Pompei e le sue rovine, Vol. 3 (of 3)
Part 11
_Regnet in sylvis Dione:_ _Cede, virgo Delia._
_Cras amet, qui nunquam amavit;_ _Quique amavit, cras amet._
_Jussit Hyblæis tribunal_ _Stare Diva floribus._
_Præses ipsa jura dicet:_ _Adsidebunt Gratiæ._
_Hybla, cunctos mitte flores,_ _Quidquid annus attulit;_
_Hybla, florum rumpe vestem,_ _Quantus Ennæ campus est._
_Ruris hic erunt puellæ,_ _Et puellæ montium,_
_Quæque sylvas, quæque lucos,_ _Quæque fontes incolunt._
_Jussit omnes adsidere_ _Mater alitis Dei,_
_Jussit et nudo puellas_ _Nil Amori credere._
_Cras amet, qui nunquam amavit;_ _Quique amavit, cras amet._
_Cras recentibus Venustas_ _Ridet ipsa floribus;_
_Cras et is, qui primus Æther_ _Copulavit nuptias,_
_Ut paternis recrearet_ _Vernus annum nubibus,_
_In sinum, maritus imber;_ _Fusus almæ conjugis,_
_Inde vitam mixtus ardet_ _Ferre magno corpore._
_Ipsa, venas atque mentem_ _Permeante spiritu,_
_Intus occultis gubernat_ _Procreatrix viribus;_
_Perque cœlum, perque terras_ _Perque pontum subditum,_
_Pervium sibi tenorem_ _Seminali tramite_
_Imbuit, jussitque mundum_ _Nosse nascendi vias._
_Cras amet, qui nunquam amavit_ _Quique amavit, cras amet._
_Ipsa Trojanos penates_ _In Latinos transtulit;_
_Ipsa Laurentem puellam_ _Conjugem nato dedit,_
_Moxque Marti dat pudicam_ _E sacello virginem._
_Romuleas ipsa fecit_ _Cum Sabinis nuptias;_
_Unde Rhamnes, et Quirites,_ _Proque gente postera_
_Romuli, Patres crearet,_ _Ac nepotem Cesarem._
_Cras amet, qui nunquam amavit;_ _Quique amavit, cras amet._
_Rura fæcundat voluptas;_ _Rura Venerem sentiunt:_
_Ipse Amor, puer Diones,_ _Rure natus dicitur._
_Hunc ager, quum parturiret_ _Illa, suscepit sinu,_
_Atque florum delicatis_ _Educavit osculis._
_Cras amet, qui nunquam amavit;_ _Quique amavit, cras amet._
_Quisque cœtus continetur_ _Conjugali fœdere:_
_Ecce jam super genistas_ _Explicant tauri latus:_
_Propter undas cum maritis_ _Ecce balantum gregem_
_Et canoras non tacere_ _Diva jussit alites:_
_Jam loquaces ore rauco_ _Stagna cycni perstrepunt._
_Adsonat Terei puella_ _Subter umbram populi;_
_Ut putes motus amoris_ _Voce dici musica,_
_Et neges queri sororem_ _De marito barbaro._
_Illa cantat; nec tacerem,_ _Quando ver venit meum,_
_Quando feci et ut Chelidon,_ _Meque Phœbus respicit._
_Perderem Musam tacendo;_ _Ni tacere desinam:_
_Sic Amyclas, dum silebant,_ _Perdidit silentium._
_Cras amet, qui nunquam amavit;_ _Quique amavit, cras amet._
Ovidio, nel quarto libro dei _Fasti_, forse prima dell’autor del _Pervigilium_, aveva splendidamente descritte le feste e le veglie di Venere, e data la ragione dell’essersi scelta la primavera a celebrarle. E narra in tal libro come, fra l’altre cerimonie, madri e spose latine traessero al mirteto di Venere, dove sorgeva il simulacro della Dea e quivi sciogliessero dal di lei candido collo il monile d’oro e le gemme e la lavassero interamente, e prosciugata poi di loro mano la riornassero di quelle preziosità e fregiassero di corone; poi dovessero esse medesime lavarsi pure, in memoria di quando la bella Iddia uscita dal mare e ignuda, tergendo gli umidi crini, sorpresa da impura frotta di satiri, ebbe a riparare appunto sotto un bosco di mortella. E il lavacro che tutte le vedeva denudate era presso il tempio della Fortuna Virile, quasi a dire ch’esse le dovesse proteggere dagli sguardi degli uomini e intanto, pur in memoria di quel che Venere bevve, quando fu condotta al marito, bevessero esse bianco latte con pesto papavero e miele; e tutte queste supplicazioni e cerimonie compissero, a renderla propizia, perchè reputassero procedere dalla Dea, bellezza, costume e buon nome:
_Supplicibus verbis illa placate; sub illa_ _Et forma et mores, et bona fama manent_[157].
