Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti

Part 2

Chapter 23,694 wordsPublic domain

(5) Errerebbero a gran partito coloro che credessero il signor Rénan un amico degli Ebrei; egli, nel suo libro sull'_Ecclesiaste_, ne ha ultimamente schizzato un ritratto dal quale risulterebbe che essi sono oggi quello che erano or sono quattromila anni alle falde del Sinai: gli adoratori del vitello d'oro. E nei suoi _Souvenirs d'enfance et de jeunesse_ parla degli Ebrei in guisa da meritarsi che il primo numero dello _Antisémitique_ di Montdidier gli consacri una colonna di elogi. Ciò avvertiamo non per far colpa allo scienziato francese delle sue tendenze; ma perchè gli avversari nostri, ogni qualvolta citiamo il Rénan, non ci rinfaccino di appoggiarci all'autorità di chi ha negata la divinità di N. S. Gesù Cristo. Il Rénan potrà essere anticristiano fin che si vuole, ma non certo per filosemitismo.

(6) Ernest Rénan. _Le Judaïsme et le Christianisme._ Paris, Calmann Levy, 1883, p. 24 e 25.

(7) Nacque a Lisbona nel 1437; fu intendente delle finanze di Alfonso V, re di Portogallo, di Ferdinando il Cattolico, re di Castiglia, di Ferdinando il Bastardo, re di Napoli, di Alfonso II suo successore che non abbandonò quando i francesi lo cacciarono dal Regno. Abarbanello si stabilì in Italia e fu preso per arbitro in una questione commerciale fra il Re di Portogallo e la Repubblica di Venezia. Morì a Venezia nel 1508 e fu sepolto in Padova. Veggansi per maggiori notizie: Bartolocius, _Bibl. Rabb._; Bayle, _Dict. Crit._; Boissi, _Dissert._, p. 2; Schwab, _Abravanel et son époque_; S. Honel, _Lien d'Israel_, 5º anno, pag. 355 e segg.; e tutte le biografie.

(8) I. Bedarride. _Les Juifs en France, en Italie et en Espagne._ Paris, Michel Levy, 1861, p. 294. È appena necessario avvertire che, riferendo l'opinione di Abarbanello, facciamo sulle ultime parole sue le più ampie riserve. Nè S. Tommaso, nè scrittori approvati ed autorevoli, nè tanto meno la Chiesa Cattolica si espressero nel senso della liceità di ribellarsi o peggio di uccidere il tiranno, anzi la negarono recisamente.

(9) Merita a questo proposito di esser riferito il giudizio che uno dei più dotti Rabbini del nostro secolo, il professore S. D. Luzzatto di Padova, dava della rivoluzione francese.

Trascriviamo un brano di una sua lettera inedita del 26 dicembre 1836 inserita nel _Vessillo Israelitico_ di Casale, ottobre 1876, p. 325.

“Nello scorso secolo gli spiriti della Francia, scatenandosi ad un tempo con un diluvio di scritti religiosi e contro i Governi assoluti e contro il Cristianesimo, produssero nelle menti quello stravolgimento, che poi si sviluppò nella funestissima rivoluzione francese, la quale pose in trambusto per tanti anni il mondo intero.”

(10) Vi sono taluni ingenui che si chieggono come il principe di Bismarck tolleri il risvegliarsi dell'antisemitismo in Germania. A questi ingenui osserviamo che il _non cade foglia che Dio non voglia_ si avvera anco in politica, specialmente quando il Dio si chiama: il signor di Bismarck. Le vere dottrine di libertà sociale ed economica che furono la gloria dei quattordici primi lustri del nostro secolo non ebbero, non hanno nemico più mortale del cancelliere di ferro. E chi è nemico di libertà è nemico naturale degli Ebrei. Lo stesso Bismarck in una conversazione avuta con un diplomatico straniero, telegrafata al _Morning Post_ nell'agosto dello scorso anno, diceva per assicurarlo delle sue intenzioni pacifiche: “La Germania non è nelle mie mani, come crede la gente. La Germania è nelle mani degli Ebrei, _che hanno orrore per la guerra_ in causa dei loro interessi e delle signore che hanno orrore della guerra per la vita dei loro mariti e dei loro figli.” _Aver orrore della guerra_ vuol dire esser fattori di civiltà, ma vuol dire ad un tempo esser odiati a morte dal signor di Bismarck.

