Politica estera: memorie e documenti

Part 4

Chapter 43,644 wordsPublic domain

Eccoti come sono andate le cose:

Giunsi in questa città il 14 alle 7 del mattino. A mezzogiorno fui a trovare il barone Holstein, al quale manifestai il desiderio di vedere il principe di Bismarck. Egli affacciò varie obiezioni di forma e di sostanza.

Il Principe è a Gastein. Una visita colà, essendo una località molto piccola, salterebbe agli occhi di tutti e darebbe occasione ad ampi commenti alla stampa europea. Sarebbe più conveniente vederlo qui, in una grande città molte cose potendo farsi senza che il pubblico se ne avvegga. Soggiunse che il Principe sarebbe lieto di vedermi e di parlarmi, essendo già stato avvertito del mio viaggio in Germania.

Queste erano le obiezioni sulla sostanza.

In quanto alla forma, l'Holstein fu d'avviso che bisognava valersi dell'opera del barone di Bülow per chiedere una udienza al Principe. Nel ministero degli esteri havvi disciplina e non si osa fare cosa alcuna fuori della gerarchia.

— «Del resto il di Bülow, egli concluse, è nella piena confidenza del Principe, anzi in questi tempi egli è il vero ministro degli affari esteri in assenza del gran Cancelliere».

Fui introdotto dal sig. di Bülow. È un uomo sui sessant'anni, gentilissimo, che mi accolse come un vecchio amico.

Egli sapeva che sarei venuto a Berlino, essendone stato informato dal conte Launay.

Dopo una discussione generica sugli interessi politici della Germania e dell'Italia, dopo aver convenuto che le due nazioni, avendo gli stessi principii a sostenere, lo stesso nemico a combattere, debbano essere unite e concordi, il di Bülow promise che avrebbe scritto al Principe e che lo avrebbe prevenuto del mio desiderio di vederlo.

Il 15, di Bülow ed Holstein vennero a cercarmi all'albergo, ma io era uscito. L'Holstein mi scrisse allora che doveva darmi qualche notizia.

Andai subito e seppi che il Principe aveva risposto affermativamente e che mi aspettava a Gastein. Senza metter tempo in mezzo, la sera alle 8 partii e in 17 ore fui a Monaco, donde mi recai a Salisburgo, pernottandovi.

Il 17 alle 9,45 del mattino presi la via di Lend, dove arrivato alle 2 p. m. fittai una vettura, la quale in sei ore mi portò a Gastein.

Da Lend salendo la montagna dalla quale si precipita l'Ache, la strada è difficile ed i cavalli stentano a camminare. Si entra in una gola detta il _Klamm-Pass_, stretta, scura, fredda, donde poi si esce nella vallata di Gastein, tortuosa, lunga parecchie miglia. Le cime del _Klamm-Pass_ ed i monti che chiudono la vallata erano ricoperti di neve ed io non mi ero provvisto di forti abiti, onde ripararmi dal freddo.

Giunto a Gastein, che è alla fine della vallata, anzi sotto la cima del _Reichenberg_, ero stanco e mi sarei volentieri riposato. Nonostante, trasmisi una mia carta e poscia scrissi un biglietto al principe di Bismarck, il quale mandò subito il suo segretario per scusarsi che non poteva venire lui stesso di persona per la sua malferma salute, ma che mi avrebbe subito ricevuto.

Andai e stemmo insieme dalle 7 ½ alle 10 di sera, discorrendo di tutto ciò che d'interessante presenta l'Europa e che, per quanto specialmente ci riguarda, troverai in sunto nei miei precedenti telegrammi.

Della nostra conferenza avrai una ampia relazione. Per ora ti dirò che, se per la questione d'Oriente non esiste un trattato scritto fra i tre imperatori, sono fissate, però, da loro le condizioni secondo le quali in date evenienze la questione medesima deve esser sciolta. Se la Russia si avanzerà, l'Austria occuperà la Bosnia e l'Erzegovina e, in caso d'una ripartizione del territorio turco, se le annetterà. Avendo io osservato che l'Italia non potrebbe vedere con indifferenza l'ingrandimento dell'Austria alla sinistra dell'Adriatico, Bismarck mi rispose:

«_Prendetevi l'Albania_».

