Politica estera: memorie e documenti

Part 9

Chapter 93,499 wordsPublic domain

“Du jour où le gouvernement anglais constate que la Tunisie est condamnée et qu'une intervention étrangère y est inévitable, entre quelles mains doit-il souhaiter de la voir tomber? les notres ou celles de l'Italie? Entre les notres sans aucun doute. De deux maux on choisit le moindre. Il a tout intérêt à ne pas abandonner à l'Italie la garde du vaste goulet qui met en communication les deux bassins de la Méditerranée. Son action en 1871 auprès du cabinet de Florence en était déjà une preuve. Or l'Italie serait maîtresse de ce passage, dans le cas où le promontoire tunisien qui s'avance vers la Sicile lui appartiendrait. Possédant, avec la Sardaigne et l'îlot de Pantellaria, la pointe du cap Bon, le sommets de Carthage, Bizerte, on peut dire qu'elle commanderait les communications maritimes de l'Europe avec l'Orient et qu'elle pourrait, au besoin, sinon les arrêter tout à fait, du moins les gêner considérablement. Il est clair que ce n'est pas l'Angleterre qui favorisera jamais la création d'une pareille entrave et qui s'exposera à faciliter l'interception de la grande route que sillonnent aujourd'hui librement par milliers ses bâtiments. Elle a tout avantage, au contraire, à ce que les deux côtes du passage appartiennent à deux puissances différentes: c'est pour elle le plus sûr moyen d'en assurer la neutralité„.

La conquista francese di Tunisi non fu discussa alla Camera italiana; il ministero Cairoli si ritirò il 14 maggio, appena potè apprezzare l'effetto prodotto in tutta l'Italia dalla notizia del trattato del Bardo. L'on. Crispi che aveva diretto gli oppositori con moderazione, era in predicato di succedergli; ma i capi della Sinistra furono concordi, come sempre, nel volerlo lontano dal governo. Dissero che il nome di Crispi suonava guerra alla Francia, e non era prudente. In realtà, Crispi aveva, pochi giorni prima, ripetuto alla Camera che “un conflitto tra la Francia e l'Italia sarebbe una guerra civile„ e aveva deplorato che le buone relazioni tra i due paesi fossero state compromesse da una politica imprevidente e leggera. Non può infatti negarsi che se i diritti dell'Italia fossero stati validamente difesi, il governo francese non avrebbe potuto con l'impresa di Tunisi alzare una barriera tra i due Stati.

Quell'impresa ci offese dippiù pel modo onde fu compiuta e per l'alterigia con la quale ci si trattò. Eravamo isolati, deboli, con le finanze in disordine, in conflitto con l'Austria; e la Francia non soltanto profittò di tali circostanze per cacciarci da un paese vicinissimo al nostro e dove avevamo interessi maggiori dei suoi; ma s'irritò delle nostre naturali e legittime proteste, e aggiunse all'azione prepotente le minacce, e colpì col disprezzo l'ira nostra impotente.

È vero — come si affermò — che se l'Italia avesse risposto al protettorato francese sulla Tunisia con l'occupazione della Tripolitania, avrebbe trovato le grandi Potenze neutrali e l'appoggio dell'Inghilterra?

Un giornale inglese, lo _Standard_, pubblicò (22 o 23 maggio 1881) un documento diplomatico sin allora inedito, nel quale si affermava che in una conversazione tra i signori Waddington, Corti e lord Salisbury era stato convenuto che l'Italia potesse occupare la Tripolitania, se la Francia si fosse annessa la Tunisia.

Il conte Corti — che era in quei giorni ambasciatore a Costantinopoli — si affrettò a mandare una smentita con la fretta che avrebbe posta nel respingere una insinuazione ingiuriosa:

«Siffatta conversazione — egli scriveva il 24 maggio — non è mai seguìta, nè a Berlino, nè altrove. I plenipotenziari d'Italia non avevano missione di trattare della distribuzione di territori appartenenti ad altre potenze, all'infuori di quelli che costituivano le conseguenze immediate della guerra.

Il documento diplomatico cui si riferisce il telegramma è dunque apocrifo, oppure contiene la relazione d'un colloquio non avvenuto. Per lo che mi presi la libertà di pregare l'E. V. di far smentire l'asserzione del giornale inglese.»

La mentalità del conte Corti è tutta rispecchiata in questa smentita. È chiaro che come diplomatico egli era un pesce fuori d'acqua. Forse sarebbe stato un buon prete.

Il marchese Menabrea, al quale fu telegrafato da Roma il desiderio del Corti, rispose il 31 maggio:

Nel medesimo giorno io telegrafavo _in chiaro_ a codesto ministero nei termini seguenti:

«Le _Times_ publie aujourd'hui un télégramme de Rome informant que M. Corti dément la conversation avec lord Salisbury qu'on lui attribue, pour faire donner Tripoli à l'Italie, dans le cas où Tunis serait annexé à la France. Cette question a provoqué une interrogation de M. Arnold, dans la dernière séance de la Chambre des communes. Sir Charles Dilke a répondu qu'il n'y avait pas eu, au sujet de Tripoli, d'échange de correspondance entre les deux gouvernements anglais et italien. D'autres interrogations ont également eu lieu sur Tunis; elles n'ont amené aucune résolution. — MENABREA.»

La sera stessa del giorno 25, in cui erano stati ricevuti e spediti i telegrammi anzidetti, io incontrai, al ballo di Corte, il sotto-segretario di Stato per gli Affari esteri, sir Charles Dilke, che, fermandosi, mi disse spontaneamente di essere stato sorpreso della smentita data dal conte Corti, imperocchè esistevano al _Foreign Office_ prove, o documenti che fossero, che si riferivano alla sovraccennata conversazione. Egli soggiunse che questa doveva essere, all'indomani, oggetto di una nuova interrogazione nella Camera dei Comuni, ma che egli eviterebbe di entrare in discussione in proposito, rifiutando di dare ulteriori spiegazioni.

Infatti, nella seduta del 26 corrente, ebbe luogo nella Camera l'interrogazione annunziata. Traduco dal _Times_ del 27 maggio il resoconto che vi si riferisce:

«_Tripoli e Tunisi_ — Il sig. Arturo Arnold chiede se vi sia qualche documento della conversazione tenuta da lord Salisbury, relativamente all'occupazione di Tripoli per parte dell'Italia, in compenso dell'ingresso della Francia a Tunisi. Sir Charles Dilke risponde: «Tutte le informazioni che il governo di Sua Maestà è in grado di somministrare sono contenute nei documenti che sono stati deposti sulla tavola della Camera; ed io non sono disposto (_I am unwilling_) ad essere trascinato, rispondendo all'interpellanza del mio onorevole amico, in una discussione sopra quell'argomento.»

Una tale risposta essendomi sembrata alquanto equivoca, mi recai l'indomani, 27 corrente, dal conte Granville, al quale domandai qualche spiegazione esplicita in proposito, affine di non lasciare pesare un dubbio sopra un fatto pubblicamente smentito.

Il nobile lord mi rispose che non v'era stato scambio di corrispondenza fra i due governi a proposito di Tripoli; che non vi erano documenti ufficiali relativi a quell'argomento; ma nello stesso tempo, mi dichiarò, confidenzialmente, che non poteva rispondermi, nè dirmene di più.

Nel congedarmi dal conte Granville, io gli dissi ridendo:

«Je vois que V. E. fait comme un de nos anciens ministres, le commandeur Galvagno, qui, pressé de donner à la Chambre des explications sur des faits qu'il ne croyait pas devoir discuter, se débarrassa des interpellations en disant ces mots restés célèbres: Je réponds que je ne réponds pas.»

Il nobile lord si mise a ridere dicendomi in francese: _Anch'io rispondo che non rispondo_.

Io vidi di nuovo il conte Granville l'indomani, 28 corrente, alla serata data nel _Foreign Office_, in onore del giorno onomastico della Regina. Egli mi prese a parte e mi disse con molto garbo: «Ieri le ho parlato confidenzialmente sulla questione tripolitana, ma mi accorgo che quella mia riserva è inutile, ed Ella è padrone di scrivere che _ho risposto ch'io non rispondeva_ alle di Lei interrogazioni».

Questi fatti mi hanno lasciato l'impressione che, presso il _Foreign Office_ esiste il convincimento che la quistione della cessione di Tripoli all'Italia, in compenso dell'abbandono di Tunisi alla Francia, venne ventilata in qualche conversazione al Congresso di Berlino.

