Politica estera: memorie e documenti

Part 7

Chapter 73,443 wordsPublic domain

— Penso anch'io così; ma guardiamo alle conseguenze. Non dico che il trattato di commercio debba farsi ad occhi chiusi. Penso che convenga cominciare a trattare per venire ad una conclusione. La sospensione delle trattative farebbe cattiva impressione.

— Così va bene.

— Accordo sulla questione orientale?...

— Guerra russo-turca; come finirà. Questione di nazionalità anche qui; come scioglierla. Autonomia dei bulgari: fin dove — ai Balcani. E degli altri? Questo se vincono i russi — Ma se vince la Turchia? Bisogna dunque attendere la fine della guerra.

— Ma giusto allora dobbiamo già esser d'accordo.

Denari e uomini spesi — Questione rinascente periodicamente — necessità di scioglierla per sempre — Impossibile determinare il come e se quello che convenga stabilire è lo _statu-quo_ territoriale.

— Ed anche su questo nulla può essere assoluto; bisogna attendere il giorno in cui le Potenze si riuniranno a congresso.

— Va bene. Vorreste però dare un territorio alla Russia?

— Questo no, ma per ogni altro riordinamento bisogna rimettersi al giorno opportuno.

— Benissimo. Anche su questo desideriamo esser d'accordo con voi.

Alle 3.30 da Helfy.

Ricevo questo telegramma, in risposta al mio di stamane:

«Je vous prie de venir loger à mon palais à Turin. Mercredi je vous ferai dire heure que j'aurai le plaisir vous voir. Bien des amitiés.

VICTOR EMMANUEL.»

Alle 9.30 partenza per Vienna.

_22 ottobre._ — Arrivo a Vienna alle 6 del mattino. Alle 9 pom. sono alla frontiera.

_23 ottobre._ — Alle 7 a Verona.

A Torino. Conferenza col Re.

«Napoli, 30 ottobre 1877.

_Caro Depretis_,

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Spero che non avremo la guerra, ma siccome non possiamo noi arrestare il corso degli avvenimenti europei, ed abbiamo bisogno che l'Europa ci ritenga essere abbastanza potenti da far valere la nostra forza in caso di complicazioni in conseguenza della guerra d'Oriente, è giuocoforza tenersi pronti ad entrare anche noi in campagna. Su questo, amico mio, non ho parole per ripeterti che l'Italia deve, con qualunque sacrifizio, compiere i suoi armamenti. All'estero siamo considerati quale popolo prudente e savio, ma non tutti ci credono forti abbastanza.

A me Andrássy non lo accennò, ma Robilant mi disse che ragionando col Cancelliere austro-ungarico, questi in tutte le questioni territoriali avrebbe sempre risposto che l'Impero era pronto a farle decidere con le armi.

È quindi interesse di patria di tenerci in condizioni da poter dire anche noi di poter ricorrere alle armi se tale debba essere la sorte cui ci spinge l'avversario.

È il solo modo con cui potremo evitare la guerra.

Quando rifletto che fino dal 1870 io chiedeva al Ministero di destra di armare la nazione in previsione di grandi avvenimenti, e che non fui ascoltato, ne sento doppio dolore.

Ma oggi siamo noi al governo, e se qualche disgrazia avvenisse, i nostri avversarii direbbero subito che non abbiamo saputo fare il debito nostro. Mettiamoci dunque con ogni zelo all'opera, facendo tutto ciò che possa essere necessario.

Prego di telegrafarmi, e ti assicuro che mi avrai sempre con te in tutto ciò che possa fare il bene del nostro paese.

Spero che con Zanardelli finirai per metterti d'accordo.

Quella delle ferrovie è una quistione anche essa capitale, e che bisogna in un modo qualunque risolver presto.

In caso di guerra bisogna aver riordinato le grandi linee di comunicazione tra le varie parti d'Italia. Zanardelli è un gran patriota e deve comprendere quale responsabilità pesi su lui. Non deve passare il mese di dicembre senza essersi ricostituito questo ramo di pubblico servizio. È impossibile lasciare più a lungo le ferrovie dell'Alta Italia in potere della Südbahn. Quantunque il Direttore sia di tua fiducia, esso è costretto ad ubbidire ad una Società non amica. La quistione, a mio modo di vedere, non è solamente finanziaria, ma eminentemente politica.

Se tu parlando col ministro dei Lavori pubblici, toccherai questa corda, son sicuro che riuscirai.

Il tuo aff.mo

F. CRISPI.»

CAPITOLO SECONDO.

La politica estera dell'Italia dal 1878 alla Triplice Alleanza.

Il conte Corti respinge la proposta di accordi segreti con l'Inghilterra alla vigilia del Congresso di Berlino. — Come la Francia ottiene _carte blanche_ per Tunisi. — La politica dell'isolamento. — Causa l'irredentismo l'Austria minaccia di passare la frontiera. — La francofilia di Benedetto Cairoli non evita l'occupazione francese della Tunisia. — Storia documentata dell'impresa tunisina e del disinteressamento dell'Inghilterra. — L'Italia avrebbe allora potuto occupare la Tripolitania. — Disillusi della Francia, ci rivolgiamo alla Germania. — Prodromi della Triplice Alleanza. — Il conte Maffei. — Il trattato del 20 maggio 1882.

Il viaggio dell'on. Crispi se fu salutato con grande fervore in Germania, insospettì il governo francese e la sua stampa, che videro profilarsi sull'orizzonte un'alleanza italo-germanica. Il _Figaro_ faceva rilevare in un suo articolo “M. Crispi à Berlin„ le accoglienze straordinarie fatte all'uomo di Stato italiano, le frasi più significative dette dal presidente Bennigsen nel suo discorso al pranzo parlamentare del 23 settembre; e tra le altre sottolineava quella che “i due popoli — italiano e tedesco — avevano gli stessi nemici da combattere„. Anche in Italia la stampa del partito moderato si propose di togliere valore alle manifestazioni di Crispi; il quale, sebbene presidente della Camera dei deputati, — scriveva la _Gazzetta d'Italia_ — non rappresentava che questa, cioè una impercettibile minoranza: “la Camera è eletta da 300 mila elettori e gl'italiani sono 27 milioni!„ E l'_Opinione_, il più autorevole giornale dei moderati, giungeva (3 ottobre) a rimproverare al governo italiano di mantenere buone relazioni col gabinetto di Berlino “a spese della nostra dignità„! Del qual giudizio si risentiva il buon ambasciatore di Launay, che scriveva a Crispi: “Questa poi è troppo forte. Il rimprovero ricade in parte sul rappresentante in Germania di questa politica.... Scrissi al Melegari di fare ribattere con energia quelle accuse„.

In verità, l'on. Crispi in quella sua escursione attraverso l'Europa aveva perorato efficacemente per i diritti d'Italia, ravvivato simpatie e gettate le basi di una politica la quale, se fosse stata seguita con diligenza e lealtà, avrebbe evitato al nostro paese i danni e le offese che raccolse dappoi da ogni lato. Trovò la vecchia Austria ancora viva, e arcigna; e comprese esser lontano il giorno di una amicizia italo-austriaca sincera e duratura. Ma in Germania quello era il momento per un'alleanza coll'Italia: l'opinione pubblica ben disposta e il principe di Bismarck ancora senza altri impegni. Egli voleva procedere d'accordo con l'Austria; ma ad un'alleanza con essa non pensò che dopo il Congresso di Berlino per rispondere alle minacce dei panslavisti, e non vi giunse che nel 1879, dopo molti sforzi per convincere l'imperatore Guglielmo.[12] A prescindere da ogni altro vantaggio morale, politico ed economico, l'alleanza italo-germanica ci avrebbe garantito al Congresso di Berlino; non avrebbe impedito probabilmente l'alleanza austro-germanica, ma l'Austria, non l'Italia, sarebbe entrata terza nel sistema di alleanze della Germania, e avremmo evitato la mortificazione che nel 1882 ci fu imposta di passare da Vienna per giungere a Berlino; infine, la Francia non avrebbe avuto nel 1878 _carte blanche_ per occupare Tunisi e non avrebbe osato infliggerci quella umiliazione abusando del diritto del più forte.

[12] Cfr. _Les Mémoires de Bismarck_ recueillis par MAURICE BUSCH. Tome second, Chapitre VII. Paris, librairie Charpentier et Fasquelle.

Il Re e il Presidente del Consiglio convennero nel nuovo indirizzo a darsi alla politica internazionale dell'Italia; il 29 dicembre 1877 l'on. Crispi entrava nel Ministero Depretis, come ministro dell'Interno. Ma, sventuratamente, Vittorio Emanuele si ammalava di lì a pochi giorni, e moriva il 9 gennaio. I funerali del primo re d'Italia, i primi atti del re Umberto, poi la morte del papa Pio IX e il Conclave di Leone XIII assorbirono l'attività ministeriale. Quando si avvicinava il momento di rivolgere la mente agli accordi presi a Gastein col principe di Bismarck, l'on. Crispi cadeva vittima di un turpe complotto, che, in nome della morale, uomini di pochi scrupoli morali nella vita pubblica come nella privata, architettarono con grande abilità trovando facile credito nel pubblico politico, avido in tutti i tempi di scandali e di esecuzioni. L'on. Crispi, il quale, toccando l'accusa intime sue circostanze famigliari, si limitò a difendersi dinanzi al magistrato — ottenendo da esso il riconoscimento della legalità della sua condotta — dovette rinunziare con indicibile dolore a rendere alla patria i servigi ch'era sicuro di poterle rendere.

E il cruccio per il male che i suoi nemici irrimediabilmente avevano fatto più all'Italia che a lui, non lo abbandonò mai. Da un suo diario del 1896, nel quale è riferito un colloquio avuto il 26 ottobre col presidente del Senato, Domenico Farini, trascriviamo:

_(Crispi al suo interlocutore)_

— «Siccome sai, al 1878 fu stabilita la convocazione di un Congresso a Berlino, e l'Italia dovette mandarvi il suo rappresentante. Allora, come oggi, ero maltrattato dai miei avversarii. Gli attacchi personali, però, non mi fecero dimenticare gl'interessi della patria nostra. Vidi Bertani, e parlandogli del mio viaggio nei vari Stati d'Europa, e della nostra situazione all'estero, lo pregai di veder Cairoli e di consigliargli a leggere la mia corrispondenza epistolare e telegrafica, e poscia di avere un colloquio con me. Nelle cose internazionali non tutto si scrive, e però molto avrei potuto aggiungere allo scritto. Lo crederesti? _Cairoli non volle leggere la mia corrispondenza, nè avere un colloquio con me!_ Bertani, indignato, se ne partì, ed a Berlino invece di combattere la proposta occupazione della Bosnia e della Erzegovina da parte dell'Austria, la favorirono.»

Le dichiarazioni fatte nel colloquio del 5 ottobre da Crispi a lord Derby in nome dell'Italia, furono seme gettato in terreno propizio. Non supponendo il governo britannico che la politica estera in Italia fosse mutevole come giuochi di fanciulli, nei primi giorni del marzo 1878 lord Derby offriva uno scambio di idee sugli interessi comuni anglo-italiani nel Mediterraneo. L'onorevole Depretis accettò con premura l'offerta, tanto che il generale Menabrea, ambasciatore a Londra, gli telegrafava il 9 marzo:

«Conformemente al telegramma di V. E. in data di ieri, ho incominciato a intrattenere Derby su gli affari di Egitto, di Tripoli e di Tunisi. Egli mi ha detto essere evidente che l'Italia e l'Inghilterra avevano interessi comuni nel Mediterraneo, e che desiderava su tale argomento uno scambio di idee, riservandosi di riparlarne.»

Il 13 marzo Menabrea telegrafava nuovamente:

«... Derby mi ha ripetuto che desiderava intendersi con l'Italia sulle questioni relative al Mediterraneo e che aveva incaricato Paget [ambasciatore britannico a Roma] di fare su tale oggetto delle aperture a V. E.»

Il 16 marzo il gen. Menabrea insisteva:

«... Il conte Derby sembra fare assegnamento sull'Italia per difendere gli interessi comuni nel Mediterraneo e nel Mar Nero. Egli mi disse di avere dato incarico a sir A. Paget di fare delle aperture in quel senso all'E. V. stessa, come l'E. V. lo suggeriva col suo telegramma dell'8 marzo corrente.»

Il ministero degli Affari Esteri taceva dal giorno 8. Depretis si era dimesso il 9; la crisi ministeriale si chiuse il 24 con la nomina di Benedetto Cairoli alla presidenza del Consiglio. Finalmente Roma rispose. Il conte Corti, preso possesso dell'ufficio di Ministro degli Affari Esteri il 26, due giorni dopo non esitava a respingere la mano offertaci dall'Inghilterra, con la seguente incredibile lettera nella quale, non si comprende perchè, limitava al mar Nero e agli Stretti il campo degli accordi proposti anche per il Mediterraneo:

«Roma, 28 marzo 1878.

_Signor ambasciatore,_

È venuto oggi da me l'ambasciatore d'Inghilterra, e, per incarico avutone dal suo governo, mi ha fatto la comunicazione che già V. E. aveva annunciato.

In previsione dei mutamenti che la presente guerra può arrecare nell'equilibrio di forze finora mantenutosi in ordine alle comunicazioni tra il Mediterraneo e il Mar Nero, i governi più immediatamente interessati in quelle acque dovrebbero, secondo il pensiero del governo della Regina, essere concordi nel considerare la preservazione, per tale rispetto, dei loro interessi commerciali e politici, nel Mar Nero e negli Stretti, e, in conseguenza, qualsiasi atto che miri a violare quegli interessi, siccome questione di generale portata; e però di tempo in tempo, per quanto la cosa riesca praticamente possibile, dovrebbero procedere ad accordi circa le misure che fossero per essere necessarie per la preservazione di quegli interessi.

Ho risposto a sir Augustus Paget che il governo del Re annette molto pregio a tenersi col governo Britannico nelle più cordiali e intime relazioni; che senza dubbio l'Inghilterra e l'Italia hanno, in materia di commerci, degli interessi comuni per ciò che concerne il regime degli Stretti e del Mar Nero; che saremo quindi sempre lieti di ricevere e di prendere nella più seria considerazione le comunicazioni e le avvertenze che il governo della Regina fosse per farci pervenire in proposito; che, però, il governo di Sua Maestà non stimerebbe di poter prendere, a tale riguardo, degli impegni che possano condurlo ad una azione.

Della comunicazione fattami dall'ambasciatore britannico e della mia risposta, mi giova pigliar nota in questo mio dispaccio destinato a personale informazione dell'E. V. Gradisca ecc.

L. CORTI.»

Dinanzi alla inconsistenza della politica italiana, lord Derby — il quale aveva probabilmente fatto assegnamento sull'Italia per la riuscita del suo piano diplomatico, dove, secondo la promessa fatta all'on. Crispi, era certamente la garanzia degli interessi italiani dinanzi al ventilato ingrandimento dell'Austria, — dovette pensare molto male dei “nipoti di Machiavelli„, e si affrettò a dimostrarsi zelante degli interessi... austriaci. Tantocchè al Congresso riunitosi il 13 giugno di quell'anno 1878 in Berlino, nella seduta del 28 giugno fu uno dei plenipotenziarii inglesi, lord Salisbury, quello che “esaminata la gravità delle condizioni della Bosnia e dell'Erzegovina, e l'impossibilità nella Turchia di farvi fronte„, propose che “quelle due provincie fossero occupate militarmente e amministrate dall'Austria-Ungheria„.

E il principe di Bismarck — che forse aveva invano atteso chi gli continuasse i discorsi fattigli in nome del Re d'Italia dall'on. Crispi a Gastein e a Berlino — si affrettò ad associarsi, in nome della Germania, alla proposta del marchese di Salisbury.

L'Italia era assente; e il conte Corti che la rappresentava al Congresso, non seppe neppure tacere. Chiese al plenipotenziario austriaco, Giulio Andrássy, “se era in grado di fornire sulla combinazione proposta qualche ulteriore spiegazione dal punto di vista dell'interesse generale dell'Europa„. E lo Andrássy non rispose alla vana domanda, ma disse semplicemente “essere convinto che il punto di vista europeo, che aveva ispirato il governo austro-ungarico, sarebbe stato apprezzato dal gabinetto italiano, come era stato apprezzato dagli altri gabinetti„.

Non mancò neppure l'adesione della Francia. Il primo plenipotenziario di quella potenza, il signor Waddington, espresse l'opinione che “la combinazione indicata dal gabinetto inglese era la sola che assicurasse un'esistenza tranquilla alle popolazioni della Bosnia e della Erzegovina, e che l'intervento dell'Austria-Ungheria dovesse considerarsi come una misura di polizia europea„.

Quest'adesione non poteva mancare. Come l'Inghilterra ebbe l'isola di Cipro — con una convenzione stipulata con la Turchia precedentemente al Congresso (4 giugno) — la Germania cercò il suo vantaggio nel salvaguardare gl'interessi della Russia e accaparrarsene la riconoscenza — e l'Austria-Ungheria ebbe la Bosnia e l'Erzegovina, — così la Francia, negli accordi del retroscena, ebbe concessa la facoltà di occupare la Tunisia quando avesse voluto.

La concessione di questa facoltà — la quale spiega l'ambigua condotta tenuta nella questione tunisina dal gabinetto inglese, dinanzi alle rimostranze dell'Italia — è stata per molti anni affermata e negata. Ma dubitare di essa non si può più.

Il Gambetta — lo scrisse il gen. Cialdini il 26 giugno 1880 — “rammentò come all'indomani del trattato di Berlino la Francia fosse consigliata dal principe di Bismarck, fosse spinta, eccitata da lord Beaconsfield, a prendersi Tunisi, senza che la Germania e l'Inghilterra si preoccupassero punto nè poco delle aspirazioni e delle convenienze italiane„.

Il Waddington stesso ebbe cura di vantarsi di quella concessione, come di un grande successo della sua carriera. Ciò è ben messo in luce nella lettera che segue dell'ambasciatore Tornielli all'on. Crispi:

«Londra, 9 gennaio 1894.

Nella campagna elettorale che riuscì sfortunata per il sig. Waddington, questi, giustificando l'operosità sua a prò della Francia nel servizio diplomatico, addusse in una lettera pubblicata nei giornali, fra gli altri titoli di merito, lo aver egli durante il Congresso di Berlino e mediante una segreta stipulazione con l'Inghilterra, ottenuto per la Francia «carte blanche» a Tunisi, sicchè potè essere più tardi stabilito il protettorato francese senza che occorresse alcun incidente europeo.

Mentre era al governo lord Salisbury, quando io, in obbedienza alle insistenti istruzioni del R. governo, dovetti ripetutamente urtarmi contro le evasive sue risposte alle nostre comunicazioni intese a conseguire che il Gabinetto di Londra s'interessasse al par di noi nella questione di Biserta, non mancai di riferire che, a parer mio, questo ministro britannico che era stato plenipotenziario al Congresso di Berlino, doveva essere trattenuto in questa questione dai personali impegni colà presi appunto col sig. Waddington. Quelle che erano supposizioni, suggerite dal singolare contegno di lord Salisbury, divennero in me quasi una certezza durante un colloquio avuto con lord Rosebery nel luglio 1893, quando incidentalmente S. S. affermavami che l'occupazione della Tunisia per parte della Francia era stata, tra questa e le altre potenze, regolata all'epoca del Congresso di Berlino.

La lettera recente del sig. Waddington ai suoi elettori toglie di mezzo ogni incertezza. Non è l'antico ambasciatore francese a Londra persona tale da equivocare nell'uso di parole delle quali perfettamente conosce il proprio significato ed il valore. Non ho veduto il testo francese del suo scritto, ma ne ho sotto gli occhi la versione inglese data dal _Times_: «Finally, by a secret stipulation with England, I obtained _carte blanche_ for France in Tunis, which later on permitted us to establish there our protectorate without the occurrence of any european incident». Se il sig. Waddington ha scritto che una stipulazione segreta ha avuto luogo con l'Inghilterra, ciò vuol dire che un impegno scritto esiste. E le ultime parole da lui adoperate indicherebbero che altre Potenze dovrebbero averne avuta notizia senza muovere contro la medesima alcuna obiezione. Questa interpretazione sarebbe conforme a ciò che lord Rosebery ebbe a dirmi occasionalmente.»

È da notarsi che i plenipotenziarii italiani a Berlino ebbero un vago sospetto di accordi altrui relativi alla Tunisia, stipulati o in via di stipulazione. Infatti il 18 luglio 1878, cinque giorni dopo la firma del trattato, l'ambasciatore di Launay telegrafava a Roma:

«Il serait prudent d'avoir l'œil ouvert à Paris relativement à des combinaisons éventuelles se rattachant à Tunis.»

Questo avvertimento, trasmesso all'ambasciatore a Parigi, irritò questi, ch'era il general Cialdini, il quale rispose il 18:

«En réponse à votre télégramme d'avant-hier soir concernant la question de Tunis, j'envoie aujourd'hui à V. E. nouveau rapport aussi rassurant que possible. Je prie de faire savoir à S. E. l'ambassadeur de S. M. à Berlin qu'il serait prudent d'avoir l'œil ouvert sur le prince de Bismarck relativement à des combinaisons éventuelles se rattachant à la Hollande.»

L'ironia del gen. Cialdini era fuor di luogo, perchè la combinazione relativa alla Tunisia era un fatto reale; ma non a Parigi bisognava tener gli occhi aperti, siccome consigliava il di Launay: sarebbe stato, invece, più opportuno averli tenuti aperti a Berlino.

Il conte di Launay, il quale, se non un'aquila, era un diplomatico zelante, cercò di approfondire il mistero. Le informazioni, però, a lui fornite dai suoi colleghi, glielo resero impenetrabile.

L'ambasciatore inglese, lord Odo Russell, gli disse che “le idee della Francia per una presa di possesso della Tunisia, o almeno per un protettorato, avevano fatto notevoli progressi, e che bisognava badare a non lasciarsi sorprendere dagli avvenimenti„; il sig. Radowitz espresse l'opinione che delle “insinuazioni„ fossero state fatte al sig. Waddington, il quale aveva “_décliné d'entrer en pourparlers, même académiques_„. Cosicchè, facendo delle ipotesi per non potersi fondare sul sodo di notizie sicure, il di Launay argomentava che dal suo stesso punto di vista l'Inghilterra doveva desiderare che l'Italia, a preferenza della Francia, si rafforzasse nel Mediterraneo, e che eziandio la Germania avrebbe preferito che la Tunisia cadesse in mani italiane, anzichè in mani francesi. Quindi, niente paura. “È evidente — concludeva — che noi non potremmo consentire che la Reggenza divenisse provincia francese per essere all'occorrenza base d'operazione, sia ad organizzare insurrezioni nel nostro territorio, sia per paralizzare, in caso di guerra, i nostri movimenti nel Mediterraneo. La Francia ci stringe di già abbastanza con la Savoia, Nizza, l'Alto Delfinato, la Corsica, ecc., perchè possiamo consentire a farle prendere altre posizioni strategiche a nostro danno„.

La politica seguita dall'on. Benedetto Cairoli — che fu presidente del Consiglio quasi ininterrottamente dal marzo 1878 al maggio 1881 — mantenne l'Italia nell'isolamento. Le simpatie del Cairoli volgevano verso la Francia; ma mentre egli non otteneva ufficialmente che il governo di quel paese tenesse in equa considerazione gl'interessi italiani, mantenendo intelligenze e avendo quasi degli occulti compromessi con le individualità più spiccate del partito repubblicano _non al potere_, faceva gran conto di costoro, che facilmente, appunto perchè senza responsabilità pubblica, largheggiavano in proteste di amicizia. Di fronte all'Austria, egli, appartenente a famiglia lombarda nobilissima per patriottismo, non seppe, salendo al ministero, spogliarsi dei ricordi delle lotte passate e considerare l'ufficio con la serenità fredda e obbiettiva dell'uomo di Stato. Non risulta che egli facesse dell'irredentismo stando al governo; ma molti, i quali pubblicamente gli si dicevano amici, erano irredentisti militanti, e il complesso della sua azione accennava per lo meno a tolleranza verso le agitazioni anti-austriache, mentre il partito costituzionale e la stampa sua non reagivano con un vigore apprezzabile.