Nè erano le peggiori inverecondie quelle che si commettevano in onore di Venere: i misteri d’Iside ho già detto altrove quanto fossero peggiori ed orribili, e come avessero, per le loro infami oscenità, a provocare ben dieci volte il bando da Roma il culto dell’egizia Dea; nè qui pertanto mi farò a ripetere le stesse cose, rinviando il lettore a quelle pagine[158].
Oltre le feste di Flora e di Pane, di Bacco, di Iside e di Venere, tutte invereconde, celebravansi eziandio le Priapee in onore di Priapo. Sa già il lettore come in Egitto si portasse in processione il _phallus_, suo primo attributo e distintivo, e i mitologi anzi affermano che Oro colà fosse quanto in Grecia e in Italia Priapo. Se tale l’origine, il suo culto passò quindi in Grecia, dove naturalizzando il dio, lo fecero nativo di Lampsaco, frutto degli adulteri amori di Venere e di Bacco. Grecia ne fe’ dono all’Italia ed ebbe tempio in Roma sul colle Esquilino. Come in Grecia, anche in Roma, gli impotenti mariti faceangli offerte e sagrifici e le donne dissolute tributavangli un particolare culto, nel quale la licenza era spinta all’ultimo eccesso.
Poscia crebbe in venerazione, perchè a questo nume si assegnò la speciale protezione e custodia degli orti e inalberavasi a spauracchio degli uccelli voraci, onde Virgilio il chiamasse _custos furum ed avium_[159] e fu ben anco tenuto come scongiuro contro le male influenze e detto perciò _Fascinus_, come già m’avvenne di dire, e così gli emblemi itifallici portati perfin da fanciulli e da donzelle al collo, come farebbesi ora del più innocente gingillo, e publicamente esposti su’ fondaci e botteghe. Si sa inoltre che le nuove spose fossero dal rito obbligate disporsi a cavalcione d’un priapo, di che è memoria in una piccola statua che si conserva in Roma, e forse vi accenna quel grande fallo di bronzo rivestito di lamina d’argento, rinvenuto in Pompei e che si conserva nel gabinetto degli oggetti riservati al Museo Nazionale di Napoli, e il quale è in forma di quadrupede itifallico, avente le sole gambe posteriori, e la coda di cui termina pure in fallo. Esso è cavalcato da una donna. Pendono dalle zampe, affidati a piccole catene, due tintinnabuli quadrati, ed è sospeso ad una catena con anello[160].
Le feste Priapee celebravansi dalle donne soltanto. Un basso rilievo fatto incidere da Boissart, che riproduce la cerimonia, rappresenta la sacerdotessa che asperge la statua del Dio, mentre le altre donne gli presentano canestri di frutta ed anfore di vino. Altre ancora sono in atto di danzare suonando uno strumento molto somigliante ad un cerchio: due suonano la tibia, una tiene il sistro, in che manifesta l’origine egizia; un’altra vestita da Baccante porta sulle sue spalle un fanciullo; altre quattro sono occupate al sagrificio dell’asino che veniagli offerto, questo essendo l’animale appunto odioso al Dio, per avergli co’ suoi ragli più volte turbati i suoi impudici tentativi sulla ninfa Lotide dormiente e sulla Dea Vesta egualmente addormentata. E priapee dicevansi pure certe oscene composizioni fatte in onore del Dio di Lampsaco, che s’appendevano alle statue di lui, per lo più in esse rappresentato sotto la forma di Erme con corna di becco, orecchie di capra e con corona di foglie di vite o d’albero, e collocate ne’ giardini ne’ boschetti e presso le fontane.
Ma se in Roma aveva l’impuro nume culto ed altare, maggiore venerazione otteneva nella Campania. Ercolano e Pompei ne fornirono irrecusabili prove. Io pure ho qualche segno itifallico di quei luoghi: l’opera mia ha già di tali prove più d’una volta tenuto conto al lettore.