Ho creduto dover mio di riferire questo fatto all'E. V., sia per rispondere adeguatamente al telegramma sopra trascritto di codesto Regio ministero, sia per metterla in grado di apprezzare quale influenza abbiano potuto avere certi incidenti sullo svolgimento della quistione tunisina.»

L'impressione del generale Menabrea era esatta; infatti la cessione di Tripoli all'Italia venne ventilata a Berlino in una conversazione ch'ebbe luogo tra lord Salisbury e il secondo dei plenipotenziarii italiani a quel Congresso, conte di Launay. E questi ne aveva riferito l'11 agosto 1878. Ma alla Consulta non leggevano i documenti?

Il di Launay aveva scritto:

«.... tout récemment, j'ai eu à ce sujet un entretien avec mon collègue d'Angleterre. Je lui parlais des conversations que j'avais eues dans les derniers jours du Congrès avec lord Salisbury, auquel j'exprimais le regret que le Gouvernement anglais ne nous eut au moins pas épargné la surprise d'apprendre par la simple voie des journaux la nouvelle de la convention relative à l'occupation de l'île de Cypre. Le chef du _Foreign Office_ expliquait la chose de son mieux, et laissait entendre à mots couverts _que l'Italie à son tour pourrait songer à un agrandissement vers Tripoli ou Tunis_. Je n'etais pas autorisé à aborder une discussion à ce sujet.»

Dunque è indiscutibile che lord Salisbury ritenne che un compenso spettasse all'Italia, e se il suo pensiero fu manifestato in maniera che non parve chiaro al di Launay — e si comprende giacchè il ministro inglese non voleva rivelare l'accordo con la Francia — il “velame delli versi strani„ avrebbe dovuto stracciarsi nel 1881, quando la Francia andò a Tunisi.

La violenza adoperata dalla Francia per escludere dalla Tunisia l'influenza italiana, ebbe virtù di determinare in Italia un mutamento radicale nella pubblica opinione. Delusa della Repubblica francese — che la nostra democrazia aveva esaltato in confronto del caduto Impero — essa non vide scampo, per garentirsi da ulteriori sgraffi della sorella latina, che in un ritorno all'alleanza con la Germania.

Per la verità storica è opportuno ricordare che già nel 1880 il conte Maffei, segretario generale del ministero degli Affari esteri, autorizzato dall'on. Cairoli, aveva esplorato ufficiosamente il terreno a Berlino “circa la convenienza di dare ai rapporti fra l'Italia e la Germania un carattere più intimo, e avviarsi ad una vera e propria alleanza„. Il principe di Bismarck gli aveva fatto rispondere “che la via per arrivare a Berlino era quella di Vienna, e che anche colà dovevamo stabilire ottime relazioni se volevamo rinnovare gli antichi legami con la Germania„.

Ministro dell'Interno sotto la presidenza del Cairoli era l'onorevole Depretis, ed è probabile che per consiglio di questi — memore della missione Crispi — il Maffei fosse abilitato a interrogare l'oracolo di Berlino. Ma quando fu conosciuta la risposta del Bismarck, anche il Depretis, il quale divideva gli scrupoli e le esitazioni del Cairoli ad entrare in una via che ci allontanava decisamente dalla Francia, si dichiarò avverso ad un'alleanza con l'Austria.

Tuttavia, il Maffei — così egli raccontava a Crispi — insistette vivamente affinchè non si lasciassero cadere le probabilità offertesi di giungere ad una intelligenza intima con la Germania, sia pure trattando con Vienna.

Era allora Cancelliere austro-ungarico il barone Haymerle, ex-ambasciatore a Roma, che aveva dato prove di concilianti disposizioni in momenti gravi. Ambasciatore in Italia della Germania era il Keudell, il quale, tornando dal congedo, esternò il parere, che protestava esser suo personale, che a Berlino produrrebbe ottimo effetto la stipulazione d'un accordo segreto tra i due capi del governo italiano e dell'austriaco, a' termini del quale entrambi s'impegnassero a mantener la pace fra i loro rispettivi paesi, rinnovando il patto d'anno in anno. Appena questo fosse conchiuso, la Germania ci avrebbe formulato delle proposte circa il miglior modo di stabilire con noi un'alleanza per la reciproca tutela dei nostri interessi.

