Politica estera: memorie e documenti
Part 8
Quelle agitazioni, invero, fecero all'Italia molto male; e non erano serie, sia che gli irredentisti pensassero alla possibilità di strappare all'Austria le Provincie italiane con le armi in pugno, sia che immaginassero di rivendicarle coi clamori. Ci fecero molto male anche perchè popolarizzarono in Austria il concetto che la lotta all'irredentismo italiano si identificava con la difesa dei principii sui quali poggia la saldezza dell'Impero, e resero, quindi, più difficile una futura consensuale rettifica delle frontiere, che ogni patriota italiano deve desiderare.
Crispi pensò sempre che l'Italia avesse sommo interesse ad ottenere le sue frontiere naturali; ma ritenne che incombesse alla diplomazia il definire la questione, e che gl'irredentisti non ottenessero altro scopo che quello di rinviare all'infinito tale definizione.
Fu denunziato più volte a Vienna e a Berlino che l'irredentismo in Italia, come certe manifestazioni panslaviste in Russia, erano macchine da guerra montate dal partito d'azione francese, — delle quali le polizie austriaca e tedesca pretesero di aver sorpreso le fila, tese specialmente nelle nostre loggie massoniche — allo scopo d'inimicare l'Italia all'Austria e alla Germania, anche suscitando in Italia un movimento repubblicano con tendenze irredentiste per paralizzare l'Austria e renderne l'alleanza inutile alla Germania. Per una strana e infelice coincidenza, quella denunziata propaganda in Italia del partito d'azione francese si svolgeva mentre la politica della Consulta sembrava considerasse l'Austria come una nemica naturale nostra e delle subnazionalità del Danubio e dei Balcani. E le diffidenze del governo di Vienna non poterono mancare. Esse dettero giorni molto amari alla Consulta. In settembre 1879 il colonnello Haymerle, già addetto militare all'ambasciata austriaca presso il Quirinale retta da suo fratello, espose in un opuscolo intitolato «Italicae res» gli argomenti secondo i quali, dal punto di vista austriaco, l'irredentismo era fondato sull'errore e doveva avere l'Austria irremovibilmente avversa. Questa pubblicazione suscitò polemiche senza fine. Poco dopo, nei primi del 1880, irritò grandemente l'Austria il fatto che ai funerali del generale Avezzana, presidente dell'_Irredenta_, due ministri e un segretario generale avevano retto i cordoni del feretro insieme al sig. Matteo Imbriani, fanatico irredentista. Non soddisfatto delle spiegazioni date dall'on. Cairoli, il governo austriaco assunse un'attitudine minacciosa. Il 31 marzo il Comando del III Corpo d'Armata a Verona informava il ministero di truppe raccolte alla frontiera sotto il comando dell'arciduca Alberto; ve ne erano a Bezzecca, a Pieve di Ledro e a Riva; l'arciduca era ad Arco col suo Stato Maggiore. Il 10 aprile l'ambasciatore a Vienna, conte di Robilant, avvertiva che l'avvicinamento delle truppe austriache nel Tirolo doveva considerarsi come una minaccia.
Gl'incidenti sollevati ad ogni momento continuarono a tenere accesi gli animi per tutto il 1880 e oltre. Il 14 aprile il deputato Cavallotti fu espulso da Trieste; in giugno l'Austria disapprovava la conversione dei beni del Collegio di _Propaganda Fide_, ritenendo questo come un'associazione internazionale; in agosto si opponeva alla concessione di decorazioni italiane a cittadini del Tirolo e di Trieste; in ottobre protestava contro la deliberazione del Comitato dell'Esposizione Nazionale di Milano pel 1881, di ammettere espositori delle provincie di lingua italiana appartenenti all'Impero. E altri incidenti che non giova ricordare si verificarono finchè l'on. Cairoli tenne la direzione del Governo e della politica estera, cioè sino alla fine di maggio 1881.
