Pompei e le sue rovine, Vol. 1 (of 3)

Part 15

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Nè vanno obbliate la statua di Venere Anadiomene in marmo, qui del pari trovata posata su d’un pilastro, avente le braccia, il collo e l’ombelico dorato, e quelle di Bacco e di Priapo in marmo greco; non inutile osservazione codesta, perocchè tenga a provare come il tempio sacro ad una divinità non escludesse i simulacri di altre. Sul plinto della statua di Bacco, che era lo stesso che presso gli Egizi Osiride, si legge questa iscrizione:

N . POPIDIVS . AMPLIATVS PATER . P . S[209].

Passando alla sala de’ Misteri, voglionsi riguardare alcune pitture, ma più ancora l’iscrizione nel pavimento di mosaico che così suona:

N . POPIDI . CELSINI N . POPIDI . AMPLIATI CORNELIA . CELSA[210].

Pur nel recinto del tempio sono due camerette per l’abitazione de’ sacerdoti, poi una cucina, nella quale si riconobbero squamme di pesci ed ossa di prosciutto, e contiguo un luogo per l’acquajo. In una delle camere si scoprì lo scheletro d’un sacerdote con una scure in mano, altri in altre località si rinvennero del tempio, ed all’ingresso dalla parte del teatro un altro ancora, e siccome a lui presso si raccolsero 360 monete d’argento, sei d’oro, quarantadue di bronzo, barattoli d’argento, figurette d’Iside, cucchiaj, fermagli, pàtere, tazze d’argento, un cammeo rappresentante un satiro col tamburello, un anello con pietre ed orecchini, fu supposto con certa ragione potesse essere lo scheletro d’un sacerdote colto da morte nel punto in cui fuggiva per porre in salvo il tesoro della Dea. Il Bulwer riconobbe in questi scheletri i due sacerdoti d’Iside del suo romanzo, Arbace e Caleno; era l’interpretazione opportuna che il poeta faceva delle passioni svolte nell’opera sua di questi due personaggi.

Dietro il santuario evvi un altro locale, al quale si giunge traversando diverse arcate. Gli venne dato il nome di Curia Isiaca. È un edificio di genere osco, al pari della denominazione che vi si trovò e che fu letta da Jannelli per _Cereiiai Pumpaiianai_, cioè Curia Pompejana, o secondo l’iscrizione in questo dialetto che vi si è pure scoperta e che, letta, si chiamava _trebus_.

Anche qui si ritrovarono all’epoca di sua scoperta, cioè dal 1764 al 1766, due sistri, due lettisternii, uno di bronzo con fregi d’argento, l’altro d’avorio in frantumi, un candelabro di bronzo in forma di loto, pianta acquatica dell’Egitto (bot. nymphea), due pregevoli idoli egiziani di basalto, che sostengono colle due mani in testa una gran patera, erme e teste di numi.

Dal tutt’assieme si evince che in somma venerazione fosse Iside presso i Pompejani. Le allegazioni che son venuto recando di poeti e scrittori del tempo, provano che non diversamente fosse adorata nel restante del mondo romano, malgrado le leggi assai spesso, come dissi, contro il suo culto bandite.

Se Voltaire non ha celiato, egli sforzossi di provare come gli odierni Zingari siano un avanzo degli antichi sacerdoti e sacerdotesse d’Iside, misti con quelle della Dea di Siria. Ai tempi d’Apulejo quei sacri impostori avevano già perduto il credito e, spregiati dai poveri, vagavano di luogo in luogo vendendo predizioni e curando malati. Lo stesso Voltaire osserva argutamente a tale proposito che Apulejo non dimenticò l’abilità loro propria di rubare nei cortili. «Tale, conchiude, fu la fine dell’antico culto d’Iside ed Osiride, i cui nomi ancora ci inspirano rispetto.»

TEMPIO D’ESCULAPIO O DI GIOVE E DI GIUNONE.

Un altro tempio è nella strada di Stabia, stato scoperto dal 1766 al 1768, nel lato destro; e per una statua figulina rappresentante Esculapio, il Dio preposto all’arte medica, venne dai più ritenuto per sacro a quella divinità e nelle Guide è così designato, e sotto questo titolo l’ha pur descritto Dyer nella sua _Pompeii_ (pag. 138). Gau, continuatore di Mazois, invece lo pensò dedicato a Nettuno: a questo Dio marino credendo attribuire una testa barbuta e di gran carattere vedutavi su di un capitello, e del resto si sappia da medaglie, bassorilievi e statue in altri luoghi trovati, non che dagli scritti d’uomini dottissimi, che anche Esculapio venisse rappresentato con gran barba. Altri, scrive Galanti, lo pretende tempio di Priapo, pur senza che ragion di sorta ne venga addotta[211].

Ma scostandosi da tutti questi chiari scrittori, Ernesto Breton nella sua _Pompeja_ (pag. 53) lo proclama sacro a Giove e Giunone, rifiutando così l’opinione di altri che l’assegnavano a Minerva o alle tre divinità del Campidoglio.

«Deux statues, scrive egli, médiocres en terre cuite, trouvées dans ces ruines et placées aujourd’hui au Musée, représentent, dit-on, Jupiter et Junon; mais elles ont été prises aussi pour Esculape et Hygie, et de là sont nées des nouvelles conjectures qui ont étés émises par Winkelmann dans le premier volume de l’_Histoire de l’Art_. D’un autre côté, comme on y a trouvé aussi un buste de Minerve, Overbeck a cru pouvoir supposer que le temple était dédié aux trois divinités du Capitole. Aucune de ces suppositions ne nous paraît suffisamment justifiée; cependant nous avons cru devoir donner à cet édifice le nom que lui assignent les plans et les ouvrages les plus récentes, tout en reconnaissant que des nombreux ex-voto, pieds, mains, etc. en terre cuite, aient pu fournir un argument puissant en faveur de la dédicace du temple aux divinités de la médicine.»

Gli intenti dell’opera mia non sono, e l’ho già detto, di misurarmi in polemiche co’ dotti che dichiararono le preziose antichità di Pompei; nondimeno se m’è lecito esprimere un dubbio sull’assegnazione che si dice fatta di questo tempio a Giove e Giunone, le due maggiori divinità dell’Olimpo pagano, io l’appoggerei alla circostanza che un tal tempio sia il più piccolo di tutti gli altri pompejani, non misurando che 21 metri in lunghezza e sette in larghezza, e che forse a quelle maggiori divinità sarebbesi eretto più grande e dicevole delubro. D’altronde, poichè in Pompei abbiam trovato un altro tempio, anzi il più grande di tutti i templi di Pompei e tale da annoverarsi fra i più vasti anche d’altrove, dedicato al Tonante, perchè in città non amplissima sarebbesi alla medesima divinità un secondo tempio consacrato?

Non entrerò pure in disquisizioni mitologiche, trattando di parecchi Esculapii esistiti; ma mi giova per altro combattere qui l’opinione di coloro che vorrebbero questo nume proveniente d’altra regione che dalla Fenicia. Sanconiatone, venerando scrittore dell’antichità, afferma questa sentenza ch’io reco, e dichiarandolo figlio di Sydic e di una delle Titanidi, lo presenta qual fratello dei Cabiri o _grandi dei_, come significa il loro nome orientale, anzi il più distinto di tutti sotto il nome di Esmuno.

Secondo lo stesso Sanconiatone, la Titanide madre d’Esculapio era Astarte bellissima Dea; secondo Ovidio, nei Fasti, è Arsinoe; comunque sia, Esculapio essendo fra gli Dei Cabiri, mi persuade ognor più che i Pompejani gli avessero dedicato un tempio, perchè provenienti essi da’ Pelasgi, od anche da’ Greci, i Dioscuri o Cabiri, che ho già detto altrove essere una cosa sola[212], vi erano in grande venerazione. Or come conciliare cosifatta somma venerazione col non avere essi in Pompei alcun tempio, se questo di cui tratto non era sacro ad Esculapio?

Un’altra ragione io deduco dall’aver veduto in sommo onore in Pompei il culto d’Iside. Venuto questo, come superiormente dissi, dall’Egitto, poteva essere stato parimenti recato quello d’Esculapio dall’Egitto, ove i Fenicj il portarono e dove ottenne d’essere adorato, forse più che presso ogni altro popolo, perchè, secondo l’autorità di Ammiano Marcellino, gli Egizj vantavansi che questo Dio più d’ogni altro popolo li onorasse di sua presenza[213].

Narra la favola come Esculapio inventasse un gran numero di salutari rimedj, unisse la chirurgia alla medicina, e accompagnando Ercole e Giasone nella spedizione della Colchide, prestasse grandi servigi agli Argonauti. E aggiunge che non contento di risanare i malati, risuscitasse anche i morti; onde Plutone l’avesse a citare davanti al tribunale di Giove, lagnandosi che l’impero dei morti si fosse notabilmente diminuito e corresse rischio per lui di rimanere interamente deserto; di modo che Giove irritato avesse con un colpo di fulmine a uccidere Esculapio, il quale vendicato poi da Apollo, ottenesse quindi gli onori divini[214]. Questo ammesso, si capisce perchè i medici lo eleggessero a propria divinità tutelare.

Certo è che Pausania e Diodoro Siculo ne fan sapere come gli ammalati traessero in folla ne’ templi di questo Dio, ond’essere dalle loro infermità risanati; d’ordinario vi passassero la notte e allorquando avevano ricevuto qualche sollievo o guarigione, vi lasciassero delle immagini rappresentanti le parti del loro corpo che erano state guarite.

È questa allora altra particolarità che vale d’argomento non lieve a ritenere questo piccolo tempio pompejano sacro ad Esculapio, appunto per i numerosi _ex voto_, piedi e mani ecc. che Bréton conferma esservisi rinvenuti.

Se non che, dopo tutto, con maggior probabilità potrebbe questo delubro essere stato ad un tempo stesso sacro ad Esculapio e a Giove e Giunone, da che si ponga mente che in uno stesso giorno si celebrava a queste tre divinità ed a Giano dai Romani la festa. Nel _Kalendarium_, che dicesi d’Ovidio, il quale venne stampato in capo a molte edizioni delle opere di tal poeta e riprodotto pur da Heinzius nella nitidissima edizione di esse fatta nel secolo scorso a Parigi da J. Barbou e ch’io pure posseggo, _Kalendarium_ che ha molta attinenza coi _Fasti_ dell’illustre Poeta, m’accadde appunto di constatare tale particolarità consegnata nel primo di gennajo sotto questa precisa rubrica: _A. Kal. Januari; Jani festum, Junonis, Jovis et Æsculapii_. Così potrebbe essere allora ogni differenza conciliata, collo ammettere, cioè, che sacro fosse il tempio in questione a tutte e tre queste divinità.

Tale delubro era ipetro, per dirla con termine greco, o _subdiale_ con parola latina, vale a dire scoperto, e le mura già rivestite di stucco, ora sono affatto scrostate. Si ascende al santuario per nove gradini; doveva avere colonne, scomparse affatto, e nel centro dell’area sta una grand’ara di tufo ornata di triglifi dorici, di buon gusto, e che taluni paragonano al celebre sarcofago trovato a Roma ne’ sepolcri degli Scipioni, conservato ora nel museo del Vaticano. Il santuario poi aveva il pavimento di mosaico e le pareti erano tutte quante istoriate di pitture, di cui appena è rimasta qualche traccia.

TEMPIO DI MERCURIO.

Come per gli altri templi pompeiani, così anche per questo piccolo tempio, che dal suo principio, cioè dalla scoperta fattane nel 1817, ebbe dalla Direzione degli Scavi la designazione di Mercurio, per una statuetta che di questo Dio fu tosto rinvenuta, si affaticarono gli archeologi a supporvi altra destinazione. Il prof. Garrucci[215] lo volle consacrato ad Augusto, senza per altro ristare davanti all’esistenza in Pompei d’un altro tempio sacro allo stesso divinizzato imperatore, pur da lui riconosciuto nel Panteon di cui fra poco avrò a dire. Altri poi il pretesero sacro a Quirino.

Questi ultimi almeno si fecero forti nella opinione loro della iscrizione tutta guasta rinvenuta su d’un piedistallo in vicinanza delle porte del tempio e che il celebre storico ed archeologo tedesco Mommsen, tanto benemerito de’ nostri patrii studj, ha creduto di potere ristabilire e leggere in questo modo[216].

ROMVLVS MARTIS FILIVS VRBEM ROM_am_ _Condid_IT ET REGNAVIT ANNOS _Duo de qu_ADRAGINTA ISQVE _Primus dux_ DVCE HOSTIVM _Acrone rege_ CAENINENSIVM _interf_ECTO SPOLIA _opima_ Iovi FERETRIO CONSECRavit RECEPTVSQVE IN DEORUM NVMERVM QVIRINVS APELLATVS EST[217].

Se non che non può essere questa una perentoria ragione che prodursi voglia ad accogliere siffatta opinione, da che elevandosi questo tempio nel mezzo del lato orientale del Foro, dal quale non è separato che da un angusto vestibolo, il piedistallo e la statua di Romolo che vi sarà stata sopra, potessero servire di decorazione al Foro stesso, senza quindi aver relazione alcuna col prossimo tempio. «D’altronde, osserva opportunamente Dyer, siccome un’altra iscrizione simile relativa ad Enea, si trovava al lato opposto, è evidente ch’esse hanno appartenuto a due statue di questi personaggi. Del resto non è una iscrizione di questa specie che sarebbe stata collocata sotto la statua d’una divinità»[218].

Quando invece si rifletta che Pompei era, come feci notare in addietro più volte, _navale_ di molto momento, ossia porto marittimo importante e commerciale, doveva esser più che giusto che i Pompeiani avessero in onore e in venerazione il Dio de’ commercianti e de’ naviganti, oltre a tutti gli altri attributi che la superstizione pagana gli concedeva e che Ferrante Guisoni compendiò in questi versi:

Quasi in cotal maniera Erme celeste Guida a’ nocchier, ritrovator dell’arti, Scala al sommo Fattore, e delle Muse Amico ed oratore e cortigiano, Accorto trafficante e ne’ cammini Dubbj scorta fedele....

«Il culto di questo Dio, dice il _Dizionario della Mitologia di tutti i popoli_, era specialmente adottato ne’ luoghi di gran commercio.» Vitruvio poi nel passo che già m’avvenne di citare nel principio di questo capitolo, dicendo che il tempio a Mercurio debba essere nel Foro, porge argomento maggiore a ritenere il tempio di che parlo per veramente sacro a Mercurio, molto più poi che il Foro pompejano fosse in vicinanza alla marina e quindi più proprio a’ nocchieri e naviganti, che l’invocavano propizio a’ loro viaggi e negozj.

Tra l’edificio detto d’Eumachia e la Curia sorge codesto tempio. Il suo vestibolo è coperto e il suo tetto era sorretto da quattro colonne d’ordine corintio, da quanto almeno s’argomenta da’ loro capitelli, esse più non esistendo. Il muro di cinta del peribolo era decorato di modanature; e da ciò che le muraglie non furono mai rivestite di stucco, nè l’altare era stato terminato, Dyer suppone che i Pompejani fossero stati sorpresi dalla eruzione del Vesuvio nel tempo in cui ricostruivano il tempio distrutto dal tremuoto nell’anno di Cristo 63[219]; quantunque, s’egli avesse ben ripensato, avrebbe veduto in qualche punto frammenti di marmo aderenti alle pareti, che lascian a ragione sospettare che tutte le mura dovessero invece essere rivestite di lastre di marmo.

Alla _cella_, o santuario, si ascende per due scale laterali: nel centro del recinto, o _area_, vedesi un’ara di marmo bianco, ornata di un bassorilievo che appare incompiuto e rappresenta un sacrificio. Taluno ha creduto di ravvisare la testa di Cicerone in quella del sacerdote sagrificatore.

A destra dell’angusto santuario, che non misura, a dir di Bréton, più architetto, a vero dire, che archeologo nell’opera sua, quattro metri di larghezza su tre e cinquanta di profondità, e a basso del _podium_, scopresi l’ingresso a tre sale, già abitazione de’ ministri del tempio.

Ora questo tempio si fa servire a ripostiglio di frammenti di scultura o d’altri oggetti che si vengono scoprendo negli scavi, finchè non si credano meritevoli di migliore conservazione nel Museo Nazionale di Napoli; e però il suo ingresso è chiuso da un cancello di ferro.

TEMPIO DELLA FORTUNA.

Capricciosa dispensiera de’ beni come de’ mali, de’ piaceri come de’ dolori, della ricchezza come della povertà, non era possibile che la Fortuna, che il Guidi felicemente dipinge

Una donna superba al par di Giuno Colle treccie dorate all’aura sparse E co’ begli occhi di cerulea luce[220], e che si dice, per la bocca dello stesso poeta

Figlia di Giove, e che germana al Fato Sovra il trono immortale A lui mi siedo a lato,

non si avesse in Pompei il proprio delubro. Sia che vogliasi aver serbato sempre questa città le tradizioni della Grecia, dalla quale se ne ripetono da molti le origini, sia che vogliasi invece aver essa adottate consuetudini e vita romane, questa Dea essendo sì in Grecia che in Roma venerata, aveva il di lei tempio tutta la ragion d’essere anche in Pompei.

Il nominarsi Tyche in Grecia, fu causa che diversi scrittori opinassero fosse una tale divinità sconosciuta alla più remota antichità greca, non trovandosene menzione in Omero ed in Esiodo. Ma sotto il nome di Tyche è memorata da Omero nel suo Inno a Cerere, che la fa, diversamente da altri, figliuola all’Oceano, e da Pindaro. Le greche derivazioni ed attinenze in Pompei sarebbero così ancora una volta attestate da questo nome greco che vi ritroviamo portato da persone, come oggidì portasi tra noi il nome di Fortunato e Fortunata. Già ho ricordato nel quarto Capitolo di questo libro la funebre iscrizione scolpita sulla tomba di Nevoleja Tyche, e di un’altra Tyche avverrà pur ch’io parli nel Capitolo delle Tombe.

Il tempio pompejano sacro alla Fortuna era piccolo, ma vi si ascendeva per una bella gradinata di marmo bianco, dietro la quale si ergevano quattro colonne di cui per altro non si trovarono che i capitelli. Questo tempio fu scoperto, secondo Bonucci, nel 1827; secondo Bréton nel 1823. Una iscrizione già collocata sull’architrave del santuario ci apprende a chi fossero i cittadini debitori di quell’edificio:

M . TVLLIVS M . F . D . V . I . TER . QVINQ . AVGVR . TR . MIL . A . POP . ÆDEM . FORTVNÆ . AVGVSTI . SOLO . ET . PEC . SVA[221].

Per coloro che potessero supporre, a cagion di questi nomi e d’una delle belle statue rinvenute a fianco al santuario colla pretesta tinta in violetto, — attribuita all’Oratore Romano, poichè l’altra è di donna ed aveva le fimbrie della tonaca dorate e quelle della stola di porpora, — che questa iscrizione accenni a M. T. Cicerone, osserva ragionevolmente Overbek, che l’epiteto di _Augusta_ assegnato alla Fortuna indica un’epoca posteriore alla fondazione dell’Impero; sì che il fondatore del tempio, quando lo si voglia ritenere della famiglia di Cicerone, ne dovrebbe essere un discendente[222].

Su d’un’altra pietra infissa nel terreno si ricordava ancora il nome del fondatore del tempio:

M . TULLII . M . F . AREA . PRIVATA[223]

Un’ara, o tronco, per le offerte publiche sorgeva in mezzo alla gradinata.

Entrati nel tempietto per la porta aperta fra le due colonne medie del pronao, nel fondo della cella, che era coperta e rivestita di preziosi marmi, rimpetto all’ingresso è una gran nicchia ovale; due sono ai lati quadrate, forse destinate alle statue della famiglia del fondatore: un’edicola sorge nel mezzo, composta di un basamento con due piedistalli sporgenti, su cui posano due colonne corintie che ne sostengono il frontispizio e dentro di essa posta l’immagine della Fortuna.

Un plinto di bianco marmo doveva certo servire a qualche cosa di sacro; esso reca la seguente iscrizione:

VETTI . AGATHEMERVS SVAVIS . CÆSLÆ . PRIME POTHVS . NVMITORI ANTEROS . LACVTVLANI MINIST . PRIM . FORTVNÆ . AVG . IVSS . M . STAI . RVFI . GN . MELISSÆI . D . V . I . D . P . SILIO . L . VOLVSIO . SATVRN . COS .[224].

Dalla quale iscrizione due nozioni apprendiamo: la prima, nella qualifica di ministri primi, che ci richiama alla divisione de’ sacerdoti de’ templi in tre classi: _antistites, sacerdotes, ministri_; la seconda che il servizio di questo tempio essendo confidato a’ ministri, dell’ordine, cioè, inferiore del sacerdozio, ministri potessero essere anche gente non libera, perchè Agatemero indicato senza la polita indicazione di _F._ (_Filius_) o di _L._ (_Libertus_), succeduto dal genitivo del nome _Vetti_ significava appunto schiavo di Vezio, come Soave di Cesia Prima, Poto di Numitore e Antero di Lacutulanio.

In un altro plinto di marmo, esistente nel santuario stesso, si lesse quest’altra iscrizione:

TAVRO . STATILIO TI . PLATILIO . ÆLIAN . COS L . STATIVS . FAVSTVS . PRO SIGNO . QVOD . A . LEGE . FORTVNÆ AVGVSTÆ . MINISTORVM . PONERE DEBEBAT . REFERENTE . Q . POMPEIO . AMETHYSIO QVÆSTORE . BASIS . DVAS . MARMORIAS . DECREVERVNT PRO . SIGNO . PONIRET .[225]

Finalmente non lascerò di tener conto d’altro frammento di iscrizione, che conserva queste parole:

. . . . STO CÆSARI PARENTI . PATRIÆ

La quale essendo stata letta _Augusto Cæsari Parenti Patriæ_, congiuntamente agli altri aggiuntivi dati nelle altre iscrizioni alla Fortuna, oltre il determinare che l’epoca della erezione del delubro è posteriore, come già si notò, ad Augusto, chiarisce che a questo Cesare il delubro stesso era indubbiamente dedicato.

TEMPIO D’AUGUSTO.

Contuttociò in Pompei v’era uno speciale tempio conservato a questo Cesare divinizzato dalla adulazione romana e più ancora dalla tirannide di Tiberio, ed esso venne rimesso alla luce interamente dal 1821 al 1822.

Al momento della sua scoperta venne denominato Panteon, qual tempio sacro a tutti gli Dei Maggiori, perocchè in tale supposizione si indusse per il ritrovamento di dodici piedistalli, che si reputò avessero dovuto servire a sostenerne le statue. Bonucci affermò ch’esso si potrebbe chiamare la galleria delle feste pompejane e giudicò dedotto il suo piano da quello del tempio di Serapide in Pozzuoli. Per siffatta somiglianza da taluni si pensò che pur a questa divinità fosse dedicato; ma con migliori ragioni lo stesso Bonucci fissò la denominazione in quella di Tempio d’Augusto. «Vitruvio, scrive egli, che colloca questo nel _Forum_, e le innumerevoli iscrizioni trovate a Pompei che fanno menzione dei sacerdoti d’Augusto (gli Augustali), sembrano confermare la nostra opinione. Questi ultimi erano stati eletti da due magistrati ai quali era confidato l’incarico di procurare col mezzo dei voti publici l’esecuzione delle solennità consacrate ad Augusto. E tutti i segni del banchetto sacro (_epulum_), e della distribuzione delle viscere al popolo (_visceratio_), non altrimenti che le immagini dei Ministri sì spesso ripetute in questo tempio, non vogliono essi forse indicarci la storia di ciò che queste iscrizioni ci spiegano brevemente?».

Si sa da Tacito che i _Sodales Augustales_ erano sacerdoti che sagrificavano ad Augusto. Istituiti da Tiberio per soprantendere agli onori divini prestati ad Augusto ed alla famiglia Giulia, erano in numero di ventuno e venivano trascelti fra le principali famiglie romane[226]. Vogliono quindi essere distinti i _Sodales Augustales_ dai semplici _Augustales_, che formavano un ordine di sacerdoti istituiti da Augusto e scelti nella classe dei liberti; di cui l’ufficio consisteva nel presiedere ai riti religiosi del culto dei _Lares Compitales_, deità le quali, come più innanzi dirò, avevano tabernacolo e culto nel posto ove le strade s’incrocicchiavano[227]. A qualche passo dall’ingresso principale del nostro monumento, leggevasi su d’un marmo il seguente frammento che parla precisamente di questi confratelli (sodales), che dovevano avervi il loro collegio:

. . . . AMINI . AVGVSTALI . SODALI AVGVSTALI . Q .

Ho già altrove ricordato l’esistenza degli Augustali in Pompei; erano tali Calvenzio, Munazio Fausto, Arrio Diomede, Nistacidio, Olconio Rufo e altri, che figurano nelle iscrizioni pompejane publicate.

Nell’interno del tempio, nel fondo della cella, fu trovato un podio: esso doveva reggere la statua di Augusto; di questa non fu trovato che un braccio sorreggente un globo; certo che la rovina doveva essere avvenuta nel tremuoto del 63.