Ed avendogli dichiarato che non ci pensavamo punto e che bisognava ch'egli si frapponesse affinchè ci fosse dato un compenso con una rettificazione delle frontiere dalla parte delle Alpi, mi osservò che di ciò non si poteva parlare a Vienna e che la Germania, amica delle due potenze, doveva desiderare e procurare la pace tra l'Austria e l'Italia, e che nello stato attuale e finchè l'Austria non mutasse politica, doveva tenere il silenzio per non suscitare sospetti.

Ora, io sarei d'avviso che stante gl'insuccessi russi ed in previsione d'una ripresa d'armi in primavera, convenisse parlar chiaro e franco a Vienna e Londra, e dir netto il nostro pensiero. Intanto, bisognerebbe affrettare i nostri armamenti e provare che anche noi abbiamo tutti gli argomenti per farci ascoltare.

La mia corsa da Berlino a Gastein fu un mistero. A Salisburgo ed a Gastein agli alberghi non fu rivelato il mio nome.

Di Launay seppe della mia visita a Bismarck, ma secondo le tue istruzioni gli tacqui il vero scopo della visita.

E qui fo punto per oggi, e cordialmente ti saluto.»

Alle 8 di sera viene il dottor Valeri per dirmi che la Principessa imperiale desiderava una mia visita.

Risposi che mi sentivo onorato della cortese manifestazione della nobile Principessa e che lasciavo a S. A. I. di fissare il giorno che avrei potuto vederla.

Il Valeri disse che la Principessa era invaghita dell'Italia e che ne seguiva con amore i progressi. Lieta della visita a Berlino del Presidente della Camera Italiana, S. A. I. avrebbe gradito che egli si fosse recato a Potsdam.

Pregai il cortese messaggero di ringraziare l'illustre Principessa e di dirle che sarei stato fortunato di poterle ripetere a voce l'omaggio della mia devozione.

_Berlino, 21 settembre._ — Il telegramma di ieri dell'on. Depretis non essendo soddisfacente replicai col seguente:

«Ebbi tuo laconico dispaccio telegrafico. S. M. il Re fu più gentile di te. Avverti che di Launay ignora trattative alleanza contro Francia».

Il sig. di Holstein mi scrive:

«_Berlin, 21 sept. 1877._

_Monsieur le Président_,

Pouvant parfaitement imaginer à quel point toute tentative de vous trouver chez vous serait une pure formalité, je me permets de m'annoncer d'avance, pas par égard de la personne du soussigné, mais parce que j'ai quelque chose à communiquer.

J'aurai donc l'honneur de passer chez vous demain samedi vers deux heures.

Dans le cas où cela viendrait à déranger des combinaisons antérieures, je vous prie de croire que je serai ici à votre disposition depuis midi à 5 heures.

Veuillez agréer, monsieur le Président, l'expression de mes sentiments de très haute considération.

HOLSTEIN.»

All'una pomeridiana vado dal sig. di Holstein; mi dà la notizia che il principe di Bismarck sarebbe venuto a Berlino.

Mi chiede quale impressione aveva io portato del mio viaggio a Gastein. Gli rispondo che n'ero contentissimo e che speravo, al prossimo ritorno del Principe alla capitale, di potermi confermare in quei convincimenti che avevo tratti dal mio colloquio con S. A. pel bene delle due nazioni.

Il sig. di Holstein è d'avviso che difficilmente avrei potuto rivedere il principe di Bismarck. Questa volta S. A. sarà molto occupato e difficilmente avrà tempo a ricevere. Nulla di meno potrebbe fare una eccezione.

L'Holstein ha l'incarico di dirmi che S. A. R. e I. la principessa Vittoria desiderava una mia visita e che facilmente mi avrebbe invitato a pranzo al palazzo di Potsdam. Egli soggiunge che non avrei tardato a ricevere l'invito.

Ritornato all'albergo, trovo una lettera del deputato Dernburg che mi annunzia per domenica, 23, il banchetto parlamentare. La lettera è così concepita:

«_Berlin, den 21 sept. 77._

_Monsieur le Président_,

Vous avez bien voulu accepter le petit banquet, que les membres du Reichstag et du Landtag, présents à Berlin, ont eu l'honneur de vous offrir comme témoignage des leurs sympathies pour vous, Monsieur le Président, pour vos collègues et pour votre grande et belle patrie.

Puisque vous avez eu la bonté de nous laisser le choix du jour, nous nous avons proposé le dimanche prochain. Nous nous permettrons de venir vous chercher à cinq heures moins un quart.

Je suis heureux de pouvoir vous exprimer, au nom de mes collègues et dans mon nom personnel, le vif plaisir et la grande satisfaction que votre présence en Allemagne nous inspire. J'en tire les meilleurs conséquences pour les relations futures des deux peuples déjà si étroitement unis.

Agréez l'expression de ma considération la plus distinguée avec laquelle je suis, Monsieur le Président, votre très dévoué

F. DERNBURG

membre du Reichstag et chef rédacteur de la _Nationalzeitung_.»

Rispondo così:

«Kaiserhof, ce 21 7mbre.

_Monsieur et cher collègue_,

En remerciant vous et vos collègues, au Reichstag et au Landtag, de l'honneur que vous me faites, j'accepte l'invitation et je vous attendrai à l'hôtel dimanche 23 courant à l'heure que vous m'avez indiquée. Agréez, monsieur, mes salutations bien cordiales».

Scrivo all'on. Depretis:

«Il conte di Launay, avendo ricevuto un biglietto dal Maresciallo di Corte, il quale annunziava che la Principessa mi voleva a pranzo la sera di domenica 23, egli venne ad informarmene.

La coincidenza dei due inviti ci mette in imbarazzo, non sapendo come svincolarci dall'uno o dall'altro. L'ambasciatore di S. M. assume l'incarico di trovar modo a risolvere il problema».

La sera, ad ora tarda, ricevo da Roma il seguente dispaccio dell'on. Depretis in risposta al mio del mattino:

«Mio laconismo solito cresce maggiormente per malattia che mi tiene da otto giorni obbligato a letto. Ma tu devi dargli interpretazione come attestato di prudenza che non esamina e riconosce per opera tua il risultato del colloquio del quale mi hai dato notizia. Lasci in sospeso una grave quistione e la più urgente. Procura, se non puoi ottenere altro, di lasciare un addentellato che ci permetta di ritornarci sopra e d'insistere.[5] Pare a me si dovrebbe comprendere che nella questione Orientale non è possibile rimanere indifferenti ad una soluzione che ingrandisce Austria».

[5] Siccome avevo scritto a Depretis, la questione alla quale allude era stata ampiamente trattata. (Vedi mia lettera del 20 settembre).

Immediatamente risposi telegrafando così:

«Con vivo rincrescimento apprendo tua malattia. Eventuale ingrandimento Austria fu trattato e può essere ripreso.[6] Bisogna però trattare a Vienna e Londra la questione».

[6] Nella stessa lettera del 20 settembre parlo delle mie obiezioni ai proposti acquisti dell'Austria e riferisco le risposte del principe di Bismarck.

_22 settembre._ — Pel pranzo a Potsdam e pel pranzo parlamentare fu trovata una conveniente soluzione, grazie a S. A. I. la principessa Vittoria, che diede la priorità alla rappresentanza nazionale.

Il conte di Launay mi scrive su cotesto argomento:

«Tutto è regolato per lo meglio. In risposta al mio dispaccio al Maresciallo di Corte, ricevo l'avviso che l'invito a Potsdam è rimesso a lunedì».

Il signor Federico Goldberg, corrispondente di varii giornali tedeschi e stranieri, avendomi domandato un colloquio consentii che fosse venuto a vedermi.

Giunto all'ora indicatagli mi domandò prima di tutto se io fossi qui con una missione del governo italiano presso quello dell'Imperatore germanico e se ero contento della mia visita a Berlino. Risposi ch'ero venuto nella capitale dell'impero germanico senza alcun incarico officiale, e che ero soddisfatto del mio viaggio, perchè avevo potuto constatare personalmente le simpatie dei tedeschi per l'Italia.

Il sig. Goldberg lodò la politica italiana. Disse che nelle condizioni dell'Europa era molto difficile il mantenimento della pace e che per la Germania e per tutte le altre nazioni una guerra avrebbe potuto riuscire disastrosa, perchè non ben definite ma incerte ancora le alleanze.

Avendomi chiesto che cosa io pensassi della guerra turco-russa, risposi:

— È un atto di prepotenza alla quale l'Europa assiste impassibile. Ciò non sarebbe avvenuto senza la dissoluzione delle antiche alleanze.

— Avete ragione, ma l'impero tedesco non può condursi altrimenti. La Germania non ha alcun interesse in Oriente, e se prendesse parte per la Turchia ne avremmo la guerra generale, perchè la Francia avrebbe facile pretesto per correre sul Reno e vendicarsi delle sconfitte patite al 1870. Vi assicuro, però, che ai tedeschi non è simpatica la Russia e che le perdite da essa subite sul Danubio hanno fatto piacere alla nostra popolazione.

— Non comprendo tutto ciò. Al 1870 la Russia, restando neutrale, influì ai vostri trionfi. Se la Russia fosse intervenuta anche diplomaticamente — e il povero Thiers fece tutto il possibile per riuscirvi — l'esercito tedesco non sarebbe giunto a Parigi. Voi dovreste in conseguenza essergliene grati.

— È purtroppo così; ma bisogna distinguere i tedeschi dalla Corte imperiale di Germania, i primi avversarii, l'altra amica della Russia.

Le frontiere della Russia sono rigorosamente chiuse alle nostre merci ed ai nostri cittadini. Voi non potete immaginare quante noie diano la polizia ed i doganieri russi ai tedeschi e quanto sia difficile viaggiare in Russia.

Ora, coteste voci si ripetono tutti i giorni e tutti i momenti, e siccome il popolo giudica dai fatti che toccano da vicino i suoi interessi, così le antipatie aumentano in proporzione del danno che esso riceve.

— È possibile tutto ciò, ma la Germania ha vincoli politici con la Russia e bisogna che tutte e due sappiano intendersi e procedere d'accordo.

La Prussia è interessata come la Russia a mantenere le provincie acquistate sul finire del secolo XVIII nel riparto della Polonia. Or bene, a cotesto scopo le Corti di Berlino e di Pietroburgo sono costrette a fare una eguale politica.

— No, voi v'ingannate. Cotesto è un affare d'interna amministrazione e la Germania non ha bisogno dell'ausilio degli altri per garentire i suoi possedimenti nelle provincie dove le popolazioni non sono tutte tedesche. Nella Prussia occidentale e nel ducato di Posen, i veri polacchi sono in campagna e questi sono docili, operosi ed obbedienti. Ivi i signori non hanno una vera influenza.

Le città sono in gran parte germanizzate. A Posen è tedesca metà della popolazione, e a Danzica se i polacchi sono in maggioranza, non per questo sono temibili (_ils ne sont pas à craindre pour cela_). La città fiorisce pei suoi commerci, e la popolazione non ci guadagnerebbe a separarsi dalla Germania.

Del resto, Danzica ha una forte guarnigione, e una piazza militare di prim'ordine ed in conseguenza non è facile a prendersi, e ricordate quello che ci volle al 1813 per farla capitolare.

— Che la Germania nella Prussia occidentale possa in tempi ordinarii mantenere la sua autorità, non ho ragione di contrastarlo. Dubito, però, che ciò possa fare in caso di una rivoluzione.

Ricorderete certamente la insurrezione polacca del 1863 e non avrete dimenticato che, allora, Prussia e Russia credettero necessario un trattato [7] per cooperare a reprimerla. Le insurrezioni sono contagiose, massime quando sono animate dal principio di nazionalità.

[7] Trattato dell'8 febbraio 1863.

— Ma al 1863 non avevamo la Germania.

— Sia pure, ma bisogna anche ricordare che nelle provincie di origine polacca la popolazione è cattolica ed i cattolici danno molto da fare. Fra i cattolici, il clero e la popolazione di Posen sono i più attivi ed i più arditi.

— Questa è tutt'altra cosa. Il partito cattolico è forte in tutta la Germania; ha danaro, ha giornali, ha una potente organizzazione. Il partito cattolico però costituisce una vera minoranza in tutto l'impero. Può dare fastidii, ma non sarà mai temuto. È un partito come un altro, il quale è obbligato a rispettare le leggi e però può essere tenuto a freno.

— Permettetemi intanto di farvi osservare che nelle provincie polacche la questione è del tutto diversa.

Nelle provincie tedesche i cattolici sono tedeschi ed essi non possono volere la caduta dell'impero. I cattolici polacchi nulla hanno di comune con la Germania; la loro patria è altrove e nella lotta religiosa troverebbero anche il modo di rivendicare la loro nazionalità.

— Convengo con voi sulla gravità della questione, ma il principe di Bismarck sa il suo mestiere e ne ha dato prove in tutte le occasioni. A lui non riuscirà difficile tenere i polacchi al posto, qualora volessero turbare la pubblica pace. Nel novembre 1870, il clero di Posen, con lo arcivescovo alla testa, prese l'iniziativa per una agitazione in favore del potere temporale del Papa. Fu un inutile conato innanzi alla ferrea volontà del Principe. Il movimento si estese, ma non prese mai forma politica. Vennero le leggi di maggio col voto di tutti i partiti nazionali e col plauso di tutta la Germania ed altre leggi verrebbero, se mai fossero necessarie. Il Principe era interessato a mantenere salda l'amicizia della Germania coll'Italia, ed i cattolici dovettero cedere ed obbedire.

— Come italiano io devo essere riconoscente al governo tedesco pel suo contegno in tutto ciò che possa interessare il mio paese. Ma voi non avete trovato ragioni sufficienti per convincermi che, nella questione polacca, la Russia e la Prussia non abbiano bisogno di procedere d'accordo.

Dopo ciò, mi sono alzato ed il mio interlocutore comprendendo quale fosse il mio desiderio, si è congedato.

Vedo il di Holstein e lo prego a volermi avvisare se e quando potrei vedere il principe di Bismarck.

_23 settembre._ — Ricevo la seguente lettera del signor di Holstein.

«_Monsieur le Président_,

Le Prince part dans l'après midi de demain, lundi, plus tôt qu'il n'en avait eu l'intention. Cependant il espère vous voir encore. Peut-être aurez vous l'obligeance de venir me trouver un peu avant une heure. À une heure, le Prince compte être libre. Veuillez agréer, monsieur le Président, l'expression des mes sentiments de très haute considération.

Dimanche.

HOLSTEIN.»

Alla mezza mi recai dal sig. di Holstein, nell'ufficio della Grande Cancelleria. Egli mi annunziò che il Principe era molto occupato e che non aveva potuto ricevere alcuni ministri esteri. Soggiunse che mi riceverà domani all'una pomeridiana.

Il sig. Holstein mi disse che il Principe aveva incaricato il dottor Leonhardt, ministro di Stato, dello studio della tesi sulla parificazione degli italiani ai tedeschi nell'esercizio dei diritti civili in Germania. Mi consigliò di andare da Leonhardt e d'intendermi con lui su cotesto argomento.

Si parlò del banchetto e del pranzo alla Corte di Potsdam. Il Principe era lieto di coteste manifestazioni.

Alle due e mezza, accompagnato dal conte di Launay vado al Ministero di Giustizia per rivedere il dottor Leonhardt. Questi è un uomo sui 60 anni: viso aperto, maniere affabili. Entrammo subito in materia. Dissi come sia oramai giunto il tempo che all'infuori della vita politica cessi ogni disparità di trattamento tra i cittadini dei vari Stati. Nella sfera delle relazioni individuali un giure universale deve garentire gli stessi diritti in ogni paese a tutti gli uomini, senza distinzione di nazionalità. Ricordai che l'Italia col suo nuovo Codice aveva dato l'esempio agli altri popoli, ammettendo gli stranieri al pieno esercizio dei diritti civili. Osservai essere deplorevole che nessun governo ci avesse seguito in quella via. Dimostrai la necessità di un trattato tra la Germania e l'Italia per togliere ogni difformità nelle legislazioni dei due paesi.

Il Leonhardt si dichiarò favorevole e promise che si sarebbe adoperato per esaudire i nostri desideri.

_23 settembre._ — Alle 4 ½ giungono al _Kaiserhof_ gli onorevoli Loewe e Dernburg; e ci rechiamo insieme alla trattoria dell'Europa (Poppenberg), la quale è sita nella strada _Unter den Linden_ (Sotto i tigli).

Il banchetto era preparato nella gran sala, con molta semplicità, ma con vera eleganza.

Vi trovai il conte di Launay, il quale mi aveva preceduto, membri del _Reichstag_ e delle due Camere del _Landtag_, plenipotenziarii al Consiglio Federale, direttori ministeriali, e sottosegretari di Stato, il Borgomastro di Berlino, artisti, scienziati, giornalisti. Al banchetto era rappresentato ogni partito politico, il nazionale in maggioranza, il progressista quasi al completo, e per la Destra era il sig. Grävenitz.

Appena arrivai, il presidente von Bennigsen fece le presentazioni; e poco dopo ci siam posti a mensa. Il presidente della Camera Prussiana aveva me alla sua sinistra, il conte di Launay a destra.

Venuta l'ora dei brindisi, il signor de Bennigsen si levò e propose un evviva a Guglielmo imperatore ed al re Vittorio Emanuele.

Tutti si alzarono entusiasti, acclamando i due sovrani.

Vi fu un momento di pausa; ed il Bennigsen surse nuovamente, e propose un brindisi in onore del Presidente della Camera italiana. Egli parlò in francese, ed i brindisi, che poscia seguirono, furono quasi tutti in francese.[8]

[8] Per motivi facili a comprendersi, ho riassunto il discorso del Bennigsen dalla _National-Zeitung_.

L'oratore ricordò gli antichi rapporti intellettuali e scientifici fra l'Italia e la Germania. Parlò delle bellezze artistiche e naturali della penisola, le quali in ogni tempo attrassero i tedeschi a visitarla ed esercitarono sui medesimi un predominio morale.

Accennò di volo alle lotte medioevali, ma subito soggiunse che, alle guerre di conquista, succedettero i tempi di pace, nei quali il mutuo affetto fra le due nazioni fu cementato dal vincolo degli interessi comuni.

«La Germania — egli disse — sente per l'Italia una franca e leale amicizia. Le due nazioni hanno le medesime aspirazioni e gli stessi scopi, il mantenimento dell'unità nazionale, lo svolgimento di una costituzione liberale e parlamentare. Esse devono difendere in comune cotesti beni, e devono con la loro unione rendersi prospere all'interno, forti e rispettate all'estero. Così nel presente, come nell'avvenire, l'Italia e la Germania sono interessate a procedere d'accordo.

Saranno pochi in questa sala coloro i quali non abbiano visitato l'Italia, mentre avvien di rado che un italiano giunga fra noi, ed affronti il nostro clima, forse troppo temuto. Quindi è che ci dobbiamo tanto più rallegrare della presenza del nostro ospite.

Nel sig. Crispi, noi onoriamo uno dei più valorosi uomini del suo paese, un uomo animato da un entusiastico amor di patria, eminente per grande avvedutezza politica e per conoscenza di tutto ciò che possa meglio giovare alla terra natia.

Vogliate dunque associarvi a me con un evviva all'unione delle due nazioni, alla gloria ed alla grandezza d'Italia, al Presidente della Camera dei deputati italiani, uno dei più nobili figli del suo paese».

Tutti si alzarono ed acclamarono. Fui quindi anch'io obbligato a parlare e mi dichiarai innanzi tutto dolente di non poter adoperare la lingua tedesca. Ringraziai in nome dell'Italia e dissi che al di là delle Alpi viveva per i tedeschi un popolo di fratelli. Il giorno in cui l'Italia e la Germania si sono rilevate, esse hanno compreso la solidarietà dei loro interessi. Ricordai lo stato dei due paesi dal medio-evo al 1815. L'antico impero non ebbe vera grandezza, fu reazione e dispotismo; il Congresso del 1815 negò all'Italia come alla Germania ogni esistenza politica nel vecchio continente. Fortunatamente il movimento nazionale iniziato nel 1848, dopo infinite prove e sacrifizi, e grazie alle due dinastie che compresero lo spirito del popolo e le tendenze dei loro tempi, ci ha condotto alla costituzione di due nazioni le quali, vivificate all'interno dalla libertà, sono all'estero un pegno di pace per l'Europa.