L'on. Cairoli cadde dal potere in seguito al protettorato imposto dalla Francia alla Tunisia; la sua inabilità, che poteva condurci ad una guerra contro l'Austria, ci condusse, invece, ad un disastro morale e politico nel campo ch'egli prediligeva.
La spinta data alla Francia a rivolgere la sua attività verso la Tunisia, fu molto abile; fatalmente, il principe di Bismarck allontanava dall'Europa lo spirito ambizioso dei francesi. I quali, nonostante considerassero dapprima l'offerta come un inganno, e come un delitto il distrarre energie e pensare ad altro che non fosse la rivendicazione dell'Alsazia e della Lorena, si compiacquero poco alla volta di trovare in Africa un compenso materiale e un temporaneo conforto morale alle sconfitte subite; e forse qualcuno, chissà? pensò alle nuove forze che la Francia avrebbe trovate nell'Africa da gettare un giorno sulla bilancia dei destini d'Europa. In un rapporto del 18 luglio 1878, l'ambasciatore Cialdini scriveva:
«Conviene riconoscere essere divenuto un dogma repubblicano (almeno per ora) che la Francia non debba permettersi conquista od annessione alcuna, prima di avere rivendicate e ricondotte alla repubblica le perdute Provincie dell'Alsazia e della Lorena.»
Se la Francia avesse badato soltanto a non offendere le suscettibilità e gl'interessi italiani, la Tunisia sarebbe ancora aperta alla libera attività delle due nazioni. Ma alla Francia premevano sopratutto le ragioni della sua efficenza internazionale e della sua potenza. Che pretendeva l'Italia, isolata ed inerme? Che la Francia ansiosa di dominio, vedendo la via libera da ostacoli materiali, si astenesse per considerazioni di equità e di simpatia verso un giovine Stato sorto inopportunamente, che si atteggiava a suo rivale? Questo potè pensarlo chi della politica internazionale aveva un concetto puerile. Spettava al governo italiano, il quale vide nascere il pericolo e potè seguire, sulle diligenti informazioni del generale Cialdini, l'evoluzione dell'opinione francese circa l'utilità di quell'impresa, di prevenirla, di assicurare lo _statu quo_ del Mediterraneo mediante le alleanze alle quali ricorse troppo tardi.
L'on. Cairoli non ha scusa poichè dal 1878 al 1881 fu tenuto esattamente al corrente delle intenzioni del gabinetto francese rispetto a Tunisi.
In un primo periodo fu riconosciuto formalmente dalla Francia il diritto dell'Italia a non essere chiusa nel suo mare, e il Cialdini riferiva il 19 agosto 1878 le seguenti dichiarazioni del signor Waddington, ministro degli Affari esteri e di Gambetta:
«Che la questione di Tunisi non era mai stata posta sul tappeto e che non se n'era nemmeno parlato a guisa di passeggera conversazione nel Consiglio di ministri. Aggiunse che se in seguito alla posizione fatta alle Potenze mediterranee dal Congresso di Berlino e sovratutto dal trattato anglo-turco, sorgesse la necessità o la convenienza di prendere qualche misura di precauzione nel bacino del Mediterraneo a tutela degli interessi francesi, non si farebbe nulla, assolutamente nulla, senza previo e completo accordo con l'Italia. Aggiunse che a parer suo, si perde sovente in profondità ed in forza ciò che si guadagna in estensione e superficie; che Algeri è un inciampo, un peso, una debolezza per la Francia; quindi essere egli personalmente contrario all'acquisto di Tunisi.
Pur tuttavia — seguitò — l'avviso altrui potrebbe prevalere, ma io vi dò la parola d'onore che sino a quando io farò parte del governo francese, nulla di simile sarà tentato, nessuna occupazione avrà luogo di Tunisi o di altro punto, senza andare di concerto con voi, senza prima riconoscere il diritto che avrebbe l'Italia di occupare un altro punto d'importanza relativa e proporzionata.
Ieri al tardi venne da me il sig. Gambetta, al quale io desiderava parlare nuovamente su questo argomento. Egli mi rinnovò con maggior calore ed espansione le assicurazioni già datemi tempo addietro, che il governo francese attualmente al potere ed il partito repubblicano che lo sostiene, non avevano pensato mai all'occupazione di Tunisi; cosa che non entrava punto nelle loro viste. E se mai arrivasse giorno in cui fossero condotti ad occuparsi di un simile progetto, essi si porrebbero anzitutto d'accordo coll'Italia, non potendo convenire alla Francia di farsene una nemica irreconciliabile; mi pregò di dire al governo del Re che, a parer suo, fra i vari risultati del Congresso di Berlino spicca la necessità di unirsi sempre più, massime poi sulle questioni orientale e mediterranea.
Le dichiarazioni somigliantissime di questi due uomini politici mi sembrano rassicuranti, perchè mi sembrano sincere.»
In un secondo periodo ferve a Tunisi la lotta d'influenza; due consoli bellicosi, Roustan e Macciò, si disputano il terreno. Col gen. Cialdini, il 26 giugno 1880 il presidente della Repubblica, Grévy, deplorava che la questione di Tunisi — la quale, secondo lui, non valeva un sigaro da due soldi — potesse divenire cagione di dissidio; e il ministro Freycinet si augurava di poter conciliare i desideri italiani con gl'interessi della Francia. Ma Leone Gambetta “forse più franco, certamente più chiaro„, diceva l'Italia non dovere contrastare l'influenza francese in Tunisia. Non voleva essa tener conto della prudenza e della moderazione di cui la Francia dava prova astenendosi dal prendersi un paese offertole da tutte le Potenze?
L'on. Cairoli credette che a trattenere la Francia, sulla via nella quale ora non più involontariamente procedeva, bastassero le dichiarazioni sentimentali sulla fratellanza dei due popoli, le proteste delle sue pure intenzioni, la minaccia di mutare indirizzo politico. Codesti argomenti verbali non fecero alcuna impressione; ma la sollecitudine, invece, dimostrata dal Cairoli per il tronco di ferrovia Tunisi-Goletta e per il cavo telegrafico Sicilia-Tunisi, cioè per due iniziative non private, ma in realtà del governo italiano e tali quindi da dare a questo una maggiore influenza politica, quella sì che fece impressione, anzi allarmò la Francia, la quale andava abituandosi a considerare prevalenti i propri interessi nella Reggenza. E così il Freycinet, il 9 luglio 1880, modificò le dichiarazioni fatte il 19 agosto 1878 da Waddington: “La Francia non pensa ora ad occupare Tunisi, ma l'avvenire _sta nelle mani di Dio_„. E rifiutò di consentire alla concessione da parte del Bey della posa di un cavo diretto indipendente tra Tunisi e la Sicilia.
La esclusività dell'influenza francese divenne nel terzo periodo lo scopo del gabinetto di Parigi. Si era ancora lontani dalla decisione di un'azione militare, ma era entrata in azione una gran forza, l'opinione pubblica; la quale, aizzata dalla stampa, finì con l'esercitare un'azione determinante sul Governo. Gli speculatori non mancarono di ispirare i sentimenti che dividono e furono denunziati anche alla Camera francese; si disse anche che individualità spiccate, le quali circondavano il Gambetta, si preoccupassero di far denaro. Pochi pubblicisti, come Mad. Adam, tentarono a Parigi di opporsi alla corrente, non riuscendo ad altro che a farsi accusare di poco patriottismo.
Prevedendo che un giorno o l'altro sarebbe stato spinto ad occupare la Tunisia, il Freycinet si preoccupava naturalmente delle conseguenze di tal fatto. Il 25 luglio 1880 il nostro ambasciatore era in visita presso di lui, quando ad un tratto il Freycinet gli disse:
«Ma perchè vi ostinate a pensare a Tunisi, dove la vostra concorrenza può turbare un giorno o l'altro i nostri buoni rapporti, perchè non volgereste piuttosto gli occhi su Tripoli, nel qual luogo non avreste a lottare con noi, nè con altri?»
