Pompei e le sue rovine, Vol. 2 (of 3)

Part 25

Chapter 251,982 wordsPublic domain

[256] «Il valor militare va innanzi a tutte l’altre virtù: esso procacciò eterna gloria al popolo romano ed a codesta città.» _Or. pro Murena._

[257] «Rimase chiusa in casa e filò la lana.»

[258] Lib. III. c. 22. 23. 24.

[259] Zonara. Lib. VIII. c. 6.

[260] _Or. Pro Lege Manilia._

[261] Freret le assegna 13,549 piedi geometrici di circonferenza, che sarebbe maggiore di quella dell’odierna Parigi. Jacob vuole che avesse solo 1,200,000 abitanti; ma altri eruditi pretesero ampiezza e popolazione maggiori e com’io scrissi.

[262]

Mandaci o Nil, le messi tue copiose, Da noi ricevi le fragranti rose.

[263]

Degli Etiopi le selve, ove la lana Morbida cresce.

[264] «In tutta guisa estorcono denaro e molestano; ma per quanta libidine spieghino, non giungono ad esaurire mai la ricchezza loro.» _De Bello Catilin._

[265] «Pessima cosa è il coltivarsi i campi da gente d’ergastolo, perchè tutto vi si fa da uomini che non hanno speranza alcuna.» _Hist. Natur._ Ho già altrove detto che gli schiavi assegnati alla coltura delle terre si tenessero duramente e incatenati negli ergastoli.

[266]

Gli arditi rivenduglioli Avean già tutte le contrade invase, E sin gli usci turavano alle case. Tu, di sgombrar, Germanico, Quegli spazii ordinasti, e in larga via Si cangiarono i vicoli di pria. Da incatenate bombole Or più nessun pilastro interno è stretto; Nè più il pretor nel fango è agir costretto. Fra densa moltitudine Non più il cieco rasojo alzasi, e tutti Da bettole non sono i calli ostrutti. Ebbe il barbier suoi limiti, L’oste, il cuoco, il beccajo: in Roma or stanzi: In una gran taverna eri poc’anzi. _Epig._ Lib. VII 61. Trad. Magenta.

[267] _Pœnulus_. 4. 2. 13:

E si mangia e si bee come in _popina_.

[268]

Siccome il pan dal panattier cerchiamo, Dall’enopolio il vino, e se il denaro Loro si dà, cedon la merce. _Act._ 1. x. 3.

[269] «Qui dimora la felicità.»

[270] Paris, Michel Lévy Frères, 1872.

[271] Cic. _Philip._ XII, 9, _De Senectute_ 23. — T. Liv. 28.

[272] Cic. _Philip._ II, 28; Plaut. _Pœnulus_, att. IV, sc. 2.

[273] _Descrizione delle Rovine di Pompei_, dell’arch. Gaspare Vinci. Terza edizione, Napoli, pag. 68.

[274] «Sittio riparò l’Elefante.» Nell’iscrizione è scorrettamente ommessa la lettera H in capo alla parola _elephantum_. Qui poi mal si comprende se Sittio sia stato il proprietario dell’Albergo o il pittore che ne ristorasse l’insegna. Par più probabile la prima ipotesi.

[275] «Albergo: qui si dà in affitto un triclinio con tre letti e colle relative commodità.»

[276] «Marco Furio Pila invita Marco Tullio.» Altri legge TVTILLVM.

[277]

PSEUDOLO

V’hanno dolci bevande ad abbondanza?

CARINO

E tu il domandi? Havvi del vin mirrato, Del vin cotto, idromele e d’ogni miele: Anzi, già un dì fin nel suo cuore aveva Un termopolio aperto. _Pseudolus_ Act. II Sc. IV.

[278] _Pallad._ 1. 42.

[279] «Nè di giorno soltanto, ma quasi tutta l’intera notte con non interrotto volger di macchine producevano continua farina.» _Apulej. Metam._ Lib. IX.

[280] Così ce li descrive Apulejo. _Metam._ Lib. I. X.