Odasi Winkelmann che ne dica:
«Gli amatori e gli intelligenti dell’arte distinguono a Portici (nel Museo), nel numero delle figure, un Priapo che è veramente degno di tutta l’attenzione. Non è egli più lungo di un dito, ma è desso eseguito con tant’arte che si potrebbe riguardarlo come uno studio di notomia, tanto preciso che Michelangelo, per quanto fosse egli gran notomista, nulla di meglio avrebbe potuto eseguire. Sembra che questo Priapo faccia una specie di gesto comune agli italiani, ma affatto ignoto agli stranieri, quindi difficilmente potrò far loro intendere la descrizione che m’accingo a farne. Questa figura tira al basso l’inferiore palpebra coll’indice della destra mano appoggiato all’osso della gota, mentre la testa verso la stessa è inclinata. Convien credere che un tal gesto fosse usato dagli antichi pantomimi e che avesse diversi espressivi significati. Quello che lo faceva stava in silenzio e parea che mediante quel muto linguaggio volesse dire: non fidarti di lui; egli è scaltro e ne sa più di te; oppure: ei crede di prendermi per giuoco: io l’ho colto: o finalmente: tu t’incammini bene! Tu hai trovato pane pei tuoi denti. Colla mano sinistra, la figura medesima fa quello cui gli italiani appellano _far castagne_, gesto il quale consiste nel collocare il pollice fra l’indice e il dito di mezzo, per far allusione alla fessura che si fa alla scorza delle castagne, prima di arrostirle.
«Nello stesso gabinetto, si vede un Priapo di bronzo, attaccato con una piccola mano facendo il medesimo gesto. Tal sorta di mani frequentemente s’incontrano ne’ gabinetti, e tutti sanno che presso gli antichi tenean luogo di amuleti, oppure, lo che è lo stesso, si portavano siccome preservativi contro gli incantesimi e le cattive occhiate. Per quanto ridicola fosse quella superstiziosa pratica, nulladimeno si è essa conservata sino a’ nostri giorni nel basso popolo del regno di Napoli. Io ho vedute parecchie di queste mani, che alcuni hanno la semplicità di portare appesa al braccio o al petto. Il più di sovente si attaccan eglino al braccio una mezzaluna d’argento chiamata nel loro vernacolo la _luna pezziara_, vale a dire la luna puntata, e che essi riguardano come un preservativo contro l’epilessia; ma è d’uopo che quella luna sia stata fabbricata coll’elemosina raccolta da quella persona stessa che dee farne uso; e che poscia venga portata a un sacerdote affin ch’egli la benedica. Potrebbe darsi che il gran numero di mezze lune, le quali trovansi nel gabinetto di Portici servissero allo stesso oggetto di superstizione. Gli Ateniesi le portavano al cuojo del tallone della loro calzatura sotto la cavicchia del piede.
«Nel gran numero dei Priapi, alcuni se ne veggono con ali e con campanelli appesi a catene intrecciate, e spesse volte la parte superiore in una groppa di un lione, il quale si gratta colla sinistra zampa, come fanno i piccioni sotto le loro ali, quando sono in amore, e per eccitarsi, da quanto dicasi, al piacere. I campanelli sono di metallo, legati in argento; il loro suono doveva produrre probabilmente un effetto a un di presso somigliante a quello de’ campanelli che veniano posti sugli scudi degli antichi; questi erano per ispirare terrore; quelli avevano per iscopo di allontanare i cattivi geni. I campanelli facean parte eziandio del vestimento di coloro che ai misteri di Bacco erano iniziati.»
Ora, visitando il Museo Nazionale in Napoli, dove tutti gli oggetti più importanti degli scavi, sì d’Ercolano che di Pompei, sono stati diligentemente radunati e si vanno illustrando sotto la direzione dell’illustre Fiorelli, si può visitare il gabinetto dove furono rinchiusi tutti gli oggetti d’arte pornografici, come pitture erotiche, statuette lubriche, emblemi itifallici ed altre congeneri curiosità, ed anzi dagli studiosi, che pur da tutto argomentano per la storia del costume antico, può essere acquistata separatamente presso l’Economo della Amministrazione la _Raccolta Pornografica_, che forma una sezione del Catalogo del Museo Nazionale.
Mette conto di qui far cenno delle sorti subite dalla Raccolta Pornografica, epperò lascerò che parli il Fiorelli nello speciale proemio mandato innanzi da lui al Catalogo summentovato di essa.
