Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti

Part 17

Chapter 173,737 wordsPublic domain

“Assurdo è il supporre che i varî popoli si siano data la voce e la parola d'ordine, di odiare, disprezzare e perseguitare così, senza scopo nè perchè, un _ordine_ speciale. Dunque bisogna ammettere in quest'_ordine_ speciale una causa a _lui_ inerente, insita e quasi connaturata, che sempre mostra i suoi effetti ed eccita sempre l'odio, il disprezzo e la persecuzione non evitabile, nè di fatto mai evitata, in pressochè _un secolo e mezzo_. La qual causa consiste nel suo odio teorico e pratico contro il genere umano _non gesuita_. E la causa di quest'odio dove si trova? Ossia, come si forma così e si educa l'indole e la natura _gesuitica_ a quest'odio teorico e pratico contro il genere umano? Non per fermo colla legge morale ed educazione religiosa semplicemente _cattolica_, qual è rivelata da Dio nell'antico e _nel nuovo_ Testamento. Resta dunque, che la _Compagnia_ _di Gesù_, si sia foggiata una legge, una morale ed un'educazione religiosa novella e non _cristiana_, che seco si porta in tutti i paesi dove si va ad abitare, e che mai non ha abbandonata per tanti _anni_, ed anzi andò sempre più perfezionando, ossia corrompendo in teoria ed in pratica, ottenendo così da tutti i popoli e da tutti i tempi quel ricambio di odio, di disprezzo e di persecuzione che essa ha giurato e praticato sempre contro tutti i popoli ed in tutti i tempi. Or questo impasto di veleno, di odio, di immoralità e di empietà che forma ora la _regola_ e la morale, se non sempre pratica, almeno sempre certamente teorica, della _Compagnia di Gesù_ è quello che si chiama _Monita secreta_.

“. . . . . Del resto, sarebbero ben sciocchi i _gesuiti_ se non negassero anche in tal caso la verità conosciuta. Ma si mostrerebbero molto più accorti e più savî se invece di negare a parole ciò che le loro autentiche e canoniche leggi dimostrano a chi sa leggere i loro libri, negassero invece coi fatti quello che invece pur troppo coi fatti certamente e notoriamente sempre confermarono e confermano ancor presentemente. Senza i quali fatti, conformi alle loro leggi, chi potrebbe mai spiegare quelle sì ognora rinascenti sollevazioni contro di loro di tanti popoli? Le quali non si sono verificate mai contro nessun altro _ordine religioso_; perchè nessun altro _ordine religioso_ vi ha mai dato somigliante motivo. Giacchè anche qui è vero che _nihil fit sine ratione sufficienti_. E se la _Compagnia di Gesù_ sola fra tutti gli _Ordini religiosi_ fu sì odiata sempre, convien bene che vi sia in lei insita una sufficiente ragione eccitante questo continuo e comune odio contro di lei di tutte _le nazioni_. Or questa ragione sufficiente non può trovarsi certamente nella Legge _religiosa_. È dunque, anche per ciò solo, necessario il supporre che vi sia ora un'altra legge che la regola e governa, ossia la sregola e la sgoverna.

“La quale legge non è altro che i _Monita secreta_, lambiccati e quintessenza dell'odio e della malizia antisociale ed anticristiana e _dei gesuiti cacciati_ per divino castigo _dalle loro sedi_, e dispersi tra le genti fino al giorno in cui riconosceranno anche essi il vero Messia: _la libertà_. Allora avremo forse anche noi _salutem ex inimicis nostris et de manu omnium qui oderunt nos_. La _Compagnia di Gesù_ infatti, come fu ed è dappertutto influentissima nel male, dopo che abbandonò la vera _dottrina di Cristo_, così sarebbe stata e sarà senza dubbio, influentissima nel bene quando o non l'avesse abbandonata, o le ritornasse in seno.”

Io sono certo che leggendo siffatto ammasso di banali insolenze, non sorrette da nessuna ragione, non confortate da nessun fatto, da quello infuori, brutalmente vero, delle persecuzioni sofferte, Ella proverebbe un impeto di sdegno.

Ed avrebbe, Riverito Signor mio, non una, ma mille ragioni; perocchè oggi chi studia le questioni sociali e storielle, sopra libri alquanto più seri che non sieno i romanzi di Eugenio Sue, sa, con certezza, che l'invenzione dei _Monita secreta_ è una delle più spudorate calunnie che sieno mai uscite dalla penna di libellista settario.