«Suggerii allora all'on. Cairoli di lasciarmi tastare il terreno in via riservatissima e direi quasi personale, servendomi dell'agente che il barone Haymerle designato m'avea come un intermediario di sua intera fiducia. L'opportunità d'impiegar un tal mezzo fu poco dopo riconosciuta. Inutile osservare che il sig. Keudell veniva spesso a interrogarmi sul risultato delle mie istanze, di cui era tenuto sempre a giorno. Egli approvava il divisamento di condurre le prime trattative in forma strettamente confidenziale. Ho il convincimento eziandio che il barone Haymerle era da Berlino posto al corrente di tutto questo, che vi faceva plauso, e aspettava con impazienza il noto messo. Autorizzatovi alfine, io lo mandavo a Vienna nel gennaio 1881. Non gli davo nulla in iscritto: le mie istruzioni furono verbali. Il patto pacifico da stabilirsi era tal quale lo aveva indicato il principe di Bismarck, per bocca del sig. Keudell, e se io prendevo necessariamente per base il rispetto dei trattati esistenti, mi avvantaggiavo anche di questo argomento per esigere che l'Austria egualmente ammettesse nel modo più solenne l'obbligo suo di non violare le stipulazioni di Berlino con una eventuale maggiore espansione nella penisola balcanica, a danno dell'Italia, e in ispecie per ciò che concerne il littorale adriatico.

«Io dicevo, in sostanza, all'uomo di fiducia del bar. Haymerle: l'Italia vuole bensì essere amica dell'Austria e osservare i suoi doveri, ma a condizione che l'Austria faccia altrettanto. Bisogna che il governo imperiale s'immedesimi dei nostri interessi, della nostra situazione; che tenga conto del nostro sentimento pubblico, il quale si rivolterebbe se un allargamento dell'Austria ancora avvenisse in prossimità del mare Adriatico. Su questo particolare io non potevo essere nè più preciso, nè più esigente, e ne feci uno dei cardini del negoziato.»

L'agente del barone Haymerle andò a Vienna, fece le comunicazioni delle quali il Maffei lo aveva incaricato, e il 17 febbraio 1881, ritornato in Roma, partecipava che il barone Haymerle e il suo _ad latus_, barone Teckenberg, ritenevano facile l'accordo per un trattato di reciproca neutralità:

«Fatta naturalmente astrazione della Bosnia e dell'Erzegovina, da un eventuale cambiamento del diritto di Stato e di Sovranità, e delle relative pratiche col Sultano riguardo all'avvenire di quei paesi, l'Austria-Ungheria dichiara di rispettare scrupolosamente lo _statu-quo_ in Oriente e di non aver nessunissima idea di oltrepassare menomamente la linea tracciata da detto trattato.

Oltre i sovraccennati eventuali, e per ora poco probabili cambiamenti del diritto di Stato e di Sovranità nella Bosnia e nell'Erzegovina, i quali potrebbero eventualmente compiersi senza violare menomamente lo _statu quo_ dell'Oriente e le determinazioni del trattato di Berlino, e restano perciò fuori di discussione, l'_Austria-Ungheria non intende menomamente seguire una politica d'espansione in Oriente; non pensa menomamente ad avanzarsi a Salonicco o in Albania e mantiene scrupolosamente lo_ statu-quo _territoriale. In questo riguardo si è pronti a dare tutte le assicurazioni necessarie per dimostrare il fermo proposito dell'Austria-Ungheria di rispettare scrupolosamente i limiti assegnatile dal trattato di Berlino, e di astenersi da ogni politica espansione_.

Le relative dichiarazioni del ministro e del suo _alter ego_ non lasciano nulla a desiderare, a mio parere, in lucidità e decisione, e la base di ulteriori negoziati per la conclusione di un trattato di neutralità sarebbe perciò, secondo me, trovata.

I baroni Haymerle e Teckenberg credono che le circostanze generali non offrano alcuna seria difficoltà di natura a opporsi alla conclusione d'una sincera ed intima amicizia fra l'Italia e l'Austria-Ungheria.