Queste parole — osservava il Cialdini — mi ricordarono una frase analoga sfuggita al duca Decazes, e dovetti convincermi sempre più che esiste un pensiero politico permanente, tradizionale rispetto alla costa mediterranea dell'Africa, pensiero a cui tutti i partiti si mostrano ossequenti e si studiano di custodire, trasmettere e sviluppare.
Risposi che una simile indicazione mi rammentava il consiglio dato da Bismarck a Napoleone III di prendersi il Belgio e lasciare la provincia Renana in pace; che noi non aspiravamo a Tripoli più che a Tunisi, ma desideravamo soltanto che codeste Reggenze fossero mantenute in _statu-quo_. Aggiunsi che di Tripoli non occorreva parlare neanche a titolo di compenso, se mai la Francia occupasse Tunisi un giorno, a meno che Tripoli non cessasse di far parte dell'impero turco.
L'avvenire è nelle mani di Dio (frase prediletta del sig. Freycinet) e potrebbe darsi, seguitò egli a dire, che un giorno, senza dubbio lontano, la Francia fosse condotta dalla forza delle cose ad occupare e ad annettersi la Reggenza di Tunisi. Noi non vorremmo che ciò avvenisse, se pur deve avvenire, a prezzo dell'amicizia che ci lega all'Italia e che desideriamo sinceramente di conservare. Voi partite ed io pure partirò in breve. Ci rivedremo ai primi di ottobre e ripiglieremo allora a parlare di questo argomento nella certezza che gli animi si saranno calmati in Italia ed in Francia e che potremo ragionare tranquillamente. Io potrò dichiararvi che la Francia non pensa punto nè poco all'occupazione di Tunisi; ma siccome l'avvenire è nelle mani di Dio e potendo accadere, in tempo più o meno remoto, che la Francia fosse proprio spinta dalla necessità d'una situazione qualsiasi ad occupare la Tunisia, io vi dichiarerò in pari tempo che, se un caso simile si presentasse, _l'Italia ne sarebbe avvertita con ogni possibile anticipazione, ed ajutata dalla nostra influenza cordiale ad ottenere nel bacino del Mediterraneo un compenso proporzionato e sufficiente, affine di conservare l'equilibrio della rispettiva preponderanza.»_
Appariva manifesto che l'occupazione della Reggenza da parte della Francia era questione di tempo; il Cialdini avvertì che l'unica via per impedirla era di “promuovere altre combinazioni„.
Alla fine di settembre assunse la direzione del Quai d'Orsay il sig. Barthélemy di Saint-Hilaire (ministero Ferry), e il Cairoli, sebbene ne fosse evidente l'inopportunità, ordinò al Cialdini di insistere affinchè il Gabinetto di Parigi non contrastasse la concessione del filo telegrafico diretto e indipendente dalla rete telegrafica francese. Il Cialdini, sebbene riluttante, obbedì e non ottenne nulla:
«Non si tratta — scriveva il 20 novembre — di buone ragioni.... ma semplicemente di un programma politico che la Francia ha adottato e non abbandonerà più. L'influenza francese, cacciata dall'Europa dal principe di Bismarck, s'è abbattuta sull'Africa, dove non teme di urtarsi con la Germania. Noi non riusciremo ad ottenere alcuna concessione dalla Francia con dei ragionamenti e delle mosse diplomatiche. È questa, da molto tempo, la mia convinzione. La Repubblica sa bene che questa politica ci ferisce e allontana — e bisogna riconoscere che di ciò essa non si preoccupa.»
Il 1.º febbraio 1881 il console italiano a Tunisi, Macciò, telegrafa a Roma:
«Oggi il Console francese ha informato il Bey che, considerate le condizioni attuali della Tunisia, la Sublime Porta ha deciso di destituirlo e di mandare Keredine ad amministrare il paese. La Francia essendo a ciò assolutamente contraria, era obbligata a fare una dimostrazione navale, e poichè questa avrebbe dato luogo nell'assemblea a interpellanze spiacevoli, era opportuno che Sua Altezza chiedesse l'invio di una squadra alla Goletta. Il Bey ha risposto che si rifiutava di credere al prospetto attribuito alla Sublime Porta, che non stimava di dover esprimere alla Francia il desiderio della dimostrazione navale, nè aveva da dare consigli su tale argomento.
È il Bey stesso il quale ha desiderato che io v'informassi di quanto precede.»
Interrogato sulla verità del fatto denunziato dal Macciò — che sarebbe stato un tentativo per ottenere dal Bey stesso la domanda di protettorato — il signor Barthélemy rispose che si trattava di una favola; ma il Cialdini, pur prestando fede allora alla sincerità del Ministro, non escludeva che a Tunisi il console Roustan obbedisse a ordini di persone più potenti del ministro degli affari esteri, appunto in quei giorni combattuto aspramente sui giornali devoti al Gambetta.
Il Bey, informato che a Parigi smentiscono la pressione tentata su di lui dal console francese, fa trascrivere il discorso tenutogli da quest'ultimo, e manda a Roma copia autentica del protocollo relativo. Messo il documento sotto gli occhi del Barthélemy, questi dichiara di non credere alla sua veridicità. Però, informazioni raccolte dal gen. Cialdini anche presso il suo collega d'Inghilterra, assodano che il Barthélemy aveva lui stesso consigliato la mossa al Roustan e che per aiutarne la riuscita aveva mandato due navi da guerra nelle acque tunisine.
Fallito questo piano, si diffonde la voce che la _potente_ tribù dei Krumiri aveva fatto incursioni sul territorio algerino, e minacciava il tronco ferroviario francese Bona-Guelma; s'insinua anche la possibilità di una esplosione del fanatismo religioso in Algeria. La stampa francese s'impadronisce del tema e commuove l'opinione pubblica: il governo fa partire da Tolone navi e truppe “per non sguarnire l'Algeria in circostanze così gravi„!
Grande emozione in Italia; il Ministero Cairoli è in pericolo e domanda spiegazioni. Il Barthélemy, il 6 aprile, assicura il gen. Cialdini che l'invio di un considerevole corpo di truppe non ha altro scopo che di punire le tribù alla frontiera algerina — e che il governo francese “non pensa punto ad un'occupazione militare permanente e meno ancora all'annessione della Tunisia„. L'indomani le stesse spiegazioni sono rinnovate con questa aggiunta, che “ingaggiata la lotta non poteva prevedersi quello che sarebbe stato necessario di fare„. Intanto la Camera francese votava quel giorno stesso, 7 aprile, un credito di lire 5,695,000 per la spedizione militare.
Varcata la frontiera tunisina senza incontrare alcuno ostacolo, facendo, come fu detto a Parigi, al Palazzo Borbone, “une promenade militaire„, le truppe della Repubblica si avvicinano a Tunisi e le navi da guerra sbarcano soldati a Biserta. L'11 maggio il ministro Barthélemy informa l'ambasciatore Cialdini che le truppe non entreranno in Tunisi se il Bey firmerà il trattato che gli verrà sottoposto; che l'occupazione militare cesserà appena avuta la prova della buona fede del Bey e del suo rispetto al trattato, e che anche Biserta sarebbe stata evacuata subito dopo.
Il trattato, così detto di garenzia, fu firmato l'indomani, 12 maggio, dal Bey e dal generale comandante le truppe invadenti. Il Bey, che invano si era rivolto alle Potenze, accettò tutto quello che gl'imposero, consenti anche l'occupazione militare come gliela chiesero, cioè ristretta a taluni punti, _sino al ristabilimento dell'ordine_.
La Francia non si arrestò al trattato. L'agitazione naturalmente sorta nella Tunisia per l'invasione straniera, dette argomento a estendere le operazioni di guerra. Un nuovo credito di 14 milioni fu approvato dal Parlamento; il 12 luglio la squadra francese occupava Sfax, il 24 luglio Gabes; il 9 ottobre le truppe repubblicane entravano a Tunisi.
Così la Francia conquistò la Reggenza.
Tutte le promesse fatte al gen. Cialdini dai tre ministri che trattarono la questione, Waddington, Freycinet, Barthélemy, furono, una dopo l'altra, violate, e l'ingenua fiducia del Cairoli fu molto male ricompensata. Alla Camera italiana il Cairoli, prima che l'azione francese raggiungesse i fini propostisi, si difese mettendo innanzi la sua buona fede — innegabile come la sua incapacità — e si fece garante che i francesi si sarebbero ritirati dalla Reggenza appena vinti i Krumiri; ma Crispi lo ammonì: “Bisogna aver dimenticato la storia, per credere che l'esercito francese, dopo punite le tribù ribelli, uscirà dalla Tunisia„.
Il Cairoli dichiarò, altresì, in Parlamento, di avere con l'Inghilterra “una identità di idee nell'apprezzare la questione di Tunisi„, e volle così smentire quelli che affermavano “immaginarii isolamenti„.
Non si comprende perchè un uomo probo come il Cairoli affermasse cosa talmente lontana dal vero. Bisogna supporre che egli non leggesse i documenti, o che, letti, li dimenticasse; perchè i documenti della Consulta contenevano la prova del contrario.
Il 7 gennaio 1879 conversando col marchese Menabrea, ambasciatore d'Italia a Londra, il ministro Salisbury, interrogato sulle voci dei giornali, secondo le quali anche il governo della Regina spingeva la Francia ad annettere la Reggenza di Tunisi all'Algeria, rispose ch'egli “stava neutro nella questione„, cioè si asteneva, e che aveva dichiarato alla Francia “che scorgendo l'Italia contraria ad un tale divisamento, lasciava che quelle due Potenze se la intendessero fra loro„. Il 13 febbraio dello stesso anno il Menabrea, avendo domandato al Salisbury che l'Inghilterra facesse una dichiarazione di voler mantenere lo _statu quo_ in Tunisia, il Salisbury “si astenne da nulla promettere circa la dichiarazione dianzi suggerita„. L'11 luglio 1880 lo stesso Menabrea riferiva aver il ministro conte Granville dichiarato “che la Tunisia essendo uno Stato indipendente, salvo i diritti della Sublime Porta, l'Inghilterra non poteva intervenire in quelle questioni che si riferiscono al governo interno della Reggenza„. Il 22 di quel mese il Cairoli ritenendo che l'atteggiamento inglese potesse mutarsi, insisteva: “A noi non sembra ammissibile.... che le altre Potenze, l'Inghilterra in specie, vogliano accogliere una teoria [cioè che la Tunisia dovesse considerarsi come un'appendice dell'Algeria] che già fin d'ora turberebbe l'equilibrio delle forze nel Mediterraneo„. Ma il Granville rispondeva il 29 luglio “che l'Inghilterra non avendo che interessi secondarii nella Tunisia, non voleva intervenire nei dissensi insorti tra noi e la Francia, a meno di esservi direttamente invitata„ — e non occorre avvertire che il nobile lord era sicuro di non ricevere un invito simile dalla Francia!
Naturalmente, le cose non mutarono quando la crisi fu prossima; il 17 febbraio 1881 toccò a lord Lyons, ambasciatore britannico a Parigi, di avvertire il generale Cialdini che l'Inghilterra “teneva molto a non far nulla che possa dispiacere alla Francia„.
Alla Consulta si presumeva allora di sapere quale fosse la politica che nel Mediterraneo convenisse all'Inghilterra; e su tale presunzione si fondava. Anche dappoi abbiamo vissuto di illusioni su questo argomento, perchè in realtà, tranne durante un periodo del quale ci occuperemo più avanti, l'Inghilterra ha trovato sempre il suo interesse nell'intendersi con la Francia.
Può darsi che al 1878 i ministri inglesi avessero sull'avvenire della Tunisia le idee che loro attribuiva uno scrittore francese, il Constant d'Estournelle:[13]
[13] _La politique française en Tunisie — Le Protectorat et ses origines_ (1854-1891) par P. H. X. — Paris, Librairie Plon, pagg. 79-80.