Ma sa Ella donde ho tratto le pagine surriferite contro la Compagnia di Gesù?

Sono nè più nè meno che quanto si legge nel volume 6º, anno 1881, pagg. 601 e 735 della sua _Civiltà_; soltanto, non per ricordare anco una volta. a V. S. Ill.ma il noto _qui gladio ferit, gladio perit_, ma per mero artifizio di polemica, mi son permesso di sostituire sempre e dovunque alla parola _ebrei_ quella di _gesuiti_, alla parola _Talmud_ quella di _Monita secreta_ (calunnia per calunnia) indicando del resto sempre e dovunque le mie modificazioni con carattere corsivo; buona fede questa alla quale nè i Gesuiti, nè gli Ebrei sono avvezzi da parte dei loro avversari.

Capisco che Ella mi dirà che ciò che si è detto dei _Monita_ è calunnia nera, e verità invece sacrosanta quanto l'articolaio suo blatera contro il _Talmud_; ma io le risponderò pregandola a rileggere quanto è scritto nei precedenti capitoli e ad esaminare, con serena coscienza, se più sian convincenti gli argomenti miei o quelli dell'articolaio suo; ma siccome in quei capitoli io non pigliavo di fronte uno piuttosto che un altro nemico del giudaismo, e combattevo, non il calunniatore, ma la calunnia, così consenta che in questa mia lunga lettera io risponda a talune delle più impudenti osservazioni dell'articolaio suo.

Abilità miranda, malizia sopraffina od arte infernale, Riveritissimo Signor mio, è invero quella di cui fa prova l'articolaio suo, allorquando a pag. 4 e 5 del vol. V, pretende provare che l'Assemblea dei notabili ebrei, prima, ed il Sinedrio da poi, convocati a Parigi dal primo Napoleone, ingannarono la Francia ed il mondo, e facendo mostra di amore pei Francesi e per gli uomini civili in generale, proclamarono invece altamente il loro odio per tutti quanti non sono Ebrei.

Riassumo l'argomentazione dell'articolaio suo.

Egli dice: Gli Ebrei dichiararono in quelle solenni adunanze, di avere in conto di fratelli coloro che osservano i sette precetti noachitidi. E questo è vero. Ma, prosegue l'articolaio, fra questi precetti vi ha quello di non mangiar carne strappata da animale vivo, e l'altro di aborrire dal culto degli idoli. Ora nessun popolo, tranne l'ebreo, aborre dall'uso di carni strappate da animali vivi e l'ebreo considera idolatri i Cristiani pel culto di latria che rendono a N. S. Gesù Cristo, pel culto di dulia che professano alla Beata Vergine. Quindi gli Ebrei dicendo di aver in conto di fratelli coloro che osservavano i sette precetti noachitidi, venivano, alla fin dei conti, a dire che non avevano in conto di fratelli altro che se stessi.

Non mi affannerò io certamente a provare che il Dio della Bibbia rivelò a Noè ed a' suoi figli i sette precetti che i talmudisti dicono noachitici.

Son fole, indegne che Ella ed io ci perdiamo tempo.

Ma vorrà Ella negarmi che quei sette precetti rappresentino il _minimum_, per così dire, della morale?

Che vi ha dunque di strano se gli Ebrei dicono doversi considerare fratelli quelli soltanto che quei precetti noachitici osservano?

Per noi, educati alle idee di moderna tolleranza, di quella tolleranza che l'articolaio suo chiama massonica e che io dico cristiana, è infame eccettuare, teoricamente almeno, dalla fratellanza universale il cannibale e l'antropofago; alla S. V. Ill^ma — nel cui giornale si tributano continui elogi alla cattolica Spagna, che non paga di aver bruciato Mori ed Ebrei in casa sua, ha distrutto, quasi, in America, le razze autoctone — alla S. V. Ill^ma, siffatta eccezione deve sembrar naturale quando le sia provato che non si riferisce a' popoli cristiani o maomettani, ma soltanto agli idolatri ed ai cannibali propriamente detti. E questo lo proverò in poche righe, malgrado i sofismi, diremo _rabbinici_, dell'articolaio suo.

