Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti
Part 11
Ricorderemo ancora un processo che ebbe luogo or sono venti anni a Saratoff, l'ultimo, crediamo, nel quale gli Ebrei venissero, malgrado le proteste delle autorità civili e militari, e dello stesso ministro di giustizia, condannati, e ciò, in seguito a testimonianze di persone peggio che equivoche e malgrado che la tortura non fosse giunta a strappare la menoma confessione a nessuno dei pretesi rei.
È troppo recente, e troppo presente alla memoria di tutti, un fatto accaduto due anni or sono ad Alessandria d'Egitto, perchè vi spendiamo sopra ulteriori parole.
Non possiamo però resistere al desiderio di fare qualche breve osservazione sul conto dello stranissimo processo che si svolse non ha guari in Ungheria. A Tisza Eszlar — paese situato, è bene notarlo, nella circoscrizione elettorale che inviò alla Tavola dei deputati il famoso antisemita Geza-Onody, — una ragazza quindicenne, di religione protestante, a nome Ester Solymossy, essendo sparita, gli Ebrei furono accusati di averla assassinata per scopo rituale. Mancava ogni base giuridica all'accusa; nelle acque del Tibisco si era persino ritrovato un cadavere che, quantunque deformato, appariva, indubbiamente, dagli indumenti che portava, quello della infelice scomparsa; sul cadavere non si riscontrava nessuna lesione che potesse far sospettare se ne fosse cavata una sola goccia di sangue; malgrado tutto ciò si voleva il processo; ed il processo, ad eterno disonore dell'Ungheria, ebbe luogo.
Non ce ne rammarichiamo noi; perocchè quel processo è la più fulgida testimonianza dell'innocenza degli Ebrei, confermata da tre conformi sentenze pronunciate, malgrado le esorbitanze di una folla briaca d'odio e sitibonda di sangue, fanatizzata dalle mene degli antisemiti.
Solo argomento a sostegno dell'accusa era, orribile a dirsi, la deposizione di un ragazzo quattordicenne, Maurizio Scharf, figlio ad uno dei principali accusati (261). Come si giungesse a costringere un figlio a calunniare il proprio padre, ce lo dica una corrispondenza che il _Figaro_ di Parigi riceveva da Vienna in occasione del processo.
“Per slegare la lingua a quel Maurizio Scharf, il _Deus ex macchina_ di quel processo, il ragazzo quattordicenne che, con accanimento singolare, si era fatto accusatore del proprio padre, il cancelliere giudiziario _Peczely_, quel fenomeno di magistrato che nel corso del processo si seppe aver passato quindici anni della sua vita in galera per tentato assassinio, ricorreva ai seguenti mezzi: gli somministrava schiaffi e pugni in buona dose, gli anneriva il dorso con colpi del suo scudiscio da caccia e gli minacciava di fargli finire i suoi giorni in una oscura cella, talmente sucida _che neppure un cane_ vi accetterebbe un pezzo di pane. Al contrario gli prometteva mari e monti nel caso in cui si decidesse a parlare.”
Nè diversi erano, sempre secondo la citata corrispondenza, i mezzi usati cogli altri imputati. Ora venivano gettati in qualche cella umida e fredda, ora si esponevano ai raggi del sole, quel sole della Pusztah che ha i suoi quaranta gradi al _minimum_, e quando si lagnavano di aver sete, si versavano loro nella gola torrenti d'acqua che li soffocavano. Del resto il knut non riposava gran fatto.
Più efficace ancora è la descrizione che, dei mezzi usati contro gli imputati di quell'iniquo processo, ci fa un eminente scrittore francese, il Cherbuliez — che mal si cela sotto il pseudonomo di Valbert — nella _Revue des deux Mondes_ del 1º agosto 1883: “Il giudice d'istruzione (262), non potendo cacciar nulla dall'imputato Vogel, dopo avergli applicato un ceffone, chiamò i suoi sgherri, e minacciò di bastonarlo: rispose che quanto si voleva fargli dire era falso, siccome potevano confermare ventiquattro testimoni che desiderava si citassero. Tre pugni fortemente appiccicatigli sulla mascella ne fecero sgorgare il sangue; rifiutò di confessare. Gli si fece allora inghiottire tanta acqua che fu costretto a lasciarsi cadere a terra per poterla recere; quando l'ebbe rigettata, lo si costrinse a bere tre bicchieri di acqua salata. Rifiutò di confessare. Gli vennero allora legate le mani dietro il dorso, il commissario lo prese per uno dei ricci dei suoi capelli, un altro per l'altro e tirarono così forte che i due ricci restarono loro nelle mani. Rifiutò di confessare. Lo si spogliò, lo si fece coricare sulla paglia minacciando di appiccarlo pei piedi. Rifiutò di confessare. Poi lo si obbligò a correre sino ad Eszlar dinanzi al cavallo d'un panduro. Il calore era soffocante ed egli non si reggeva più, ma ricusò di confessare. Si finì col rinchiuderlo in una oscura cella. Vi dimorò tre settimane e vi cadde gravemente malato sempre chiedendo, invano, che si sentissero i suoi testimoni.”
Dopo queste narrazioni di scrittori e di giornali autorevoli nessuno oserà meravigliarsi se il governo ungherese, in una corrispondenza di origine evidentemente iperofficiosa, in data 3 luglio 1883, pubblicata nella _République française_, è obbligato a lasciarsi strappare questa preziosa confessione:
“Mentre l'Ungheria è governata da una legislazione eminentemente liberale — una fra le più liberali d'Europa — la magistratura ungherese non ha quasi subìto nessuna trasformazione, nessuna riforma, ed è rimasta ad un dipresso tal quale era il secolo scorso”.
Malgrado tutto ciò, malgrado l'eloquenza ed il talento grandissimo che il Szalay, avvocato della parte civile, aveva posto al servizio di questa iniqua causa, tre conformi sentenze posero in luce la piena innocenza degli accusati (263).
Nella impossibilità in cui eravamo di riferire tutti i fatti calunniosi di questa natura addebitati agli Ebrei, siam venuti scegliendo imparzialmente tanto fra quelli che terminarono colla condanna dell'innocenza, come fra quelli in cui l'innocenza finì per trionfare.
Ma, di fronte all'odiosità di questi processi, ci piace porre la testimonianza di coloro che si adoperarono a scagionare gli Ebrei dalla iniqua accusa.
E tra questi vogliamo citare, fra i primi, molti ebrei che abbandonarono la religione avita per abbracciare il cristianesimo. Si sa che in generale coloro che abbandonano una religione od un partito ne divengono i più fieri avversari, sicchè questi neofiti, se avessero avuto conoscenza dell'infame rito, non avrebbero mancato di denunziarlo e, per dovere di coscienza, sopratutto, ed anche forse un pochino per astio verso gli antichi correligionari. Invece non uno fra essi (264) si fece propalatore di simili accuse. L'abate Ratisbonne, i fratelli Lehmann di Lyon, nati ed educati nella religione ebraica, e divenuti più tardi zelantissimi sacerdoti di Cristo, non ne fecero cenno, ma anzi la smentirono. Eisenmenger — fiero nemico degli Ebrei — nel suo _Giudaismo svelato_ ci tiene parola di un Tommaso neofita, il quale, nell'anno 1413, interpellato da un re spagnuolo per conoscere cosa vi fosse di vero in questa accusa, che il Vescovo di Madrid muoveva dal pergamo agli Ebrei, ne proclamò altamente la falsità adducendo prove in contrario. Un altro neofita, Gerolamo di Santa Fè, confessò a Papa Benedetto VIII nulla esservi di vero in questa accusa che si vuol fare agli Ebrei. Aloisio di Sonnenfels (265) pubblicò in Vienna un dottissimo opuscolo: _Ripugnanza degli Ebrei contro il sangue ossia il Giudaismo accusato, inquisito ed assolto dal preteso uso del sangue cristiano innocente_ nel quale, con copia di irrefutabili argomenti, scagiona gli Ebrei dalla orrenda accusa. Fra i documenti, che vanno uniti al presente libercolo, si troverà la solenne dichiarazione fatta a Vienna dal predicatore di Corte, Veit, nel 1840, colla quale solennemente proclamava dal pergamo la innocenza dei suoi antichi correligionari. A questi si debbono aggiungere, sempre tra i neofiti, il dott. Alessandro M. Caul (266) in Londra che nella opera “_Reasons for Believing_ ecc.”, dedicata alla sua Graziosa Sovrana, dimostra come i sacrifizi umani ed il versar sangue stieno in aperta contraddizione coi principii fondamentali del Mosaismo. Ed a questo libro va unita una dichiarazione firmata da 35 ebrei, convertiti al cristianesimo, i quali, unanimemente, dichiaravano essere l'accusa di cui ci occupiamo una vile e diabolica menzogna. Anche un altro ebreo convertito, il dott. Augusto Neander (267) rilasciò nel 1840 una dichiarazione contro quest'accusa e del paro il dott. Biesenthal di Berlino (268) ed il dott. Tugendhold di Varsavia (269) hanno, nei loro scritti dimostrato nel modo il più rigorosamente scientifico, come tale accusa altro non sia che una orribile menzogna (270).
A questi autori, che appartengono tutti alla categoria degli Ebrei convertiti, convien aggiungere due scrittori tedeschi, il Wagenseil e l'Eisenmenger, già citato, autori, il primo della _Tela ignea_ ed il secondo del _Giudaismo svelato_, entrambi accaniti nemici degli Ebrei, ma abbastanza onesti per non calunniare scientemente i loro avversari.
Il primo chiama l'uso falsamente attribuito agli Ebrei del sangue cristiano _spaventevole menzogna che ha privato degli averi e della vita tante migliaia di persone innocenti_ (271).
Il secondo scrive: _Da ciò puossi giudicare che in questa cosa si fa torto agli Ebrei, particolarmente dacchè è severamente vietato nei libri di Mosè_.
Si noti che entrambi questi autori avean fatto profondi studi sul Giudaismo ed avevano avuto parte alla conversione di moltissimi Ebrei.
Un italiano, Chiarini, uno dei più feroci nemici del giudaismo, a pag. 161 della sua introvabile _Teoria del Giudaismo_, scrive: che dopo aver fatto il più maturo esame della legge mosaica si viene necessariamente a concludere che: 1º l'amore del prossimo vi è comandato sempre e verso tutti; 2º che l'avversione che vi s'inspira contro i riti e i costumi degli altri popoli non cade sopra le persone, ma non è che una cautela che Mosè dovette usare per impedire agli Ebrei di darsi alla idolatria alla quale erano sì inclinati; 3º che infine l'odio comandato contro i Cananei, gli Amaleciti, ecc., fu una conseguenza necessaria del rigore dell'antico diritto di guerra e di rappresaglia provocata contro di sè stessi da quegli stessi popoli; odio perciò di nazione e passeggiero e voluto soltanto per quei dati popoli designati dalla legge (272).
Anche Giovanni Hornbeck, olandese, e non certamente amico degli Ebrei, come lo prova il solo titolo del suo libro: _De convertendis Judæis_ (1655), scrive a pag. 26 dei prolegomeni:
“Bisognerebbe sapere se è vero ciò che nelle storie si legge comunemente per irritare gli Ebrei contro i Cristiani o piuttosto questi contro quelli, cioè, che ogni anno alla preparazione della pasqua, questi Ebrei sacrificano barbaramente un fanciullo cristiano ch'essi hanno furbescamente involato, e che fanno questo per deridersi della pasqua del Cristo che si celebra in quell'epoca istessa: io non voglio nè posso affermarlo, sapendo bene che nei tempi in cui si inventarono simili racconti e specialmente dopo che il Tribunale dell'Inquisizione fu stabilito dal papismo, mille di coteste fandonie vennero inventate e gli storici di quei tempi non cessarono di pubblicarle. A dir il vero, io non ho ancor letto alcuna relazione che mi provi esser veri quei fatti. Tutto si fonda su delle donnicciolate popolari sempre molto incerte o per lo meno raccolte alla meglio dalla bocca di qualche monaco inquisitore, senza calcolare poi la cupidigia delle spie che tutto si facevano lecito per rendersi padroni dei beni degli Ebrei e se non padroni, almeno riscuotere buon premio del loro spionaggio. Ciò è provato da quanto si legge nel 1º libro delle costituzioni di Sicilia, titolo VII. L'imperatore Federico ci dice: Si vero Judaeus vel Saracenus sit, in quibus, prout certo perpendimus, Christianorum persecutio minus abundat ad praesens, etc., cioè: Se poi vi sia Ebreo o Saraceno, in cui come certamente sappiamo che la persecuzione dei cristiani meno abbonda al presente, ecc. Questo fa supporre che i Cristiani sono sempre più o meno animati contro gli Ebrei, che se però questa volta è avvenuto per caso che un Cristiano è stato ucciso da un Ebreo, non si è per questo in diritto di asserire che gli Ebrei ogni anno si fanno un obbligo di uccidere un bambino cristiano, e ciò che Tommaso Cantipratensis nel suo II libro, capitolo 23 assicura, cioè esser noto a tutti che ogni anno ed in ogni Provincia gli Ebrei tirano a sorte il borgo od il villaggio o la città che deve fornir loro l'olocausto, (cristiano, s'intende, dice lui), non è che una di quelle menzogne, di quelle calunnie, e di quelle fandonie, di cui ha pieno il suo libro.”
Giuseppe De Maistre, scrittore cattolico ed ortodosso se ve ne fu uno, un omino che dava gloria ai suoi fratelli e non viveva, come altri, della gloria che il fratello riflette, sopra di loro, Giuseppe De Maistre, dico, ha scritto un _Trattato sui sacrifizi_ che fa seguito alle _Serate di Pietroburgo_. Ora in quel trattato non soltanto non si fa menzione del preteso rito di sangue addebitato agli Ebrei ma si viene indirettamente a scagionarli con queste parole che leggonsi a pagina 368 (Ed. di Lyon, 1836): “Una esperienza di quaranta secoli ci apprende che dovunque il vero Dio non sarà, in forza di una esplicita rivelazione, riconosciuto e servito, l'uomo immolerà sempre l'uomo e spesso lo divorerà.”
Citiamo ancora, fra i moltissimi, due sacerdoti cattolici. Il padre Riccardo Simon dell'Oratorio, che in occasione del processo di Raphael Levy, bruciato vivo a Metz il gennaio 1670, sotto l'accusa di aver assassinato un fanciullo cristiano, ne scrisse una splendida difesa (273); ed il R. P. Bonaventura du Maine dell'ordine dei Minori Conventuali, che discorrendo, nel 1865, al Congresso Cattolico di Malines (si noti: al _Congresso Cattolico_) dello orribile assassinio del padre Tomaso, accaduto nel 1840 a Damasco, ebbe a dire che questo reato “non può essere imputato che ai suoi assassini, giacchè _nessun uomo serio_ crede più oggi che in nessun luogo di questo mondo, gli Ebrei si credano _autorizzati dalla loro religione_ ad immolare dei Cristiani” (274).
Anche principi secolari e Pontefici, spesso si adoperarono a purgare gli Ebrei dalla indegna calunnia.
Bona e Gian Galeazzo Sforza, duca di Milano, con particolare decreto 19 maggio 1470, che si troverà fra i documenti, non esitarono a dichiarar l'accusa falsa e calunniosa.
L'imperatore Carlo V, con editto del 3 aprile 1544, dannava tali imposture e proclamava, che, in forza delle dichiarazioni papali, quanto viene imputato agli Ebrei, necessariamente non può sussistere ed impartiva disposizioni a tutela degli innocenti calunniati.
Una pubblica sentenza, pronunciata in Verona, l'ultimo febbraio del 1603, proclamò l'innocenza dell'imputato Giuseppe Ebreo, all'appoggio, più che d'altro, del divieto di Sommi Pontefici di prestar credenza a tali accuse, la quale osservanza condusse i giudici a provare falsi e calunniosi tutti i testimoni intervenuti nel processo.
Nel 26 luglio dello stesso anno Vincenzo I duca di Mantova e Monferrato, illuminato dalla pietà di Monsignor Vescovo e del Padre Inquisitore, per levare, come si esprime, la suddetta vana e falsa voce che s'era levata in odio agli Ebrei, proibì persino di parlarne sotto comminatoria di 200 scudi d'ammenda commutabili, per chi non li pagasse, in pene corporali _ad arbitrio nostro_.
Tullio Carreto, vescovo di Casale, con pubblica sentenza, 27 luglio 1611, resa d'accordo con frà Benedetto Ruota, inquisitore generale di Casale e d'Alba, proclamò l'innocenza di un'infelice donna israelita, accusata dell'immaginario reato. Federico III, Massimiliano II e Leopoldo, dietro l'esempio dei predecessori, ed appoggiandosi alle Bolle dei Sommi Pontefici, bandirono la falsità dell'accusa, e tutelarono gli imputati con ogni sorta di leggi e di penalità.
E, invocando finalmente l'autorità dei Sommi Pontefici, esporremo:
Che un Gregorio IX, sulle orme apostoliche di Calisto, Eugenio, Alessandro, Celestino, Innocenzo, Onorio e tanti altri, pronunciò scomunica contro gli autori e propalatori dell'iniqua calunnia, e con particolar Breve, in data 9 settembre 1236, che comincia _Lacrimabilem Judaeorum_, vi rese palese, anche ai Principi secolari, la pia e retta sua intenzione (275).
Che il pontefice massimo Innocenzo IV, con suo Breve 5 luglio 1247, scrisse ad arcivescovi e vescovi di Francia e di Germania, ingiungendo alle persone ecclesiastiche, ed ai principi, nobili, secolari e cittadini di astenersi dal supporre negli Ebrei la colpa di cui trattasi, Breve che comincia: _Archiepiscopis et episcopis per Alemaniam constitutis. Lacrimabilem Judaeorum Alemaniæ recepimus questionem_, ecc. (276).
Che analoghe dichiarazioni ebbero a fare Clemente VI nel 1342, e Sisto IV;
Che il sommo pontefice Alessandro VII infine, nel settimo anno del suo pontificato, con suo Breve od Editto, fu pietosamente indotto a condannare siffatte calunnie contro gli Ebrei.
Basterebbe davvero la concorde testimonianza di tanti autori, di tanti principi, di tanti pontefici a ridurre al silenzio ogni uomo di buona fede (277).
Pure non è così; e noi che vorremmo schiacciare per sempre la testa all'idra della calunnia, siam costretti ad abusare della cortesia e della pazienza dei lettori ed a soffermarci troppo su di un'accusa che Sir Robert Peel, nella seduta della Camera inglese del 22 gennaio 1841, dichiarava indegna di ogni attenzione (278).
Ma siamo obbligati a farlo dalla malizia, o, diremo meglio, dalla malignità dei nemici degli Ebrei, la quale non ha limiti.
I papi, come si è visto, hanno più volte scagionato gli Ebrei dalla stolta calunnia. Un giornale cattolico ed onesto, l'_Unità Cattolica_ di Torino, aveva, pochi anni or sono, ripetuta l'accusa, ignorando quanto i Papi avevano scritto in proposito. Ma bastò che un dotto israelita facesse avvertito il Teologo Margotti dell'errore, perchè questi nel N. 112 del 1872 della sua _Unità_ pubblicasse la seguente leale dichiarazione:
“Nella vigilia del giorno natalizio del nostro Santo Padre Pio IX, vogliamo emendare un articolo sugli Ebrei pubblicato nel nostro numero 106, discorrendo dei tumulti di Smirne e del supposto sagrifizio di un fanciullo. Ed è nostro debito il dichiarare che già _ab antico_ fu apposta agli Ebrei QUESTA CALUNNIA, ma ne vennero purgati dai Papi medesimi, tra i quali vogliamo annoverare principalmente Gregorio IX ed Innocenzo IV. Noi abbiamo voluto vedere in fonte i documenti e, consultati gli Annali del Baronio continuati dal Raynoldo, nel volume II, a pag. 395, vi abbiamo letto le seguenti parole che tradurremo dal latino:
“Fu tocco Papa Innocenzo IV dalle dolorose lagnanze degli Ebrei che in Germania ed in Francia piangevano oppressi da gravissime ingiurie e mali. Imperocchè correndo attorno la falsa voce che essi nelle feste pasquali si mangiassero, a guisa di sacra comunione, il cuore di un ucciso fanciullo, questa calunnia loro si appiccò talmente, che per la più lieve causa venivano spogliati dei beni, gettati in carcere ed anche colpiti, senza forma alcuna di giudizio, di ingiustissima e crudelissima morte. Per proteggerne l'innocenza e liberarli da quel feroce zelo di Principi e popoli, il Pontefice scrisse agli Arcivescovi e Vescovi di Germania che resistessero al furor popolare, perchè non si straziassero in sì crudel modo gli innocenti, dovendosi colla massima prudenza riflettere che dal sacro loro archivio ci venivano quasi i testimoni della fede cristiana. Ecco la lettera di Innocenzo IV: “_Agli Arcivescovi e Vescovi costituitisi per la Germania._ Abbiamo ricevuto lagrimose lagnanze dagli