— La _Raccolta Pornografica_, scrive egli, fondandosi anche su quanto ne scrisse il suo predecessore Marchese Arditi, venne costituita nell’anno 1819, a richiesta di Francesco I, Duca di Calabria, il quale nel visitare il Museo osservò che sarebbe stata _cosa ben fatta di chiudere tutti gli oggetti osceni, di qualunque materia essi fossero, in una stanza, alla quale avessero unicamente ingresso le persone di matura età e di conosciuta morale_[161]. Essa fu composta di 102 oggetti, ed ebbe nome di _Gabinetto degli oggetti osceni_, che il 28 agosto 1823 mutò in quello degli oggetti riservati, con l’assoluta inibizione di mostrarsi a chichessia, senza averne prima ottenuto il permesso dal Re. Durò in tal guisa più o meno visibile sino al 1849, quando la ipocrita religiosità degli agenti del Governo provocò ordini severi, onde fossero chiuse e ribadite le porte di quella Raccolta, e tolte dalla vista dei curiosi tutte le Veneri ed altre figure ignude dipinte o scolpite, qualunque ne fosse l’autore.
E questo sacro fervore andò tant’oltre, che nel 1852 il Direttore del Museo, dopo aver trasportati in un antro tutti i monumenti che già avevano formata quella collezione e murata la porta di esso, chiedeva che _si distruggesse qualunque esterno indizio della funesta esistenza di quel Gabinetto e se ne disperdesse, per quanto era possibile, la memoria_. Nè contento di ciò, nel marzo 1856 espulse dalla Pinacoteca e rinchiuse con triplice e diversa chiave in luogo umido ed oscuro la _Danae_ del Tiziano, la _Venere che piange Adone_ di Paolo Veronese, il cartone di Michelangelo con Venere ed Adone, le _Virtù_ di Annibale Caracci ed altri 29 dipinti, insieme a 22 statue di marmo, giudicate corrompitrici della morale, tra cui la _Nereide sul pistrice_, che sarebbe stata distrutta, se lo scultore Antonio Calì non si fosse ricusato più volte ad occultare con restauri di marmo le nudità della figura.
Finalmente, il giorno 11 settembre 1860, per ordine del Dittatore, gli oggetti riservati rividero la luce, e si procedette al riscontro dell’antico inventario nel 19 dicembre dello stesso anno. Fu allora che molti se ne rinvennero non descritti, perchè trovati in Pompei posteriormente alla chiusura di quelle sale, e furono aggiunti all’antica collezione, che venne più opportunamente denominata _Raccolta Pornografica_.
Un accurato esame di tali oggetti avendo dimostrato che non tutti erano veramente osceni, e che molti di essi avrebbero potuto ritornare alle rispettive collezioni senza offendere per nulla il pudore de’ riguardanti, alcuni di questi furono restituiti alle varie classi, onde per tal ragione non fanno più parte del Catalogo pornografico.
Il quale enumera 206 oggetti, divisi in due classi principali: la prima de’ _Monumenti greci ed etruschi_; la seconda de’ _Monumenti romani_; suddivisa quest’ultima in varie sezioni: _a_, dipinture e musaici; _b_, sculture; _c_, amuleti; _d_, utensili: e di tutti questi oggetti descritti dal Fiorelli, ben centocinque furono raccolti dagli scavi di Ercolano e di Pompei. Io mi dispenso dallo scenderne a maggiori particolari e il discreto lettore ne comprenderà di leggieri la ragione.
Faccio ora ritorno al più concreto argomento della prostituzione sacra, per compiere il quale, finalmente debbo dire della festa che si celebrava in onore della Buona Dea, i cui misteri già narrai come fossero stati violati da Publio Clodio introducendovisi sotto spoglie femminili, quando essi celebravansi nell’anno di Roma 678, nella casa sul Palatino di Giulio Cesare pretore. Forse codesta dea rappresentava la terra, la dea Tellure, e quantunque il suo tempio veramente sorgesse tra Aricia e Bovilla, secondo si raccoglie dall’orazione di Cicerone _pro Tito Annio Milone_, la sua festa avveniva in Roma prima nel dicembre, e dopo la riforma del calendario fatta dallo stesso Giulio Cesare, nel primo di maggio. Si celebrava essa al chiaror delle torce, nella casa de’ primi magistrati, come consoli, pretori, o del primo Pontefice. Non si ammettevano che donne, intervenivano anche le Vestali. Perfino si escludevano gli animali maschi e la cautela d’escluderne il sesso giugneva a tale da velare statue o quadri che avessero alcun maschio rappresentato.
