Pro Judaeis: Riflessioni e Documenti

Part 10

Chapter 103,701 wordsPublic domain

(198) Questo pregiudizio contro l'interesse del denaro, che rimonta ad Aristotile, e che ha per base la massima che il denaro, non essendo di per se stesso fecondo, non può produrre interesse, era comune anche a Shakespeare che, nel suo linguaggio pittoresco, definì l'interesse: _La posterità di uno sterile metallo._

(199) TURGOT, _Memoria sui prestiti di denaro_ in _Bib. dell'Ec._ Vol. I, pag. 373.

(200) _Bull. mag._ LXVI, pag. 328 e pag. 21.

(201) S. DE SISMONDI, _Nuovi principii d'economia politica_ in _Bibl. dell'Econ._ Vol. VI, pag. 636.

(202) Le Pandette fissano al quattro per cento il tasso dell'interesse per la persona di un rango illustre, a sei per gli altri, tasso ordinario e legale. Ciò non pertanto si permise l'interesse dell'8 per cento ai manifattori ed ai commercianti e quello del 12 per le assicurazioni marittime.

(203) Gli stessi principi ecclesiastici che vietavano ai Cristiani di dar capitali ad interesse, lo permettevano agli Ebrei; ad esempio l'arcivescovo di Colonia, nel 1266, promise loro di non concedere ad alcuno tranne che ad essi il contrarre prestiti fruttiferi. (ENNEN, _Storia di Colonia_, II, 327).

(204) Quando il re di Francia, Giovanni, per pagare i suoi debiti adulterò la sua moneta, tutti gli ufficiali della sua zecca furono obbligati a giurare il secreto. (V. DUCANGE, _Glossario_, parola _Moneta_, ed. de' Benedettini). Fin qui il Say; dal canto nostro aggiungiamo che questa adulterazione delle monete, causa principalissima dello esorbitante tasso dell'interesse e che durò sino alla età moderna — Carlo V verso il 1540 inondò l'Europa di una massa di cattivi scudi d'oro di Castiglia. (BLANQUI, _Hist. de l'Ec. pol._, I, 283) — era conseguenza delle dottrine di S. Tommaso. Il Grande Aquinate, come del resto tutti gli uomini dei tempi suoi, aveva curiose idee in fatto di economia politica. Egli (_De Regg. Princ._, II, 13), infatti permette che lo Stato faccia uso, moderatamente però, del diritto di alterare le monete _sive in mutando, sive in diminuendo pondere_. Tutti ricordano le roventi parole con cui il nostro Dante, quasi contemporaneo dell'Aquinate, stigmatizza Filippo il Bello, il re falso monetario, che la dottrina di S. Tommaso aveva appreso da Egidio Colonna; il Dottor Fondatissimo, fu infatti discepolo di Tommaso e maestro di Filippo.

(205) SAY, _op. cit._ pag. 277.

(206) Se l'indole di questo lavoro lo consentisse, potremmo moltiplicare gli esempi per dimostrare che caorsini, lombardi e toscani precedettero quasi dovunque gli Ebrei nell'esercizio dell'usura. Nell'impossibilità di farlo qui, ci limitiamo ad un solo esempio somministratoci da un'eccellente monografia di ANTONIO IVE (_Dei banchi feneratizi e capitoli degli Ebrei di Pirano e dei Monti di pietà in Istria_, Rovigno, Bontempo e C., 1881), dove a pagina 7 si legge: “Ai fiorentini succedettero in Istria, nell'esercizio della fenerazione, verso il 1380 circa, gli Ebrei, i quali ne ebbero, per così dire, il monopolio fino alla metà del secolo XVII.”

(207) Non facciamo la storia dell'usura, e dobbiamo quindi trascurare molte e molte citazioni ad appoggio di quanto veniamo dicendo; a mostrare però come l'industria feneratizia non fosse esercitata dai soli Ebrei, riferiamo il seguente brano di un'ordinanza di Luigi il Protervo, 9 luglio 1315: “Et comme nous avons appris que plusieurs Italiens étaient dans notre Royaume, lesquels exercitent marchandises et contrats _qui ne sont pas honnêtes_, notre intention n'est pas de donner à tels Italiens lesdites frauchises et libertés.”

(208) San Luigi li oppresse colle leggi più intollerabili, liberò i loro debitori, proibì ogni azione giudiziaria a vantaggio degli Ebrei, e spinse il rigore sino a proibir loro di contrattare. (BLANQUI, _Hist. de l'Ec. pol._, I, 186).

(209) BLANQUI, _op. cit._, I, 223.

(210) _Loc. cit._

(211) ARTHUR BEUGNOT, _Les Juifs d'Occident_, 2^me partie, pag. 35.

(212) ROSCHER, _art. cit._

(213) Il Roscher (_loc. cit._) nota, assai saggiamente, che l'azione commerciale degli Ebrei fu favorita anche dalla loro unione altrettanto vivace quanto grandiosa, estesa attraverso tutti i regni cristiani e maomettani. È questo un vantaggio che, in minori proporzioni, si può segnalare anche presso altre minoranze religiose, e su cui, ad esempio, riposano i successi mercantili degli Ugonotti in Francia e dei Quacqueri in Inghilterra.

(214) BLANQUI, _Hist. de l'Ec. pol._, I, 189.

(215) D'AGUIR, _Concil. hispan._, t. II, p. 752.

(216) _Réflexions d'un Milord_, pag. 52.

(217) Veggasi il documento in _Revue des Etudes Juives_, anno 1882, pag. 231.

(218) _Difesa contro gli attacchi fatti alla nazione ebrea_, ecc. Pavia, MDCCLXXXIV, pag. 104.

(219) SCHERER, _Storia del Commercio_ in _Biblioteca dell'Economista_, serie II, vol. IV, pag. 712.

(220) _Unità Cattolica_ di Torino, numero 224, del 26 settembre 1883, 1ª ed., pag. 896. — Veggasi pure fra i documenti una importante memoria del principe Demidoff di San Donato sulla questione semitica in Russia.

(221) MAC CULLOCH, _Principii di Ec. pol._ in _Bibl. dell'Ec._, v. XIII, pagine 17, 18.

(222) Il _Temple_ era un quartiere di Parigi ove i rigattieri avevano le loro botteghe. Oggi ancora quel quartiere, situato nei pressi del sobborgo operaio di Sant'Antonio, è abitato dalla parte più povera degli Ebrei di Parigi.

(223) MEDICI, _op. cit._, cap. XII.

(224) TALMUD BABILONESE HOLIN, fol. 84. Appoggiato a tale sentenza l'autore del libro _Hassidim_, vivente in Francia verso il 1200, condanna e dichiara peccatori coloro che nel salutare il non israelita gli dicono sottovoce villanie, cui l'altro suppone esser parole amichevoli. (_Hassidim_, § 51).

(225) Id. id.

(226) TOSSAFTÀ KAMÀ, cap. IV.

(227) MAIMONIDE dietro il Talmud, trattato GHENEVÀ, capitolo 7, lez. 8.

(228) Capi di Accademia in Persia, succeduti ai Talmudisti dal 600 al 1038 di G. C.

(229) KAMÀ, fol. 113.

(230) SEMACH GAON, nelle decisioni dei Gheonim, stampate a Salonico e sotto il titolo di Sciaon Zedek, fol. 84 retro.

(231) SAMAG, precetto negativo, 152.

(232) Cfr. DE ROSSI, _Diz. storico degli autori Ebrei_, Parma, 1802, vol. 2, p. 67 a. v. _Mosè di Kotzi_.

(233) BAVÀ METZIÀ, fol. 49.

(234) LEVI, _op. cit._, pag. 281.

(235) I Talmudisti sembrano essersi assai preoccupati della esattezza dei pesi e delle misure. “Il commerciante all'ingrosso ripulisca le sue misure una volta al mese, quello al minuto una volta ogni dodici mesi. R. Simeone, figlio di Gamliel, dice all'opposto: il bottegaio ripulisca le sue misure due volte per settimana e netti i suoi pesi una volta per settimana, e netti la bilancia dopo ogni pesata. R. Simeone dice, questo intendere trattandosi di cose molli, ma di cose aride non occorre.” (BAVÀ BADRÀ, 88 a). “Si instituiscono commissari per le misure [perchè siano giuste] ma non per i pesi [perchè dipendono dalla concorrenza]. Rami bar Hamà dice: si stabiliscono commissari sia per le misure, sia per i prezzi a motivo degli ingannatori.” (_Ivi_, 890).

“È proibito di tenere in casa misure mancanti o soverchianti..... quest'intendesi nei paesi ove non sono bollate, ma dove sono bollate quando non vede il bollo non prende.” (_Ivi_, 897).

E certamente a queste massime si è inspirato il Maimonide quando facendo suo il precetto che leggesi in _Bavà-Badrà_, 886, scrisse: “È più grave la punizione di chi defrauda colle misure che di chi commette incesto, perchè questo è tra lui e Dio, e quello tra lui e il prossimo” (MAIMONIDE, _Leggi sul furto_, cap. VII, lez. 8).

(236) MARCO MORTARA, _Compendio della religione israelitica_, Mantova, Beretta, 1855, pag. 86.

(237) V. TALMUD SANEDR. 76B e MACCOT 24A.

(238) MASTROFINI, _Le usure_. Milano, Silvestri, 1841, pag. 9. Cfr. GENOVESI, _Lezioni di economia civile_ in _Bibl. dell'Economista_, 1ª serie, vol. III, pag. 207. Il dotto filosofo napoletano fu forse il primo in Italia a comprendere e ad esporre nettamente il concetto biblico del prestito ad interesse.

(239) _Op. cit._, pag. 37.

(240) TALMUD MAKOT, pag. 24.

(241) JALKUT MISLÈ, fol. 144, 1.

(242) JALKUT, fol. 295, 2.

(243) MAKOT, fol. 24.

(244) BAVÀ MEZHIA, fol. 71.

(245) RABOT MISHPATIM, sez. 2, verso la metà. Nella stessa sezione molti altri passi sono diretti a biasimare l'usura: p. e. “Vieni e vedi: chiunque è ricco, e benefica i poveri e non prende usura, Iddio lo considera come se avesse osservato tutti i precetti.

“Diede ad usura, prese aumento e vivrebbe? Non vivrà.” (Ezechiele 18, 17) “dice Iddio benedetto: Chi visse d'usura in questo mondo, non vivrà nel mondo venturo.”

“Non gl'imporrete usura (Esodo, 22, 27) bastava _imporrai_, perchè dice: _imporrete_? si riferisce ai testimoni, al garante, ai giudici ed allo scrivano, perchè se non fossero questi, egli non prenderebbe nulla, e quindi vengono puniti tutti quanti.

“A che si assomiglia l'usura? A chi viene morso da un serpente, e non se ne accorge, e non lo sa sino a che non lo investe (?) tutto.

“Il _povero_ che è con te (Esodo, 22, 27) dice il santo, benedetto egli. Non gli basta la sua miseria che tu gli prendi ancora usura?”

(246) MODENA, op. cit., parte II, cap. V, pag. 49.

IV.

Dell'uso del sangue cristiano nei riti ebraici

Oggi ancora, nell'ultimo quarto del secolo decimonono, abbiamo veduto, in un paese che si dice civile, Ebrei accusati di aver assassinato una fanciulla cristiana, non per scopo di lucro o di libidine, non per vendetta, o per qualsiasi altro dei soliti moventi cui obbediscono gli assassini, ma nell'intento di raccoglierne il sangue, sangue che si pretende necessario agli Ebrei per l'adempimento di tenebrosi loro riti (247).

E mentre il processo si dibatteva in Ungheria, abbiamo veduto in Italia, in Francia, in Germania, nei paesi insomma del continente d'Europa che sono alla testa del movimento intellettuale, pubblicarsi giornali ed opuscoli per sostenere che la religione ebraica impone ai suoi seguaci l'obbligo di valersi del sangue di umane vittime per compiere non sappiamo quali infami riti.

Che più? un professore dell'I. R. Università di Praga, il Rohling, si è persino procacciata una tal qual nomea, facendosi banditore della oscena accusa; e quasi ciò non fosse bastante, il _Figaro_ di Parigi, il giornale certamente più diffuso dell'Europa continentale, e che ha parecchi Ebrei fra i suoi collaboratori, riproduceva, a proposito del processo di Tisza Eszlar, nel suo numero del 15 luglio 1883, un lungo e calunnioso articolo contro gli Ebrei, togliendolo da un infame libello antisemitico, il _Paderboner Judenspiegel_.

Certamente, di fronte agli scarsi accusatori, sorsero numerosi i difensori degli Ebrei, e fra questi, solleva l'animo il poterlo dire, non mancarono dotti ecclesiastici di tutte le confessioni cristiane.

Certamente gli stessi Tribunali Ungheresi, con tre conformi sentenze, proclamarono l'innocenza degli Ebrei accusati nel famoso processo di Tisza Eszlar; ma è pur troppo nell'indole della natura umana il prestare più facile orecchio a chi accusa che a chi difende, a chi proclama il male che a chi lo nega, sicchè non è a meravigliarsi che uomini di buona fede, liberali sinceri, rimangano oggi ancora dubbiosi di fronte alla strana accusa.

Si fa la grazia agli ebrei, che dimorano nei paesi più colti, di ammettere che abbiano rinunziato al sanguinoso rito, ma si pretende che esso si mantenga ancora rigoglioso in quei paesi dove il progresso della civiltà trova refrattarii ebrei e non ebrei.

I più benevoli arrivano ad accordare che non tutti gli Ebrei pratichino la nefanda cerimonia, ma insinuano che può bene essere sorta in seno al giudaismo, una setta la quale abbia imposto ai suoi seguaci l'obbligo di versare umano sangue e di cibarsene (248).

Insomma, mentre tutti gli onesti provano ribrezzo ad involgere nella orrenda accusa gli Ebrei che conoscono personalmente, quelli che vivono in continuo contatto con loro, non mancano però parecchi che vanno cercando argomenti per persuadere a loro stessi che Ebrei di remote contrade possono bene essere colpevoli.

Noi che scriviamo, conosciamo in Italia fior di onesti uomini che protesterebbero indignati se domani una simile accusa si muovesse ad un loro conterraneo, ad un loro amico ebreo, ma che la trovano invece naturale, naturalissima, quando viene rivolta ad un ebreo ungherese o siriaco (249).

Anzi abbiamo sentito taluno che pretendeva difendere gli Ebrei, non negando la stolta calunnia, ma invocando questa singolare attenuante: che cioè se simili accuse non si muovono più, contro gli Ebrei che dimorano in paesi civili, egli è perchè essi rinunciano all'orribile pratica, non appena cessano di esser fatti segno alle oppressioni di cui furono e sono bersaglio nei tempi e nei paesi meno civili.

Certamente, al secolo nostro, che, più spesso che non convenga, giudica dalle apparenze, ripugna meno l'accusare di una orribile superstizione il lurido ebreo polacco dal classico cafetano e dai ricci bisunti, od il palestinese dal turbante e dalla turchesca zimarra, che non il gentiluomo lindo ed azzimato che si mescola a noi, che vive della nostra vita e che ormai può dirsi in tutto eguale agli altri suoi concittadini.

Ma tutto ciò non è che parvenza.

Vanto precipuo del giudaismo è, che, malgrado le differenze, dalla civiltà e dal progresso create, fra gli Ebrei dei varii paesi, essi mantennero sempre l'unità del loro culto, delle loro credenze; sicchè le stesse pratiche, gli stessi riti si celebrano tanto a Parigi quanto a Bagdad, tanto a Milano od a Boston quanto nell'ultimo villaggio della Ungheria e della Polonia.

Bisogna dunque ammettere che o tutti gli Ebrei, che oggi vivono fra noi, hanno d'uopo di sangue cristiano per le loro cerimonie religiose, o che questo bisogno non fu mai provato da nessun ebreo, in nessun tempo ed in nessun paese.

La religione ebraica non ha sêtte, non ha discrepanze religiose, sicchè è forza accettare questo dilemma: o tutti innocenti o tutti colpevoli.

E per questo noi — che scriviamo in Italia, dove, da ormai trenta anni, non è più sorta nessuna accusa di questo genere contro gli Ebrei — sentiamo il bisogno di insistere su questo argomento per far chiaro che mai, in nessun luogo ed in nessun tempo, gli Ebrei praticarono l'infame rito; perocchè se ci fosse provato che un solo fanciullo cristiano fosse stato ucciso dagli Ebrei _per scopo religioso_, in qualsivoglia tempo, ed in qualsivoglia paese, dovremmo noi pei primi riconoscere che oggi ancora gli Ebrei di tutto il mondo celebrano l'infame cerimonia.

Eppure la storia ribocca di accuse simiglianti mosse agli Ebrei, eppure è antichissima la asserzione che gli Ebrei sacrifichino vittime umane a non sappiamo quali orribili superstizioni.

Già Giuseppe Flavio confutava l'asserzione di Appione, il quale accusava gli Ebrei d'ingrassare nel loro tempio degli stranieri fatti prigionieri e di scannarli poi, per offrirli in olocausto a Dio (250).

Nei secoli posteriori, specialmente a partire dal XII secolo, l'accusa di cui ci occupiamo si venne tanto spesso ripetendo sotto diverse forme, che gli Ebrei hanno oggi nella loro lingua una parola speciale (GNALILAD DAM, _la calunnia del sangue_) per designare questa calunnia loro sempre tanto fatale, parola questa che non è ignorata nemmeno da coloro fra essi che non sanno neppure una sillaba di ebraico, e che risuona sempre ai loro orecchi come il rintocco di una campana funebre.

Ai tempi di Arcadio imperatore (395–408 d. G. C.) ad Imnestri, piccola località situata tra Calcide ed Antiochia, alcuni Ebrei ubbriachi furono accusati di aver attaccato ad una croce un fanciullo cristiano e di averlo ucciso; ne seguì una lotta terribile. Ma questo fatto fu giudicato da Arcadio con equità e furono puniti soltanto i veri colpevoli (251).

Nel 1080 gli Ebrei furono tutti banditi dalla Francia, ed i loro beni confiscati, sotto l'accusa di avere, alla loro Pasqua, sacrificato un ragazzino.

Basnage ci narra (252), come — sotto il regno di Alfonso X il saggio, Re di Castiglia e di Leon (1252–1284), — tre scellerati di Orsona, città dell'Andalusia, gittassero un cadavere nel giardino attinente alla casa di un ebreo ed accusassero poi questi di averlo ucciso. Questa calunnia essendosi diffusa per la città il popolo massacrò tutti gli Ebrei che gli caddero nelle mani.

Parecchi cercarono un rifugio nelle case dei loro amici cristiani, ma siccome ricorreva la Pasqua, nel qual tempo gli Ebrei non mangiano pane lievitato, e come essi non trovavano naturalmente che di questo, nelle case dei loro amici, poco mancò non morissero di fame, perchè preferivano digiunare ad infrangere la prescrizione religiosa. Gli abitanti di Palma imitarono quelli di Orsona e si dettero a perseguitare ed uccidere gli Ebrei, sicchè questi fecero pregare i loro correligionari di mandar deputati alla Corte per impedire un massacro che stava per diventar generale. I persecutori tenner dietro dappresso ai tre deputati Ebrei che erano stati all'uopo designati. Anzi essi giunsero i primi, perocchè gli Ebrei erano stati obbligati a lasciare le vie battute ed a nascondersi in una foresta per paura di cader nelle mani dei loro persecutori. Giuseppe, capo della Deputazione ebrea, parlò in nome di tutti, con tanta eloquenza che venne ammirato da tutta la Corte. Re Alfonso assolse gli Ebrei dall'omicidio che non era mai stato commesso. Gli accusatori insistevano perchè l'ebreo fosse messo alla tortura, per sapere se egli aveva o meno perpetrato il reato, ma egli potè sottrarsi alla dura prova, chiedendo ed ottenendo si aprisse la tomba da cui era stato tratto il cadavere, per gittarlo nella sua casa.

Simiglianti accuse si produssero in Inghilterra. Nel 1226 gli Ebrei di Norvich furono condannati a 20,000 marche di ammenda per aver voluto crocifiggere un fanciullo (253). Egualmente nel 1255 a Lincoln, dove dopo un simulacro di giudizio, diciotto ebrei furono appiccati ed il piccolo Ugo, il crocifisso, canonizzato.

A Northampton, per delitto di crocifissione, se ne appiccarono cinquanta, e pochi anni dopo, nel 1287, gli Ebrei furono espulsi dall'Inghilterra, dove non ricomparvero che dopo aver ricevuto da Cromwell l'autorizzazione di risiedere a Londra e di costruirsi una sinagoga, di rito spagnuolo (254).

Nel 1432 si pretese che Ebrei avessero fatto morire, lardellandolo di colpi di stile, V. Wernher di Bacharach.

Nel 1443 gli Ebrei di Milano, per un'accusa simile, dovettero pagare 20,000 fiorini.

Nel 1475 tre israeliti furono accusati di aver ucciso un ragazzo a Trento, dove la popolazione era stata prima fanatizzata dalle prediche di Bernardino da Feltre (255), e tutti gli Ebrei furono messi alla tortura e spogliati di tutto.

Nel 1490, Giovanni di Passamento fu aggiunto alla lista dei santi spagnuoli per il suo supposto martirio a Guardia.

Nel 1506, a Venezia, un giovane israelita ungherese venne arrestato per sospetto di voler rapire un fanciullo cristiano, ma, da saggi giudici, riconosciuto innocente, tosto posto in libertà.

Questo fatto ce lo narra il Sanuto nel volume sesto (256) dei suoi diarii, e lo diamo nel suo testo originale, poichè le parole dell'illustre storico mettono in più chiara luce e la illuminata giustizia veneta, ed il retto e sano criterio dei nostri padri.

“22 marzo 1506.

“In questo zorno hessendo gran Conseio suso, achadete chel fo retenuto un zudio hongaro, nominato Isaach, qual studiava et stava perhò in questa terra, et venuto zoso Gran Conseio, ser Hieronimo Quirini et ser Antonio Zustignam dotor, Avogadori, lo andono a examinar. Par chel ditto a San Stin (257) in certa calle havesse trovato un puto di anni 2 ½ in zercha, smarito, e lui lo tolse soto la vesta e lo voleva menar via ut dicitur a marturizarlo como fo il bia Simon a Trento et Sebastian Novello a Porto Bufole del 14.. (258), et visto da alcuni, tandem fu preso detto zudio che fuziva e si buttò al aqua. Et cussì li Avogadori fe la soa examination con interprete et formò il processo. Quello seguirà noterò di sotto, unum che la matina in Rialto alcuni zudei dal vulgo fonno batuti et quasi lapidati. _Ma judico nulla sia et nulla seguirà et esser cossa falssa._”

“24 marzo 1506.

“In questa matina in quarantia criminal fu rilassato il zudeo retento per cazon del puto, atento nulla erra con effecto, et cussì li Avogadori messeno di rilassarlo e fu preso.”

Così si vedeva e si giudicava in Venezia nel 1506!

Verso il 1530, un ebreo, di Amasia, presso Erzerum, venne accusato dell'assassinio di un cristiano il quale era stato bensì visto entrare nella casa dell'ebreo, ma non era stato visto uscirne. Secondo il solito i correligionari dell'accusato furono coinvolti nel processo. I disgraziati vennero sottoposti alla tortura, e, sotto l'angoscia di inenarrabili sofferenze, confessarono di aver assassinato un cristiano; tutti furono appiccati, ed un medico, Jacob Abiob, bruciato vivo. Ma l'accusa non era che una orribile calunnia ordita da falsi testimoni e la prova non tardò a farsene palese: la pretesa vittima ricomparve. La causa venne allora portata a Costantinopoli, dinanzi al Tribunale di Solimano II, che non soltanto punì i calunniatori, ma ordinò che altre accuse di questo genere, contro gli Ebrei, che potessero riprodursi, dovessero portarsi dinanzi al divano di Costantinopoli, ogni altra giurisdizione esclusa.

Bastò questa disposizione, bastò l'idea di trovarsi dinanzi a giudici relativamente illuminati, perchè, per ben tre secoli, la calunnia non rialzasse più il capo negli Stati del sultano (259).

Anche nel secolo nostro simili casi si riprodussero sovente, troppo sovente per un secolo che ha la pretesa di essere quello dei lumi. Pur tacendo di altri fatti, ricorderemo come a Damasco un rispettabile e venerando cappuccino italiano, il padre Tommaso, ed un suo domestico, scomparissero nel febbraio 1840. Un barbiere ebreo e sette mercanti ebrei furono arrestati sotto l'imputazione di averli uccisi per compiere un sagrifizio rituale. Il processo venne istruito in modo, che, lord Palmerston, nella seduta della Camera dei Comuni inglesi del 22 giugno 1840, ebbe a dichiarare “esempio di barbarie e di atrocità inaudite nel nostro secolo, e quali non potevansi aspettare in un paese che è in relazione col mondo civile (260).” Atroci tormenti strapparono agli sventurati accusati una specie di confessione che smentirono energicamente dopo. Il console d'Austria, signor Merlato, tentò invano di calmare l'emozione popolare. Una sollevazione dei cristiani siriaci ne seguì, e, malgrado i passi fatti al Cairo, da sir Moses Montefiori e da Cremieux, in favore dei loro correligionari, malgrado che il Vicerè d'Egitto, Mohammed-Ali, prosciogliesse gli Ebrei da ogni accusa, il popolaccio non fu meno convinto, e lo è ancora adesso, che il padre Tommaso venne sacrificato in obbedienza ai riti talmudici delle feste pasquali.

Quasi contemporaneamente, a Rodi, sorgeva una simile accusa, sempre contro gli Ebrei, ma, il 20 luglio 1840, il Consiglio di giustizia della Porta, che aveva avocato a sè la trattazione dell'affare, assolse tutti gli Ebrei dalla accusa portata contro di loro dai Greci, di essersi impadroniti di un fanciullo greco, al solito intento di scannarlo e di servirsi del suo sangue per la Pasqua. Nè pago di ciò, il Governo turco, per dimostrare tutto l'orrore che gli inspiravano le inumane sevizie usate dal pascià di Rodi contro gli Ebrei accusati, lo destituì da ogni sua carica ed il sultano Abdul-Medjid, con un suo firmano, in data del 13 Ramazan 1256 (7 novembre 1840), che si leggerà fra i documenti, pose in piena luce l'innocenza degli Ebrei accusati a Damasco ed a Rodi.

Pochi anni dopo una cittaduzza italiana, Badia, in provincia di Rovigo, vedeva svolgersi un importante processo, di cui pubblicheremo più innanzi i documenti, processo che finì coll'assoluzione dell'ebreo imputato e colla condanna della sua calunniatrice.