Politica estera: memorie e documenti
Part 5
Il nuovo impero germanico nulla ha da fare con l'antico, la bandiera di Ratisbona fu abbassata; la bandiera attuale è segnacolo di libertà e di unità, e ispira fiducia all'Italia. Conclusi proponendo un brindisi all'Imperatore, rappresentante dell'unità germanica, e alla perpetua amicizia della Italia e della Germania.
Parlarono poi Schulze-Delitzsch; l'ambasciatore d'Italia di Launay, e il borgomastro di Berlino, Dunker, il quale dopo aver ricordato che l'Italia fu madre di civiltà agli altri popoli, propose un saluto a Roma, applauditissimo.
_24 settembre._ — Alle 11 visita alle carceri correzionali. Divisione dei giovani dagli adulti — gli opifici comuni e le nicchie da letto — la sinagoga e la cappella — le celle ed il lavoro — trenta mestieri — le scuole — la cucina, l'infermeria — gl'impiegati — i soldati di guardia alla porta del carcere.
All'una, visita al principe di Bismarck.
Seguendo il consiglio del barone di Holstein salii all'appartamento del Gran Cancelliere. Appena introdotto, il Principe si levò, ci siamo stretti affettuosamente la mano, ed io:
— Non volevo lasciar Berlino senza avervi veduto.
— Ed io son venuto apposta a Berlino per darvi la promessa risposta.
Per la reciprocità, fra i due paesi, nel godimento dei diritti civili, sulla base dell'art. 3 del vostro Codice, noi siamo pronti a stipulare il trattato.
Mandate la regolare autorizzazione e faremo tutto.
— Non è questo solo che io desidero, e che il mio Re domanda. Che mi dite del progetto di alleanza tra il regno d'Italia e l'impero germanico nel caso che l'uno o l'altro o ambedue fossero attaccati dalla Francia?
— Non ho visto ancora il Re e non è cosa di cui potrò scrivergli. Bisogna parlargli e riceverne gli ordini a voce.
— Ma in Germania chi più potente di Bismarck? Se siete deciso, se ritenete che quello che io propongo è utile ai due paesi, il Re non ha motivo di esservi contrario.
— Io sono pronto a negoziare. Fatevi spedire il mandato e ci metteremo d'accordo per la stipulazione del trattato.
— Su quali basi? Quali dovranno essere i principii regolatori? E che faremo per l'Austria?
— Vi dissi, che per la Francia son pronto a trattare: per l'Austria no. La posizione nostra coi due paesi non è la stessa. Lo stato attuale della Francia è incerto. Nella lotta tra Mac-Mahon e il Parlamento non sappiamo chi riuscirà vincitore. Il General Presidente, col suo proclama elettorale, si è molto compromesso e non sappiamo se dalle prossime elezioni generali verrà una Camera monarchica. Un Re non si potrà sostenere che con l'esercito, il quale vorrà la rivincita....
— Ed io vi soggiungo che si appoggerà anche sul clero, il quale vorrà la restaurazione del potere temporale del Papa.
— Nissuno di cotesti pericoli possiamo temere dall'Austria, ed a noi conviene tenercela amica. Vado anche più in là: io non voglio neanco presumere che possa divenirci nemica. Del resto, se essa cangerà politica, il che non credo, avremo sempre tempo per intenderci.
— Limitiamoci dunque alla Francia.... Ma su quali basi dovrà essere il nostro trattato?
— L'alleanza dovrà essere difensiva ed offensiva. Non perchè io voglia la guerra, che farò tutto il possibile per evitare, ma per la natura stessa delle cose.
Immaginate, per esempio, che i francesi raccolgano duecento mila uomini a Lione. Lo scopo è manifesto. Dovremo noi attendere che ci attacchino?
— Va bene. Riferirò al Re le vostre idee, e manderemo i regolari mandati per la stipulazione dei due trattati.
— Pel trattato sulla reciprocità nello esercizio dei diritti civili nei nostri paesi, i poteri potrete mandarli a di Launay, per l'alleanza preferirei trattare con voi.
— Va bene. Di questo argomento parlerò a S. M. il Re e prenderò gli ordini suoi.
— Vidi Andrássy, e gli dissi che eravate stato da me, e che il Governo italiano vuol vivere in una buona amicizia coll'Austria. Ne fu lieto e mi incaricò di salutarvi.
