Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti

Part 15

Chapter 153,523 wordsPublic domain

(248) L'autore di questa strana ipotesi è, sventuratamente, un italiano, e, più sventuratamente ancora, un italiano nel quale il molto, moltissimo ingegno non andò mai del paro con l'elevatezza del carattere, F. D. Guerrazzi.

Lo scrittore livornese, nella prima edizione dell'_Asino_ (Torino, Franco, 1857, in 8º — Cap. IX, pag. 200), aveva scritto queste testuali parole: “Questo vediamo praticato in diverse guise o cibando le vittime umane già offerte a Dio ed accettate da lui, come, fino a tutto il 1820, costumarono i Benderusi, o gli azzimi intinti col sangue umano, come fecero gli Ebrei, finchè lo poterono fare”.

Ed in nota aggiunge il Guerrazzi le seguenti parole:

“Che questo nei tempi barbari costumassero gli Ebrei non sembra potersi revocare in dubbio; fra i moderni scrittori ne parlano A. Mackiewitz (_sic_) e Jacob il bibliofilo”.

Il prof. Levi di Vercelli si prese la scesa di capo di provare all'illustre ex-triumviro, che egli si era fatto organo di una volgare calunnia; ciò non pertanto il Guerrazzi non si ritratta, ma, nella terza edizione (Torino, Seb. Franco e Figli, 1859, in-16º — Cap. IX, pag. 173 e 174), ripete tutto quanto aveva detto nella prima, compresa la storpiatura in Mackiewitz del nome del grande poeta polacco e, quasi per grazia, aggiunge alla nota succitata questa nuova insinuazione:

“Diligenti ricerche ci hanno chiarito come questa inumanità non pure consentano, ma vietino le leggi ebraiche: se qualche setta iniqua l'abbia praticata non è sicuro (_no, on. Guerrazzi, è sicuro che_ NESSUNA _setta del giudaismo la praticò mai_) e in ogni caso sarebbe fantasia e ferocia di qualche uomo-belva, non punto rito di popolo”.

(249) Se crediamo ad una corrispondenza che il _Figaro_ di Parigi riceveva da Vienna in occasione del processo di Nyèregyhaza, questa credenza è ancora abbastanza diffusa, persino a Vienna. Citiamo testualmente:

“Anche a Vienna incontrerete facilmente persone che vi dicono coll'aria la più ingenua: Come, non lo sapete? tutti gli anni a Pasqua allorquando gli Ebrei si accingono ad impastare i loro pani rituali detti azimi, essi hanno l'abitudine di aromatizzare uno di questi pani col sangue di una vergine cristiana. Questo pane, sacro fra tutti gli altri, serve a tutto il giudaismo, e se ne distribuiscono dei pezzetti in tutta la superficie del mondo.

“Altri aggiungono che ogni anno la vergine viene fornita da una comunità diversa. Si estrae a sorte, fra le varie comunità, a chi spetti il dovere di rubare il fanciullo, di proceder alla panificazione religiosa e di far pervenire agli ortodossi del mondo intiero una briciola della sacrosanta focaccia, profumata secondo le regole del Pentateuco e dotata di quel sapore particolare che si vuole prescritto dal Talmud; sicchè ora l'incarico spetta alla comunione di Francoforte, ora a quella di Gerusalemme, di Parigi, di Salonicco e via dicendo.”

Se così si pensa a Vienna, qual meraviglia che in Romania, in Moldavia, in Russia, in Polonia, la stessa credenza persista con tanta intensità che, dice uno scrittore russo, “allo avvicinarsi della Pasqua il terrore dei contadini non è punto simulato”?

