Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti
Part 5
Da quanto si è fin qui detto parrebbe già evidente non doversi mai in nessun caso la parola _goi_ applicare ai Cristiani, ma ne piace far più chiara siffatta dimostrazione, esaminando la questione sotto un altro aspetto.
La _Mischnà_ annovera tra le feste dei _Goim_ le Calende ed i Saturnali. Ci volle davvero nel Bustorfio singolar mala fede, per tradurre nel suo _Lessico Talmudico_ (colonna 2043), in questa guisa le parole della _Mischnà_. _Haec autem sunt festa Christianorum_ (!) _Calendæ, Saturnalia, Quadragesima._ Che le Calende ed i Saturnali non siano state mai feste cristiane sanno anche i bimbi, nè vi ha chi ignori come i primi scrittori cristiani stigmatizzassero con santo zelo gli osceni riti dei saturnali pagani.
Come adunque supporre che la Mischnà abbia potuto dire essere feste dei Cristiani quelle che notoriamente erano dai Cristiani riprovate? _Goim_, in questo caso come sempre, non può tradursi con _Cristiani_, ma con _Pagani_ o _Gentili_.
Nè si obbietti che se i Saturnali o le Calende sono feste pagane, è la Quaresima essenzialmente cristiana; poichè a questa obbiezione si risponde che l'introduzione della parola _Quaresima_ in questo passo è un parto della immaginazione del Bustorfio, il quale non seppe, o non volle, trovare nella lingua greca il vocabolo misnico _Kratesein_. Questa festa è ritenuto dai Talmudisti essere la solennizzazione anniversaria del giorno in cui Roma ha preso l'impero e l'antico lessico talmudico, detto _Aruch_, dice essere voce greca. La voce è accorciata da Κρατησίμαχος vincitore in battaglia, ed indica la festa istituita in commemorazione di qualche solenne vittoria, qual era, per es., presso i Romani il giorno degli Idi di aprile, consecrato a Giove vincitore od alla libertà. E ben a ragione il Perengero tradusse questo vocabolo: _Dies_ Κρατησίμαχος, _sive memoria subjugati alicujus imperii._
Spiegato per tal guisa che nel passo, citato dal Bustorfio, non si parla di alcuna festa cristiana, ma bensì di tre feste pagane, sarà d'uopo convenire che allorquando nel _Talmud_ si incontra la parola _goim_ converrà renderla con quelle di _gentili_, _pagani_, _idolatri_, ma non mai con quella di _cristiani_.
Ma, si dirà, sien pure gli idolatri quelli che il Talmud designa col nome di _goim_, non è però men vero che egli inculca l'odio ed il disprezzo verso di loro, ciò che è sempre contrario ai precetti di carità e di tolleranza.
Obbiezione questa giustissima in bocca di coloro che, conoscendo i santi precetti del Vangelo, vorrebbero che ogni libro di ogni religione a quelli si informasse.
Ma il Talmud non è il Vangelo, ed errerebbe a partito chi volesse confrontare l'uno coll'altro. Il Vangelo è, come il Pentateuco legge rivelata, il Talmud è legge tradizionale. Nei primi è Dio che parla, nel secondo è l'uomo, con tutte le sue debolezze, con tutti i suoi difetti.
Ed il Talmud, non dimentichiamolo, fu composto, quando le persecuzioni, atroci, efferate dei Romani contro gli Ebrei, imperversavano ancora. Il Talmud è il libro di una gente oltraggiata nella sua fede, cacciata dalla sua patria, conculcata nella sua nazionalità, libro umano e non divino, sicchè se lascia talvolta trapelare l'odio dell'oppresso contro l'oppressore, non si può biasimarlo, senza involgere nello stesso biasimo ogni grido di dolore, ogni imprecazione che esca dal petto di una nazione oltraggiata, vilipesa, martirizzata.
Leggiamo le opere dei primi Cristiani che ebbero comuni cogli Ebrei i patimenti e le sofferenze, e vediamo se, malgrado le massime di sublime carità, bandite dal Vangelo, non rivelano l'odio verso il Pagano oppressore e tiranno.
Perdonare agli oppressori, lambire la mano che vi schiaccia, sono atti di virtù eroica, ma appunto perchè tali sarebbe assurdo il far colpa a chi non se ne sente capace.
Ciò che importa notare è che la legge giudaica non fa espressa distinzione dallo israelita al non israelita (_nochrì_) in alcuna di quelle leggi che la giustizia e l'umanità hanno suggerite a tutti i popoli civilizzati. Per esempio i precetti: _Non commettere omicidio_, _non commettere adulterio_, _non rubare_, sono espressi in modo illimitato ed assoluto; e questi misfatti sono indistintamente proibiti, sia che si tratti di commetterli a danno di un israelita o di un non israelita. Ciò fu chiaramente enunciato dal rabbino Eliezer figlio di Natan, vivente in Magonza verso il 1140, e fratello ad un genero di Rascì (114).
Ed anche i Talmudisti, se talvolta si lasciarono sfuggire qualche espressione di ira verso gli oppressori, non mancarono però di inculcare il perdono delle offese, una delle più sublimi fra le virtù evangeliche.
“Perdona a chi ti ha maltrattato, e dà a quello che a te ha rifiutato; se tu cerchi di vendicarti lo rattristerai e ti pentirai del male che avrai fatto. Se invece tu perdoni e ti mostri liberale, te ne rallegrerai in ogni tempo ed in ogni momento” (115).
Ed altrove:
“Sii sempre pieghevole come giunco (benigno con tutti), nè essere mai inflessibile come un cedro (inesorabile verso chi ti offese)” (116).
E più chiaramente:
“Coloro che umiliati da altri non ne anelano la rivincita, che ingiuriati non hanno un pensiero di vendetta, la di cui religione è amore di Dio, che con tacita rassegnazione soffrono le sventure di questa vita, vengono dalla sacra scrittura designati lorchè leggiamo (GIUDICI, v. 31): _Quelli che amano il Signore, sieno come quando il sole esce fuori nella sua forza_” (117).
Oppure:
“Se offendesti il tuo prossimo ti sembri grave l'offesa; se facesti il bene, lieve il beneficio. All'incontro se il tuo prossimo ti rese un servizio stimalo grandissimo; se verso te si permise una ingiustizia dimenticala come di poco momento.
“Apprendi a soffrire paziente e perdonare le ingiurie” (118).
Molti poi fra i precetti talmudici, che i nemici del Giudaismo interpretarono come eccitamento all'odio verso i gentili, non erano in fatto che precetti precauzionali intesi a guarentire la vita e gli averi degli Ebrei, dalle popolazioni, loro infestissime, frammezzo alle quali vivevano.
Si leggano taluni di questi precetti e si dia torto agli Ebrei di averli inscritti nelle loro leggi, quando si sappia, per dirne una sola, che una legge dei Franchi Ripuarii, non abrogata che qualche secolo dopo, da Lodovico il Pio, vietava, si procedesse contro un cristiano per qualunque delitto, l'assassinio compreso, che avesse commesso contro un ebreo (119)!
“Non si fermi solo un israelita con un idolatra perchè sono sospetti di versar sangue. — Se viene a trovarsi per via, insieme ad un idolatra che cinga spada, se lo metta a destra; se ha il bastone in mano, se lo metta a sinistra. — Se salgono o scendono non sia l'idolatra di sopra e l'israelita sotto, e ad ogni modo se lo metta un po' a destra, mai poi non gli si abbassi davanti. Se gli domanda: dove vai? quando abbia bisogno di andare un miglio, gli dica due miglia” (120).
Un esame particolareggiato del Talmud non è nell'indole di questo nostro lavoro, sicchè mentre non possiamo, nell'interesse degli Ebrei, che far voti perchè siffatto esame sia eseguito da uno scrittore veramente imparziale, ci limiteremo a darne qui taluni brevissimi estratti per far chiaro lo spirito che anima quello, che a buon diritto potrebbesi chiamare, il _corpus juris_ degli Ebrei.
Fu detto, ed a ragione, che tutte le verità del Vangelo potrebbero riassumersi nel precetto: _Amate il vostro prossimo come voi stessi._
Nè il fatto che questo precetto che Rabi Akivà diceva essere il più bel precetto della religione (121), trovisi nell'Antico Testamento (LEV. XIX, 20), attenua il merito grandissimo del Cristianesimo che, sostituendosi al Paganesimo, mise in pratica il precetto della scambievole benevolenza, in scala ben più larga che non avesse fatto prima il Giudaismo e gli diede la sanzione di un dovere religioso. Ma il merito del Cristianesimo non deve renderci ingiusti verso gli Ebrei che seppero mostrarsi degni del sacro deposito della legge che avevano ricevuto da Dio.
Infatti nel Talmud troviamo:
“Amerai il tuo prossimo come te stesso. È questa la gran legge di tutta la legge. Guai a chi dice: _Sono avvilito, sia avvilito anche il mio prossimo, sono maladetto, sia maladetto anche il mio prossimo._ Pensi costui chi avvilisce, chi maledice; egli avvilisce e maledice chi porta in sè l'immagine divina” (122).
Ed altrove:
“Un pagano si presentò ad Hillel (123) e gli disse:
“_Io sarò ebreo, ma a questo patto; voglio che tu mi insegni tutta la legge in tanto tempo quanto posso tenermi ritto su d'un piede solo._ Hillel sorride, accetta la prova, e incomincia in questo modo: Ama il tuo prossimo; non fare ad altri quello che a te spiacerebbe. Ecco, amico mio, tutta la legge. Tutte le altre prescrizioni sono una conseguenza di queste: va e studiale” (124).
In altro luogo due rabbini discutendo sulla base della morale, e sul vero criterio della religione esprimono le seguenti opinioni. L'uno dice che tutto è fondato sul precetto dell'amore del prossimo, l'altro invece sulla unità della razza umana (125).
Nè l'amore del prossimo, tanto filosoficamente espresso in questa ultima massima, è, pei Talmudisti, soltanto un precetto scritto sulla carta e non applicato.
Ognun sa che gli odii religiosi, sempre vivi ed accaniti, lo sono tanto più fra differenti sètte della stessa religione; e sono pur note le dissensioni fra la scuola di Hillel e quella di Shamai, dissensioni che, per dirla colla espressione rabbinica, d'una legge sola ne facevan due.
Ora ecco cosa leggiamo nel Talmud a questo proposito:
“La scuola di Shamai e la scuola di Hillel, in perpetue disputazioni religiose l'una contro l'altra dividevano Israello in due grandi partiti, di cui uno parteggiava pel primo e l'altro per l'altro. Una scuola dichiarava immonde molte cose che l'altra voleva pure; quella dichiarava illegittimi i matrimoni in certi gradi di parentela, che questa credeva permessi. E tuttavia i due partiti e le due scuole vivevano comodamente insieme; non si astenevano dal mangiare l'uno in casa dell'altro, e legavano maritaggi gli uni cogli altri” (126).
Nè questo spirito di tolleranza vien meno, allorquando si tratta di altre religioni. Le prove che potremmo addurre sono tali e tante che ci troviamo obbligati a scegliere.
“La giustizia non è un retaggio particolare, non è di discendenza; solo i sacerdoti sono sacerdoti, solo i leviti sono leviti; chi volesse divenire o sacerdote o levita, non può: tutti che vogliono, possono divenire giusti, anche il pagano” (127).
Ed a confermare il precetto coll'esempio non mancano nel Talmud leggende e racconti, nelle quali, idolatri sono rappresentati come specchio d'ogni virtù! Si legga, a cagion d'esempio, la leggenda del pagano Damo d'Ascalona che riferiamo fra i documenti, giovandoci della bella traduzione datane dal Levi, e ci si dica se, in tutte le letterature antiche, esiste una pagina dove un nemico, un infedele, sia ritratto con così splendidi colori (128).
Ma la tolleranza è, checchè se ne sia detto, virtù essenzialmente giudaica, ed un sereno pensatore, anche ignorando il Talmud, dovrebbe convenire che un popolo non avrebbe potuto sopportare per secoli e secoli, senza trascendere a vendette e ad eccessi quella lunga serie di persecuzioni di cui Milman ebbe a dire “che furono le più schifose e le più continue che possano citarsi fra le nazioni al dissopra dello stato selvaggio” (129), se non avesse trovato nella propria legge il fondamento di ogni virtù, e non avesse succhiato col sangue il precetto dei suoi maestri: “Scopo principale dei religiosi precetti si e l'avvicinamento fra Israello e tutti gli esseri creati” (130).
La carità verso i peccatori è spesso raccomandata dal Talmud. “Non giudicate gli altri senza mettervi al loro posto.” (131).
Ed altrove:
“Tre cose conducono, anzi trascinano l'uomo malgrado suo al male, — l'errore della idolatria, la passione e la povertà.
“Meritano perciò grande compassione gl'infelici che ne sono trascinati, ed è dovere nostro di pregare Iddio per loro” (132).
E come moralità di uno dei tanti apologhi che formicolano nel Talmud:
“Il giusto non deve mai provocare la punizione di Dio sul colpevole” (133).
Nè il Dio degli Ebrei è animato da quello spirito di crudeltà e di intolleranza che i nemici del Giudaismo gli prestano, per poi torcere contro gli Ebrei il noto detto che non Dio ha fatto l'uomo a sua immagine, ma che ogni uomo si foggia un Dio ad immagine sua. Mentre i pagani sono vinti dagli Ebrei, Dio geme e sclama:
“Ebrei e pagani sono opera delle mie mani, potrei io annientare gli uni per far trionfare gli altri?” (134).
Ed altrove:
“Il Signore così protestava a Mosè: Ebreo o gentile, uomo o donna, servo o libero, tutti sono eguali per me; ogni buona opera è accompagnata dal premio” (135).
E questo principio si riscontra, ad ogni pie' sospinto, nel Talmud.
“Giuro pel cielo e per la terra, risponde un dottore, che ebreo od idolatra, uomo o donna, schiavo o ancella, tutti sono giudicati secondo le loro opere e su tutti può scendere lo spirito divino” (136).
E questo giuramento, monumento insigne di tolleranza, e quale difficilmente si troverebbe nei codici religiosi di altre nazioni, trovasi ripetuto nel _Tanà Devè Eliau_, libro antichissimo dei tempi talmudici, e così autorevole presso gli Ebrei che la pietosa leggenda lo attribuisce al profeta Elia.
Nè, checchè siasi preteso in contrario, questo spirito di tolleranza venne meno negli Ebrei moderni.
Un illustre rabbino italiano del secolo XVII scrive:
“..... E dicono i Rabbini che honorar similmente si deve ogni Vecchio, ben che non sia Hebreo, come Cittadino del mondo di molto tempo, che ha passato molti avenimenti et in conseguenza per esperienza saggio; da Giobbe, cap. 12. _In antiquis est sapientia et in multo tempore prudentia_” (137).
Un altro italiano, S. D. Luzzatto, è autore di queste parole che noi vorremmo seriamente meditate da coloro, che, non sappiamo per quali satanici intenti, si sforzano a metter zizzania fra Cristiani ed Ebrei: “Chi volesse confutarli [gli scrittori che presero a difendere il Cristianesimo], quand'anche lo facesse per difendere il Giudaismo, commetterebbe una immorale azione, poichè contribuirebbe ad immergere molta parte dell'umana società nella irreligione, essendo quasi impossibile che le nazioni nate fuori dal Giudaismo lo abbraccino... Che se taluno poi pensasse a confutare gli apologisti del Cristianesimo coll'idea di guarentire i suoi correligionari dalla seduzione dei loro scritti, il suo procedere non cesserebbe di esser men che onesto, siccome quello che nuocerebbe a milioni per giovare ad uno o due” (138).
A queste parole di stragrande importanza, e pel valore dell'uomo che le dettava, che fu può dirsi il maestro di tutti i Rabbini oggi viventi in Italia, e per essere scritte in una lettera particolare, non destinata a veder la luce, tanto che rimase inedita per ben quarant'anni, fanno degno riscontro le seguenti del venerando M. Isidore, gran Rabbino di Francia.
“La Religione..... non ha che una missione, quella di raccomandare la concordia e la giustizia e benedire gli uomini di cuore a qualunque culto appartengano, nessuno essa eccettua ed a tutti richiede annegazione e sincerità” (139).
Ad un accanito nemico degli Ebrei, a Paolo Medici, autore di un libro scritto espressamente per provocare l'odio ed il disprezzo contro gli Ebrei (140), la verità strappa queste due preziose confessioni che mostrano, al paro dei passi da noi citati, lo spirito di tolleranza del Giudaismo.
“Nella formola della confessione degli Ebrei in cui chiedono l'assoluzione dei loro peccati è fra gli altri annoverato il seguente: abbiamo altri in abbominazione” (141).
Locchè ci pare provi che se gli Ebrei nutrono odio contro chicchessia, e questo accade naturalmente anche a loro, perchè non sono migliori degli altri uomini, la loro religione però li obbliga ad accusarsene come di un peccato.
E lo stesso Medici ci reca la seguente prova dello spirito di tolleranza de' Rabbini:
“Nel trattato Tahamit, cap. 4 (142), prescrivono i Rabbini e dicono che se alcuno vuol digiunare, digiuni il lunedì, il martedì, il mercoledì o il giovedì, non mai però il venerdì, il sabbato o la domenica... La causa perchè non digiunano la Domenica, dice nello stesso luogo Rabbi Jochanan, per amor di Cristiani” (143).
Ogni spirito imparziale converrà, che non è possibile dar prova maggiore di tolleranza che vietare ai seguaci di una religione di far penitenza in un dato giorno, per ciò soltanto che, in quel giorno, i seguaci di un'altra religione celebrano la loro festa.
Se il _Talmud_ è, come abbiamo dimostrato, legge di tolleranza, esso, seguendo il precetto del salmista (XXXIV, 15) “_Ritratti dal male e fa il bene_” è anche legge di carità e si informa a quella universale pietà ed umanità che formarono in ogni secolo la gloria degli Israeliti. I Siri dopo una battaglia perduta, dicono al proprio Re: _noi abbiamo udito dire che i Re della casa d'Israele sono Re benigni_ (144). I Talmudisti dicono: “Gli Ebrei si distinguono per tre caratteri: essi, cioè, sono pietosi, verecondi e beneficienti” (145); ed altrove: “Chi non ha pietà non è della stirpe d'Abramo” (146).
Ed in altro luogo: “Caratteristica dei discendenti di Abramo è la pietà verso tutti gli esseri creati” (147).
Ed estendendo lo spirito di beneficenza anche ai non israeliti: “Per conservare l'unione e l'armonia che devono regnare fra tutti i membri della famiglia umana è prescritto di nutrire i poveri idolatri al paro dei poveri israeliti, di visitare i malati idolatri al pari dei malati israeliti, di rendere gli estremi uffici tanto agli idolatri morti, quanto agli israeliti” (148).
Ed il Modena constata come questo spirito di carità fosse ancor vivo negli Ebrei dei suoi tempi: “Hanno anco tanto per opera pia il dare elemosina, e sovvenir ogni misero, benchè non sia Hebreo; in particolare a quelli delle città, e luoghi dove abitano; come cosa propria della pietà humana indifferentemente et espressamente lo raccontano i Rabini” (149).
Di questo spirito di carità presso gli Ebrei rende splendida testimonianza un autore non sospetto, l'illustre De-Gerando con queste parole: “Tanta è la forza della legislazione biblica sulla carità, che essa ha conservato tutti i suoi effetti attraverso alle vicissitudini che ha subito questo popolo da tanti secoli. Qualunque siano state le sue disgrazie, fuggitivo, sparpagliato, perseguitato, non si è punto visto i suoi figli ricorrere alla carità pubblica. Anche là dove i diritti civili gli sono stati negati, là dove egli si trovava escluso dai principali rami di industria e dalla facoltà di possedere degli immobili, egli ha trovato nella comunità religiosa e morale, che unisce tutti i membri, dei mezzi sufficienti per sovvenire a' bisogni di quelli fra essi che non poterono sussistere coi loro proprii mezzi” (150).
Ed oggi ancora uno dei più illustri letterati e pensatori francesi, Maxime du Camp, in un notevole lavoro sulla carità (151) può scrivere senza tema di essere smentito queste parole:
“Ho molto viaggiato, e molto osservato, e non ho trovato in nessun luogo razza più benefaciente e più soccorrevole della razza ebraica.”
Dopo un pensatore un romanziere, ed un romanziere alla moda, Ernest Dandet che nel suo _Jack_ scrive:
“Quando un ebreo si mette ad esser generoso la sua carità è inesauribile.”
Se dal frutto si giudica l'albero, da questi concordi giudizi sarà agevole argomentare quali sieno le dottrine giudaiche in materia di beneficenza. Ci piace però raccogliere anche su questo argomento talune sentenze talmudiche e non ci sarà difficile raccoglierne nelle opere di quei dottori che avevan per massima: “Fine della sapienza, esser la penitenza e le buone opere” (152), e che dicevano “lo stesso povero che vive di elemosina non esser dispensato dalle opere di carità” (153), e che insegnavano “principio della divina legge esser la carità; fine la carità” (154).
Ed ecco taluni precetti sull'argomento: “Tieni la tua casa a chiunque aperta e sien i poveri tuoi famigliari” (155). — “Val più la carità che la beneficenza” (156). — “Amare l'umanità equivale ad amar Dio (157).” — “Quattro caratteri vi sono nella beneficenza. Chi dà volentieri, ma non vuole che altri dia, è geloso de' meriti altrui. Chi vuol ch'altri dieno, ma egli stesso non dà, è avaro. Chi dà del suo e vuole ch'altri dieno, è uomo pio. Chi non dà, nè vuole ch'altri dieno, è malvagio” (158).
Si noti però che mentre il Talmud eccita il ricco alla beneficenza, eccita il povero al lavoro dicendogli: “L'uomo che è mantenuto foss'anche dal padre, fosse anche dalla madre e dai figliuoli suoi, non prova mai l'ineffabile compiacenza di chi si mantiene colle proprie fatiche” (159) e dipingendogli la sorte dell'uomo che vive dell'altrui beneficenza usa queste parole che rammentano i famosi versi del nostro Dante:
“Quand'uno trovasi costretto a ricorrere all'altrui beneficenza, egli è come fosse condannato a due supplizi, a quello del fuoco e a quello dell'acqua” (160).
E perciò il Talmud contiene consigli di previdenza così saggia, che nessun economista moderno sdegnerebbe di firmare; questo, per esempio: “Ti costruisci prima una casa, acquista qualche terreno, coltivalo e quindi pensa ad ammogliarti” (161).
Ma ogni legge sulla beneficenza sarebbe incompleta e manchevole, se non consigliasse più il soccorso che permette all'infelice di rialzarsi, mercè la propria attività, che la elemosina pura e semplice, che abbassa il carattere di chi la riceve. Come non plaudire quindi a questo precetto talmudico: “Ha maggior merito chi presta che chi dona”? (162).
E dopo essersi dato tanto pensiero per inculcare la beneficenza, provvedono i dottori del Talmud ad impedire, per quanto sta in loro, che i malvagi sfruttino la beneficenza dei pii: “Chi non abbisognando di vivere di elemosina, pur la riceve, non morrà di vecchiaia se pria non sia stato ridotto alla stringente necessità d'implorare l'altrui beneficenza. D'altro canto, chi oppresso dalla miseria fa ogni onorato sforzo per non accattare il suo pane, perverrà prima di morire a nutrire egli stesso degli sventurati co' suoi averi. È di lui che disse Geremia (XVII, 7) _Benedetto l'uomo che si confida nel Signore e la cui confidenza è il Signore_” (163).
In questo stesso Talmud, tanto calunniato, si trovano, con grandissima meraviglia, trattate e risolute questioni che nel XIX secolo preoccupano ancora lo spirito pubblico.
La questione della pena di morte vi è esaminata (164).
“Se un tribunale, vi si legge, pronunzia ogni sette anni una sentenza capitale, si ha il diritto di chiamarlo crudele. Esso merita questo rimprovero, dice Rabi Eleazzaro, anche se pronuncia una condanna di morte ogni settanta anni. Se noi avessimo fatto parte del gran tribunale (aggiungono Rabbi Tarfon e Akivà), mai nessun uomo sarebbe stato condannato a morte.
“Questo sarebbe, dice un ultimo rabbino, causa che i delitti di sangue si farebbero frequenti in Israello” (165). È a questo stesso Talmud, a questo stesso libro ove sta scritto _anche al reo scegli una morte dolce_ (166) che si è ispirato uno scrittore ebreo dell'XI secolo, Giuda Levi, per scrivere queste parole che nessun moderno criminalista respingerebbe.
L'opera è in forma di dialogo tra un re _Cosri_ ed un Ebreo che rappresenta le opinioni dell'autore:
“_Cosri._ Le pene imposte pei reati sono forse fissate dalla legge dove è detto: Occhio per occhio, dente per dente. Ciò che un uomo ha fatto di male ad un altro, deve a sua volta soffrirlo?
“_L'Ebreo._ Non è detto nello stesso luogo: Chi avrà ucciso una giumenta la pagherà o la compenserà. Vita per vita. Chi colpirà un animale lo prenderà e lo pagherà?