L'Austria-Ungheria fu ed è sempre pronta ad apprezzare i legittimi interessi dell'Italia come potenza grande e marittima, e segue con simpatia i suoi passi; perciò non metterà verun ostacolo, anzi vedrà con simpatia l'accrescimento della sfera dei poteri dell'Italia nel Mediterraneo, ben inteso che resti intatto lo _statu quo_ nell'Adriatico, e che questo non diventi un lago italiano.

Guidata da questo punto di vista, l'Austria-Ungheria accetterà volentieri ogni accomodamento favorevole agli interessi italiani per la quistione tunisina ed eventualmente per l'acquisto di Tripoli. Ispirandosi allo stesso punto di vista d'un accrescimento dei legittimi interessi dell'Italia nel Mediterraneo, l'Austria-Ungheria ha respinto la proposta russa di compensare la Grecia con l'isola di Candia, l'idea dell'Austria-Ungheria essendo, senza naturalmente assumere sin d'ora decise garanzie in proposito, che Candia potrebbe essere data all'Italia, precisamente per rafforzare la sua posizione nel Mediterraneo.

I baroni Haymerle e Teckenberg conchiusero colle più vive proteste di simpatia per l'Italia e il suo governo, e sarebbero felici di addivenire ad un accordo che guarentisse l'imperturbata coltivazione d'una vera ed intima amicizia fra i due paesi. Essi attendono, dunque, le ulteriori proposte della S. V. I., e lasciano libera a Lei la scelta, se per i futuri negoziati debba venire qualcheduno da Vienna a Roma o s'Ella creda preferibile di legare a Vienna una persona di sua fiducia.»

L'on. Cairoli esitò o non volle seguire il suo collaboratore. Sopraggiunsero gli avvenimenti tunisini, i quali naturalmente indebolirono il prestigio dell'Italia. Quando l'on. Mancini, nuovo ministro degli Affari esteri (dal 29 maggio), iniziò risolutamente la politica di ravvicinamento all'Austria e alla Germania, e alla fine di ottobre mandò il re d'Italia in visita a Vienna, i primi passi si risentirono della situazione peggiorata a nostro danno. E se ne ebbe una testimonianza clamorosa nelle Delegazioni del novembre, dove uomini in vista, come l'ex-Cancelliere Andrássy e il Kallay, interpretarono sconvenientemente i motivi del recente viaggio a Vienna del re Umberto.

Le trattative per l'alleanza, cominciate a Vienna, furono continuate fra i tre gabinetti; l'Austria e la Germania erano già legate sin dal 7 ottobre 1879 col trattato perpetuo che fu reso pubblico il 3 febbraio 1888. L'accessione dell'Italia, con speciali condizioni che sono un segreto di Stato, fu firmata il 20 maggio 1882; è noto soltanto che anzichè un patto di reciproca neutralità, come voleva dapprima l'Austria, esso contiene una guarentigia dell'integrità territoriale delle tre Potenze.[14]

[14] F. Crispi, Discorso di Firenze, 8 ottobre 1890.

“Era un primo passo ad uscire dall'isolamento — disse l'on. Crispi — a stornare gl'incombenti pericoli di guerra. L'opinione pubblica ne fu soddisfatta.... Ma nei primi anni il trattato non diede frutto. A Vienna e a Berlino non erano dissipati i dubbi che i precedenti avevano destato; nè ancora l'insieme della politica italiana, interna ed internazionale, era tale da riuscirvi; la sincerità nostra, nella esecuzione degli impegni assunti, parea discutibile ancora. Sicchè i patti rimanevano scritti, pel giorno della prova suprema; ma il nostro paese rimaneva ancor solo, a difesa degli interessi suoi esclusivi.

La fiducia nasceva nel secondo periodo dell'alleanza, e incominciava a giovarci....„.[15]

[15] F. Crispi, Discorso di Firenze, 8 ottobre 1890.

Ma prima d'intrattenerci sull'opera compiuta da Crispi per rendere la triplice “accordo sinceramente cordiale„, la cui influenza si esercitò “su tutte le questioni internazionali dove eravamo impegnati„, conviene ricordare come, sebbene la direzione della politica estera fosse passata in mani più abili, l'Italia perdette, temendo di osare, una eccellente occasione per rifarsi in parte del danno di Tunisi.

CAPITOLO TERZO.

La questione Egiziana nel 1882.

L'Italia, invitata a intervenire in Egitto con l'Inghilterra, rifiuta. — Viaggio di Crispi a Berlino e a Londra. — Colloquii col conte Hatzfeldt e con lord Granville. — Nove lettere di Crispi sulla convenienza per l'Italia di accettare la proposta inglese.

Quando la questione d'Egitto uscì, in seguito al “pronunciamento„ di Arabì (sett. 1881), dal torpore nel quale si trascinava da anni, l'Italia non esercitava influenza alcuna nelle cose interne di quel paese, del quale l'Inghilterra e la Francia si disputavano l'egemonia.

Minacciata l'autorità del Kedive, quelle due Potenze stimarono opportuno di fortificarla dandole pubblicamente l'assicurazione della loro simpatia. Questa simpatia avrebbe potuto determinare l'intervento militare anglo-francese? Forse sì, se Gambetta fosse rimasto al Governo. Ma cadutone questi il 26 gennaio 1882 e succedutogli il Freycinet, gli avvenimenti si svolsero in maniera che la Francia, astenutasi dall'azione, rimase tagliata fuori dal dominio. D'onde la lotta tenace combattuta per lungo tempo di poi affinchè il leone britannico abbandonasse la preda egiziana, e le molteplici condiscendenze di esso, intese a disarmare la sua avversaria, sino alla Convenzione 8 aprile 1904 che consacrò lo _statu quo_, ossia l'occupazione inglese indefinita.

L'on. Mancini prese subito partito per escludere l'azione isolata di ogni Potenza, e, data la posizione dell'Italia in quel momento, sembra che non potesse seguire indirizzo migliore. Ma il concerto europeo non agì: tranne l'Inghilterra e la Francia nessuna Potenza mostrò d'interessarsi agli affari egiziani.

Adunati il 23 giugno in Conferenza, su proposta del Gabinetto di Parigi, gli ambasciatori a Costantinopoli delle grandi Potenze non compirono altra funzione positiva che quella di mettere allo scoperto la doppiezza della politica turca e di giustificare l'intervento europeo. Dapprima la Sublime Porta non volle prender parte alla Conferenza; v'intervenne alla decima seduta (24 luglio), dopo avere ricevuto una Nota collettiva con la quale le Potenze rappresentate la invitavano a mandare senza indugio in Egitto forze sufficienti “per ristabilire l'ordine, abbattere la fazione usurpatrice, porre termine alla grave situazione che affligge quel paese ed ha cagionato lo spargimento di sangue, la rovina e la fuga di migliaia di famiglie europee e musulmane, ed ha compromesso gl'interessi nazionali e stranieri„.

Il governo inglese sapeva che, nonostante dicesse altrimenti, il Sultano non avrebbe mandato truppe in Egitto; e si preparò quindi a sostituire l'intervento ottomano. Il Canale di Suez correva pericolo, e lord Granville si accordò con la Francia per la protezione di esso, e chiese il concorso dell'Italia. L'on. Mancini rispose che essendo tale questione sottoposta alla Conferenza, preferiva attendere la decisione di questa. Però a Costantinopoli la proposta italiana “di organizzare per la libera navigazione del Canale di Suez un servizio puramente navale di polizia e sorveglianza al quale tutte le Potenze sarebbero chiamate a partecipare„ fu accettata da tutti, ma con riserve tali che la rendevano vana. L'ambasciatore inglese riservò “i casi di necessità„ nei quali ogni Potenza avrebbe potuto sbarcare truppe ed occupare alcuni punti necessarii alla sicurezza del Canale; e dichiarò altresì che l'Inghilterra riservava “tutta la sua libertà d'azione per la cooperazione militare, avendo in vista il ristabilimento dell'Autorità del Kedive„.

Quando il governo inglese ritenne giunto il momento di agire per la salvaguardia de' suoi grandi interessi, il Mancini avrebbe dovuto essersi accorto che la Conferenza di Costantinopoli era stata una lustra, e che conveniva profittare della inattività della Francia per prendere in Egitto, a fianco dell'Inghilterra, quella posizione che sino allora era stata negata all'Italia.