(250) È a notare, come bene osserva il Rohrbacher (_Storia della Chiesa_, Torino, Marietti. Vol. I, pag. 374 e segg.), che prima del trionfo del Cristianesimo i sacrifizi di umane vittime erano comuni a quasi tutti i popoli barbari. Rimandando, chi fosse vago di maggiori notizie, all'autore da noi citato, ricorderemo soltanto che, al dire di Dione Cassio, nell'anno 708 a. u. c., l'ultimo della vita di Giulio Cesare, e men di cinquanta anni prima della nascita di N. S., i pontefici ed i sacerdoti di Marte sacrificarono ancora due uomini sul Campo Marzio. Si era quindi lungi dal risentire in quei tempi l'orrore che oggi tutti proviamo pei sacrifizi umani. Non vi era quindi nessuna ragione al mondo perchè Giuseppe negasse recisamente l'addebito, mosso agli Ebrei da Appione, se fosse stato vero.

Quanto ai Cristiani essi non possono in alcun modo farsi forti contro gli Ebrei delle parole di Appione e devono anzi negarvi ogni fede, perocchè è evidente che, se gli Ebrei di Palestina avessero praticato l'infame rito di cui parla Appione, N. S. G. C. avrebbe primo levata la voce per stigmatizzare l'orrenda pratica. Il silenzio del Divin Redentore su tale accusa è, parci, la prova più evidente della menzogna di Appione.

(251) Questo fatto è narrato da SCHWAB, _Storia degli Ebrei_ recata in italiano dal Pugliese (Venezia 1870, pag. 69). Nè il Basnage, nè il Graetz, nè altri storici da noi consultati ne fanno menzione.

(252) BASNAGE, _Hist. des Juifs_, VII, 15, vol. 5, pag. 1771–2 Cfr. SALOMON BEN VIRGA, _Historia Judaica_, pag. 78–92.

(253) Questo fatto è narrato nella _Historia major_ di Matthieu Paris (m. nel 1259) che, come recenti studi hanno provato, non fece, per tutto quanto è anteriore al 1235, che copiare la _Cronaca_ o _Fiori di Storia_ di Ruggiero di Wendoser, monaco benedettino al pari di Matthieu. Il Matthieu narra che il bambino prima di essere crocifisso fu circonciso, e questo basta a provare l'assurdità di tutto il racconto. Di fatti, una volta circonciso, il bambino diventava ebreo, ed una volta ebreo, perchè mai i suoi correligionari l'avrebbero immolato?

(254) Gli Ebrei, cacciati nel 1290, da Edoardo I, dall'Inghilterra, non vi rientrarono che sotto il protettorato di Cromwell. In questa occasione varii libelli contro gli Ebrei vennero pubblicati allo scopo di indurre il Lord protettore a recedere dalle benevoli disposizioni che aveva mostrato verso di loro. Un dottissimo ebreo portoghese, Menassè ben Israel — autore di opere lodatissime (per una delle quali _Piedra Gloriosa o de la estatua de Nebuchadnesar_, Paolo Rembrandt non disdegnò di eseguire quattro incisioni) che fu amico intimo dei Vossii, del Barleo, dell'Episcopio, del Grozio, di quanti, insomma, uomini eminenti gli furono contemporanei — mandò alla stampa un opuscolo: _Vindiciae Judaeorum or a Letter in answer to certain questions on the nation of the Jews_, Londra, 1756. In questo opuscolo, inteso a scagionare gli Ebrei da varie accuse che contro loro si movevano, dimostra, con forti argomenti, come sia calunniosa l'imputazione di cui ci occupiamo. Fa rilevare che gli Ebrei, assai peggio trattati in Oriente che in Occidente, dovrebbero, se avessero tale orribile rito, giovarsi del sangue dei Mussulmani, più atroci loro nemici che non fossero i Cristiani, mentre nessuna accusa di questo genere venne mai loro rivolta. Infine il dottissimo uomo aggiunge: “Se quanto ho detto non basta ancora a _scolparci_, giacchè tutto si riduce soltanto a negare, senza produrre testimoni, mi vedo, nell'obbligo di ricorrere ad altro mezzo di giustificazione che il Signore, benedetto eternamente, ci ha prescritto in simili casi (_Esodo_, XXII): intendo parlare del _Giuramento_. Io giuro dunque con tutta la sincerità del mio cuore per il _Dio Altissimo_ che ha creato il Cielo e la Terra e che ha dato la _Legge_ al _Popolo d'Israele_ sul monte _Sinai_, che fino ad oggi non ho veduto infamie consimili fra il popolo d'Israele, e che essi non vi sono obbligati a farlo nè per legge divina, nè per comando degli avi, e che mai le hanno commesse, nè tentato commetterle, e ciò dico perchè mai ne fui informato da chicchessia, nè lessi coteste cose in alcun rituale ebraico. Se io mentisco in ciò, possano cadere su di me tutte le maledizioni delle quali si parla nel _Levitico_ e nel _Deuteronomio_, e possa io non vedere mai le benedizioni e consolazioni di Sion e non raggiungere il Risorgimento dei Morti”.

Per non dover ritornare su questo argomento aggiungeremo che il celebre filosofo Mendelsohn (1729–1786), pubblicando la traduzione dell'opuscolo di Menassè ben Israel, rinnovò per suo conto tale giuramento.

(255) WADDING, _Annales Minorum_, XIV, pag. 132 e segg.

A proposito di questo fatto, il più clamoroso, forse, fra quanti ne vennero addebitati agli Ebrei, ci piace riportare quanto scriveva il dottissimo Francerco Gar, negli Annali del Principato Ecclesiastico di Trento, da lui annotati dall'anno 1022 al 1540, compilati sui documenti da Francesco Felice degli Alberti, vescovo e principe, Trento 1860.

“Noi abbiamo creduto debito nostro di riferire fedelmente ciò che l'Annalista Alberti, canonico e poi vescovo di Trento, registrava, intorno questa orribile tragedia, della quale dai fanatici si sarebbe tentata la ripetizione anche ai dì nostri (_alludesi al processo di Badia di cui parleremo più sotto_), se a tali feroci delirii non avessero posto freno la voce della ragione e il sentimento dell'umanità.”

A mostrare come tutto quel processo non meriti fede, diremo soltanto come fra le pretese confessioni estorte agli Ebrei dalla tortura siavi anche questa, che essi nell'uccidere il fanciullo pronunziassero queste parole: _Tolle Jesse misrà elle parichief elle passussen pegnalem_ che avrebbero dovuto significare: “Noi facciamo morire questi della morte di Gesù Dio dei Nazareni, che è nullità; così si perdano i nostri nemici per sempre.” Ora, malgrado l'istituzione ordinata da Clemente V di cattedre di lingua ebraica, questa lingua nel 1475, era ancora assai poco conosciuta dai Cristiani, sicchè quelle parole dovettero essere inventate a capriccio mentre è certo che non appartengono nè alla lingua ebraica nè a nessuna delle lingue parlate nel Trentino.

Del resto questo processo sembrò dubbio anche ai contemporanei. Quando col pretesto del fatto di Trento alcuni predicatori vollero suscitare la plebe a fare man bassa sugli Ebrei, anche nel territorio della Repubblica veneta, il Doge e il Senato per reprimere lo scandalo ordinarono ai magistrati di Padova _di trattare gli Ebrei come gli altri sudditi, e impedire ogni violenza, perchè quell'accusa sembrava loro una calunnia inventata ad arte per certi fini, che il Senato non voleva indagare_. (Ordinanza del Doge Pietro Mocenigo in data 22 aprile 1475).

(256) Già stampato per cura dei signori comm. Barozzi, comm. Berchet, cav. prof. ab. Fulin e cav. Stefani.

(257) _San Sten._ Ora San Stin, cioè S. Stefano confessore, detto volgarmente S. Stefanino, per distinguerlo da S. Stefano protomartire (V. TASSINI, _Curiosità veneziane_).

(258) Cioè 1480.

(259) DAMAS, _Paroles de défense par M. le D._ ZUNZ in _Archives Isr._ Paris, vol. I, pag. 429.

(260) Notiamo di sfuggita che il popolo ebreo fu forse l'unico dell'antichità, cui fosse ignota la tortura che doveva poi straziare le membra di tanti infelici israeliti, e notiamo ancora, che i signori Montefiori e Cremieux, recatisi al Cairo nel 1840, per ottenere, da Mohamed Alì, giustizia a favore dei loro correligionari di Damasco, dopo averla ottenuta, non seppero far miglior uso della influenza guadagnata sull'animo del Vicerè che di chiedergli abolisse per sempre la tortura nei suoi Stati. (V. _Archives Isr._ Paris, vol. I, pag. 612).

(261) Pei dilettanti di riscontri storici segnaliamo qui un altro caso in cui gli Ebrei ebbero a soffrire per le calunnie di un figlio contro il proprio padre. Già nell'anno 66 dopo G. C., ad Antiochia, un ebreo snaturato avendo accusato il proprio padre e parecchi suoi correligionari d'aver volato appiccare il fuoco alla città durante la notte, si credette necessario alla pubblica sicurezza di uccidere gli autori di così scellerato progetto. (BASNAGE, _Op. cit._, cap. VIII, vol. I, pag. 229).

(262) Anche di questo giudice istruttore, Bary, la succitata corrispondenza del _Figaro_ ci fa un singolare ritratto. Eccolo: “Questo signore si siede durante il pubblico dibattimento in un punto della sala dal quale tutti i testimoni sono obbligati a passare, li intimida col gesto, collo sguardo, e siccome gode le simpatie del Presidente, gli avvocati non giunsero ancora a farlo espellere dalla sala.” Si noti che la corrispondenza da cui abbiamo tolto queste notizie è, per la sua intonazione generale, tutt'altro che favorevole agli Ebrei, che essa accusa, fra le altre cose, di possedere _certaines capacités d'accaparer, contre lesquelles les paysans sont presque sans défense_.

(263) In una epoca come la nostra, nella quale si è sempre tanto proclivi ad accusare di ogni nefanda impresa il clero cattolico, ci piace riprodurre, e far nostre, le seguenti parole con cui si chiude un opuscolo che abbiamo sott'occhi _Les Juifs et la Hongrie devant l'Europe, par_ M. M. MOREL. (Paris, s. a.): “La nostra ultima osservazione sarà per scagionare il partito cattolico ungherese da ogni partecipazione nella persecuzione contro gli Ebrei. Questa venne organizzata dai corifei di quel partito protestante che spinse l'Ungheria a diventare l'avanguardia della gran Germania sul Basso Danubio e in Oriente.”

(264) È bensì vero che a Prato venne pubblicato mesi addietro un libello nel quale, collo appoggio delle pretese rivelazioni di un Rabbino moldavo, convertito all'ortodossia greca, si ribadisce contro gli Ebrei la sconcia accusa. Dimostreremo a suo luogo la nessuna serietà di quell'immondo libello.

(265) L'opuscolo cui accenniamo ha tanto maggior importanza in quanto che l'autore vi si chiarisce tutt'altro che amico dei suoi antichi correligionari. Aloisio di Sonnenfels era figlio del primo Rabbino di Berlino e di tutto l'Elettorato di Brandeburgo ed, indirizzato dal padre al Rabbinato, avrebbe avuto agio di apprendere ogni segreto della religione ebraica, se questa avesse segreti, invece nell'opuscolo succitato egli scrive queste precise parole: “Chiamo Iddio in testimonio, in coscienza dell'anima mia, che non vi è al mondo, nè vi è stata, calunnia più nera di questa”. Il Sonnenfels adduce in questo suo opuscolo un argomento che ci piace far nostro. Egli dice: “Se gli Ebrei avessero d'uopo di sangue cristiano pei loro riti, perchè, anzichè arrischiare la vita per procurarselo, non lo comprerebbero con un po' di denaro dai flebotomi, negli ospitali, ecc.? Eppure non si è mai visto un Ebreo fare di siffatti acquisti!”

(266) Il Rev. Alessandro Mac Caul (1799–1866) non nacque ebreo, ma protestante. Fu dottissimo ebraizzante e professore di ebraico nel R. Collegio di Londra. Dimorò molti anni in Varsavia come capo della missione protestante per la conversione degli Ebrei. Lo comprendiamo fra i neofiti perchè nell'opuscolo _Reasons for believing that the Charge lately revived against the Jewish People is a Baseless Falsehood_, scritto da lui, in occasione del fatto di Damasco, per difendere gli Ebrei, reca una dichiarazione di molti Ebrei convertiti a sua cura.

(267) NEANDER (Giovanni Augusto Guglielmo), uno fra' più eminenti scrittori di Storia Ecclesiastica di questi ultimi tempi, nacque addì 16 genn. 1789 a Gottinga da genitori ebrei; si chiamava propriamente Davide Mendel, ricevette dalla madre un'educazione devota, frequentò il ginnasio ed il _Johanneum_ d'Amburgo, si fece battezzare nel 1806, nella qual occasione cambiò nome, e studiò poi teologia ad Halle e Gottinga. Nel 1811 diede gli esami ad Eidelberga e vi fu nominato professore di teologia, si trasferì tuttavia quello stesso anno a Berlino, dietro invito di quella Università; ed ivi Neander, efficacissimo propugnatore della cosidetta “teologia pettorale”, rivestì le cariche di professore ordinario di teologia, consigliere dell'Alto Concistoro, membro del Concistoro della provincia di Brandeburgo e membro della R. Accademia delle Scienze. Morì a Berlino il 14 luglio 1850.

Fra le sue numerose opere sono da notarsi:

_Ueber den Kaiser Julianus und sein Zeitalter_ (Lipsia, 1812; 2ª ed. Gotha, 1867); _Der heil. Bernhard und sein Zeitalter_ (Berlino, 1813, 3ª ed. 1865); _Genetische Entwickelung der vornehmsten gnostischen Systeme_ (ivi, 1818); _Der heil. Johannes Chrysostomus und die Kirche in dessen Zeitalter_ (ivi, 1821–22, 2 vol.; 3ª ed. 1849); _Denkwürdigkeiten aus der Geschichte des Christenthums und des christlichen Lebens_ (ivi, 1822–24, 3 vol.; 4ª ed. 1866); _Antignosticus, Geist des Tertullian_ (ivi, 1826, 2ª ed. 1849); _Allgemeine Geschichte der christlichen Religion und Kirche_ (Amburgo 1825–52, 6 vol. in 11 sezioni; 4ª ed. Gotha, 1863–65, 9 vol.); _Kleine Gelegenheitsschriften_ (Berlino, 1824, 3ª ed. 1829); _Geschichte der Pflanzung und Leitung der christlichen Kirche durch die Apostel_ (ivi, 1832–33, 2 vol.; 5ª ed. 1862); _Das Leben Jesu in seinem geschichtlichen Zusammenhang_ (ivi, 1837, 7ª ed. 1873).

Jacobi pubblicò le sue _Wissenschaftlichen Abhandlungen_ (Berlino, 1851) come pure la sua _Christliche Dogmengeschichte_ (ivi, 1857, 2 vol.), Beyschlag il suo _Kommentar zu den Briefen an die Korinther_ (ivi, 1859), Messner le sue _Vorlesungen über Katholicismus und Protestantismus_ (ivi, 1863) ed anche la sua _Geschichte der christlichen Ethik_ (ivi, 1864).

Una raccolta delle sue opere si è pubblicata a Gotha. Krabbe (Amburgo, 1852) e Rauh (Elberfeld, 1865) scrissero la sua vita.

(268) BIESENTHAL Giovanni Enrico, dotto ebraizzante, nacque nel 1804, nel ducato di Posen, da una famiglia ebrea, fece studi profondi sul Talmud e si convertì al cristianesimo. Si stabilì a Berlino come agente della società di Londra per la conversione fra gli Ebrei. Fra le sue opere citeremo: _Dizionario ebraico-latino_, 1840; _Storia della chiesa cristiana nei primi tre secoli desunta dalle fonti talmudiche_, 1851; _Commentario su San Luca_, in ebraico talmudico, 1851; _Epistola di San Paolo ai Romani ed agli Ebrei_, con commentario rabbinico (1853–57). Rivide inoltre con J. C. Reichardt la versione ebraica del nuovo testamento.

(269) JAC. TUGENDHOLD fu censore in Varsavia e pubblicò, in ebraico ed in polacco, un'opera (Varsavia, 1844, in-8º), che contiene una raccolta di passi, ricavati da recenti ed antiche opere, circa il modo di regolarsi con persone di altra credenza. Si ha pure di lui un opuscolo (Berlino, 1858, in-8º di pag. 90) _Der alte Wahn vom Blutgebrauch der Israeliten am Osterfest_ (che tratta appunto del preteso uso del sangue cristiano nei riti ebraici). Giova però avvertire che questo opuscolo fu tradotto in tedesco da uno che si dichiara amico della verità (_von einem Freunde der Wahrheit_) ed è un estratto dell'opera in polacco di detto Tugendhold, appellata _Obrone Israelitow_, ecc., Varsavia, 1831.

Anche il Tugendhold nacque israelita.

(270) Veggasi per tutto quanto è detto sopra delle negazioni opposte alla accusa da Ebrei convertiti la _Real Enciclopedia per Bibbia e Talmud_ del D. J. HAMBURGHER, Strelitz, 1883; parte II, a. v. _Zurückweisung der Blutbeschuldigung_, pagina 1318–1319.

(271) Un brano, ancor più concludente, del Wagenseil, riferiamo tra i documenti.

(272) _Civiltà Cattolica_. Vol. V, pag. 229.

(273) FACTUM SERVANT DE RÉPONSE AU LIVRE INTITULÉ: _Abrégé du procès fait aux Juifs de Metz_ (pag. 11).

Riccardo Simon (1638–1712) fu celebre critico e scrittore di cose religiose; la sua maggior celebrità è dovuta alla sua _Storia critica del vecchio e del nuovo testamento_, per la quale ebbe a sostenere una guerra atroce da parte del Bossuet.

La difesa, che il padre Simon scrisse a favore di Raffaele Levi, fu la prima sua pubblicazione che levasse qualche rumore. Sarebbe però assolutamente erroneo il giudicare il Simon un giudeofilo; combattendo la stolta accusa egli non obbediva che a quei sentimenti d'onestà ch'eran in lui connaturali. Le seguenti parole lo provino: “Io so, egli scriveva in tale proposito, che tale nazione ci odia mortalmente, ma noi dobbiamo mostrarle come pratichiamo verso di lei la massima del Vangelo che ci comanda di amare i nemici nostri”.

(274) _Civiltà Cattolica_, XI serie, vol. 7, pag. 474.

(275) RAYNALD, _Ann. Eccl._, tomo XIII, a. 1235, n. 20; e 1236, n. 48.

(276) RAYNALD, _op, cit._, n. 84.

(277) Anche il popolo talvolta rese giustizia agli Ebrei. VICTOR TISSOT nel suo libro _Les Prussiens en Allemagne_ (Paris, Dentu) ci narra a pag. 56: “Due lampade d'oro, sospese alla volta della Sinagoga di Worms, ardono da sette secoli in memoria di due cristiani che si fecero ammazzare per salvare dal furor popolare alcuni ebrei accusati di aver mangiato dei bambini. Ancora attualmente si celebra un servizio funebre nel giorno anniversario della loro morte.” Forse da questo tributo di gratitudine ha origine il proverbio popolare tedesco che suona: _Ebrei di Vorms, buona gente_.

(278) Nella stessa seduta, l'illustre statista inglese proclamava che gli Ebrei in tutti i paesi in cui vissero si sono sempre conciliati la stima generale e la benevolenza dei loro simili mercè la loro condotta ed il loro tenor di vita.

(279) Le personalità ci ripugnano; ma vi sono casi nei quali lo smascherare disonesti avversari diviene un dovere. E, che l'articolaio della _Civiltà Cattolica_ sia, letterariamente almeno, disonesto, lo prova a luce meridiana il seguente fatto. Nel quaderno del 3 marzo 1883 l'articolaio si è messo in testa di provare (_risum teneatis_), colla scorta delle profezie, che gli Ebrei abbiano una malattia speciale. La sua corta intelligenza non gli ha permesso di comprendere che _le malattie_, _le piaghe_ che Mosè minaccia agli Ebrei (_Deut._ XXVIII, 61. Cfr. _Salmo_ XLIV, e LXXIV) sono appunto le calunnie orribili che scrittori senza fede e senza coscienza scagliano contro di loro e le persecuzioni atroci che ne sono conseguenza, _malattie e piaghe_ di cui però Ezechiele (XXVI, 13–15) ha anche predetto la fine. Ciò non comprendendo l'articolaio e volendo dimostrare che una malattia speciale affligge gli Ebrei, è andato a scavar fuori una dotta memoria di un medico francese, il dott. Fernando Castelain, _La circoncision est-elle utile?_ e siccome intendeva giovarsi di questa memoria contro gli Ebrei, impudentemente e scientemente mentendo, comincia dall'affermare che il Castelain sia ebreo. Dopo di che, con quella buona fede che gli è speciale, l'autore fa dire al dott. Castelain, che vi è _une maladie très repandue chez les Juifs_, sciocchezza che l'autore, non ebreo ma cattolico apostolico romano, non si è mai sognato di dire, avendo egli soltanto affermato che gli Ebrei _allorchè vivevano nei loro paesi_ (cioè venti e più secoli addietro) andavano soggetti ad una speciale malattia, prodotta dal clima, per antivenire la quale venne loro ordinata la circoncisione.

Ribadiamo quindi sul viso all'articolaio l'accusa di disonestà letteraria, e siccome egli veste un abito che non gli consente di chiedere una di quelle riparazioni che s'usano fra gentiluomini, glie ne offriamo una di altro genere, e lo preghiamo di dichiarare nella _Civiltà Cattolica_ se la accetta, o meno. Depositi egli nelle mani dell'Eminentissimo Alimonda mille lire, diecimila ne depositeremo noi. Se il dott. Castelain è ebreo, le nostre diecimila lire andranno a beneficio di quell'Opera pia che l'articolaio designerà, se è cristiano designeremo noi l'Opera pia cui andranno le mille del reverendo articolaio. Ben inteso che nel primo caso faremo ammenda onorevole e gli chiederemo scusa di ogni nostra parola men che cortese, nel secondo ci riserbiamo il diritto di proclamarlo, sempre e dovunque, mentitore e calunniatore. Egli non accetterà però la scommessa perchè sa che provare la menzogna ci sarebbe facile, ma si trincererà dietro la pretesa sua buona fede, perchè crederà più difficile possiamo riunir prove contro di questa. Vogliamo dargli, perciò, qui, un buon consiglio. Non invochi per carità l'attenuante della buona fede; potrebbe pentirsene ed amaramente pentirsene. O taccia, o dica: ho calunniato; sarà meglio per lui.

(280) _Op. cit._, vol. III, pag. 62, col. 1.