(11) Cade proprio in acconcio notar qui che lo stesso Governo russo, che deportava in Siberia monsignor Felinsky, il venerando Arcivescovo di Varsavia, puniva più volte colla carcere e coll'esilio il patriottismo dell'illustre Michel B. Meisel, Rabbino di quella città.

(12) I nostri lettori troveranno fra i documenti un discorso dell'eminentissimo cardinale Manning, il quale ci dà la vera opinione della parte pensante del partito cattolico sulla questione semitica.

(13) Ci sia concessa una lieve digressione. È uno spettacolo che solleva l'animo del pensatore quello che ci offrirono quasi contemporaneamente gli _Annales de philosophie chrétienne_, invitando un ebreo a discutere nelle loro colonne la questione semitica, e la _Société des Etudes juives_ di Parigi, chiamando nel suo seno un non israelita a dissertare “sul Giudaismo e sul Cristianesimo.” Malgrado i gufi, che tentano di oscurare il sole, è d'uopo convenire che siamo assai lontani dai tempi di San Luigi, Re di Francia (Cfr. _Joinville_, p. 11) quando un cavaliere, trovandosi presente ad una di quelle discussioni che allora frequentemente avvenivano fra sacerdoti cattolici e rabbini ebrei, sulla prevalenza delle rispettive religioni, vedendo come gli ebrei avessero il sopravvento nella discussione, stese morto ai suoi piedi con una bastonata l'ultimo rabbino che aveva parlato, dicendo ai preti cattolici, in atto di rampogna: “_Vous avez fait folie d'avoir occasioné telle dispute d'erreur._”

(14) Queste linee erano già scritte, allorchè ci venne fatto di leggere nella _Revue Britannique_ (luglio 1883) un dotto articolo, tolto dall'_Edimburgh Review_, nel quale si accenna appunto allo spirito di odio e di persecuzione che oggi si manifesta sotto il falso nome di liberalismo repubblicano.

(15) Non faccia meraviglia se in questo nostro lavoro, ispirato, osiamo vantarcene, ai principî della maggiore tolleranza, ci accada di paragonare sovente i Gesuiti agli ebrei. Sì gli uni che gli altri furono perseguitati da nemici, i quali, ben più che osteggiarne i principî, miravano ad attribuirsene le ricchezze; contro gli uni come contro gli altri si ripeterono le stesse accuse di usure, di accaparramenti, di massime antisociali, sicchè non è raro vedere nelle opere antigesuitiche del secolo scorso i Gesuiti paragonati agli Ebrei. Ho sott'occhi, per esempio, i “_Lupi smascherati_, Ortignano, nell'officina di Tancredi e Francescantonio padre e figlio Zaccheri di Strozzagriffi, MDCCLX” libello antigesuitico, attribuito all'abate Capriata, ed a pag. 57 (nota) trovo: “_I principi l'hanno rigettati da loro_ [i gesuiti] _e sono omai riguardati come Giudei._”

Che se qualcuno ci rammentasse le prediche di qualche gesuita contro gli Ebrei, risponderemmo ricordando il _Qui gladio ferit_; e se ci si obbiettassero certi articoli antisemitici della _Civiltà Cattolica_, l'organo massimo della Compagnia, diremmo che ad essi la persecuzione non ha nulla insegnato, e compiangeremmo quei perseguitati che dalle violenze di cui furono vittima non appresero la sublime virtù della tolleranza.

I.

Costituiscono gli Ebrei una razza speciale?

La tendenza scientifica cui si inspira il nostro secolo ha voluto trovare una formola con cui giustificare la persecuzione contro gli Ebrei, e si disse che essi costituivano tuttora una nazione speciale, che quindi erano da considerarsi nei diversi Stati, in cui dimoravano, come stranieri, e per poco non si propose di equipararli agli zingari ed ai gitani. Ricacciare gli Ebrei in Palestina è la proposta la più moderata che esca dalle labbra degli odierni antisemiti.

Sarebbe agevole rispondere a questa pretesa opinione scientifica con una sola parola, dimostrando, cioè, come oggi tutte le legislazioni dei paesi civili si affrettino a cancellare dai loro codici ogni differenza fra cittadini e stranieri, progresso questo, in cui l'Italia fu, col suo codice civile, vessillifera alle altre nazioni.

Ma questa difesa respingerebbero gli Ebrei, perocchè essi si sentano italiani in Italia, francesi in Francia (16), inglesi in nghilterra (17) ed Ebrei soltanto nei loro tempî (18).

Noi non abbiamo, d'altronde, ad avversarî nè filosofi, nè cristiani, nè liberali: ognuno di questi, infatti, troverebbe, nelle proprie convinzioni morali, religiose o scientifiche, argomenti per esserne condotto alla pratica della più larga tolleranza. Abbiamo di fronte, invece, quella fazione, oggi pur troppo numerosa, che vorrebbe la legislazione sociale non inspirata a nessun principio superiore all'uomo, e serva al più gretto utilitarismo; quella fazione che in America, la terra classica della libertà, propone ed ottiene provvedimenti straordinarî contro i Chinesi!!

Vinciamo quindi la naturale ripugnanza, e facciamoci a provare come gli Ebrei differiscano dagli altri italiani per la religione soltanto, non per l'amore al paese, non per la razza.

Non ricorderemo qui come ogni Ebreo di Roma abbia iscritto nel suo libro di preghiera fra le date fauste della sua vita il 20 settembre 1870, segnandovi persino l'ora precisa della liberazione: _dieci e mezza antimeridiane_, come già un quarto di secolo prima vi aveva iscritto la Pasqua del 1847, quando, per opera di Pio IX, caddero le mura e le porte che chiudevano il ghetto (19). Ci sembra che, per dimostrare come gli Ebrei in Italia si sentano italiani e non altro, basti, e ce ne sia di avanzo, della nobile figura del martire di Mantova, di Giuseppe Finzi (20)!

Se fra gli antisemiti italiani vi ha qualcuno cui scaldi il petto amor di patria, si faccia innanzi ed osi contestare l'italianità a quel monumento di patriottismo che è l'on. Finzi.

Ma ove al nome venerato del patriota lombardo noi aggiungessimo quelli di Angelo Usigli, compagno di Ciro Menotti (21), del milanese Bachi, che fu tra i precursori del movimento del 1848, di Daniele Manin cattolico di religione, ma di famiglia ebrea (22), e se a questi nomi facessimo seguire quelli dei numerosi Ebrei che accorsero volontarî sotto le bandiere nelle diverse guerre della indipendenza (23), i nostri avversarî ci risponderebbero sempre coll'adagio favorito dei sofisti: _L'eccezione prova la regola_.

Attacchiamo dunque di fronte il pregiudizio, larvato a scienza, e mostriamo che è tanto assurdo il credere che gli Ebrei sieno oggi i discendenti di Abramo quanto sarebbe ridicolo il sostenere che il Kedive d'Egitto sia l'erede diretto dei Faraoni, o che nelle vene degli odierni Romani corra il sangue dei Bruti e degli Scevola.

Già sin da quando gli Ebrei abbandonarono l'Egitto, numerosi stranieri si mescolarono a loro, sicchè ben può dirsi che da quel momento la razza di Giacobbe cominci a fondersi colle altre (24).

Nei tempi biblici i progenitori delle dodici tribù non esitarono ad imparentarsi con altre razze non esclusa la cananea pur tanto odiata. Mosè sposò una madianita. Fra le proavole di Davide vi ha la cananea Tamar e la moabita Rut. Nelle vene di Ezechiello corre il sangue di Raab la cananea, nè egli è il solo profeta d'Israello che tragga origine da idolatri. Più tardi i proseliti non solo non furono rigettati, ma vennero accolti senza reluttanza in grembo alla fede. Lo provano le leggi favorevolissime ai proseliti dimoranti nella Palestina, sparse in tutto il Pentateuco: lo provano i Gabaoniti che, entrati nell'Ebraismo mediante l'inganno e la frode, pure vi furono più che benignamente trattati, allorchè, per vendicare un oltraggio ad essi fatto, fu versato sangue di Re (25): lo provano le centinaia di migliaia di proseliti di cui si fa menzione al tempo della monarchia degli Israeliti, specialmente all'epoca di Salomone (26): lo provano i proseliti dei tempi di Ester (27) e quelli dei popoli trapiantati dal conquistatore Senacheribbo in Palestina (28), non che varie conversioni individuali abbastanza notevoli, come quella di Naaman il supremo ministro del regno siro (29) e quelle di Ebena regina di Adiabene e di suo figlio Izak, di cui fa cenno Giuseppe (30). Nè gli Ebrei aveano a vile di mescolare il sangue con questi proseliti; chè anzi il loro _Talmud_ ci ha tramandato, quasi a titolo di gloria, che i principali maestri d'Israello, come Hillel, Rabbi Jehudà il Santo, Akiva martire della crudeltà romana, Rabbi Meir ed altri moltissimi discendevano da proseliti, e che proselite era Onkelos, uno dei più grandi tra i parafrasti caldei.

Insomma, gli Ebrei di Palestina non furono, come volgarmente si crede, un popolo segregato dal consorzio umano. Ecco come un autore non sospetto e che, vivo, non si sarebbe mai immaginato di vedersi citato nel secolo XIX a difesa degli Ebrei, scrive:

“Questi ultimi Ebrei [dopo la morte di Erode] erano un miscuglio di parecchie nazioni. Se ne erano stabiliti in tutti i paesi che _sono sotto il sole_, siccome dice la Scrittura. Parecchi venivano ad abitare nella Giudea, od almeno vi facevano qualche devoto viaggio per poter offrire sacrifizi a Dio nel solo tempio in cui fosse permesso di farlo. Oltre a ciò vi erano sempre ad ogni qual tratto dei Gentili che si convertivano, e divenivano proseliti. Così gli Ebrei, a parlar propriamente, non eran più un popolo solo colla stessa lingua e gli stessi costumi, ma parecchi popoli che si riunivano in una sola religione. Persino quelli che abitavano la Terra Santa erano un miscuglio di diverse nazioni, di Idumei e di altri Arabi, di Egiziani, di Fenici, di Siriaci e di Greci.”

Fin qui il Fleury (31), ai cui Mani chiediamo umile venia se lo abbiamo tratto a testimoniare in favore degli Ebrei, ciò che certamente egli non avrebbe desiderato; ma non è proprio colpa nostra, se le accuse che si muovono a questo disgraziato popolo sono tanto svariate e contraddittorie, che quanto veniva scritto per far loro onta possa, poche generazioni dopo, essere addotto ad argomento di difesa.

Ma se la nazione giudaica era già dopo Erode una mescolanza di diverse nazioni, come ci insegna il Fleury, e come ci confermano gli _Atti degli Apostoli_: “Or in Giudea dimoravano degli uomini religiosi d'ogni nazione di sotto il cielo” (32), non bisogna neppur credere che, dopo la dispersione seguita alla distruzione del secondo tempio, gli Ebrei abbian cessato di fare proseliti fra genti di schiatte diverse.

Numerose colonie di Ebrei popolavano Roma e le altre città dell'impero. A Roma soltanto ve v'erano 20,000 sotto Augusto, e narra Strabone che v'erano numerosi Ebrei in quasi tutte le città d'Italia (33). E numerosi eran pure in molti altri paesi non ancora sottoposti al giogo di Roma. In ogni luogo, al dire di Filone, gli Ebrei esercitavano una salutare influenza sulle credenze religiose e sui costumi; in ogni luogo avevano stabilito sinagoghe, dove si riunivano nei giorni di sabato per pregare e commentare la Bibbia. A queste riunioni partecipavano sovente molti pagani, che aderivano poco a poco alle nuove dottrine udite proclamare, e che, rigettando gli errori del politeismo, accettavano le pratiche più essenziali del giudaismo, il riposo settimanale e l'annuo digiuno dell'espiazione. In tutte le classi sociali del mondo romano abbondarono i _giudaizzanti_, ben prima che sorgesse l'apostolato cristiano; sicchè si può dire coll'Havet (34) che, se colle parole _l'avvento del Cristianesimo_, deve intendersi la conquista del mondo greco e romano da parte del Dio degli Ebrei, si può dire che questo avvento aveva avuto luogo sin dai tempi di Augusto e di Tiberio, e che questa conquista era in via di compiersi, ben prima che fosse questione di Cristo.

Ad Alessandria di Egitto, a Roma, in Siria la propaganda giudaica fu sempre intensa ed efficace.

Giuseppe Flavio ci apprende come molti greci passassero in Antiochia al Giudaismo (35).

A Roma il proselitismo ebraico, nascosto nelle vie adiacenti al Tevere, forse in prossimità almeno dei luoghi dove oggi ancora sorge il ghetto, guadagnò neofiti persino nelle famiglie patrizie, salendo dallo schiavo al liberto, dal liberto al padrone (36).

E di questo spirito di proselitismo e della efficacia sua ci dà prova Svetonio (37).

L'influenza delle idee giudaiche sul paganesimo preoccupava gli spiriti: _Victoribus victi legem dederunt_ sclama Seneca nel _De Superstitione_, ed il poeta Rutilio geme: _Atque utinam nunquam Judaea subacta fuisset._

Nè il legislatore se ne mostra meno impensierito. Al tempo di Domiziano le conversioni al giudaismo erano così frequenti che parecchie leggi furono fatte per impedirle (38). I convertiti erano puniti di morte e colla confisca dei loro beni, e la stessa pena colpiva coloro che erano accusati di aver cooperato alla loro apostasia.

Nè pare che queste leggi avessero risposto allo intento, perchè vediamo Costantino obbligato a proibir di nuovo con severissime pene agli Ebrei di far proseliti.

Ma a toglier ogni dubbio sull'efficacia dello spirito di propaganda che animava gli Ebrei nella Roma pagana, ci piace recar qui un brano di Dione Cassio (39). “Questo paese si chiama Giudea, e Giudei i suoi abitanti. Non conosco l'origine di questo secondo nome, ma esso si applica ad altri uomini che, quantunque di razza diversa, hanno adottate le istituzioni di questo popolo. E fra i Romani sonvi molta gente di tal fatta, e quanto si fece per porvi ostacoli, non giovò che ad aumentarli, tanto che fu forza accordar loro la libertà di vivere secondo le loro leggi.”

Altro modo, di cui gli Ebrei dovettero giovarsi per acquistar proseliti, fu il possesso degli schiavi; e le numerose precauzioni, che per lunga serie di secoli prendono le autorità spirituali e le temporali, per impedire agli Ebrei di convertire alla loro religione gli schiavi da essi posseduti, bastano a farci persuasi quanto zelo mettessero gli Ebrei nel deluderle.

Ma anche senza tener conto di questo coefficiente pure importantissimo per l'adulterazione della razza, la storia delle età di mezzo ci porge non infrequenti esempi di conversioni al giudaismo.

Alla fine del IV secolo dell'èra nostra Abu-Karibba-Tabban re dell'Yemen (40) e nel 740 Bulan re dei Kazari (41) abbracciano il giudaismo.

All'epoca dell'imperatore Enrico II il cappellano di un Duca Corrado, di nome Vecelino, passò al giudaismo, locchè fece adirare al massimo grado l'imperatore, ma non produsse altro castigo che quello di una erudita confutazione (42).

Un caso simile sotto Lodovico il Pio è narrato da Krabano Mauro (43).

In Francia le conversioni al giudaismo non sono senza esempio. Parecchi cristiani lasciarono nel IX secolo la Chiesa per abbracciare il giudaismo, e fra questi si citava un diacono palatino a nome Putho (44), e sino ai tempi di Filippo il Bello (XIV secolo) si segnalano conversioni (45).

Nel 1040 un celebre rabbino di Granata, Giuseppe Halevy, è accusato di aver fatto proseliti alla fede mosaica in Ispagna e messo a morte (46).

Le conversioni al giudaismo erano, nel XIII secolo ancora, tanto frequenti da meritare che Nicolò IV, appena assunto al Pontificato, se ne occupasse con una lettera datata da Rieti, 5 settembre 1288; lettera che non deve aver prodotto grande effetto, se Giovanni XXII è obbligato a promulgarne una consimile il 13 agosto 1317.

Rainaldo ci assicura che nel XIV secolo molti fra i discepoli di Giovanni Viclefo abbracciarono la _perfidia giudaica_.

Il primo di agosto 1603 sulla Piazza Ribeiro in Lisbona venne bruciato fra Diego di Assunçao, monaco francescano, che, dopo aver abbracciato il giudaismo, andava predicando ed insegnando questo solo doversi considerare vera religione.

Ricorderò ancora quel Giovanni Mica, cristiano portoghese del XVI secolo, che, fattosi ebreo, prese il nome di Giuseppe Nassi, visse in Costantinopoli e pubblicò varie opere lodatissime (47).

Nel secolo scorso rimase celebre in Inghilterra la conversione di lord Giorgio Gordon (48).

Molti altri esempî potremmo citare (49); ma crediamo che quelli da noi portati sien più che sufficienti a provare che il Giudaismo devesi considerare come una religione, non come una razza (50).

Come dubitare che gran parte degli Ebrei attuali non discenda da questi nuovi convertiti (51)? Certamente, grazie alle persecuzioni che per lunghi secoli afflissero i credenti nella legge di Mosè, non un Ebreo si trova oggi nel luogo di origine della propria famiglia.

Cacciati or di qua, or di là, essi andavano concentrandosi nei paesi, dove leggi, non più miti, ma meno crudeli permettevano loro di vivere con una sicurezza relativa; sicchè, oggi, tanto varrebbe voler cercare i veri discendenti dagli Ebrei di Palestina, per ricacciarli nella loro terra, quanto il cercare in Italia i discendenti degli antichi barbari per ricacciarli oltre Alpi.

Ma se si volesse adottare contro gli Ebrei un provvedimento qualsiasi, ispirato a questa pretesa differenza di razza, come a noi italiani non si affaccierebbe alla mente la testimonianza, già da noi invocata, di Dione Cassio e come non ci tormenterebbe il dubbio che questi pretesi stranieri, questi abborriti semiti sieno proprio figli di quei Romani convertiti al Giudaismo, di cui parla lo storico latino, tornati fra noi, dopo Dio sa quali peregrinazioni, mossi da quell'amore del paese di origine che, come un istinto, sopravvive forse in noi alla memoria?

Nè gioverà spender molte altre parole intorno a siffatta questione di razza, perchè, assurda dovunque, essa raggiunge fra noi l'apice della assurdità.

Gettiamo uno sguardo sulla storia dei secoli scorsi, e vedremo, finchè durò la potenza di Roma, accorrere fra noi stranieri d'ogni razza e d'ogni lingua, e quando i destini d'Italia mutarono sì che da donna divenne ancella, vedremo gli schiavi di ieri mutarsi in predoni, correre sulle terre nostre e devastarle. Goti, Longobardi, Normanni, Saraceni persino si impiantano fra noi, e vi spadroneggiano, e noi osiamo oggi parlare di razza!

E poi cosa è la razza di fronte al grande principio del secolo nostro, quello delle nazionalità? E caratteristica della nazionalità è la lingua, non la religione, non l'origine.

Per riconoscere nome e qualità di italiano a chi è nato in Italia da genitori italiani, a chi parla la nostra lingua, sarà forse d'uopo aprirgli le vene per riconoscere quante goccie di sangue non italiano vi corra?

Or via, l'Italia, che a buon dritto considera come fratelli i Valdesi del Piemonte, i Cimbri dei Sette Comuni (52), gli Slavi del Molise, gli Albanesi ed i Greci del Mezzodì, vorrà contestare nome e qualità di italiani agli Ebrei, che nei tempi di schiavitù divisero la sorte degli altri Italiani?

Un'ultima ragione infine, e potentissima, dovrebbe spingere i moderni antisemiti a non insistere sulla questione di razza.

Essi, che non arrossiscono di farsi persecutori, ma che arrossirebbero di giustificare la persecuzione colla sola causa che la renderebbe meno odiosa, lo spirito di religione, verrebbero, ponendo innanzi tale questione, a provocare una enorme ingiustizia.

Non vi ha dubbio che negli scorsi secoli o per convinzione, o per sottrarsi a persecuzioni, o per ispirito di cupidigia, milioni di Ebrei apostatarono per abbracciare il Cristianesimo.

Pel Cristiano che ripugna dall'Ebreo, perchè vede in lui l'ostinato avversario della sua Fede, l'uccisore del suo Dio, l'acqua del Battesimo lava queste colpe originali, sicchè egli a buon dritto considera eguali a se stesso l'ebreo battezzato e i suoi discendenti.

Ma per l'antisemita moderno, ateo e materialista, che odia nell'ebreo non la religione, ma la razza, l'acqua del Battesimo non lava nulla; perocchè nessun teologo ha mai asserito che il Battesimo muti un semita in un giapeto.

Sicchè, se il moderno antisemitismo non vuol commettere una enorme ingiustizia, egli deve cercare, per avvolgerle nel suo odio, quelle migliaia di famiglie cristiane che hanno nelle vene sangue di ebreo (53).

Il dilemma è stringente: o gettare la maschera e confessare che non si perseguitano gli Ebrei perchè semiti, ma unicamente perchè ebrei, od intraprendere ricerche etnografiche e genealogiche, che sarebbero appena possibili, se ogni uomo, da Adamo in poi, si fosse iscritto in un _stud book_, come un cavallo di puro sangue.