Politica estera: memorie e documenti
Part 33
Je suis en plein accord d'idées avec Votre Excellence sur ce point qu'il ne convient pas de précipiter une action qui pourrait jeter le Sultan dans le bras de la Russie. Du reste il manquerait actuellement à l'Italie une raison pour agir.
Il appartient cependant à la prudence d'un homme d'Etat de ne pas se laisser surprendre; et, dans le cas spécial qui nous occupe, il importe de faire savoir à Paris que nous ne pourrions, en aucun cas, permettre qu'en Tunisie le protectorat se change en pleine souveraineté.
Il y a lieu, en outre, d'avertir les gouvernements amis, que le fait, s'il ne se vérifie aujourd'hui, est cependant inévitable, et cela pour que nous ne nous trouvions pas surpris et non préparés le jour où il sera nécessaire d'agir. Bien des injustices internationales ont pu s'accomplir par suite de l'imprévoyance, ou de la négligence de ceux dont l'intervention, à un moment donné, eût pu les prévenir.
La Turquie n'a pas les forces suffisantes à sauvegarder la liberté de la Méditerranée. Elle est impuissante à arrêter les empiétements qui se vérifient depuis neuf ans sur le territoire tripolitain du côté de la Tunisie. Il est donc plus que probable qu'elle ne saura et ne pourra s'opposer à l'occupation de ce territoire. La Turquie, à cause de sa position toute speciale, n'a que la force des faibles; elle ne peut guère que jeter la division parmi les forts, obligés à se montrer tolérants par crainte de ce qui peut survenir. Mais ce privilège dont jouit le Sultan, ne doit pas constituer un danger permanent pour les autres Etats, qui cohabitent dans la Méditerranée et qui ont le devoir de garantir leur propre existence, et de veiller au maintien de leur propres droits.
Cela dit, je renouvelle à Votre Excellence l'expression des sentiments de ma plus haute considération.
F. CRISPI.
Son Excellence Le Marquis de Salisbury.
Mentre questa corrispondenza si svolgeva, l'on. Crispi stimò opportuno d'impegnare il gabinetto britannico con questa Nota:
Roma, 5 agosto.
_Signor Ambasciatore_,
Mentre V. E., conformemente alle mie istruzioni, aveva iniziato col principale Segretario di Stato per gli Affari esteri di S. M. britannica uno scambio d'idee tendenti a prevenire le conseguenze dell'accordo che si afferma essersi stabilito fra il governo francese ed il regnante Bey di Tunisi per introdurre, alla morte di quel Principe, un mutamento sostanziale nelle condizioni della sovranità della Reggenza, e mentre si aspettavano i particolari della prima notizia in proposito ricevuta, Sua Eccellenza il marchese Salisbury mi fece cortesemente comunicare, per mezzo dell'Ambasciatore d'Inghilterra a Roma, la smentita formale data alle notizie stesse dal Ministro degli Affari esteri della Repubblica. Ai ringraziamenti che S. E. lord Dufferin fu da me incaricato di porgere al suo governo per tale amichevole ed importante comunicazione, io desidero che Ella aggiunga le espressioni della soddisfazione in me prodotta dalle dichiarazioni a Lei fatte da lord Salisbury, le quali mi danno la certezza che se la esplicita smentita del Gabinetto di Parigi non avesse reso, per ora, superflua la continuazione dell'iniziato scambio d'idee e se altre considerazioni di opportunità non avessero consigliato di soprassedere, per non recare incagli a trattative più urgenti, in corso fra Londra e Parigi, i governi di S. M. il Re nostro augusto Sovrano e di S. M. la Regina d'Inghilterra si sarebbero subito trovati d'accordo per indicare tutti gli Stati interessati alla conservazione dell'equilibrio delle forze nel Mediterraneo ed intendersi circa ciò che le previsioni del mutamento di sovranità nella Reggenza di Tunisi avrebbe reso necessario. È opinione del Governo di S. M. il Re, la quale io spero sia divisa da quello di S. M. la Regina, che mentre le presenti circostanze hanno permesso di sospendere l'esame di eventualità che non sembrano prossime, qualora dovessero sopraggiungere nelle circostanze stesse variazioni che suggerissero di ripigliare in considerazione gl'interessi comuni, impegnati nella conservazione di quell'equilibrio, le fiduciose dichiarazioni scambiate recentemente fra V. E. e S. E. il marchese di Salisbury offriranno la base di un pronto accordo, bastevole certamente per prevenire qualunque serio pericolo che sovrastasse agli interessi medesimi. Per questo motivo mi riuscirono preziosissime le assicurazioni che nel senso sovra espresso Ella fu in grado di comunicarmi in seguito all'abboccamento da Lei avuto col principale Segretario di Stato di S. M. britannica il giorno 21 dello scorso mese ed è mio desiderio che Sua Signoria conosca tutto il valore che il Governo di Sua Maestà il Re vi annette. Voglia perciò dare di questo dispaccio lettura a Sua Eccellenza il marchese di Salisbury e lasciargliene copia se egli lo desidera.
