Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti
Part 3
Ma prevediamo sin da ora la risposta che si farà a questo dilemma. Ci si dirà che gli Ebrei vanno perseguitati non soltanto perchè di razza diversa, ma perchè la loro legge contribuisce a mantenere una barriera fra essi ed i popoli fra cui vivono; perchè alla Santa massima del Vangelo: _Amatevi scambievolmente_, l'esecrando Talmud ha sostituito quest'altra: _Odiate quanto non è ebreo_.
A questa obbiezione vecchia quanto la malignità umana risponderemo nel veniente capitolo, bastandoci per ora di riferire un ultimo fatto a prova del modo con cui gli Ebrei intendono l'amor di patria. Allorquando nel Sinedrio dei principali rabbini di Europa, convocato a Parigi d'ordine di Napoleone I, i delegati imperiali chiesero fin dove giungesse, secondo gli Ebrei, il dovere dell'amor di patria, tutti i congregati e primi fra essi i rabbini Segrè, Zingheim e Worms, ortodossi fin nel midollo e negli insegnamenti e nella pratica della vita, si alzarono in piedi gridando: “Fino alla morte.”
(16) Nella predicazione [in Francia] nessun rabbino si lascierà sfuggire l'occasione di rammentare ai suoi uditori quanto devono alla Francia che li ha liberati dalla schiavitù (_Rassegna Naz._, loc. cit., pag. 47). Non citiamo esempî italiani, perchè a tutti sarà accaduto di leggere nei giornali politici le relazioni di solennità celebratesi nelle sinagoghe in occasione di feste ed anniversarî patriottici.
(17) Gladstone, in una sua lettera 6 ottobre 1876, indirizzata al signor Leopoldo Gluckstein e pubblicata negli _Archives Israélites_ di Parigi, 1º novembre 1876, così si esprime: “Ho sempre ammirato il contegno degli Israeliti inglesi nell'adempimento dei loro doveri civici.”
(18) Una curiosa prova della assurdità dell'accusa che si muove agli Ebrei di sentirsi estranei alla terra in cui nacquero ce la porge l'_Antisémitique_ francese. Mentre in ogni numero scaglia questa calunnia contro gli Ebrei, rinfaccia poi alla maggior parte degli Ebrei francesi di esser di origine tedesca e si sforza di aizzare contro di loro le passioni popolari, dipingendoli quasi altrettanti agenti del governo germanico. O logica, proprio antisemitica!!
(19) _Sei mesi in Italia_, pel dott. A. BERLINER; versione dell'abate prof. Pietro Perreau.
(20) Abbiamo citato a preferenza del nome di altri patrioti Ebrei quello dell'on. Finzi, e perchè pochi possono a lui paragonarsi per inconcusso patriottismo, e perchè rammentiamo d'aver letto nell'_Arena_ di Verona del 10 novembre 1876 il seguente brano di una lettera che in occasione delle elezioni generali l'illustre uomo scriveva a quel giornale.
“Ebreo realmente, mi trovai iscritto nei registri di popolazione dove nacqui: ma nè per religione, nè per abitudini mi sono sentito ebreo in tutta la vita. Ho una religione anch'io vivida e pura che mi affratella a tutta l'umanità senza distinzione d'ebrei, di cristiani, di cattolici, di turchi, che mi è inspiratrice di nobili e delicati sentimenti, che mi insegna il volontario sacrifizio e mi dà vigore e conforto nelle ore perplesse della sventura.”
Questa lettera, fatta per attirare sul capo dell'on. Finzi i fulmini degli intolleranti di tutte le religioni, giova mirabilmente all'assunto nostro, perchè dimostra — e ce n'era bisogno? — che il fatto di esser nati ebrei piuttosto che cristiani o turchi non ha proprio nulla a vedere coi sentimenti patriottici.
(21) Angelo Usigli, nato nel 1803 a Modena, morto a Londra, nel 1875, fu congiurato con Ciro Menotti, anzi dei pochi che collo stesso Menotti furono nella costui casa circondati dalle truppe estensi. L'Usigli propose di dar fuoco alla casa piuttosto che arrendersi, ma, dissentendo i compagni, fu con loro arrestato e condannato a morte. Commutatagli la pena in esiglio perpetuo, si rifugiò a Londra e collaborò nella Giovane Italia. V. _Gazzetta d'Italia_, 15 aprile 1875.
(22) L'avo di Daniele Manin era ebreo. Il comm. Pincherle lo seppe dalla sua bocca stessa. V. _La vita ed i tempi di Daniele Manin_ per Errera e Finzi, Venezia, 1872. Cfr. Rudolph Gottschill, _Un mois d'automne en Italie_.
(23) Ci limiteremo a riferire qui l'elenco degli Ebrei che fecero parte della gloriosa schiera dei Mille; sono otto e cioè: Alpron Giacomo, da Padova; Colombo Donato da Ceva; D'Ancona Giuseppe da Venezia; Donati Angelo da Padova; Luzzatto Riccardo da Udine; Ravà Eugenio da Reggio Emilia; Uziel Davide Cesare da Venezia. Calcolato a venticinque milioni il numero degli italiani nel 1860, ed a quarantamila il numero degli ebrei, si vedrà di leggieri quanto sproporzionatamente numeroso sia stato il concorso degli Ebrei in quella spedizione. I nomi che precedono abbiam desunto dal n. 21 dell'anno 1864 del _Bollettino delle nomine e promozioni_. _Giornale Ufficiale militare_, pag. 169 e seg.
(24) ESODO, XII, 38.
(25) GIOSUÈ, IX, X. — II. SAM. XXI.
(26) I. RE.
(27) ESTER, VIII, 17.
(28) II. RE, XVII, 24 e seg.
(29) II. RE, V, 17, 18.
(30) _Antiq._, l. XX, cap. 2 a 4.
(31) _Mœurs des Israélites_, cap. V. In _Œuvres de l'abbé Fleury_, Paris, Michel Desaiz, 1837, pag. 183, col. I. Cfr. FRANK, _De l'état politique, religieux et moral de la Judée dans les derniers temps de sa nationalité_. In _Vérité Israélite_, tomo II, pag. 7 e segg.
(32) ATTI DEGLI APOSTOLI, II, 5.
(33) Cfr. DEGUBERNATIS, _Matériaux pour servir a l'histoire des études orientales en Italie_.
(34) HAVET, _Le Christianisme et ses origines. L'ellénisme_, t. II, pag. 248. Cfr.: DELAUNAY, _Philon d'Alexandrie. Les écrits historiques_, pag. 123 e 124; NICOLAS, _Des doctrines des Juifs, pendant les deux siècles antérieurs a l'êre chrétienne_, pag. 113; BEUSS, _Hist. de la Théologie chrétienne au siècle apostolique_, v. 1, pag. 107 e 109.
(35) Avendo condotto al loro culto un gran numero di Greci, ne fecero una parte della loro comunità. (_De bello jud._, libro VII, cap. III, § 3).
(36) _Les philosophes du siècle d'Auguste_ in _Revue contemporaine_. Tomo V, prima dispensa.
(37) _Judaeorum juventutem per speciem sacramenti in provincias gravioris cœli distribuit, reliquos gentis ejusdem vel similia sectantes urbe summovit._ (SVETONIO, _in Tiber._, § 36).
(38) _Judaeus qui eum qui judaicae religionis non esset contraria doctrina ad suam religionem traducere praesumpserit, bonorum proscriptione damnetur, miserumque in modum puniatur._ (Leg. 7, Cod., _de Jud._; DIONE CASSIO, _Hist. rom._; SPENCER, _In orig._, p. 33).
(39) _Hist. rom._, XXXVIII, 17.
(40) Oggi ancora, secondo una corrispondenza della _Presse_ di Vienna, riferita nel n. 20 dell'_Israelit_ di Magonza dell'anno 1875, esistono nell'Yemen più di 500 mila ebrei.
(41) A quest'epoca, il giudaismo salì nuovamente sopra un trono regio, sopra quello dei Cazari, popolo della Tartaria, ai quali eransi mischiati alcuni ebrei, cristiani e mussulmani. Fu senza dubbio per effetto del commercio crescente in quel regno, così favorevole all'industria e situato vicino il mar Caspio, che Balan, capo dei Cazari (o Cozari) si lasciò convertire al giudaismo. Da quell'istante un ebreo regnò costantemente per meglio di tre secoli. (SCHWAB, _Storia degli Ebrei_, tradotta dal prof. Pugliese. Venezia, Longo, 1870, pag. 95. _Cfr._ AD. NEUBAUER, Relazione al Ministro ed osservazioni del sig. Munk in _Journal Asiatique_, 1865, tomo I).
(42) _Monumenta Histor. German. Scriptores_, VI, p. 704 e 720.
