud_, Parigi, 1868, p. 343.
(74) Heine giudicando, col suo istinto di poeta, il Talmud, che non aveva mai letto, definisce nel _Romancero_, l'_Agadà_ un giardino, e l'_Alachà_ una sala di scherma.
(75) La lettura del Talmud, dice STERN (_Ueber den Talmud_, Wurzbourg, 1875, p. 21), prova che i suoi compilatori sono a giorno della scienza contemporanea e che accolgono la verità dovunque si trovi. L'osteologia del corpo umano è spiegata nel Talmud in un modo quasi conforme ai portati della scienza attuale. Il Talmud spiega diverse asserzioni della _Mischnà_ mercè proposizioni geometriche che a quell'epoca dovevano essere note soltanto ad un piccolissimo numero di matematici. Il calendario elaborato da' dottori del Talmud può dirsi relativamente al tempo in cui venne compiuto, un vero capolavoro per l'abilità con cui seppero risolvere la duplice difficoltà che si parava loro dinanzi, evitare che alcune date feste non avessero a cadere in alcuni dati giorni della settimana, senza incorrere nell'altro gravissimo inconveniente di una soverchia disuguaglianza nella lunghezza degli anni. (Cfr. S. D. LUZZATTO, _Discorsi storico-religiosi_, Padova, Crescini, 1870, pag. 16 e 17 in nota).
(76) _Jerusalem and Tiberias, Sora and Cordova, an Introduction to the study of Hebrew, Literature by J. W. Etheridge M. A. Ph. D._
(77) J. SALVADOR. _Hist. des Institut. de Moise et du peuple Hebreu._ Paris, Levy, 1862, tome II, p. 311.
(78) BLANQUI, _Hist. de l'Ec. Pol._ Paris, 1860, vol. I, pagina 143.
(79) Imparziali sempre, non negheremo che vi siano nel Talmud sciocchezze puerili. Vi si discute quanti peli bianchi può avere una giovenca rossa, perchè si possa chiamar rossa; se il gran sacerdote doveva indossare prima una od altra parte dei suoi indumenti; se è lecito di sabato uccidere una pulce od un pidocchio; quando e come si possa mangiare un uovo fatto da una gallina in giorno festivo; ed altre simili insanità. Ma, di grazia, coloro che a siffatte questioni legarono il nome di _bizantine_ erano ebrei? Passiam oltre dunque ridendo, perchè c'è di che ridere, ma ripetendo con Terenzio: _Homo sum umani nihil a me alienum puto._
(80) Trattato SOFERIM.
(81) FRANZ DELITSCH, _Gesch. der jüd. Poesie_, p. IX.
(82) _Revue Britannique_, 1868, tomo I, pag. 424.
(83) _Op. cit._, p. 451, nota n. 8 al cap. II.
(84) _Cozri_, discorso III.
(85) Non a caso, fra le stupide fole con cui si tentò, da fanatici imbecilli, disonorare la religione di Cristo, cito questa di Maria Lateau. Nel corso di questo lavoro dovremo occuparci di un tale professore dell'Università di Praga che colla stessa penna con cui sciolse anni sono un peana alla ciurmatrice belga va ora accatastando calunnie e menzogne contro gli Ebrei; ho nominato il famigerato prof. Rohling.
(86) MACCOT, cap. III.
(87) Saadia ben Josef, capo dell'Accademia di Sora, ed il più illustre fra gli ebrei del X secolo, nella sua opera _Haemunoth Vehadeoth_ riconosce assieme alla scrittura ed alla tradizione l'autorità della ragione, proclama non soltanto il diritto, ma il dovere di esaminare la credenza religiosa, e dimostra come la religione, ben lungi dall'avere a temer la ragione, possa trovarvi un solido appoggio. MUNK _Melanges de phil. juive_, p. 478.