Cominciamo _in amoenis_, e cioè dal precetto di non mangiar carni strappate da animali vivi. Nessuna religione, dalla giudaica in fuori, dice l'articolaio suo, ha tale precetto siccome rivelato da Dio; sopra il che ricorda quanto è scritto nei _Fioretti di San Francesco_ nel capo I della vita di Fra Ginepro: “Visitando un frate infermo, domandollo: Possoti io fare servigio alcuno? Rispose l'infermo: Molto mi sarebbe grande consolazione uno peduccio di porco. Disse Frate Ginepro: Lascia fare a me. E va e piglia un coltello, ed in fervore di spirito va per la selva dov'erano certi porci a pascere, e gittossi addosso ad uno e tagliali il piede e fugge lasciando il porco col piè troncato” violando così — prosegue l'articolaio — un precetto noachitico e rendendo indegni sè e il Frate infermo che mangiò il peduccio di porco, della carità universale ebraica.

L'articolaio ha dimenticato che il buon Fra Ginepro ha violato, non uno ma due precetti noachitidi — tanto è vero che i precetti della legge morale sono strettamente connessi gli uni cogli altri — ed ha violato proprio un precetto che Dio ha dato, non soltanto a Noè, ma a Mosè sul Sinai, che la Chiesa cattolica ha conservato fra i comandamenti di Dio, e che i codici penali di tutti i paesi del mondo, non cannibale, hanno accolto nelle loro ampie braccia: _Settimo_: NON RUBARE.

Non farò io colpa a Fra Ginepro del furto commesso e della crudeltà di cui si rese colpevole verso quel povero porco; il fervore della carità giustifica colpe ben più gravi che non sian quelle del buon fraticello, ma chieggo a V. S. Ill^ma di indicarmi una nazione civile, un uomo solo, il cui senso morale non sia completamente ottuso, che consenta a recidere un membro ad un animale vivo per cibarsene.

Allorquando i Talmudisti scrivevano non si conosceva _morale indipendente_; sola sorgente di ogni morale era Dio; se essi posero sotto la salvaguardia di Dio un precetto che Dio non ha certamente rivelato a Noè, ma che ha scolpito nel cuore di ogni uomo, vorrà Ella farne colpa agli Ebrei? E lo potrebbe Ella, pensando con quanto accanimento i giornali di parte sua, e forse la stessa sua _Civiltà_, perseguitarono la vivisezione, certamente altrettanto crudele quanto l'atto di Frà Ginepro, ma, forse, giustificata dal grande incremento che apporta alle anatomiche discipline?

Creda, creda pure l'articolaio, che il mondo civile intero professa il precetto noachide di non mangiar carne strappata ad animali vivi.

_Sed majora premunt_. Al dire degli Ebrei, i Cristiani sono idolatri, quindi non osservano i sette precetti noachitidi e quindi sono esclusi da quella che l'articolaio suo chiama, elegantemente, fratellanza giudaica.

Non uso a valermi di altre espressioni, dirò soltanto che in questa argomentazione sono altrettante le inesattezze quante le parole. Gli Ebrei negano la divinità di N. S. Gesù Cristo — se non la negassero, non sarebbero Ebrei — ma ammettono e riconoscono che i Cristiani lo adorano, non come Uomo, ma come Figlio di Dio. Potranno deplorare questo, che per essi è un errore, ma non cadono nell'altro di non comprendere che l'Unità di Dio, il monoteismo, è dogma anche pei Cristiani. Non adorano certamente la Santissima Trinità, non si arrogano di spiegare ciò che è mistero per la Religione cristiana, ma sanno che il dogma della Trinità non esclude il monoteismo. E se il suo articolaio conoscesse almeno di nome la Cabbala e le opere di Knorr, di Rosenroth, di Reuchlin e di Rettangel, non ignorerebbe che nella Cabbala — che gli Ebrei, come Ebrei, non hanno del resto in nessun conto — si trovano parecchie allusioni favorevoli al dogma della Trinità.

Ma senza perderci in questioni cabalistiche, lo stesso articolaio non cita a pag. 732, vol. VI, queste parole del Maimonide? “La concezione, colui che concepisce e chi è concepito sono in Dio tre modi di essere i quali non costituiscono che la stessa essenza, nè formano punto una pluralità.”

Io non mi sento di addentrarmi nel ginepraio di una discussione teologica o filosofica, ma parmi, che queste parole provino abbastanza chiaramente che, nella mente del massimo filosofo e teologo ebreo, il dogma della Trinità non è incompatibile col monoteismo.