La superstizione insinuava che un uomo che avesse assistito a questi misteri, anche senza intenzione di sorta, sarebbe rimasto cieco; quegli che vi fosse studiosamente penetrato, se patrizio, voleva la legge fosse multato di un quinquennio di carcere mamertino e quindi di perpetuo esiglio; se plebeo, di morte. Clodio provò il contrario rispetto alla cecità, e alla pena seppe sottrarsene per corruttela di giudici.
La narrazione di questo curioso episodio è splendidamente pennelleggiata da quel robusto ed originale ingegno ed amicissimo mio che è Giuseppe Rovani, nella sua dotta, amena e squisitissima opera _La Giovinezza di Giulio Cesare_, testè uscita per le stampe alla luce a soddisfare la universale legittima aspettazione, e vi rimando il lettore che amasse gustarvi la leggiadria di tutto quanto il racconto: io credo far cosa grata al lettore collo spiccarvi qui almeno quelle eleganti pagine le quali forniscono la descrizione della festa:
«Varcato il pronao e un ampio spazio che divideva l’antico palagio dal nuovo, un lucente vestibolo biancheggiava delle conteste ossa di elefanti indiani; cinque porte rivestite di ebano davano accesso all’aula magna, e su quelle erano intarsiati i dorsi di testuggini eoe, dagli occhi delle quali usciva la verde luce degli smeraldi. Il procinto vi si aggirava dentro un cerchio; a quello facevan corona binate colonne a capitelli d’oro, sulle quali rispianava un dorato architrave che sosteneva tre colonne riproducenti in aria il giro delle sottoposte. Le pareti interne erano di serpentino con intrecci d’armi. Gli onici e le sarde lastricavano il pavimento, nel mezzo del quale sfolgorava un mosaico d’Eraclito, che Cesare aveva fatto trasportar là dai giardini di Servilio. Non v’eran lacunari, ma l’azzurro del cielo e le stelle e la luna mandavano i loro raggi là dentro a mettere gara tra il cielo e la terra.
«Le vestali, siccome voleva il rito, agli ornati architettonici avevano aggiunti a profusione quelli della più fragrante flora romana, con frutti e fiori d’ogni albero, escluso il mirto, siccome quello che pareva interdire i pensieri della castità, chè le donne si preparavano alla festa colle più rigorose astinenze; così almeno era creduto. Le mogli per una settimana s’involavano agli amplessi maritali. Le fidanzate e le fanciulle dovevano affannarsi a liberare la testa e il cuore dai desiderj tentatori.
«Il simulacro della dea sorgeva nel mezzo del recinto. Una ghirlanda di pampini ne cingeva la testa; un serpente era attortigliato intorno a’ suoi piedi. Innanzi alla base del simulacro stava un gran vaso colmo di vino. Quel vino significava la religiosa tradizione, che ricordava essersi la dea ubbriacata, mentre dimorava ancora in terra; onde Fauno l’uccise con un bastone di mirto, facendola degna in così strano modo dei doni immortali della divinità.
«Pure quel vino, che poscia veniva bevuto senza ritegno, chiamavasi latte, a conciliare l’idea dell’astinenza coi protervi effetti che produceva, e _Mellario_ il vaso che lo conteneva, onde è a sospettare che quelle donne stessero innanzi alla dea, _velate di devota incontinenza_, preparando così la frase al poeta futuro.
«Quando la vestale _damiatrice_ s’inginocchiò davanti al simulacro, tutte le vestali, candide come cigni depurati dal rio, s’inginocchiarono, e con esse quante matrone e spose e fidanzate e fanciulle eran là convenute. Più presso al semigiro delle vergini sacre stava l’insigne Aurelia, la madre di Cesare, venerata in Roma per l’alto senno e le virtù volute e le consuetudini sante. Aveva raggiunto il nono lustro: pure il freddo raggio lunare, turbato dalla calda luce delle resinose faci, così beneficamente la vestiva, che due lustri parevano scomparsi dal suo nobile volto. Accanto a lei stava genuflessa Pompea, la moglie di Cesare, non amante della suocera, che non amava lei. La beltà tramontante di Aurelia, dall’occhio espanso, lento e solenne, e dai contorni che Tullio chiamò scientifici, e li dicea segnati dal geometra Euclide, faceva contrasto colla diversa severità della olimpica Pompea, severità ostentata per dissimulare le intime accensioni.