Ragionando, gli riferii che l'Italia non vorrebbe che l'Austria si prendesse la Bosnia e l'Erzegovina.
— Gli affari russi vanno male, e quest'anno la campagna è finita. L'Austria non ha intenzione alcuna di muoversi.
Fareste bene di vedere Andrássy. Troverete in lui un buonissimo amico.
— Permettetemi, Altezza, che or v'intrattenga di un argomento il quale è di vitale interesse per l'Italia.
Pio IX è avanzato negli anni e non tarderà quindi a partire da questo mondo. Avremo forse presto un conclave per la nomina del successore. È vero, che voi, Governo protestante, non siete nella posizione dei governi cattolici per preoccuparvi della futura elezione del romano pontefice, ma nella Germania avete popolazioni cattoliche e clero cattolico e non potete disinteressarvi di quello che avverrà nel Vaticano.
— A me importa poco chi possa essere il successore di Pio IX. Un Papa liberale sarebbe forse peggiore di un reazionario. Il vizio è nell'istituzione, e l'uomo, chiunque esso sia, qualunque siano le sue opinioni e le sue tendenze, poco o nulla potrà influire nell'azione della Santa Sede. In Vaticano quella che domina è la Curia.
— Purtroppo è così, e voi avete dovuto farne la prova nella acerba lotta che avete durato dal 1870 in poi col clero cattolico. Noi italiani ve ne siamo grati.
— Ma io non posso parimenti esser grato al Governo italiano.
Voi avete messo il Papa nella bambagia, e nissuno lo può colpire.[9] Sin dal marzo 1875 noi avevamo richiamato l'attenzione del governo italiano sui pericoli che contiene, per le altre Potenze, la legge sulle guarentigie della Santa Sede.
[9] La frase del Principe fu precisamente questa: «Vous l'avez emboité dans le coton, et personne peut l'atteindre».
La questione è rimasta aperta.
— Come saprete, io combattei quella legge quando fu discussa in Parlamento.
Dopo lo scambio d'idee di minor importanza, ci siamo congedati con un arrivederci.
_24 settembre._ — Alle 8 pranzo a Potsdam — Il fidanzato della principessa Carlotta — Le fortificazioni di Roma — Principe di Sassonia-Meiningen.
_25 settembre._ — Pranzo da di Launay — Prima al Municipio.
«Berlino, 25 settembre 1877.
A S. M. IL RE D'ITALIA.
_Sire!_
In esplicazione del mio telegramma del 10 corrente e di quello d'oggi, sento il dovere di rassegnarle come io abbia adempiuto presso S. A. il principe di Bismarck alla missione affidatami da V. M. d'accordo col Presidente del Consiglio dei Ministri.
I temi della missione, i quali furono oggetto dei colloqui avuti il 17 a Gastein ed il 24 a Berlino erano questi:
Alleanza eventuale con la Germania nel caso di una guerra con la Francia o con l'Austria.
Accordi nella soluzione delle varie questioni che potran sorgere in conseguenza della guerra turco-russa in Oriente.
Parificazione dei tedeschi e degli italiani nell'esercizio dei diritti civili in ciascuno dei due Stati.
Il Principe fu assolutamente negativo per un trattato contro l'Austria. Lo accolse volentieri contro la Francia, quantunque esprimesse la speranza che quest'ultima Potenza saprà tenersi tranquilla e non vorrà rompere la pace europea.
Anch'io dichiarai che noi nutrivamo cotesta speranza; ma feci riflettere — ed il Principe fu del medesimo avviso — che in caso di un trionfo, nelle prossime elezioni politiche, del partito reazionario, e della possibile caduta della repubblica, il governo il quale gli succederebbe avrebbe bisogno di ricorrere alla guerra per rifarsi delle sconfitte del 1870, e per avere autorità nel suo paese.
In quanto al contegno dell'Austria verso di noi, il Principe se ne disse dolente ed espresse il desiderio che fra i due governi si potesse stabilire un accordo cordiale.
Avendogli intanto fatto osservare, che se dopo il 1866 l'Austria ha bisogno di pace, essa non potrà dimenticare i danni patiti e sentirà, in un avvenire più o meno lontano, la necessità di riprendere la sua posizione in Germania, Sua Altezza rispose voler credere che ciò non avvenga. Una sola ragione vi potrebbe essere di dissidio tra i due imperi, e sarebbe quella in cui l'Austria volesse incoraggiare col suo contegno un movimento in Polonia. L'Austria — disse il Principe — solletica le ambizioni della nobiltà polacca. Nulladimeno — soggiunse — le cose non sono al punto da suscitar pericoli. Lasciatemi aver fede in quel governo. Se venisse il giorno che le mie previsioni fosser deluse, avremmo sempre tempo per intenderci, e potremmo allora stipulare un'alleanza.
La mia convinzione è che il Principe vuol tenersi stretto all'Austria, e parmi poter dedurre dalle sue parole che egli intenda esser d'accordo col gabinetto di Vienna, e vorrebbe che anche noi lo seguissimo in cotesta politica. La lontana ipotesi di una rottura fra i due imperi non mi parve conturbare l'animo di S. A. In quanto all'Italia mi dichiarò francamente che se Essa rompesse con l'Austria se ne dorrebbe, ma egli non farebbe la guerra per questo.
Sulle cose d'Oriente il Principe dichiarò che la Germania è disinteressata e che, in conseguenza, S. A. accetterebbe qualunque soluzione, la quale non turbasse la pace europea.
Immantinenti risposi, che l'Italia non potrà dirsi disinteressata anch'essa. Parlai allora delle voci in corso di mutamenti territoriali e delle proposte russe di far prendere all'Austria la Bosnia e l'Erzegovina onde averla amica.
Sul proposito ricordai le condizioni in cui ci troviamo dopo il trattato di pace del 1866 e come ogni aumento di territorio pel vicino impero sarebbe al nostro paese di danno. Le nostre frontiere, io dissi, sono aperte ad oriente, e se l'Austria si rinforzasse nell'Adriatico noi saremmo stretti come da una tenaglia e non saremmo punto sicuri.
Soggiunsi: «Voi dovreste aiutarci in questa occasione. Noi siamo fedeli ai trattati e nulla vogliamo dagli altri. Voi dovreste domani dissuadere il conte Andrássy da ogni desiderio di conquiste nel territorio ottomano».
Il Principe rispose ch'egli non voleva discorrere con Andrássy di tutto ciò, cotesti argomenti potendo essere dispiacevoli al Gran Cancelliere austriaco. Crede però che un accordo sarebbe possibile e propone, nel caso in cui l'Austria avesse la Bosnia e l'Erzegovina, che l'Italia si prendesse l'Albania, od altra terra turca sull'Adriatico.
Nel colloquio di ieri avendo discorso nuovamente delle varie materie trattate a Gastein, il Principe, mentre ero per congedarmi, mi dichiarò ch'egli aveva parlato col Cancelliere austriaco della nostra opposizione a che l'Austria prendesse la Bosnia e l'Erzegovina. E soggiunse: «Andate a Vienna. Son sicuro che potrete intendervi col conte Andrássy».
Un viaggio a Vienna è necessario per conoscere meglio le intenzioni dell'Andrássy sul problema orientale e per vedere se un accordo con l'Austria sarebbe possibile. Lo farò dopo essere stato a Londra, dove andrò domani, siccome ho già telegrafato a V. M.
Sulla parificazione dei tedeschi e degli italiani in ciascuno dei due Stati, nello esercizio dei diritti civili, il Principe non fece alcuna obbiezione, anzi l'accolse di buon animo. Il Principe mi parlò di un trattato che la Germania ha con la Svizzera, credo per i cittadini di Neuchâtel, e vorrebbe che lo prendessimo a base di quello che dovrebbe essere stipulato tra l'impero di Germania e il regno d'Italia.
Pel trattato eventuale di alleanza contro la Francia il Principe mi disse che avrebbe preso gli ordini dall'Imperatore. Per quello speciale per l'esercizio dei diritti civili, desidera che sia fatto presto, ed in conseguenza che se ne diano da V. M. i poteri al conte di Launay.
Altri argomenti di minore importanza furono discussi il 17 e il 24 corrente, ma tralascio di parlarne perchè dovrei estender molto i limiti di questa lettera. Ne farò una speciale esposizione a V. M. al mio ritorno in Italia in quella udienza che la M. V. si degnerà di accordarmi.
Sempre agli ordini di V. M., mi ripeto con tutta devozione e con affettuoso rispetto, etc.»
_26 settembre._ — Visita di congedo al segretario di Stato Friedberg e al ministro di Bülow.
_27 settembre._ — Prima di lasciare Berlino invio il seguente telegramma:
«A S. M. L'IMPERATORE GUGLIELMO.
Baden-Baden.
Essendo sul punto di dire addio alla Germania, sento il vivo rincrescimento di non aver potuto ossequiare personalmente Vostra Maestà, e l'obbligo di ringraziare vivamente la M. V. come capo supremo della grande nazione per le prove di simpatia date all'Italia dal nobile popolo tedesco.
FRANCESCO CRISPI.»
Parto da Berlino alle 10.45 di sera dalla stazione di Potsdam. A Potsdam il sonno mi coglie malgrado il freddo intenso.
_27 settembre._ — Mi risveglio a Kreiensen.
Alle 5 pom. siamo ad Ostenda; alle 8 ½ c'imbarchiamo per l'Inghilterra.
_28 settembre._ — Giungo alla stazione di Connon-Street alle 4 del mattino.
Il marchese Menabrea — Alla ricerca di Stansfeld — Presentazione all'Athenaeum Club — Carte da visita allo Speaker, al lord Chancellor, al lord Chief-Justice, a lord Beaconsfield, a lord Derby.
«Roma, 26 7.bre 1877.
_Caro Crispi_,
La mia salute s'è guastata a Stradella. Era uno de' soliti attacchi artritici che fu da me trascurato e mal curato dal medico. Costretto a recarmi a Roma ove la mia presenza era necessaria, ho inasprito il mio male colla fatica del viaggio, e a Roma l'attacco artritico si estese ai visceri. La malattia era nojosa e minacciava d'essere lunga quantunque non fosse grave. Vinse, però, la mia buona natura e mediante purganti e senapismi il male si è mitigato. Non posso ancora reggermi in piedi, ma è affare di qualche giorno. Fra tre o quattro giorni sarò intieramente libero considerandomi adesso in piena convalescenza.
Il tuo viaggio avrà questo notevole risultato: la diplomazia ha cominciato a conoscerci, a renderci giustizia, a trattare apertamente con noi. Fummo lungamente cospiratori per l'unità del nostro paese, siamo stati rispettati come deputati di parte liberale, ora otterremo di essere apprezzati come uomini di governo. Quando sarai qui c'intenderemo per rendere fruttuoso e sicuro il risultato della tua missione.
Ora eccoti alcune notizie che è bene tu sappia per regolare l'epoca del tuo ritorno a Roma.
E prima delle cose interne.
Zanardelli aveva offerto le sue dimissioni perchè gli avevo telegrafato che il ritardo nella stipulazione delle convenzioni era una calamità. Risposi con moderazione ed ottenni il suo assenso a proseguire i negoziati. Spero dunque ancora di conchiudere senza attraversare una crisi.
Da Mancini spero poco perchè non spero che la sua salute si ripristini completamente. Sarà uno dei nostri più grossi fastidj.
Ma vi è un altro guajo.
Venne a Roma Cialdini e si mostrò molto malcontento di Mezzacapo per le giubilazioni nell'esercito, e di Nicotera pei settanta commendatori, e parlò della sua dimissione non immediata, ma fra breve. La dimissione di Cialdini ci farebbe molto male ed è perciò che se ritornando in Italia passi da Parigi faresti bene a vederlo ed a persuaderlo di non toglierci il suo appoggio. Egli mi disse di averti parlato e che tu gli hai detto che un allargamento dei quadri sarebbe stato accettato dalla Camera. Io non so se la cosa sarebbe passata facilmente, e non voglio sostenere che nelle disposizioni date da Mezzacapo non ce ne siano di sbagliate, ma il certo si è che qualche cosa bisognava fare, e che adesso bisogna ad ogni costo impedire che il generale Cialdini si dimetta. Sai che il partito ha accolto bene i provvedimenti di Mezzacapo e che un atto ostile contro di lui ferirebbe e partito e ministero e forse aprirebbe una breccia per la quale potrebbero entrare i nostri avversarii politici.
Venendo alle cose estere, è bene che sappi che di Launay ha scritto a Melegari della tua visita a [Bismarck][10] e fece notare le parole che [Bismarck] disse ad [Andrássy]. Quelle parole sono però diventate per noi un programma, all'attuazione del quale è d'uopo adoperarci. Purtroppo non conosciamo la risposta di [Andrássy] e certo a [Vienna] le nostre esigenze incontreranno opposizioni vivissime; ci vorrà da parte nostra molta abilità, molta fermezza, ed anche un po' di fortuna per riuscire.
[10] Le parole entro parentesi sono cifrate nell'originale. _(N. d. C.)_
Le osservazioni che a questo proposito tu hai fatte a [Bismarck] bisognerà che le faccia con prudenza a [Derby]. Colla [Inghilterra] noi abbiamo molti interessi comuni, nessun interesse contrario. Vivissimo è il nostro desiderio di mantenerci con essa in perfetto accordo. E questo è anche il nostro interesse, poichè quando fossimo involti in una guerra l'amicizia del [Inghilterra] è la sicurezza delle nostre [piazze], cioè delle nostre grandi città.
Tu parlando con gli uomini di Stato [Inglesi] potrai toccare un argomento delicato e che non devesi sviluppare se non si presenta occasione propizia e sempre adoperando molta prudenza.
In questi ultimi tempi fummo male giudicati da una parte della stampa inglese. Vi fu chi sospettò un'alleanza dell'Italia con l'Austria, alleanza che non ha mai esistito nel pensiero di nessuno. Ultimamente il _Foreign Office_ pubblicò un manifesto sui passaporti che i sudditi inglesi erano invitati a ritirare quando volessero recarsi in Italia. Quell'annunzio era un'offesa immeritata all'Italia e al suo Governo che sempre ha accolto, ed accoglierà sempre i sudditi britannici colla più grande simpatia. E non siamo noi gli avversarj del papato, che è il più antico nemico dell'Inghilterra? — Ora, molti credono in Italia che questi umori dipendono in gran parte da una sola persona. Noi non godiamo le simpatie dell'attuale Ambasciatore britannico a Roma, che è un amico intimo dei nostri avversarj politici.
Su questo punto, ed anche perchè ne dica una parola al nostro Ambasciatore, io mi rimetto alla tua prudenza.
Io ti sarò molto grato se vorrai telegrafarmi da Londra quello che vi si pensa sul risultato delle prossime elezioni in Francia. Questi pronostici mi saranno utili anche dal punto di vista finanziario.
E ti prego ancora di telegrafarmi il tuo itinerario per mia norma, e il giorno in cui speri di poterti trovare a Roma. La situazione parlamentare io la spero buona perchè la situazione delle finanze è buona: ma questo non è che un lato del problema che dobbiamo risolvere, e per consolidare al potere il partito liberale occorre ancora studio e lavoro non poco e fatica molta.
Credimi sempre
l'aff.mo tuo
A. DEPRETIS.
_P.S._ Telegrafa la ricevuta di questa per mia quiete.»
«Londra R 1 / 10 dº dº
_(Telegramma)._
Ho tua lettera.
Telegraferò mio ritorno, dopo che avrò visto Derby.
CRISPI.»
«Londra, 3 ottobre 1877.
_Caro Depretis_,
Ebbi ieri la tua lettera.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Vedrò Cialdini al mio passaggio da Parigi, e se affretterò il mio ritorno tenterò di vederlo in Italia.
Parlammo con lui dell'esercito e della difesa del paese.
Non si mostrò contento delle disposizioni date da Mezzacapo. Ma venendo ai particolari convenne che molti dei giubilati erano ferri vecchi, e che quei messi in disponibilità o trascurati potrebbero alla prima occasione essere rimessi onorevolmente a posto.
In verità, al Ministero della Guerra si fu poco rispettosi degli elementi che venivano dalla rivoluzione, mentre si usarono tutti i riguardi a coloro che fino al 1860 furono nemici nostri. Che ti pare di Pianell, il quale comanda Verona, alle porte d'Italia, a pochi passi dal Tirolo? Ed aggiungi, che è una fortezza, cotesta, che avrebbe dovuto esser distrutta, e che gli austriaci ambiscono, che riprenderebbero alla prima occasione, e che facilmente muterebbero a nostra offesa. In Germania mi dicevano che non si è voluto atterrarla per non dispiacere al Pianell.
Comunque sia, coteste son cose che accomoderemo.
Cialdini se ne persuaderà ed io metterò tutta l'opera mia, perchè egli non proceda ad un atto che sarebbe interpretato a nostro danno.
Io non poteva nascondere a di Launay ch'ero stato con Bismarck. Siccome ti telegrafai, tenni a lui solamente segrete le trattative per l'alleanza contro la Francia. Egli però mi portò sempre a leggere le lettere ed i telegrammi, prima che fossero spediti. E voglio credere che tu li abbia letti tutti.
Bisogna assolutamente andare a Vienna e vedere Andrássy. Colà il partito militare è deciso, appena glie se ne offrirà l'occasione, di occupare la Bosnia.
Il Governo germanico non si oppone, ma non ha dichiarato che lo permetta. Anche qui non erano contrarii, a quanto me ne dice Menabrea, ma quando seppero che noi non potevamo permetterlo senza compenso territoriale alle Alpi, finirono per darci ragione.
In tale stato di cose un linguaggio franco e risoluto, una dichiarazione che li assicuri del nostro consenso e del nostro aiuto a condizioni nettamente determinate, ci dovrà giovare, e non potrà nuocere.
Io mi sento la potenza di farlo cotesto discorso e se tu consenti prenderò la via di Vienna. Se pensi altrimenti farò subito ritorno in Italia. Su questo attendo un tuo cenno col telegrafo, all'arrivo della presente.
Disraeli è malato. Derby è a Liverpool ed attendo un suo avviso per sapere il giorno in cui ci potremo vedere. Farò a lui le osservazioni opportune sull'argomento di cui più innanzi ti ho intrattenuto, e non dubito della favorevole di lui risposta. Mi verrà agevole discorrere di tutto ciò, dopo che so ch'egli è ben disposto.
La stampa inglese non ci è stata amica, e ne siete colpa un po' voi, perchè non l'avete curata e l'avete lasciata in balìa dei moderati. Ed in questo paese i giornali sono potentissimi, e bisogna saperne far conto. E vedi in proposito di ciò qualche cosa che mi riguarda. Ieri il Times pubblicò un telegramma del suo corrispondente romano, nel quale si dice che il mondo officiale e diplomatico di costà è male impressionato dei miei discorsi in Berlino e del mio telegramma all'imperatore Guglielmo. Cotesto è un eco di alcune parole dell'_Opinione_ del 29, che i vostri giornali lasciarono passare.
I miei discorsi a Berlino furono costituzionalissimi e corretti. Nelle alte sfere ne furono contentissimi e me n'espressero la loro approvazione.
Del mio telegramma all'Imperatore ne parlai al ministro Bülow ed al barone Holstein, e non solo nulla mi osservarono sulla forma, ma si compiacquero che io abbia fatto risalire all'Imperatore il merito delle dimostrazioni fatte a me ed all'Italia dalla rappresentanza del popolo tedesco.
Ed aggiungi che questa volta anche l'etichetta di Corte fu messa da parte. Appena la Principessa Imperiale mi seppe a Berlino, mandò persona sua per manifestarmi il desiderio di una mia visita. E siccome l'Imperatore ed il Principe erano al campo delle manovre, essa tenne per me un pranzo alla residenza di Potsdam. A me personalmente tutto ciò poco importa, ma io ne son lieto pel mio paese e pel mio partito.
Farò al _Foreign Office_ le tue dichiarazioni, e vedrò anche d'interessarne Menabrea, perchè possa anche lui togliere la cattiva impressione prodotta per l'affare dei passaporti. Non trascurerò cotesto argomento quando vedrò il conte Derby.
Avrai le notizie che mi chiedi sulle elezioni generali di Francia. E saprai il mio itinerario appena mi avrai telegrafato alla ricezione di questa mia.
Godo che lo stato delle finanze sia buono. Con la buona finanza potremo fare delle grandi cose. Pel resto, lascia a me la cura. Alla Camera tutto procederà in regola.
Ed ora lascia che ti stringa cordialmente la mano.
L'aff.mo tuo
F. CRISPI.»
_4 ottobre._ — Visita a Woolwich.