(43) WÜRDTWEIN, _Nova subsidia diplomatica_, I, p. 125.
(44) BEDARRIDE. Op. cit., pag. 84.
(45) BASNAGE. Op. cit., libro VII, cap. 18.
(46) BARTHOLOCCIUS. _Bibl. rabb._, t. III. — SALOMON BEN VIRGA, _Scevet Jehudà_, 5 excidium.
(47) _Cfr._ DE ROSSI, _Diz. storico degli Autori Ebrei_, Parma, 1802, a. v. _Nassi_ e STEINSCHNEIDER, _Catalogus Libr. Hebr. in Bibl. Bodleiana_, col. 1515.
(48) Cfr. MACAULAY, _Speeches_, vol. 6, pag. 141, 2ª ediz. Tauchnitz.
(49) È innegabile che nell'età moderna lo spirito di propaganda degli Ebrei è completamente cessata. Pare che ora abbiano preso alla lettera l'insegnamento del Talmud: _Son perniciosi i proseliti agli Israeliti come la lebbra o come la calvizie_ (TALM. BAB., capo IV, folio 47 b. et alibi) sicchè si può oggi asserire che la religione mosaica è la sola, fra quelle professate nel mondo civile, che non si occupi di far proseliti. Pure oggi ancora non mancano esempî, benchè rarissimi, di Cristiani che abbracciano volontariamente il Giudaismo. Cooper, nelle sue lettere sugli Stati Uniti, parla di una società di Ebrei costituitasi nello Stato di Nuova York per provocare la conversione dei Cristiani. Se la notizia, che non vedemmo mai confermata da altre fonti, non è un _humbug_ americano, la fondazione di questa società è una prova che gli Ebrei di America non si sentono, per quanto almeno concerne l'eccentricità, estranei alla terra in cui vivono; perocchè possiamo affermare che non vi ha in Europa oggigiorno fra gli Ebrei la più leggiera traccia di spirito di proselitismo.
(50) Anche il Rénan si è testè occupato di questo argomento in una conferenza da lui tenuta il 27 gennaio 1883 al Cercle Saint-Simon ed edita poi dal celebre editore parigino Calmann Lévy col titolo: _Le Judaïsme comme race et comme religion._ In questa conferenza, cui rimandiamo coloro che fossero vaghi di maggiori particolari sull'argomento, il dotto francese, dopo aver spiegato come la scienza delle religioni le divida in due grandi classi, _universali_ (il buddismo, il cristianesimo, il maomettismo) e _nazionali_ o _locali_ cui devono ascriversi tutte le altre, viene a mostrare come tutte le religioni nazionali sieno perite e come la religione ebraica, precorrendo per opera dei suoi profeti al Cristianesimo, abbia assunto, col monoteismo che ne è la caratteristica la più spiccata, forma appunto di religione universale. Gli Ebrei, che dalle loro profezie eran fatti persuasi tutti i popoli dovere col tempo convertirsi alla loro Fede, cercavano affrettarne la realizzazione cercando proseliti fuori della loro nazione. E di questo spirito di propaganda del giudaismo antico molti esempî reca il Rénan. Nessuno poi potrà dire di aver un'idea completa dell'argomento, ove non abbia letto l'importantissimo opuscolo del cav. Marco Mortara: _Le prosélytisme juif_. Paris, Witt. Hersheim, 1875.
(51) È innegabile che la segregazione forzata in cui gli Ebrei vennero tenuti fino a pochi anni addietro impedì loro sempre di confondersi colle popolazioni in mezzo alle quali vivevano; sicchè si può asserire con qualche certezza che esiste un tipo speciale al quale si possono conoscere gli Ebrei. Ma questo tipo è egli il tipo semita puro? Quale antropologo potrebbe asserirlo? Non è più ovvio il ritenere che esso sia più che il carattere di una razza, la risultante di speciali abitudini di vita, che si sarebbe perpetuata per eredità fisiologica? Ed infatti, non vediamo questo stesso tipo andar man mano cancellandosi negli Ebrei, che, vivendo nei paesi civili, finiscono coll'adottare le abitudini delle popolazioni fra cui si trovano, mentre si mantiene inalterato in Ungheria, in Polonia ed in tutti i paesi dove la minor civiltà delle popolazioni e la conseguente rozzezza dell'ebreo rende difficile ogni contatto, ogni assimilazione?
(52) Usiamo la denominazione la più comunemente accettata, pur conoscendone l'inesattezza, per non ingolfarci in una questione etnografica affatto estranea al nostro argomento.
(53) Ricordiamo che il Conte di Molé, famoso ministro francese dei tempi di Luigi Filippo, discendeva da una ebrea, la figlia di Samuel Bernard il banchiere di Luigi XIV, che si era battezzata per isposare il cancelliere Molé. Nè questa dei Molé è la sola nobile famiglia europea nelle cui vene sia frammisto qualche gocciolina di sangue giudaico; e, per non moltiplicare gli esempi, ricorderò come da famiglia ebrea discendesse Pier di Leone, noto antipapa del secolo XII, e come discendesse pure da una ebrea — la figlia del celebre generale Ventura, modenese — quel marchese di Trazignies, belga, che, spinto da fanatismo religioso e politico, venne in Italia a combattere il movimento nazionale nelle file dei briganti, e fatto prigioniero colle armi alla mano, fu, da un picchetto del 43º reggimento fanteria, fucilato in Isoletta li 11 novembre 1861.
II.
Il Talmud
Tutti hanno udito menzionare, ed anche maledire, il _Talmud_, questo libro che lo storico Milman (54) chiamava: “monumento straordinario dell'attività umana, della intelligenza umana, e dell'umana pazzia;” molti certamente ignorano cosa esso sia, o ne hanno nozioni assai incomplete; e non vi sarebbe troppo da meravigliarsi se qualche semidotto credesse ancora che il _Talmud_ fosse un uomo, siccome avvenne a quel buon Cappuccino d'Henry de Seyne che ebbe con tutta tranquillità a scrivere: _Ut narrat Rabbinus Talmud_.
Cercheremo, in brevi parole, di dirne quel tanto che sarà necessario per far chiaro ciò che dovremo dire in appresso.
Fintanto che gli Ebrei rimasero nella Terra Promessa, la Legge scritta, il Pentateuco, fu, per essi, solo codice religioso, morale, politico.
Coloro che eran chiamati ad insegnarlo ed a curarne l'osservanza, ne conoscevano ed applicavano, caso per caso, l'interpretazione tradizionale.
Essi erano, a sentirli, depositari di una tradizione orale trasmessa in buona parte da Dio stesso a Moisè sul Sinai (_alachà lemoscè Missinai_) (55), da Mosè trasmessa a Giosuè, da questo agli anziani, dagli anziani ai profeti e dai profeti agli uomini della Grande Sinagoga (56).
Agli Ebrei però era allora vietato di raccogliere per iscritto tale tradizione. Il motivo di questo divieto non è noto. Chi crede ne fosse causa il desiderio connaturale ai popoli orientali, siccome ci mostrano la storia dell'India e dell'Egitto, di concentrare in poche mani il monopolio della scienza (57); chi ne cerca ragione nel timore che errori di copisti o volontarie falsificazioni (58) producessero nuovi scismi; chi nel desiderio di impedire che la legge tradizionale acquistasse eguale autorità della scritta; S. D. Luzzatto (59) infine, pensa che tale divieto provenisse dall'aver, gli antichissimi dottori, voluto che la teoria e la pratica della religione rimanessero in buona parte modificabili, giusta i bisogni dei tempi, ragione per cui nulla scrissero e nulla permisero si scrivesse per non scemare ai posteri la libertà di modificare gli insegnamenti dei predecessori (60).
Per quanto incredibile possa ciò sembrare a' giorni nostri, non è meno certo che questi insegnamenti passavano per tradizione orale dall'una all'altra generazione. La memoria sviluppatissima, come è noto, presso i popoli orientali, dovette aver parte grandissima nelle scuole ebraiche (61).
Caduto il secondo tempio e venutane la gran dispersione degli Ebrei, i loro dottori compresero che ove si fosse continuato nell'antico sistema, la tradizione avrebbe molto probabilmente finito coll'andar dispersa.
Pensarono quindi di ridurla in iscritto, e Giuda di Tiberiade, soprannominato il Santo, a causa della sua scienza e della purezza dei suoi costumi, e conosciuto anche sotto il semplice nome di _Rabbì_, quasi il maestro per antonomasia, compilò, nel primo quarto del terzo secolo, la _Mischnà_ o seconda legge (62).