Parmi adunque aver dimostrata falsa ed insussistente la calunnia che il suo articolaio addebita agli Ebrei adunati a Parigi di avere, con un abile gioco di parole, manifestato il loro odio verso i popoli non israeliti, facendo credere a sentimenti di fratellanza cui avrebbe repugnato la loro religione. Ma, ad esuberanza, voglio addurre una altra prova.

Il suo articolaio, che a pag. 485 del vol. V enumera abbastanza esattamente i precetti noachitidi, si accorge poi che tutta la sua argomentazione, per provare che, a giudizio degli Ebrei, i Cristiani non osservano quei precetti, claudica, zoppica. Ed allora cosa fa quel bravo signore, che in parecchi luoghi del suo articolo accusa gli Ebrei di aver falsato la Bibbia, con un tratto di mala fede, veramente rabbinica, a pag. 99 del vol. VII, include fra i precetti noachitidi, _risum teneatis_, la circoncisione! _Tantae molis erat_ provare che gli Ebrei non credono che i Cristiani osservino i precetti noachitidi!!

E passo ad un altro capo d'accusa.

L'articolaio suo è andato ad esumare, dai libri di uno dei tanti Ebrei rinnegati, il Drach, una vecchia, vecchissima accusa contro gli Ebrei.

“Ancora ai nostri giorni, egli dice, un tribunale di tre Ebrei, talvolta i meno civilizzati ed i più ignoranti del luogo, ma che dinanzi alla sinagoga ha piena autorità, si arroga il diritto (noi gemiamo di doverlo dire) di sciogliere i loro correligionari dai loro giuramenti, di annullare le loro promesse ed i loro impegni più sacri, così pel passato, come pel futuro.” Che il Drach fosse un malvagio ed un mentitore impudente, sapevamcelo da un pezzo; che il suo articolaio non conoscesse verbo del Talmud, se non a traverso le opere venali degli Ebrei rinnegati, aveva avuto cura di avvertircene egli stesso con queste parole (pag. 215, vol. VI):

“Alle rivelazioni dei Rabbini convertiti si dee pressochè esclusivamente quella qualunque (_assai scarsa!_) siasi cognizione in cui ora siamo (_parli per sè, il_ dotto _articolaio, chè gli uomini di buona fede sanno attingere ad altre, meno impure, sorgenti_) di quella perversa legge (_il Talmud_).” Ma che nel secolo XIX toccasse rispondere, per la millesima volta, ad un'accusa di questo genere, e che quest'accusa fosse riferita dal giornale di una Compagnia meritamente celebre per vastità di dottrina ed acutezza di mente, è cosa che davvero non mi sarei mai aspettato.

Siccome però tengo per assioma il precetto che a qualunque anche stolida accusa convenga rispondere, così rispondo al Drach ed allo articolaio.

Anche in questo caso si verifica il detto volgare, che non c'è fumo senza fuoco, ma è un fuocherello ben piccolo, glielo accerto, in paragone di quello dei roghi che bruciarono tanti poveri Ebrei ed anche, _une fois n'est pas coutume_, il R. P. Malagrida, che io tengo per altrettanto innocente quanto, quei poveri Ebrei.

Mi stia dunque a sentire, Riverito Signor mio!

È vero che una volta all'anno l'Ebreo si fa prosciogliere dalle promesse non mantenute; ma bisogna distinguere, perchè, come Ella mi insegna: _Qui bene distinguit, proximus est veritati_.

Non si tratta dunque, come il Drach _rabbinicamente_ insinua, e l'articolaio pecorescamente copia, di promesse fatte a qualsivoglia persona o di giuramenti fatti a privati, a tribunali, a principi; si tratta soltanto di _voti religiosi fatti a Dio e non adempiuti per cause indipendenti dalla volontà di chi li ha fatti_ (325).