[281]

LIBANO

Forse mi meni là dove una pietra Stritola l’altra pietra?

DEMENETO

Or che è codesto? Dove è mai questo luogo in su la terra?

LIBANO

Dove piangon quegli uomini infelici, Che di polenta cibansi. _Asinaria_ At. I. 4. 1. V. 16-18.

[282] «Plauto fu pistore, avendo locato la propria opera a gran mole a mano. Perocchè codesto pestamento e fatica di stritolar grani fosse la più grave di tutte, e si dicesse il pistrino un luogo pieno di fatica e travaglio e che distruggeva le forze.»

[283] Pur ne’ tempi moderni v’ebbero e v’hanno re, che attesero a mestieri volgari. Si sa di Luigi XVI abilissimo nell’orologeria e fabbro espertissimo; e il Principe ereditario dell’attuale imperatore di Germania si perfezionò ne’ rudi lavori fabbrili, e i giornali di questi giorni recarono che il di lui fratello minore s’applicò all’arte di legare i libri.

[284] Nuova serie, n. 3 ottobre 1868, colonna 57.

[285] «Talamo cliente invoca P. Paquio Proculo duumviro incaricato della Giustizia.»

[286] Anche nelle _Metamorfosi_ d’Ovidio, così vien immaginata dal Poeta la sua Bibli nell’atto che medita la propria lettera a Cauno:

_Dextra tenet ferrum, vacuam tenet altera ceram._ Lib. IX v. 520.

[287] _Metam._ Lib. X.

[288] _Giornale degli Scavi_, 1861, p. 106.

[289] «Tutti i fruttivendoli con Elvio Vestale supplicano Marco Olconio Prisco duumviro di Giustizia.»

[290] Lib. XIII. 55, Svet. _in Augustum_, 4.

[291] _Storia della Prostituzione_, Cap. XXI.

[292]

Perchè, per fede mia, olezza bene La donna allor che di niente olezza. Però che quelle vecchie che sè stesse Vanno d’unguenti ognor impiastricciando, Decrepite, sdentate e di lor corpo, Col belletto occultando i rei difetti, Quando il sudor sen mischia, incontanente Putono al par d’intingolo malvagio In cui confuse molte salse il cuoco. Di che odoran non sai, se non di questo Che di pessimo odor puton, comprendi. _Atto I, Sc. 3_, v. 116 e segg.

[293]

Numi immortali, almen trovassi in casa Perifane, mi son quasi disfatto A cercarlo per tutta la città: Nelle botteghe mediche ed in quelle Del barbier, nel ginnasio, in tutto il foro, Da’ profumieri, da beccai, dappresso I banchieri e, col chiederne, la voce Ho fatta rauca. _Atto_ II. _Sc._ 2, 12 e segg.

[294]

Tu conoscesti la barbiera nostra, Sura, ch’ora soggiorna appresso a quelle Case. _Atto_ II, _Sc._ 4, v. 51.

[295]

. . . . ma non mai Tal barbiera, Ammian, rade. — Mi svela Che fa ella dunque se non rade? — Pela. Mart. _Epigr._ lib. II, ep. 17. Tr. Magenta.

[296]

Pria che la man d’Eutrapelo sia giunta Le guance e il mento di Luperco a radere, In volto a questo un’altra barba spunta. _Id., ibid._

[297] _Pompei, étude sur l’art antique._

[298] _Bucolica_ VII, 32.

[299] _Vellej. Paterc._ II, 82.

[300] _Philip._ III, 6.

[301] _Philip._ XIII, 13.

[302] _Nat. Hist._ IX, 56.

[303] Sen. _Fra._ III, 18. Cic. _Decr._ II, 5, 33.

[304] «Quelli che tingono la lana d’altro colore: gli _offectores_ quelli che la ritingono dello stesso colore.» — Insomma i primi lo mutano, i secondi lo conservano.

[305] P. 278, n. 170 e 171.

[306]

Sì puzzolente è Taide, Che putir non suol tanto Di tintor gretto un vecchio vaso dïanzi infranto. Trad. di Magenta.

Ora, in talun luogo si usufrutta delle orine per ragione di ingrasso. Già Vittor Hugo nei _Miserabili_ mostrò di quanta utilità sarebbe il trar profitto in Parigi degli _égouts_: in Milano si è stabilita una società con tale intento sotto la denominazione di Vespasiano, dall’Imperatore di tal nome, che primo impose la tassa sugli orinatoi. Vedi Svetonio nella vita di questo Cesare.

[307] _Metam._ L. IX, _Plin._ XXXV, 57.

[308] _Pompeja_, Pag. 279.

[309] Magenta tradusse:

Il nostral rosso ti versar le botti.

Ma come facilmente vedrà il lettore, il traduttore assegnò al vino il colore che il Poeta assegna al _cadus_; onde più fedelmente sarebbesi detto:

non peregrini Il rosso caratel diffonde i vini. _Epig._ Lib. IV, 66.

[310]

E il flavo mele da rubiconda Fiala versare. _Epig._ Lib. I, 56, trad. Magenta.

[311] Petron. _Satyricon_, 34.

[312] V. 31.

Anfora a far s’imprende; ond’è che poi Gira la ruota, e n’esce orciuol? Trad. Gargallo.

[313] _Ruines de Pompei_, 4 vol. in folio. Parigi presso Firmin Didot. Il 4 volume fu compilato da L. Barré.

[314] _Museo Borbonico_, 1 vol. in 4 ogni anno con tavole a bulino.

[315] _Ercolano e Pompei_, Venezia 1841, Tip. Antonelli.

[316] Vi furono dotti che congetturarono che le vôlte della Cloaca Massima facessero parte di canali coperti di un’antica città, forse Pallantea, sulle cui ruine si pretese fabbricata Roma; ma se così fosse Tarquinio non avrebbe fatto altro che restaurare quanto rimaneva dei vecchi acquedotti. Infatti le rendite del suo piccolo regno non avrebbero per avventura bastato a tanta opera. I lavori di essa ingranditi successivamente in diverse epoche, furono poi così spinti da Agricola, genero di Augusto, che, al dir di Plinio, formò, per così esprimersi, sotto il recinto di Roma una città navigabile.

[317] _Storia dell’Architettura_ di Tommaso Hope, pag. 25. Milano, 1840. Tip. Lampato.

[318] _Le Drame de Vésuve, chap. Herculanum._

[319] Non voglio defraudare i lettori de’ venturi anni di conoscere l’autore di questa teorica, che lascia addietro ed eclissa ogni economista: essa appartiene al piemontese Quintino Sella, ministro più volte del Regno Subalpino e d’Italia.

[320] _Pompei qual era e qual è._ Per Gustavo Luzzati. — Napoli, 1872.

[321] _Æneid._, Lib. VI, v. 847 — 853.

Abbinsi gli altri de l’altre arti il vanto; Avvivino i colori e i bronzi e i marmi; Muovano con la lingua i tribunali; Mostrin con l’astrolabio e col quadrante Meglio del ciel le stelle e i moti loro; Chè ciò meglio saprem forse di voi. Ma voi, Romani miei, reggete il mondo Con l’imperio e con l’armi, e l’arti vostre Sien l’esser giusti in pace, invitti in guerra; Perdonare a’ soggetti, accor gli umili, Debellare i superbi. Trad. di Annibal Caro.

[322] _Epist._ Lib. II, ep. 1, 32.

Tutto sorte ci diè; pittor, cantori, Lottator siam degli unti Achei più dotti. Trad. Gargallo.

[323] Id. Ibid. 94-98:

Grecia, scinta dall’arme, ove agli ameni Studj si volse, e l’aura di fortuna Nel vizio a dar la spinse; or di corsieri Infiammossi, or di atleti, i marmi, i bronzi, Gli sculti avori amò; talor dipinta Tavola gli occhi le rapiva e il core. Trad. Gargallo.

[324] «Era presso di Ejo un larario antichissimo, lasciato dai maggiori e guardato nella casa con assai dignità, nel quale si trovavano quattro splendidissime statue, condotte con mirabile artificio e con somma nobiltà; le quali non solo costui (Verre) ingegnoso e intelligente, ma anche chiunque di noi ch’egli chiama idioti, vi si potesse deliziare: una di marmo raffigurante Cupido di Prassitele, perocchè molti nomi di artefici, appresi in codesta mia investigazione... Eranvi due statue di bronzo non grandissime, ma in ricambio di una esimia venustà, in abito e veste verginali, che sostenevano colle mani in aria levate sovra il capo certi sacri arredi, secondo il costume delle fanciulle ateniesi. Canefore queste si chiamavano: ma chi era l’artefice di essi? chi mai? si domanderà giustamente. Dicevano che fossero di Policleto.» _In Verrem_, Lib. IV, _De Signis_.

[325] Vedi Plin. _Nat. Hist._ XXXV, 7, che enumera questi colori e li dice _alieno parietibus genere_, cioè stranieri alle muraglie... _udoque illini recusant_, e rifiutano di appigliarsi agli intonachi umidi.

[326] _Dizion. delle Antichità._

[327] _Pompeja_, Pag. 425, nota 2.

[328] _Opere_, Ediz. Silvestri di Milano vol. secondo, p. 305.

[329] «Aver l’effigie di Epicuro non nelle tavole (quadri) soltanto, ma ne’ bicchieri eziandio e negli anelli.» _Fin._ 5. 1. extr.

[330] «Le tavole ben dipinte collocare in buona luce.» _In. Brut._ 75.

[331] _Natur. Hist._ XXXV, 2.

[332] «Nerone principe aveva ordinato lo si pingesse colossalmente della grandezza di 120 piedi sopra tela, genere fin allora sconosciuto; ma appena ultimata, una folgore piombata negli orti di Maja, la incendiò in un colla parte migliore degli orti.» _Id. Ibid._ 7.

[333] _Nat. Hist._ XXXV, 135.

[334] _Pompéi et les Pompéiens._ Paris 1867, p. 207.

[335] Vedi _Beulé_, pag. 301, e _La Peinture de genre_, di M. Gebhart.

[336] «Io in questo sol uomo trovo accogliersi qualunque vizio che immaginar si possa in uom perduto e scellerato: non v’è alcun tratto, io ritengo, di libidine, di scelleratezza e di audacia che voi non possiate vedere nella vita di questo solo.»

[337] Sen. _In Suasoriis_. Lib. 1; in _Lactan._ Lib. 2, c. 4.

[338] «Nerone ebbe non mediocre abilità tanto nel pingere che nello scolpire.»

[339] «Opere da anteporsi a tutte l’altre sì di pittura che di scultura.»

[340] Così chiamata perchè il 3 novembre 1753 vi si scoprirono 1756 volumi, o papiri, che, comunque in apparenza ridotti allo stato di carbone, poterono tuttavia essere svolti e letti, come già dissi a suo luogo.

[341] Vol. I, pag. 267.

[342] «I pavimenti di pietruzze passarono dal suolo alle camere e si fecero di vetro: è questa nuova invenzione. Agrippa (del tempo d’Augusto), certamente nelle Terme da lui fabbricate in Roma, dipinse all’encausto quant’era di terra cotta, nelle altre opere si valse degli stucchi: ma egli indubbiamente avrebbe fatto le camere co’ musaici di vetro, se il musaico allora fosse stato conosciuto, od anche dalle pareti della scena del teatro di Scauro sarebbero passati alle camere.» _Histor. Natur._ Lib. XXXVI, 25.

[343] Senofonte, _Ciropedia_ IV, 7.

[344] _Idem_, VII, 3, 7.

[345] Napoli, novembre 1831.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo senza annotazione minimi errori tipografici.