«Non lungi da Pompea, vestita come una regina asiatica, coi piropi al collo, alle braccia, ai brevi orecchi, si vedeva Servilia, la moglie del penultimo Bruto, la madre dell’estremo. Peccatrice nata, pure il peccato ella rendea perdonabile coll’intensità dell’affetto concesso ad un uomo solo. Accanto a lei, volgevasi alla dea una giovinetta adolescente della casa _Imperiosa_. Colla chioma biondissima e l’alba pelle e l’occhio tinto di cielo e lucentissimo per la gagliarda fosforescenza del cervello, sembrava accennasse alle Gallie, alla Bretagna, alla Germania, e invitasse a non ancor noti connubii la _cæruleam pubem_.
«Ma la _damiatrice_ pronunciò la preghiera, maritandola ad una antichissima cantilena del Lazio:
«Castissima dea, che le assidue ripulse al Fauno procace, a te, ancora terrestre, costaron sangue innocente; onde l’Olimpo ti accolse pietoso nella propria luce, inspira e consiglia e sgomenta il senso delle mortali che qui ti adorano. Rinnovella le virtù prische della neonata Roma, e dalla muliebre purezza sia redento e salvo e fatto glorioso e invitto il popolo romano.»
«Queste ultime parole, affidate alla stessa cantilena, vennero ripetute in coro da quante donne erano là inginocchiate, alcune delle quali si ribellavano all’alto concetto della preghiera.
«Quando tacquero i canti, la _damiatrice_ s’accinse a compiere il sagrificio che chiamavasi _Damium_, da _Damia_, altro nome che teneva la dea, donde venne l’appellativo alla sagrificatrice. Questa immolò alcune galline di varii colori, tranne il nero; dopo di che, dodici tra le più giovani vestali, immersero nel _Mellario_ altrettante coppe d’oro, e così colme le recarono in giro. Tutte le donne ne bevettero, e le vergini ivano e redivano colle coppe ognora vuotate e ognora ricolme, continuando in tale servizio, finchè il _Mellario_ rimase esausto. Allora la sagrificatrice esclamò ad alta voce e in lingua greca. _Evviva il frutto di Bacco_ — e tosto cominciarono le danze bacchiche, e alquante donne, tra le più giovani e formose, e indarno devote alla moglie del Fauno, travestitesi in Menadi e Tiadi e Bassaree, le seguaci assidue di Bacco, si sciolsero le chiome, svestirono le stole e i pepli prolissi e apparvero in pelli succinte, scuotendo cimbali e tirsi e spade serpentine. Forse è perciò che agli uomini era interdetta quella solennità sacra, perchè i fumi vinosi esaltando nella danza vorticosa talune di quelle che eran sazie della settimana oziata, le eccitavano ad imitare le ignude baccanti, fors’anche per rivelare alle invide amiche le nascose bellezze»[162].
Ignorasi ciò che veramente accadesse in questi misteri della Bona Dea. Clodio v’andò in tutti i modi sospinto da soli intenti di lussuria, e come che scoperto, si vociasse per Roma, che a tanto avesse trascorso per amor di Pompea, figliuola del magno Pompeo e moglie di Cesare, questi, sebbene nell’orgoglio suo diniegasse la cosa, pur l’addusse a causa di divorzio, con quelle parole, delle quali pur a’ dì nostri si usò tanto ed abusò, _che la moglie di Cesare non debba tampoco venir sospettata_, adoperandosi per altro alla assoluzione del dissoluto profanatore dei sacri misteri.
Nell’epoca imperiale, il velame di questi si squarciò, e quali cerimonie si compissero non fu più uomo che ignorasse. Giovenale, l’implacabile poeta satirico, così li rese noti alla posterità:
_Nota Bonæ secreta Deæ quam tibia lumbos_ _Incitat et cornu pariter vinoque feruntur_ _Attonitæ crinemque rotant ululantque Priapi_ _Mænades. O quantus tunc illis mentibus ardor_ _Concubitus! quæ vox saltante libidine! quantus_ _Ille meri veteris per crura madentia torrens!_[163]