Ebrei di Germania perchè non pochi Principi sì ecclesiastici come secolari ed altri nobili potenti delle vostre città e diocesi per rapire ed usurpare i loro beni, macchinando contro di loro empi disegni, fingendo varii e diversi casi, non considerando saggiamente che dalle origini loro quasi provennero le testimonianze della fede cristiana nè che la divina scrittura tra gli altri precetti dice: — Non ammazzare — e agli Ebrei vieta nella solennità pasquale qualunque omicidio, falsamente li accusano che nella stessa solennità essi si comunichino col cuore di un ucciso fanciullo, credendo di ubbidire alla stessa legge, mentre ciò è a questa legge medesima affatto contrario, e malignamente a quelli imputano l'uccisione di un uomo se loro accade di scoprire in qualche luogo un cadavere. E per questa ed altre molte finzioni incrudelendo contro di essi nè accusati, nè confessi, nè convinti e contrariamente a' privilegi loro benignamente concessi dall'Apostolica Sede, li spogliano, contro Dio e la giustizia, di tutti i loro beni, e li opprimono colla fame, la prigionia, e tante molestie e sì grandi tormenti, infliggendo loro diversi generi di pene, e spessissimo condannandoli a turpissima morte, che gli stessi Ebrei, trovandosi quasi sotto il dominio dei predetti Principi, nobili e potenti, in peggiore condizione di quel che fossero i loro padri sotto Faraone d'Egitto, sono costretti a miseramente esulare da' luoghi abitati da essi e da' loro antecessori da tempo immemorabile: laonde, temendo il proprio esterminio, stimarono di dover ricorrere alla prudenza della Sede Apostolica.
“Non volendo adunque che siano ingiustamente vessati i predetti Giudei, la cui conversione aspetta il misericordiosissimo Iddio; credendosi per testimonianza del Profeta, che saranno salvi i loro avanzi; mandiamo che, mostrandosi ad essi favorevoli e benigni, qualunque delle predette cose avete trovato essersi temerariamente tentata contro gli stessi Ebrei dai predetti prelati, nobili e potenti, legittimamente rivocando qualunque ordine, non permettiate che essi per l'avvenire siano indebitamente molestati intorno alle dette ed altre simili cose. _Dato a Lione, III nov. dell'anno V._ Questa lettera fu altresì mandata ai prelati della Francia”.
“Il chiarissimo professore Giuseppe Levi, direttore dell'_Educatore Israelita_ di Vercelli, ci indicò il documento riferito più sopra; e noi dopo averlo consultato negli annali del Baronio, continuato dal Raynaldo, non tardammo a tradurlo e pubblicarlo. Aggiungiamo pure di non aver saputo trovare nel Talmud nessun testo che comandi o consigli agli Ebrei l'uccisione di bambini cristiani per celebrare la Pasqua. Francesco Domenico Guerrazzi nel 1857 stampava nel suo _Asino_ questa calunnia. Protestammo, scrive il professor Levi, e, dopo lungo carteggio, convinto delle nostre ragioni, Guerrazzi disdiceva nella seconda edizione il già detto, e ci scriveva da Genova nel 20 luglio 1857: Non mi resta che a congratularmi con voi dell'essere rimasti soddisfatti dell'ammenda fatta, e di avermi porta occasione di raddrizzare un errore il quale, certo contro la mia volontà, vi recava gravame”.
Lasciamo a parte la buona fede del Guerrazzi, che il Levi avrà avute le sue buone ragioni per trovare soddisfacente, e confessiamo che il contegno dell'_Unità Cattolica_ fu così onesto, così leale da giustificare pienamente quanto noi scrivemmo a pag. 15.
Ma, pur troppo, non tutti i giornalisti cattolici son del valore di Don Giacomo Margotti. Un articolaio della _Civiltà Cattolica_ a pag. 234 del vol. VII del 1881 vuole provarsi ad aggiustare il latino in bocca al papa, e vien fuori con questo bel ragionamento che noi, più onesti dell'articolaio suddetto, amiamo riferire per esteso prima di rispondervi: