Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)

Part 16

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Dietro i musici venivano le prefiche, _præficæ_, schiave del libitinario incaricate di fare il piagnisteo; ed esse, mediante pagamento, percuotevansi il petto, mandavano grida strazianti e strappavansi i capelli, ostentando un dolore fierissimo che erano ben lungi dal sentire. Così Lucilio nelle satire ci descrive la loro simulata desolazione:

_Mercede quæ_ _Conductæ fient alieno in funere præficæ_ _Multo, et capillos scindunt et clamant magis[239]._

L’uso delle prefiche, comune a quasi tutte le nazioni, si protrasse tardissimo anche fra noi. Nella diocesi di Milano vennero proibite dall’Arcivescovo S. Carlo Borromeo. — E celebravano esse talvolta le lodi del defunto col canto, _nænia_, e tal altra recitando passi de’ poeti più rinomati che avessero qualche analogia colla circostanza. Erano così insinceri siffatti canti laudativi, che passò di poi _nænia_ per sinonimo di _nugæ_, ossia bagatelle od inezie. Il nostro Porta, l’insuperabile poeta del nostro vernacolo, disse alla sua volta _bosard come on cartell de mort_, bugiardo come un cartellone da morto, o, come potrebbesi anche dire, al pari di un epitaffio. Guasco ricorda che dietro le prefiche venissero altre donne: _Piatrices, Sagæ, Expiatrices, Simpulatrices_, ed erano sacerdotesse che presiedevano a’ sacrificj impetratorj per ottenere l’ingresso del defunto negli abissi, ed espiatorj per purgarsi dai peccati[240].

Seguivano i _Popi_ e i _Victimarii_: ufficio dei primi era di abbattere gli animali più diletti al defunto padrone, come cavalli, cani, ed uccidere uccelli alla pira funebre: dei secondi di predisporre gli arredi necessarii all’uopo. Essi apparivano nudi fino alla cintura.

Poi quelli che portavano le insegne onorifiche del morto, come le spoglie prese al nemico, i distintivi ed i premii conseguiti dal suo coraggio, ogni cosa però capovolta a dimostrazione di lutto. Portavansi pure le imagini degli avi illustri disposte per ordine cronologico su’ carri, _pilenta_, le insegne delle magistrature e delle dignità coperte da essi, e siffatto privilegio spettava pure alle donne ne’ loro funerali, dove avessero avuto negli antenati loro taluno che avesse sostenuto una magistratura curule.

Teneva dietro tutto ciò una schiera di mimi e l’_archimimus_ o capo di essi. I primi ballavano danze grottesche al suon de’ crotali, le quali danze chiamavansi _sicinnia_, i cui salti regolavansi in misura co’ piedi dattili dell’_anapesto_, metro simile a un dipresso al quinario nostro e del quale eccone esempio tolto a Seneca il tragico:

_Fundite fletus,_ _Edite planctus,_ _Fingite luctus,_ _Resonet tristi_ _Clamore forum_, ecc.[241]

Il secondo, imitava coll’incesso e co’ gesti il costume, i modi più spiccati e la persona del defunto, come viene attestato dallo storico de’ Cesari, Svetonio[242].

Venivano ultimi i parenti e gli amici, spogliate le dita d’anelli e colla barba intonsa, vestiti tutti della penula oscula, abito di rigore nelle funerali pompe, nelle quali non era permesso portare la toga e comprendevasi essa fra i _vestimenta clausa_. I figliuoli incedevano colla testa coperta, le figlie invece a capo scoperto: queste poi, la madre e la moglie senza ornamento, colle chiome disciolte ed in nere gramaglie. Le donne solevano mostrare un vivo dolore, straziandosi il seno nudo ed il volto, tanto da spicciarne il sangue, e invocando l’amato defunto ad alta voce, come Properzio desiderava avesse a fare per lui la bella Cinzia:

_Tu vero nudum pectus lacerata sequeris._ _Nec fueris nomen lassa vocare meum_[243]

e ciò non a vana dimostrazione di duolo, ma perchè, secondo spiegano i commentatori, i mani amano il latte ed il sangue.

Dopo di costoro, procedeva la bara, _capulum, feretrum, lectica funebris_, come poteva venire con tutti questi nomi designata, ed era un letto od anche una lettiga coperta da più o men ricco drappo, a seconda della varia dignità dell’estinto e portata da’ più prossimi parenti o dagli amici, in numero di sei o di otto, e per ciò detta anche _exaphorum_, od _octophorum_. Talvolta sorreggevasi essa dagli schiavi dichiarati liberi nel testamento, e tenevano allora in segno di loro recente libertà coperto il capo. I personaggi alto locati erano portati da dignitarj o funzionarj dello stato; la bara di Lucio Cornelio Silla dalle Vestali, quella di Giulio Cesare dai magistrati, quella di Augusto da’ senatori, quella di Tiberio da’ soldati, e Tacito ricorda che il feretro di Germanico venisse portato sulle spalle de’ tribuni e de’ centurioni[244]; ma poi e più innanzi l’urna dell’imperatore Severo fu portata per mano dei consoli medesimi.

Dietro la bara succedeva la caterva de’ clienti, degli schiavi e de’ familiari, conducendo a mano gli animali che dovevano essere sagrificati al bruciamento del cadavere, e finalmente chiudevasi la processione colla carrozza vuota, _rheda_ o _carpentum_, del defunto e colla turba de’ curiosi e sfaccendati che mai non mancano agli spettacoli che si offrono gratuitamente.

Il funerale corteggio, quando trattavasi di persona illustre o ricca, soffermavasi un tratto nel foro, dove, posto il funebre letto sulla tribuna, un prossimo congiunto, o l’erede beneficato, pronunciava l’orazione funebre in mezzo ai suoni lugubri di una musica mesta, ciò che diede origine alla frase latina _laudare pro rostris_. Ricorda il lettore come Svetonio, nella vita di Cesare, lasciasse memoria aver questi alla sua volta arringato dai rostri l’orazion funebre per la sua zia (_amita_) Giulia e per la moglie Cornelia, cogliendo il destro così di vantarsi disceso per una parte da regale prosapia e per l’altra da Venere, affine poi d’inferirne: _est ergo in genere et sanctitus regum, qui plurimum inter homines pollent, et cærimonia deorum, quorum ipsi in potestate sunt reges_[245].

Il De-Gubernatis nella sua opera sullodata degli _Usi Funebri Indo Europei_[246], ricorda come Plutarco nella vita di Valerio Publicola riferisca a questo console l’origine della istituzione delle orazioni funebri romane. «Ebber cari i Romani — queste son le parole dello scrittore delle _Vite degli uomini Illustri_ — quegli onori che fece Valerio al suo collega (Bruto) coi quali illustrar ne volle il mortorio, e specialmente l’orazion funebre che recitò in di lui lode egli stesso, la quale riuscì di tanta soddisfazione e fu sì grata ai Romani medesimi, che introdotto indi venne il costume di encomiarsi dopo morte, in tal guisa, tutti i grandi, e valentuomini dai personaggi più insigni. Questa orazion funebre, secondo si dice, fu più antica anche di quella de’ Greci, se pure anche ciò non fu una istituzione di Solone, come lasciò scritto il retorico Anassimene.» Dionigi d’Alicarnasso, nel libro quinto delle sue _Antichità Romane_, scrive non poter affermare se Valerio sia stato il primo a pronunciare in Roma un discorso funebre, o s’egli abbia invece seguito un costume già invalso tra i re; ma in ogni modo ritiene il costume come romano e rimprovera i tragici ateniesi per averne voluto fare un merito alla loro città, che non conobbe, a suo avviso, le orazioni funebri, se non dopo la battaglia di Maratona, che fu posteriore di sedici anni alla morte di Bruto.

Ripigliava quindi la processione il suo corso e uscendo dalla città[247] pel Circo Massimo e la porta Capena per mettersi nella via Appia, ch’era quella delle tombe, si avviava al rogo, _rogus_, ed anche grecamente pira, πυρά, che era una specie di altare, o catasta, piuttosto costruita nel recinto sepolcrale detto _bustum_, o contiguo alla tomba, di ciocchi d’alberi resinosi, non digrossati ne’ squadrati, in masse ad angoli retti, adorna di ghirlande e ramoscelli di cipresso, sulla cima della quale collocavasi dallo schiavo, detto _Ustor_, il cadavere, asperso di preziosi liquori e avvolto in un lenzuolo di amianto. Dapprima il più prossimo congiunto o l’erede ne aveva riaperto gli occhi, come voleva il rito, reputandosi sacrilegio il privare il cielo degli sguardi di un morto, e curavasi che portasse al dito il suo anello e prima di avvilupparlo nel sudario la moglie e i figli deponevano sulle gelide labbra di esso l’estremo bacio, tributo ultimo che pur a sè stesso augurava ricevere dalla sua Cinzia Properzio:

_Osculaque in gelidis pones suprema labellis_ _Quum dabitur Syrio munere plenus onyx_[248].

E si staccavano dalla cara spoglia colle parole consacrate dal rito: _Vale. Nos te ordine quo natura voluerit cuncti sequemur_[249].

Ciò fatto, il più prossimo congiunto, stornando la testa, appiccava colla rovescia torcia il fuoco alla pira e mentre questa ardeva, gittavansi su d’essa incensi, profumi, vino, capelli e fiori, e lo stesso Poeta or ricordato, pone in bocca alla sua Cinzia, che morte gli toglieva anzi tempo e l’ombra della quale gli era ne’ sogni apparsa, il lamento perchè nè di profumi, nè di vino e neppure di giacinti avesse egli onorato il suo rogo:

_Cur ventos non ipse rogis, ingrate, petisti?_ _Cur nardo flammæ non oluere meæ?_ _Hoc etiam grave erat nulla mercede hyacinthos_ _Inficere, et fracto busta piare cado_[250].

Altri buttavan su quella fiamma le armi, le _phaleræ_[251] e le vestimenta preziose del defunto, i cavalli a lui prediletti, i molossi, i papagalli e quanto in vita aveva di meglio amato, e accadde ancora che in mezzo ad essi si slanciassero gli schiavi stessi, come per essere compagni al trapassato nel viaggio d’oltre tomba. Così Virgilio menzionò nell’_Eneide_ il devoto costume:

_Hic alii spolia occisis direpta Latinis_ _Conjiciunt igni, galeas, ensesque decoros_ _Frænaque, ferventesques rotas: pars munera nota,_ _Ipsorum clypeos, et non felicia tela_[253].

perocchè _munera_ appunto si chiamassero le preziose cose avute in pregio del suo vivente dal defunto.

Nè il popolo restava inoperoso in mezzo alla cerimonia; ma pregava i venti spirassero secondi, giusta il costume de’ Greci rammentato nell’_Iliade_ nei funerali di Patroclo:

Ma del morto Patròclo il rogo ancora Non avvampa, allor prende altro consiglio Il divo Achille. Trattosi in disparte, Ai due venti Ponente e Tramontana Supplicando, solenni ostie promette, E in aurea coppa ad amendue libando, Di venirne li prega, e intorno al morto Sì le fiamme animar, che in un momento Lo si struggano tutto esso e la pira[254].

Se il funerale era di condottiero di esercito, cavalieri e fanti riccamente ornati tre volte giravano intorno al rogo, ciò che chiamavasi _decursio_, mandando dolorosi lai:

_Ter circum accensos, cincti fulgentibus armis,_ _Decurrere rogos: ter moestum funeris ignem_ _Lustravere in equis, ululatusque ore dedere_ _Spargitur et tellus lacrymis, sparguntur et arma[255]._

Così leggesi anche in Svetonio nella vita di Claudio, come intorno al tumulo di Druso Germanico corresse ogni anno un soldato; e Tacito scrive: _Chatti tumulum super varianis legionibus structuri, ad aram Druso sitam disiecerant. Restituit Cæsar arum honorique patris princeps ipse cum legionibus decucurrit_[256].

Ed intanto che il fuoco divampava, si facevano le libazioni di vino, di latte e di sangue, alla quale ultima fornivanlo le vittime immolate, i prigionieri, gli schiavi od anche i gladiatori detti _bustuari_, per ciò che innanzi al rogo combattessero combattimento mortale, avendosi fede, come già notai, che i mani si placassero col sangue.

I più ricchi e prestanti cittadini, siccome m’accadde di mentovare nel capitolo dell’Anfiteatro nel dire de’ ludi gladiatorii, crescevano onoranza con gli spettacoli di gladiatori, che si offerivano gratuitamente al pubblico, e il dittatore Lucio Cornelio Silla li dispose grandiosissimi pe’ suoi funerali nel proprio testamento, secondo si raccoglie nell’orazione di Cicerone, pur da me già citata nei capitoli della Storia Pompejana, recitata _pro Publio Sylla_.

Ma ad onorare la memoria dei defunti altri modi vi erano. La lettera XVIII del Lib. VII. delle _Epistole_ di Plinio il Giovane ci apprende come Caninio Rufo, per eternare la memoria della propria moglie, disponesse un annuale convito a’ suoi concittadini Comaschi e in un rottame di lapide conservatoci dal Giovio si legge che altri due Caninii della stessa città lasciassero similmente una somma per celebrare un annuale banchetto: eccone il frammento:

ORNAMENTVM ET ROSA PONERETVR RELIQ. INTER SE SPORTVLAS DIVIDERENT IN CVIVS TVTEL. DEDERVNT CANINIVS VIATOR ET CANINIVS EVPREPES HS.

Più munificente e assennato appare dalla medesima lettera XVIII Plinio stesso, quando ci dice aver assegnato 500 mila sesterzi alla sua patria Como per educare i giovani.

Le persone povere, o quelle non così facoltose e in grado di comperarsi il _bustum_, portavansi all’_ustrina_, terreno publico destinato a bruciare i cadaveri, le ceneri de’ quali venivano quindi trasportate ne’ sepolcreti di famiglia se l’avevano, o se non l’avevano, al sepolcro comune, al quale accenna Orazio nel verso:

_Hoc miseræ plebi stabat comune sepulcrum_[257];

perocchè la legge proibisse di appiccare il fuoco ad un rogo sul terreno d’altrui proprietà.

Consumatasi la salma, estinguevansi le fiamme col vino: il più prossimo parente, cantandosi da’ musici l’_epicedum_ o poemetto funebre in onore del morto, (da ἐπὶ sopra, e κὴδος, funerale), raccoglieva le ossa ancora ardenti, le lavava in vecchio vino e nel latte e le asciugava con un lino, ciò che chiamavasi _ossilegium_.

Siffatta costumanza di lavare nel vino, nel latte e talvolta anche nell’olio le ossa, era stata vietata come inutile scialaquo dalle leggi delle XII Tavole; ma non per questo era stata meno e sempre in vigore e in Roma e presso tutte le nazioni a’ Romani soggette. Giova anzi a tal proposito ricordare il grazioso epitaffio che uno schiavo aveva scolpito sulla tomba da lui fatta erigere al giovinetto padrone suo, che così si chiudeva:

_Ossibus infundam quot numquam vina bibisti_[258].

alludendo al divieto de’ Romani che i fanciulli avessero a bever vino.

Riponevansi da ultimo le ossa in un’urna talvolta di bronzo, il più spesso di terra cotta, di marmo, di alabastro o di vetro, del quale ultimo materiale è l’_urna cineraria_, scoperta in Pompei, riempita per metà di un liquido e nel quale si discernono ancora i resti di ossa e di ceneri. Oltre di tale liquido si sa vi ponessero rose e piante aromatiche. Un sacerdote per ultimo aspergeva d’acqua lustrale i parenti onde purificarli, ciò che dicevasi _suffitio_, e dopo, il capo della cerimonia, _designator_, od anche la prefica, diceva loro: _I licet_, cioè potete ardarvene e la comitiva si discioglieva. Allora chiudevasi l’urna nella tomba, sulla quale ponevasi la pietra detta _monimentum_, onde fu poi generalizzato il nome di monumento agli edifizi funebri e sovr’esso l’inscrizione predisposta. Più avanti ne recherò parecchi saggi di quelle trovate e lette negli scavi della Via delle Tombe in Pompei.

E i vasi lacrimatorj, mi si chiederà, a che non li avete voi accennati, prima di chiudere col _monimentum_ il sepolcro?

È di fatto che ne’ sepolcri antichi, e pur in quelli di Pompei si rinvenissero vasi e cucchiai detti lagrimatorii; ma servivano essi davvero a raccogliere, come fu preteso, le lagrime de’ veraci dolenti e delle prezzolate prefiche?

Il Baruffaldi lo credette nella sua Dissertazione _De Præficis_ e lo credettero il Fabbretti nel suo libro delle _Iscrizioni_ ed altri ancora; e il Fabbretti volle anzi da certi fori praticati sovente sul coperchio delle antiche tombe, argomentare l’usanza d’introdurvi per essi le lagrime de’ congiunti ne’ giorni anniversarii o nelle feste commemorative de’ loro cari defunti, molto più che in taluni vasi si sieno vedute delineate le orbite degli occhi, e sui _monimenta_ si riscontrino scolpite tazze ed espresse le lagrime negli epitaffi; ma colla dovuta reverenza a questi dotti, io non mi sono mai capacitato che tal costume avesse potuto un giorno sussistere. Piagnone prezzolate, artifici di dolore per quanto sottili, lagrime di dolenti, versate dopo parecchi giorni dal decesso del caro parente, come avrebbero potuto fornir tanta materia a’ cucchiai e vasi lacrimatorii? Questi arnesi, queste fiale di vetro o di terra cotta, di alabastro o d’altro, non sarebbero stati piuttosto adoperati a raccogliere balsami ed aromi che gittavansi sul rogo, o libazioni di latte e di vino, che si facevano sulle tombe?

Il Grutero, nella eruditissima sua opera, recò più d’una iscrizione, fra le cui parole vedevansi scolpite cucchiaj o patere, come più propriamente dicevansi, le quali erano appunto vasi circolari con manichi, atti a contenere liquidi, _ma più specialmente usati_, dice Rich, a contenere il vino con cui era fatta una libazione[259].

I fori adunque praticati ne’ coperchi delle tombe debbono indubbiamente aver servito a far penetrare le libazioni di vino e di latte, di che Foscolo pur tenea conto in que’ versi de’ suoi _Sepolcri_:

Le fontane versando acque lustrali, Amaranti educavano e viole Su la funebre zolla; e chi sedea A libar latte e a raccontar sue pene Ai cari estinti, una fragranza intorno Sentia qual d’aure de’ beati Elisi[260].

Questi fori si praticavano ad esempio nei _loculi_, o bare, quando i cadaveri non si abbruciavano ancora ma si collocavano in essa interi. Entro codesta bara spesso di terra cotta, eravi ad una estremità una soglia elevata per adagiarvi il capo e dallato un foro tondo pei balsami aromatici, che si versavano dentro per mezzo d’un corrispondente orificio nella parete esterna della cassa.

Il costume della cremazione de’ cadaveri, del cui procedimento presso i Romani ho intrattenuto il lettore, non era antico a’ tempi di Plinio, voglio dire al tempo della catastrofe di Pompei, siccome egli l’attesta. Era la cremazione usata solo in Grecia fin dai tempi di Cecrope, dicendo Luciano che il Greco abbrucia i cadaveri, il Persiano li sotterra, l’indiano li avvolge di grasso porcino, lo Scita li divora, l’Egizio li imbalsama. L’essersi adottata da Romani originò dall’oltraggio che veniva fatto alle tombe, quando i romani morivano in lontane contrade, e che però vi si voleva ovviare. Lucio Cornelio Silla, che a cagione delle tante proscrizioni aveva ragione a temere l’insulto al proprio cadavere, com’egli stesso aveva fatto a quello di Mario, dissotterrandolo e facendolo gittare nel Teverone, fu il primo che ordinasse di ardere, dopo morte, il proprio corpo, e così invalse il costume passato in legge, e Ovidio lo rammenta nel verso:

_Corpora debentur mæstis exanguia bustis_[261].

Siccome poi essi pensassero che l’anima fosse della natura del fuoco, e che il rogo le facilitasse l’uscita dal corpo e però l’onore del rogo non s’avesse a concedere che alle persone dotate di ragione e sentimento; così, per testimonianza dello stesso Plinio il Vecchio, non s’accordava a’ bambini, a’ quali non fossero ancora spuntati i denti, perocchè sarebbe stata considerata siccome empietà che contaminerebbe la casa e vi allude pur Giovenale nella _Satira_ XV ne’ seguenti versi:

_Naturæ imperio gemimus, quum funus adultæ_ _Virginis occurrit, vel terra clauditur infans,_ _Et minor igne rogi_[262].

Seppellivansi quindi la notte allo splendore delle faci. Le loro ossa poi deponevansi in luogo detto _subgrundarium_, sotto di un tetto, cioè, o gronda sporgente, a modo di nido di rondine[263].

Nè abbruciavansi tampoco i corpi di coloro che erano colpiti dalla folgore: _Hominem ita exanimatum, cremari fas non est; condi terra religio tradit_, disse il medesimo Plinio[264].

Ora il costume della cremazione divien soggetto alle più serie investigazioni e discussioni in Italia, che lo si vorrebbe sostituire a quello della sepoltura de’ cadaveri. Ragioni specialmente di igiene lo pongono innanzi e lo propugnano calorosamente, e se adottato, come pare dall’Italia, verrà seguito pure dalle altre nazioni incivilite, avrà avuto una volta di più suggello l’osservazione del francese Ipp. Lucas dell’Istituto di Francia che «all’Italia è affidata per diritto l’iniziativa del progresso umanitario[265].» È principalmente nella mia Milano che l’importante questione si agita, sicchè egregiamente quell’ottimo uomo che è Giuseppe Sacchi, osservava che la cremazione è per Milano il ritorno ad un’antica usanza, additando una località nei pubblici giardini che era ad essa destinata, e rivendicando per tal modo alla nostra città il doppio merito di aver sempre spento con la violenza della sua riprovazione i roghi della Inquisizione, e di avere all’opposto innalzato pei cadaveri il rogo purificatore. Fra noi, a tale scopo, si istituì un comitato promotore sotto la presidenza dell’illustre medico e chimico prof. Giovanni Polli e del qual fan parte quei chiari suoi colleghi che sono il Pini, lo Strambio, il Dell’Acqua, il Griffini e il Tarchini-Bonfanti. E solenne conferenza indissero costoro nel giorno 6 aprile 1874, per trattarvi dell’argomento e del modo migliore di cremazione, dove appunto si udirono le suddette parole del Sacchi, dove Amato Amati espresse il concetto che la nuova usanza, restaurando coll’urna cineraria domestica il culto della famiglia, vi alzerà il carattere morale della nazione, e il dotto prete prof. Bucellati in una bella sua lettera diretta per quell’occasione al Comitato, scaltrì di pregiudizio la credenza che essa possa ledere i diritti della cristiana religione[266]. Concesse queste brevi parole ad un argomento di tutta attualità, faccio ritorno al mio tema.

La dimane del rogo i parenti e gli amici venivano invitati ad un banchetto funebre. Prima di mettersi a tavola si purificavano col lavarsi. Se ricco il defunto, davasi tale banchetto anche al pubblico ed appellavasi _silicernium_. A differenza di Grecia, dove il _Silicernium_ compivasi nella casa del parente più prossimo del defunto e subito dopo l’esequie, come si trova ricordato in Demostene (_De Coron._); in Roma e nella romana colonia questo convivio aveva luogo presso il sepolcro stesso; e le camere squisitamente decorate, che così comunemente s’incontrano nelle loro tombe, come accessorie di queste, ma non mai adoperate a ricevere urne, erano senza dubbio intese a questo fine. In Pompei, nella Via delle Tombe, troveremo un _Triclinium funebre_ stabile presso le tombe, costituito da un recinto, con entro tre letti triclinarii di materia di fabbrica, su cui, a renderli più comodi, si saranno all’occasione distesi materassi, _pulvinares_.

Il più spesso il _silicernium_ misuravasi dalla entità dell’asse redato o dalla gratitudine dell’erede; Persio lo attesta:

_Sed cœnam funeris hæres_ _Negliget iratus si rem curtaveris, urnæ_ _Ossa inodora dabit: ceu spirent cinnama surdum,_ _Seu ceraso peccent casiæ, nescire paratus[267]._

Se poi l’erede limitavasi a sola distribuzione al pubblico di carni crude, dicevasi essa _visceratio_. Esempio celebre del primo fu il silicernio imbandito da Cesare per la morte di Giulia a ventiduemila persone; altri dicono sessantaseimila.

Un altro banchetto funebre famigliare facevasi nove giorni dopo e designavasi col nome di _novemdialia_ e nel dì susseguente, _denicales feriæ_[268], purificavasi la casa mortuaria contaminata dalla presenza del morto e quindi per consueto distribuivansi ancora largizioni alla plebe.

Non era per altro così de’ funerali de’ poveri. Non sorgeva cipresso avanti la porta, non difilava processione, non intendevansi suoni, non celebravansi le altre cerimonie e solennità.

Tre giorni dopo la morte, giungevano quattro necrofori, _vespillones_, sul cader della notte, a levarli di casa in una cassa da nolo, detta _sandapila_, ed a portarli nella fossa pubblica oltre le mura, in luoghi detti _puticuli_ ed anche _putiluci_, a causa, disse il dotto Turnebo, della profondità delle fosse, nelle quali, non altrimenti che in pozzi, non poteva scendere luce, e tutto era presto finito.