Ora giova avvertire due cose: e cioè che se un Cattolico si trova nello stesso caso, ricorre alla Santa Sede, che avendo ricevuto da N. S. Gesù Cristo facoltà di sciogliere e di legare, lo proscioglie dal voto; l'Ebreo, che non ha autorità spirituale, ricorre a tre, che chiamerei probiviri, i quali adempiono ad un atto di carità, tranquillizzandone la coscienza. Oltre a ciò, è a sapersi che gli Ebrei non furono mai troppo teneri dei voti. Nell'_Ecclesiaste_ è detto: “Meglio è che tu non voti, che se tu voti e non adempi” (v. 5) e Rabbi Meir commentando questo versetto soggiunge: “Ma meglio assai non far nessun voto” (326). E forse il buon Rabbi nell'emettere tale parere, aveva presente il versetto 14 del VI dei _Numeri_, nel quale il Signore comandò che chi ha fatto un voto e lo ha osservato, debba, tra gli altri sacrifizi, offrirne uno in espiazione del peccato di aver fatto un voto.

E se il suo articolaio non fosse convinto e volesse fare un atto di giustizia inconsueto in lui, e che si riassume nel precetto _audietur et altera pars_, legga la _Défense du Judaisme_, di Isaac Levy, ed a pag. 62 vi troverà ampiamente confutata la sciocca accusa sulla quale, per mio conto, mi sono anche troppo dilungato.

Un'altra accusa che trovo nel vol. VI, pag. 605, è la seguente:

“I giudei poi non accettano la testimonianza dei non giudei; perchè non si dee credere a chi è sospetto di delitti. E tali sono tutti i non giudei. E perciò, anche secondo il Talmud, nessun ebreo dee porre una sua bestia da soma, o qualsiasi altra nelle stalle dei non giudei, nè lasciar sola con essi una loro donna, e neanche rimanere egli stesso solo con loro, per sospetti espressi chiaramente nel Talmud; ma che bello è il tacere (_e più bello il non accennare, in omaggio al proverbio: non parlar di corda in casa del... padre Sanchez_). “Sospettano dunque, gli Ebrei di tutto il genere umano non ebreo, e credono birbanti ed infami tutti fuorchè loro: e ciò notisi bene in forza della loro legge e per precetto religioso.”

Sicuro; gli Ebrei ed i loro Rabbini avevano, nel secolo V in cui fu scritto il Talmud, il gran torto di non fidarsi di chi non professava la loro religione; ma di grazia, a che sentimento si ispiravano i Padri del VI Concilio d'Adge e del Concilio Epaonense, vietando ai Cristiani di non mangiare cogli Ebrei? (327). A che sentimento si inspirava papa Benedetto XIII, per tacer d'altri, vietando agli Ebrei di formare società coi Cristiani, di esercitare la medicina, di aver domestici cristiani, ecc., ecc. E quei predicatori che, al dire di papa Martino V (328), che cristianamente ne li biasima, vietavano persino ai Cristiani di cuocere pane per gli Ebrei, obbedivano, di grazia, a che sentimento?

Ma Ella mi dirà che, verso l'Ebreo, empio e spregiatore di ogni legge umana e divina, la diffidenza non è mai troppa, ma che l'Ebreo, sempre trattato amorevolmente dagli altri popoli, aveva obbligo di avere verso di loro la maggior confidenza.

Le storie tutte attestano di questa amorevolezza con cui eran trattati gli Ebrei, ma a me basta spigolare pochissimi fatti, che non sono però fatti isolati, per mostrare quanto torto avessero gli Ebrei di diffidare di coloro che professavano altre religioni, anche se queste imponevano come obbligo, la carità e l'amore verso l'uman genere.

A Beziers nella settimana santa ERA PERMESSO ai Cristiani di pigliare a sassate gli Ebrei (329).

Ma pigliarli a sassate non basta, e nelle Assise di Bretagna nel 1239, si trova una disposizione che vietava di procedere contro chiunque avesse ucciso un ebreo (330).

E questi empi Ebrei, così ben protetti dalle leggi dei popoli fra cui vivevano, osavano iscrivere nei loro libri religiosi, massime di precauzione contro i loro persecutori!

Perchè, invece, non affidarsi alla pietà di questi? Perchè non invocare, per esempio, l'appoggio di quel buon Ugo, cappellano del visconte di Rochechouart, di cui voglio narrarle le gesta, ad edificazione dell'articolaio suo.

È quasi certo che Ella sa, e che l'articolaio suo che nulla sa, ignora, che una di quelle sante leggi del passato, di cui l'articolaio invoca parecchie volte il ripristinamento, disponeva che gli Ebrei di Tolosa dovessero ricevere uno schiaffo alla porta del maggior tempio, cerimonia piissima ed edificante, che durò fino al principio del XII secolo (331).

Ora quel buon cappellano..... ma val meglio lasci la parola ad un autore non sospetto di soverchia benevolenza verso gli Ebrei: “Quo tempore Ugo, capellanus Americi vicecomitis Rocacardensis, cum eodem seniore suo Tolosæ adfuit in Pascha: et colaphum judaeo, sicut illic omnis Pascha semper moris est, imposuit et cerebrum illico et oculos ex capite perfido ad terram effodit. Qui judæus statim mortuus, ad synagogam judæorum de basilica Sancti Stephani elatus, sepulturæ datus est.” (332).

E badi, Riverito Signor mio, che questi perfidi Ebrei avevano tanto maggior torto di diffidare di questi mitissimi avversari, in quanto la legge li tutelava così bene, che al piissimo cappellano Ugo non fu torto un capello!

Ma che vado io cercando esempi nel _tanto calunniato medio evo_ (come si suol dire nel suo giornale), per provare il torto grandissimo che avevano gli Ebrei di non fidarsi dei loro nemici?

Lo stesso suo articolaio mi fornisce un argomento prezioso. È noto, _lippis et tonsoribus_, che la Spagna, fra tutte le nazioni europee, è quella che gode la maggior simpatia di V. S. Ill.ma e dei redattori del suo giornale, tanto è vero che a pag. 456 del volume V la trovo chiamata “la più cavalleresca ed anche forse la più cattolica di tutte le nazioni.”

Ora, il suo pio articolaio visto, che se i tempi non volgono propizi agli arrosti, non sono neppur adatti a ristabilire la _colafizazione_ di Tolosa, appena sente che il Governo spagnuolo si mostra disposto a richiamare gli Ebrei, scrive queste precise parole:

“Poco si fidano gli Ebrei dell'ospitalità spagnuola. E non hanno torto. Tanto più che la Spagna passa ora per avere le finanze sì pubbliche e sì private un po' ammalate. E quando gli Ebrei vi avessero seco portati i loro milioni, non si sa se poi qualche moto antisemitico non dovesse ricacciare gli Ebrei dalla Spagna, ritenendo i milioni. Sono cose già accadute, e che il presente dominio liberalesco non può che rendere sempre più facili a riaccadere.”

Lascio a parte l'insinuazione contro il dominio liberalesco; non oppongo l'osservazione che Ferdinando ed Isabella, che cacciarono gli Ebrei, ebbero dalla storia un nome che, grazie a V. S. Ill.ma, ed a pochi suoi accoliti, significa l'opposto di liberale; ma chieggo, a chiunque abbia pratica di arguzie rabbiniche, se dalle linee che ho testè riferito, non appare chiaro il desiderio del pio articolaio suo, che avvenga ciò ch'egli ipocritamente finge di temere, che cioè la _cattolica_ e _cavalleresca_ Spagna scacci _cavallerescamente_ gli Ebrei, e ne ritenga, altrettanto _cavallerescamente_, i milioni, dato e non concesso che milioni ci sieno?

E quando oggi ancora, in pieno XIX secolo, esistono pie persone come l'articolaio suddetto, come il Rohling, come il sucido falsario dell'anonimo opuscolo di Prato, come quel rinnegato di tutte le nazioni e di tutte le religioni che si fa chiamare Osman bey, vi è di che meravigliarsi se gli Ebrei del V secolo avevano ricorso a qualche provvedimento precauzionale contro i loro nemici?

E qui giunto alla fine mi nasce, Riveritissimo Signor mio, un dubbio.

Valeva egli la pena di discutere coll'articolaio suo che mi dà prove luminose di dottrina, collocando Damasco in Egitto (VII, 476); facendo di S. E. il generale Menabrea un ebreo (VII, 238), quando sanno anche i bimbi che quell'egregio uomo di Stato fu tra i fondatori dell'_Armonia_, ed infine mettendo, come già ebbi a rilevare, la circoncisione fra i precetti noachidi? Ma istruire gli ignoranti è opera di carità, ed io non rimpiangerei le mie parole se non temessi che l'articolaio in questione, fosse fra quegli ignoranti che non vogliono essere istruiti.

Come si fa per esempio ad ammettere la buona fede, altrimenti che spiegandola colla crassa ignoranza, dello scrittore che a pag. 736 del vol. VI, scrive queste parole: