Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti

Part 4

Chapter 43,685 wordsPublic domain

Quanti scrissero del _Talmud_ notarono il disordine con cui è redatto. L'_Alachà_ e l'_Agadà_ vi si incontrano promiscuamente, senza sistema nè ordine, sicchè un illustre scrittore disse sembrar quasi che i dottori, minacciati dalla dispersione, agissero come uomini che in un incendio salvano tutto quanto loro viene sotto mano, lasciando ad altri la cura di tirare più tardi il miglior partito da quanto venne sottratto alle fiamme (77).

Questo disordine non deve recar meraviglia. Chi non sa che, malgrado gli sforzi di Triboniano, il Digesto abbonda in _germinationes, leges fugitivae, errativae?_ Gli stessi famosi capitolari di Carlo Magno, o meglio dei Re Franchi (_Capitula Regum Francorum_), non sono, se si considerano colle idee dei nostri tempi anzichè con quelle dell'epoca in cui vennero scritti, che una indigesta e disordinata farraggine (78). Eppure i Capitolari son di vari secoli posteriori al _Talmud_.

Una questione importante a risolversi sarebbe quella di conoscere, se il disordine che tanto si lamenta nel _Talmud_, sia una ripercussione di quello che avrebbe sistematicamente regnato nelle discussioni delle accademie ebraiche; ma l'esame di tale questione ci porterebbe fuori del ristretto campo di questo modestissimo libercolo, sicchè contentiamoci di averla accennata.

Il miscuglio però dell'_Agadà_ coll'_Alachà_ ci viene spiegato da un aneddoto che troviamo narrato nel Talmud stesso, e che ci piace riferire anche perchè vale a render ragione delle iperboli esagerate che spesso si riscontrano nel Talmud, e di cui si fecero un'arme coloro che vollero denigrarlo, senza tener presente l'aureo consiglio di Goëthe, che chi vuole comprendere un poeta deve recarsi nel paese dove egli visse. Un vecchio maestro, narra adunque il Talmud, accorgendosi un giorno che i suoi scolari sonnecchiavano durante la lezione, si interruppe d'un tratto per dire: “Vi fu una volta in Egitto una donna, che diede alla luce seicentomila uomini.” Si può di leggieri immaginare l'effetto prodotto da questo meraviglioso racconto. “Era, continuò tranquillamente il maestro, Jochebed, la madre di Mosè, il quale valeva da solo i seicento mila uomini d'arme che uscirono dall'Egitto”; e rieccitata in tal guisa l'attenzione dell'uditorio, continuò la sua lezione. Chi conosce l'indole immaginosa degli Orientali comprenderà come i maestri, per tener desta l'attenzione degli uditori, dovessero spesso ricorrere a tale sistema, mescolare la leggenda divertente e fantastica col precetto rigido e positivo.

L'_Agadà_ fu spesso segno a motteggi, ed è sempre o quasi sempre di essa che si parla, allorquando si discorre di fantasticherie rabbiniche, o si scaglia contro gli Ebrei il vecchio insulto: _Lex Judaeorum, lex puerorum_ (79).

Niun miglior giudice però dell'importanza che devesi annettere ad un'opera, dello stesso autore; ora nel _Talmud_ stesso troviamo questo giudizio che può fare apprezzare l'importanza che gli stessi rabbini annettevano all'_Agadà_: “Colui che la trascrive non avrà la sua parte nell'altro mondo, colui che la spiega sarà bruciato e colui che l'ascolta non riceverà ricompensa” (80).

Ogni popolo ha le sue leggende, ma non accade sovente di vedere i contemporanei giudicarle coll'indipendenza d'opinione di cui dà prova questo rabbino.

Ed è veramente strano il vedere che, malgrado siffatta indipendenza di giudizio, si sia potuto da taluno asserire che gli Ebrei di ogni paese si sarebbero obbligati con patto solenne ad accettare il Talmud nella sua integrità, a non aggiungervi ed a non togliervi una sola parola. Con ben maggiore ragione un illustre professore tedesco scrisse: “che i Talmud non hanno essenza dogmatica, che persino i risultati scientifico-legali sono soltanto opinioni individuali e provvisoriamente valevoli, che la sinagoga non li sanzionò mai, e non riconobbe mai in essi l'autorità di decretali riconosciute e generalmente valevoli.” (81).

Infatti il Talmud non fu mai accettato dalla nazione, in assemblea generale o speciale. Le sue decisioni legali, come quelle che emanavano dalle più alte autorità teologiche del Giudaismo, formarono certamente la base della legge religiosa, la norma di tutte le decisioni future. Ma è probabile, per non dir certo, che egli non deve la autorità di cui gode, che ad una causa non prevista dai suoi stessi autori. Durante le persecuzioni contro gli Ebrei, che ebbero luogo nell'impero persiano sotto Ysdegerd II (440 d. G. C.), Peroze e Cobade, le scuole furono chiuse per quasi ottant'anni. Lo sviluppo permanente, continuo, della legge che era lo spirito del Giudaismo fu violentemente interrotto; ed il libro ottenne una autorità suprema, che era ben lungi dalla mente dei suoi autori.

Ma qual sia questa autorità, ce lo dice Samuel Naghid, il dottissimo ebreo spagnuolo che fu nell'XI secolo segretario di un re di Granata, e che è autore di una introduzione al Talmud, tenuta in tanto conto dagli Ebrei, che forma oggidì parte integrante di tutte le edizioni del Talmud stesso:

“Tutto quanto si trova nel Talmud, e che non abbia rapporto con la legge rituale dicesi _Agadà_; nè da questa devesi trarre altro insegnamento se non quello che persuade. È da notarsi eziandio che quello che i dottori fissarono essere dottrina rivelata a Mosè sul Sinai deve ritenersi come legge fissa ed immutabile, mentre le deduzioni da essi fatte coll'appoggio di commenti a testi biblici, son cose fatte a seconda delle esigenze, delle circostanze e delle proprie idee; per cui mentre devesi ritenere quanto in questi ultimi insegnamenti vi ha di persuadente, il resto non è cosa su cui si abbia l'obbligo di appoggiarsi.” Se così scrivevano gli antichi non meraviglia che con eguale indipendenza il rabbino Hurwiz di Londra abbia scritto nella sua opera _Hebrew Tales_: “Sono lungi dal sostenere che il Talmud sia un libro irreprensibile, sono disposto ad ammettere che contiene molte cose, che ogni spirito illuminato, ogni israelita pio desidererebbe non vi fossero mai state o vi fossero, almeno, state tolte da molto tempo.” (82).

Se piacque dunque a taluno, dice, ben a ragione, il dottissimo Bedarride (83) di porre a paro le prescrizioni del _Talmud_ con quelle della legge di Mosè, questa dottrina non è mai stata ammessa dagli Ebrei siccome articolo di fede. Nelle cerimonie del culto giudaico è il Pentateuco che il ministro della religione presenta ai fedeli dicendo: “Ecco la legge che portò Mosè ai figliuoli di Israello.” Se il Talmud avesse formato un tutto colla legge di Mosè non si sarebbe mancato di unirlo a quella in siffatte funzioni.

“Negli articoli di fede del Maimonide, che ottennero l'approvazione di tutti gli Ebrei, si legge: “Tutta la legge che è oggi nelle nostre mani ci è stata trasmessa da Mosè.” Anche qui evidentemente non può trattarsi che del solo Pentateuco.

“Infine, in tutte le epoche, i più dotti rabbini si sono espressi liberamente sul conto del Talmud, ciò che non avrebbero osato fare se fosse stato parte della legge rivelata.

“Così Judas Levy, che fiorì nell'undecimo secolo, dichiara nel _Cozri_, che vi sono nel Talmud cose che già ai suoi tempi non si sarebbero scritte (84).

“Maimonide, nel _Morè hanevohim_, critica numerosi brani del Talmud, ed allorquando taluni zelanti vollero scomunicarlo, una folla di dotti ebrei alzò la voce per adottarne e difenderne le opinioni.

“Così Aben Ezra, Giuseppe Albo, e gran numero di altri dottori che meritarono il nome di sapienti, pur rendendo alle tradizioni, che si trovano nel Talmud, il tributo di rispetto che meritano, non hanno esitato a dichiarare che vi si contengono cose che non è possibile ammettere.”

Non si creda però che noi intendiamo invocare quanto siamo venuti finora dicendo per sostenere che dal Talmud non si può desumere un sicuro criterio per giudicare della moralità degli Ebrei. Lungi da noi siffatta idea.

Volemmo soltanto dire che coloro i quali asseriscono avere gli Ebrei egualmente autorevole il Pentateuco ed il Talmud sono in grande errore, siccome errerebbe chi asserisse che, pei Cristiani, il Vangelo e la _Summa_ di San Tommaso hanno eguale valore.

Certamente non mancan Cristiani che non curano o non comprendono i sacri misteri della loro fede per correr dietro alle stupide fole di Maria Lateau (85) come non mancano Ebrei che trascurarono quasi il Pentateuco e le opere sublimi dei loro filosofi, dei loro pensatori per perdersi nelle quisquilie del Talmud.

Ma questo, ci si permetta dirlo, non prova nè contro gli Ebrei, nè contro i Cristiani, prova soltanto, per la millesima volta, una verità antica quanto il mondo: che ogni religione, come ogni nazione, come ogni partito conta infinito numero di... spiriti deboli.

Nè gli Ebrei potrebbero non aver in gran conto questo libro, che non soltanto fu il legame che li tenne uniti, durante le secolari persecuzioni di cui furono vittime, ma che giovò eziandio a conservare intatta la loro fede. Nessuno infatti potrà negare che questo commento minuziosissimo della legge fosse incontrastabilmente utile al Giudaismo, come quello che lo preservò da quelle grandi discussioni religiose che furono cagione di tanti scismi nelle altre credenze. Le religioni che, o non hanno, come il Giudaismo, un codice particolareggiato, o non obbediscono, come il Cattolicismo, all'autorità indiscutibile di un Supremo Gerarca, sono naturalmente soggette a suddividersi in un numero infinito di chiesuole, come avvenne del Protestantesimo, e come sarebbe avvenuto del Giudaismo, se il Talmud non vi avesse posto riparo, a tutto provvedendo, e realizzando, sin dal V secolo, l'ideale di moderni filosofi: la libertà nell'unità. Sicchè, in questo senso, ben può dirsi giusta e veritiera la parola del Talmud stesso: “Dio non ingiunse ad Israello tante leggi e tanti precetti che per renderlo felice” (86).

Il Talmud, ripetiamolo, è di somma autorità presso gli Ebrei, e noi, dopo aver mostrato che essi, pur avendolo e dovendolo avere in gran conto, apportarono nel suo studio quello spirito di libero esame, innato nel Giudaismo e da esso reso obbligatorio (87), che permette di sceverare il grano dal loglio, vogliamo ancora dimostrare due cose: che il Talmud non è legge di iniquità, siccome pretendono gli stolti, ma legge di amore, di carità, di tolleranza, e che se vi sono nel Talmud dei passi non pochi che contraddicono ed all'intonazione generale dell'opera, ed alla vera morale, ciò è facilmente spiegabile e giustificabile.

Prima per altro di entrare nello spinoso argomento, ci si conceda una dichiarazione. La Chiesa Cattolica ha condannato a parecchie riprese il Talmud (88). Nulla di più naturale che siffatta condanna.

Il Talmud, codice di una fede non cristiana, deve contenere e contiene massime, precetti, argomentazioni contrarie al Cristianesimo. Se altrimenti fosse, gli Ebrei sarebbero Cristiani e la questione sarebbe bella e terminata. A buon dritto adunque la Chiesa Cattolica condannava il Talmud siccome libro pernicioso alla Fede e noi faremmo opera stolta pretendendo scagionarlo da questo addebito.

Ciò che vogliamo provare è che la morale del Talmud non è punto diversa, nè sopratutto peggiore di quella che può trovarsi in qualsivoglia opera umana scritta nelle identiche condizioni di tempi, di luoghi, di costumi; ciò che ci preme constatare, non per artificio di polemica, ma per omaggio alla verità è che la legge talmudica non è legge di odio come volgarmente si crede, e che l'Ebreo non soltanto può restarvi fedele rimanendo in pari tempo ottimo cittadino (89), ma attinge da esso quelle virtù domestiche e sociali che sono base di ogni civile consorzio (90).

E questa avvertenza che qui facciamo, desideriamo che il signor lettore applichi a tutto il contesto di questo lavoruccio. Difendendo l'Ebreo, compiamo opera sociale, non religiosa, non sopratutto anticristiana.

Fra le principalissime accuse che si vanno continuamente movendo al Talmud vi è quella di eccitare l'animo degli Ebrei contro i Cristiani.

Chi si è fatto banditore di queste accuse? Il _Talmud_, lo sanno anche i bimbi, non venne mai sinora completamente tradotto, i numerosi estratti che se ne hanno sono per la maggior parte opere polemiche e quindi da accogliersi con prudente riserbo.

I traduttori erano in generale o ebrei rinnegati (91) o feroci nemici dell'Ebraismo da una parte, o dall'altra rabbini e dotti israeliti. Una traduzione imparziale non abbiamo e non si avrà mai, perchè nessun dotto, non mosso da spirito di parte o da sentimento religioso, potrebbe accingersi all'improba e semi-inutile fatica.

Aggiungasi a ciò che le diverse edizioni del Talmud sia per imperizia degli amanuensi, sia per ostacoli ed impedimenti frapposti dalle censure politiche ed ecclesiastiche, presentano notevoli differenze e varianti, sicchè il volere ristabilire il testo primitivo sembrò sino ai giorni nostri opera quasi impossibile (92).

Infine lo stile del _Talmud_ è lungi dall'esser sempre piano e facile; le iperboli vi abbondano e se vi si leggono pensieri squisitamente gentili siccome quando per dimostrare come l'uomo sia cosmopolita dice che “la polve con cui fu plasmato conteneva gli atomi più delicati della polvere di tutto il mondo” (93) vi si trovano eziandio frasi siffattamente oscure da doversi ritenere inesplicabili. Queste per esempio: _La migliore fra le donne è una maliarda_ (94), _il miglior medico_ (ebreo) _va all'Inferno_ (95).

Questo linguaggio figurato che domina sovente nel Talmud, e la confusione grandissima nella redazione di cui abbiamo tenuto parola, furon causa che il Talmud fosse spesse volte frainteso.

Si avverta altresì che il Talmud è in gran parte composto di discussioni fra dottori, ognuno dei quali sostiene opposte dottrine (96). Per mostrare quanto sia facile per avversari di mala fede snaturare il concetto di un libro di siffatta natura addurrò un esempio.

Nel 1879, alla Camera francese, il noto radicale Paul Bert sostenne che un celebre teologo e casuista francese, il padre Gury, appoggiandosi alla dottrina cattolica giustificava il furto.

Naturalmente l'asserzione fece chiasso. Il deputato Granier di Cassagnac padre volle andare a fondo della cosa, e cercato il passo incriminato dal Bert trovò che il padre Gury, risolvendo un caso di coscienza, ha proposto il seguente esempio.

Il pastorello Titiro credendosi condannato ingiustamente dal Tribunale ad una indennità verso il suo padrone, ha cercato di indennizzarsi con un furto segreto.

Il padre Gury espone dapprima la tesi di Titiro, conchiudente alla liceità del compenso. Dopo ciò reca la soluzione teologica, decidendo che quella compensazione è illecita, e che Titiro è obbligato alla restituzione. Nulla di più semplice, di più retto, di più naturale. Ma il signor Bert si era limitato a leggere dalla tribuna testualmente la tesi di Titiro, tacendo la soluzione del teologo, ed attribuendo al padre Gury precisamente la dottrina, che il dabben prete condannava.

Se questo fu possibile ai giorni nostri con un libro che come quello del padre Gury è scritto in una lingua accessibile a tutti e che è effettivamente diffusissimo, quanto più facile non sarà falsificare qualche brano del Talmud e fargli dire proprio il contrario di quanto era nell'intenzione dei compilatori?

Due esempi fra mille.

Si pretende che nel Talmud vi sia questo precetto: “Il migliore degli idolatri uccidilo.” Che il precetto manchi di carità e di tolleranza non vorremmo certamente negare, e dato proprio che lo si trovasse allo stato di precetto nel Talmud, non saremmo noi gli ultimi ad invocare i fulmini dell'opinione pubblica contro l'empio libro. Ma esiste proprio questa frase nel Talmud? Possiamo accertare che sì, e che essa si trova nel _Talmud_ gerosolimitano alla fine del trattato dei Kidduscin, accanto proprio a quella testè citata che manda i medici all'inferno, ed a molte altre egualmente strane e bizzarre. Molte ipotesi furono messe innanzi per spiegare questa frase, e l'illustre Zunz concluse che il passo debba intendersi così: “Il migliore degli idolatri (parlando di un ebreo) dice uccidilo.” Ciò che sarebbe stata semplicemente una constatazione delle persecuzioni di cui gli Ebrei erano fatti segno da parte dei gentili, divenne in bocca ai nemici del Giudaismo, un feroce appello all'assassinio ed allo sterminio, fatto da quello stesso libro dove è invece sancita la massima: “Chi alza la mano contro il prossimo, quand'anche non lo batta, è chiamato colpevole (97).” Del resto volere basare una conclusione qualsiasi su qualche brano staccato del Talmud sarebbe cosa impossibile. Nessun uomo imparziale vorrà dire si debba interpretare alla lettera un libro in cui si trovano massime come questa: “Chiunque pronuncia una decisione al cospetto del suo maestro merita la morte (98).”

Un'altra accusa che si muove al _Talmud_ e che è ripetuta, con non ammirabile unanimità, da tutti gli scrittori antisemitici a cominciare dal Wolf nella sua _Biblioteca_ (99) e venendo giù giù fino agli ultimi libellisti, è che il Talmud insegni agli Ebrei: “Voi, voi siete degli uomini, ma gli altri popoli non sono tali.” Senza essere atroce come quello di cui ci siamo testè occupati, anche quest'altro passo sarebbe sufficientemente antisociale e ridicolo, sicchè si sarebbe non poco sorpresi di trovarlo in quello stesso libro dove sono pur scritte queste massime di assoluta tolleranza (100): “Un non israelita il quale si governi dietro la legge di Dio, acquistasi merito, niente meno di un sommo pontefice; imperciocchè la legge dice (101): L'uomo eseguendo le mie leggi si procura la vita; nè dice già i Sacerdoti, i Leviti, gli Israeliti, ma dice _Adam_ l'uomo.”

“Benefica, o Signore, i buoni. I buoni è scritto e non gli Israeliti, i buoni quindi di tutte le nazioni (102).”

Per chiunque sia in buona fede, basta la citazione di questi passi tanto chiari, tanto espliciti, per far comprendere che in quello che nega la qualità di uomini ai non Israeliti deve essere incorso qualche errore di interpretazione; e l'errore c'è, ed evidente.

La proposizione che i non Israeliti non si chiamano uomini, si trova effettivamente nel Talmud (103), ma, isolandola dal suo contesto, la si riduce ad un senso che mai non ebbe nella mente di chi la dettava. Si sa che la legge mosaica (104) colpisce di impurità per sette giorni chiunque sia entrato in una abitazione ove si trovi un uomo morto. Ora un talmudista, volendo alleggerire questa prescrizione, disse che la era da ritenersi unicamente applicabile ai morti israeliti, i quali soltanto generavano impurità col loro contatto; i morti non israeliti non avendosi per gli effetti di siffatta legge a considerare siccome uomini. Questa opinione, tutta individuale, a proposito di una questione affatto bizantina, e rigettata, lo si noti, da tutti gli altri talmudisti (105), bastò, perchè da secoli si vada ripetendo che gli Ebrei, per obbedire al Talmud, devono considerare sè soli uomini ed avere in conto di bestie tutti i non ebrei (106).

Accusa altrettanto assurda e ridicola, quanto quella che si muove al Cristianesimo di aver negata l'anima alle donne, per ciò solo che Gregorio da Tours lasciò scritto nella sua _Historia ecclesiastica_, come nel concilio di Macon (a. 525) un Vescovo facesse la proposta, respinta dai suoi colleghi, non potersi la donna chiamar uomo, nè formar essa parte del genere umano!

Il Cristianesimo, che ha tra i suoi potissimi vanti di aver dato alla donna la parte che le spetta nel civile consorzio, è accusato di averle negata l'anima, il Talmudismo che eleva a massima il precetto: “Amato è l'uomo perchè fu creato ad immagine di Dio, amore straordinario gli fu manifestato perchè fu creato ad immagine di Dio” (107) è accusato di aver assimilato alle bestie la quasi totalità del genere umano.

Aberrazioni dell'odio e dell'intolleranza. Per aggiungere poi un'altra prova della spudorata mala fede di taluni avversari degli Ebrei, e della supina ignoranza di altri, dirò, che allorquando oggi ancora, si vogliono citare i due passi del Talmud, dei quali siamo venuti sinora discorrendo, si suole in entrambi tradurre la parola _goim_ che vale idolatri o gentili, coll'altra _cristiani_, siccome fece anche poche settimane or sono un sedicente abate Chabauty nelle colonne dell'_Antisémitique_ (108). Dimostreremo ora che la parola _goim_ non deve mai intendersi applicata ai Cristiani ma, prima di farlo, vogliamo avvisare il signor Chabauty che i due passi incriminati, di cui ci siamo venuti sinora occupando, sono scritti entrambi nella prima metà del secondo secolo dell'èra nostra, in una epoca, cioè nella quale non si parlava ancora nè di Cristiani, nè di Cristianesimo, ed in cui le due religioni di Mosè e di Cristo confondevansi quasi ancora in una sola; e sono scritti appunto da quel Simeon ben Johai che, condannato a morte dalla tirannia pagana, si tenne per quattordici anni nascosto in una caverna, nutrendosi di erbe e di radice.

Se questo sapeva il signor Chabauty, traducendo _goim_ per cristiani die' prova di impudente mala fede; se non lo sapeva, di supina ignoranza, perocchè, lasciando anche in disparte l'osservazione, certo non trascurabile, della poca importanza che in quell'epoca aveva il Cristianesimo, non occorre davvero grande acume per comprendere che se Simeon ben Johai si lasciò trasportare dall'odio, è ben naturale che i suoi strali fossero diretti agli atroci suoi persecutori e non a coloro che in quei tempi dividevano cogli Ebrei i dolori del martirio.

Parrebbe quindi sprecata ogni parola per dimostrare che, egli almeno, colla parola _goim_ non potè alludere ai Cristiani (109).

Siccome però questa parola, che alla lettera significa _stranieri_, viene usata nel Talmud, anche da scrittori ben più moderni che non sia Rabbi Simeon ben Johai, e non mai in senso di benevolenza, così ci converrà soffermarvici sopra alquanto, per dimostrare falsa e calunniosa l'opinione di quei nemici degli Ebrei che sostennero doversi questa parola tradurre con quella di cristiano.

Se si ammettesse questa interpretazione sarebbe facile scavare nel Talmud non poche massime e sentenze dove si parla del _goi_, e farsene un'arma per dimostrare l'ebreo nemico delle popolazioni in mezzo a cui vive.

Sventuratamente pei sobillatori l'interpretazione che essi vorrebbero dare alla parola _goi_ (plur. _goim_) non regge alla critica.

Il Talmud, considerato nello spirito che lo informa, non è intollerante, neppur verso la idolatria: “Gli stranieri fuori di Palestina non sono idolatri, ma essi seguono semplicemente i costumi de' padri loro.” (110), e, come corollario di questa massima, l'altra: “L'esercizio della carità e della giustizia son le uniche condizioni che il Giudaismo impone per l'eterna salute” (111). Tanto meno quindi esso può essere intollerante verso i monoteisti a qualunque religione appartengano, ed effettivamente i dottori del Talmud fanno enorme differenza fra idolatri e monoteisti. È idolatra chiunque non rispetti i sette precetti imposti da Dio ai figliuoli di Mosè (112):

1. Costituirsi tribunali.

2. Non bestemmiare.

3. Non servire ad idoli.

4. Non fornicare.

5. Non versare sangue.

6. Non rubare.

7. Non mangiar carne strappata da un animale ancora vivente.

Chiunque invece ottempera a questi precetti si chiama giudeo: “Chi rinnega l'idolatria si chiama giudeo” (113). Precetto questo che basterebbe a far chiaro qual concetto di alta tolleranza abbia il Giudaismo per tutte le religioni monoteistiche. Basta non essere idolatra per meritarsi quel nome di giudeo, di cui la stolta malignità delle plebi fece una ingiuria, ma che è, naturalmente, la più grande espressione di benevolenza che si possa trovare nel Talmud. E tanto differenziano gli Ebrei fra idolatri e monoteisti che Maimonide, il massimo fra i loro filosofi, potè ridurre ad assioma il principio, essere il Cristianesimo e l'Islamismo mezzo di preparazione all'êra messiaca.