Che egli poi la scrivesse, come afferma il Maimonide e con lui moltissimi altri, o che invece egli si limitasse ad insegnarla ai suoi numerosi uditori, sicchè essa si tramandasse inalterata per molte generazioni e venisse soltanto dopo lungo tempo posta in iscritto, siccome vogliono con S. D. Luzzatto, il Graetz e molti altri moderni, è questione sulla quale non ci sentiamo da tanto di pronunciarci. Ciò che è certo è che la _Mischnà_ sta al Pentateuco, come il Mitri ai Veda, la Sunnah al Corano e che è qualche cosa di analogo alle Ῥήτραι greche, alla _lex non scripta_ dei Romani ed alla _Common Law_ degli Inglesi.
Nella _Mischnà_ Giuda raccolse tutti i decreti, gli statuti, le sentenze pronunciate dai saggi, diverse massime religiose e morali, tutto ciò che era stato adottato durante l'epoca dei profeti dai membri della grande Sinagoga, tutte le ordinazioni del Sahnedrin e dei _tanaim_ (63), cioè dei dottori più celebri vissuti durante i due secoli anteriori, e ne fece un'opera divisa in sei parti principali, dette _ordini_.
Ogni ordine è diviso in trattati (letteralmente: _contesti_), ogni trattato in capi, ogni capo in paragrafi (detti _mischnà_, nel senso più ristretto della parola). La prima parte od _ordine_ che dir si voglia intitolata _delle sementi_ tratta delle leggi dell'agricoltura e delle decime (64). Vi è premesso un trattato sulle benedizioni quotidiane e su quelle che devonsi pronunciare in varie circostanze. La seconda parte _delle Feste_ tratta delle cerimonie da compiersi nei giorni feriali e solenni. La terza: _della Donna_ o del matrimonio e dei doveri della famiglia. La quarta: _dei danni_, si occupa della indennità dovuta pei danni che si occasionano altrui ed in generale di tutto quanto si riferisce al giure civile ed al punitivo. Questa parte offre in moltissimi punti una grande analogia col diritto romano (65). A questa parte è aggiunto un trattato di morale che contiene una raccolta di sentenze morali dei padri della Sinagoga. La quinta parte tratta _della Santità_ e dei sacrifizi che si offrivano nel Tempio, che vi è minutamente descritto, e contiene inoltre i precetti sui cibi. La sesta verte _sulle purificazioni_ e sulla purità ed impurità legale.
Lo spirito generale della _Mischnà_ trova la sua migliore espressione nelle parole del suo stesso redattore, che servono quasi di epigrafe alla intiera raccolta: “Siate tanto coscienziosi nell'adempimento dei piccoli precetti quanto dei grandi perchè ignorate la ricompensa che va annessa ad ognuno di essi. Paragonate la perdita temporale che vi occasiona l'adempimento di una legge, colla ricompensa celeste che vi è congiunta, ed il beneficio che risulta dalla trasgressione della legge colla pena che deve seguirla. Per evitare il peccato abbiate sempre presente tre cose: che al dissopra di voi vi ha un occhio che tutto vede, un orecchio che tutto intende, e che tutte le vostre opere sono scritte in un libro” (66).
La _Mischnà_ ha più carattere di codice che di trattato di metafisica. Però essa non trascura l'occasione di inculcare quegli alti principii morali cui deve informarsi la stretta lettera della legge. Nell'esecuzione di un fatto guarda più all'intenzione che all'atto in sè stesso. Chi reclama un diritto, basandosi sulla lettera della legge, ma senza tener conto del sentimento di umanità, che dovrebbe spingerlo a non insistere nelle sue pretese, non è amato nè da Dio nè dagli uomini. Quegli invece che spontaneamente fa buon diritto agli altrui reclami, anche quando la legge non gliene impone l'obbligo, colui, in una parola, che non si ferma alla _porta della giustizia_, ma che varca la linea della misericordia, guadagna l'approvazione del saggio. “Gerusalemme, vi è detto, non andò distrutta se non perchè in essa si giudicava col rigor della legge” (67). Certi doveri, come, ad esempio, il rispetto ai genitori, la carità, l'applicazione precoce allo studio, l'ospitalità, il metter pace fra nemici traggono seco (68) la loro ricompensa in questo mondo, ma questa non è che un interesse; la vera ricompensa, il capitale, viene pagato nella vita futura. Nella _Mischnà_ non è parola dell'inferno. Oltre le pene sancite dalla legge la _Mischnà_ non minaccia ai peccatori che un solo castigo misterioso e formidabile mandato da Dio, “lo sradicamento;” è lo sterminio (_cared_) di cui già parla la Scrittura. Le colpe si riscattano generalmente o col pentimento, o colla carità, o col sagrifizio e nel giorno della espiazione; se gravissime, il pentimento giova soltanto a sospendere gli effetti dell'ira divina, ed ove esso continui sino alla morte, questa tutto espia. I peccati commessi contro gli uomini non sono perdonati se la parte offesa non riceve piena riparazione, e non si dichiari soddisfatta. La virtù la più alta consiste nello studio della legge, siccome quello che conduce all'esercizio della virtù (69). Un bastardo istrutto è più onorevole di un gran sacerdote che non lo sia (70).
Esistono due redazioni della _Mischnà_, le quali non presentano per altro notevoli differenze.
La _Mischnà_, la quale non contiene generalmente che la decisione finale della tradizione, secondo i pareri dei diversi dottori, fu naturalmente argomento di note, di scolii, di discussioni, nelle due accademie religiose di Palestina e di Babilonia. In ciascuna di queste due accademie si fece più tardi una raccolta di queste discussioni: queste raccolte, molto più voluminose della _Mischnà_ che serve loro di testo, presero il nome di _Ghemarà_ o complemento. La _Mischnà_ e la _Ghemarà_ insieme unite formano il _Talmud_ (71).
Per conseguenza si hanno due _Talmud_; uno frutto degli studi dell'Accademia di Palestina chiamato _Ghemarà_ di Gerusalemme, l'altro dovuto all'Accademia di Babilonia e detto _Ghemarà_ di Babilonia.
La _Ghemarà_ di Gerusalemme venne redatta a Tiberiade ed ultimata probabilmente verso la fine del IV secolo dell'èra nostra, sotto la direzione di rabbi Iochanan, detto anche _bar nappachà_, ossia, figlio del fabbroferraio (72). Conteneva i commentarii sulle cinque prime parti della _Mischnà_, ma quelli risguardanti la quarta parte andarono perduti.
Anche le altre quattro parti contengono taluni trattati incompleti. Questa _Ghemarà_ venne negletta, negli studii delle scuole ebree del medio evo. Essa subì la sorte delle Accademie, da cui aveva avuto origine, e che vennero ecclissate da quelle di Babilonia. Se le edizioni del _Talmud_ gerosolimitano sono meno buone, è perchè ancora non se ne è scoperto un esemplare manoscritto colla cui scorta si possano ristabilire i differenti brani mutilati dai copisti. Inoltre questo _Talmud_ offre molta difficoltà, grazie alla lingua, in cui è scritto, imbarbarita dalla mescolanza di molte voci greche e siriache.
La _Ghemarà_ di Babilonia, la cui autorità prevalse fra gli Ebrei, venne redatta, in una lingua mescolata d'ebraico e d'aramaico, nel corso del quinto secolo, da Aschè, celebre dottore dell'Accademia di Sora (73), da _Ravenà_ suo discepolo e terminata l'anno 500 da rabbi Jossè. Essa è almeno quattro volte più voluminosa dell'altra, quantunque a noi non sian giunti che i commenti a trentasei dei sessantatre trattati, di cui si compone la _Mischnà_. Le discussioni vi sono più sviluppate, essendo stato chiuso più tardi. Contiene, oltre alle dispute di numerose scuole babilonesi, anche quelle di talune scuole di Palestina.
Questa _Ghemarà_, al paro della Gerosolimitana, è composta di due parti principali: la parte rituale, detta _Alachà_, in cui si discorre anco dei riti che divennero impraticabili dopo la distruzione del tempio e una parte non rituale, detta _Agadà_ che contiene narrazioni, leggende, allegorie, proverbi, regole di vita sociale, dottrine morali e sentenze (74). Morale, metafisica, giurisprudenza, astronomia, medicina, tutte le scienze trovano luogo nel _Talmud_ (75).
Le nozioni, che sopra ognuna di esse vi si leggono, sono certamente ben lungi dal raggiungere la perfezione, ma, a traverso gli errori moltissimi che danno a quel libro l'impronta dell'epoca in cui fu scritto, appare che, sin da allora, esisteva presso gli Ebrei il germe della Enciclopedia umana. E ciò è tanto vero che l'Etheridge, scrittore certamente non favorevole al giudaismo, si lascia scappare questa confessione: “Quando il Talmudismo come sistema religioso sarà scomparso, il _Talmud_ non cesserà perciò di essere una preziosa miniera di leggende divertenti e di lezioni inapprezzabili che resteranno vere per tutti i tempi futuri” (76).