CRISPI.
L'azione spiegata a Vienna raggiunse il doppio scopo di far muovere in nostro favore, a Londra e a Parigi, la Cancelleria imperiale, e di provocare dichiarazioni conformi ai nostri interessi. Ciò che realmente si trattava tra Londra e Parigi si seppe per mezzo di Kálnoky il quale informava l'ambasciatore Nigra che Salisbury, interrogato per di lui ordine da Deym, Ambasciatore austriaco, disse che i negoziati con la Francia riguardavano: 1. La conversione egiziana; 2. un territorio africano di proprietà contestata; 3. la revisione del trattato commerciale con Tunisi, la quale concerneva soltanto le tariffe e non toccava la questione delle Capitolazioni. “Secondo il trattato vigente, il governo di Tunisi ha diritto fin dal 1882 di chiedere questa revisione. Non è questione di vantaggi politici da accordarsi alla Francia in Tunisia.„
La revisione del trattato di commercio anglo-tunisino — avvertì successivamente il Kálnoky — non ebbe lo scioglimento desiderato dalla Francia, poichè lord Salisbury non consentì a fissare un termine al trattato. E quanto ai propositi attribuiti alla Francia di alterare lo _statu-quo_ a Tunisi, lo stesso Cancelliere incaricò il Nigra di assicurare Crispi “che la questione tunisina, sebbene non tocchi in modo speciale l'Austria-Ungheria, è qui sorvegliata con grande interesse, e che per sua parte il governo imperiale e reale è disposto a partecipare a qualunque azione che sia stimata utile, d'accordo con l'Inghilterra e con noi, per evitare che essa sia modificata a danno dell'interesse generale„.
Le notizie giunte in quei giorni a Roma di combattimenti alla frontiera tripolitana provocati da tunisini, sembravano dare ragione ai sospetti che la Francia avesse delle mire sulla Tripolitania. Kálnoky non credeva che la Francia volesse tentare qualche cosa su Tripoli, però dichiarava al Nigra che il governo austro-ungarico “_non aveva difficoltà che l'Italia, se l'occasione si presenti, abbia un compenso sulle coste africane_, ma ci avverte amichevolmente che è della più alta importanza per le Potenze alleate di non gettare la Turchia in braccio alla Russia e alla Francia: ci avverte inoltre che esso non potrebbe prendere alcun impegno per dare all'Italia un concorso materiale.„
Di queste dichiarazioni l'on. Crispi prendeva atto con soddisfazione, dichiarando alla sua volta che non pretendeva dall'impero d'Austria-Ungheria un concorso materiale.
Di fronte alla Francia, l'on. Crispi, dopo avere provocato la dimostrazione diplomatica, di cui nei documenti che precedono, e persuaso quindi il governo francese che senza il consenso dell'Italia non avrebbe potuto consolidare il suo dominio nella Tunisia, pensò di trarre dalla situazione i vantaggi possibili. Quale fosse il suo obiettivo risulta da quanto segue:
Parigi 1/8/90 — ore 4.40 p.
Ieri sul tardi mi recai al convegno fissatomi da Freycinet cui dissi che avendo per mandato di mantenere buone relazioni fra i nostri paesi, io, di mia iniziativa, mi rivolgeva amichevolmente a lui, come capo del governo, per richiamare la sua attenzione sullo stato della Tunisia rispetto all'Italia e sugli incitamenti fatti per la annessione alla Francia della Reggenza. Notai che l'Italia non poteva rimanere indifferente a tali atti e che se non provvedevamo in tempo per stabilire a questo riguardo un accordo atto a dare soddisfazione all'Italia, potrebbe da Tunisi scoppiare l'incendio che darebbe luogo ad una conflagrazione generale, che, per quanto da noi dipende, vogliamo evitare, perchè sarebbe per tutti funesta. Feci osservare che l'occupazione francese della Tunisia fu considerata dall'Italia come grande offesa e danno, poichè tendeva a privare l'Italia di un estuario necessario alle sue popolazioni laboriose, che da tempo immemorabile praticavano quelle regioni prossime alla Sicilia. Se quell'annessione, ambita dalla Francia, avvenisse, l'Italia dovrebbe avere un compenso territoriale, ed inoltre serie garanzie per i suoi nazionali che non potrebbero cessare di frequentare la Tunisia, dove, d'altronde, il concorso del loro lavoro è necessario alla prosperità del paese. Ricordai che una tale necessità era stata riconosciuta da parecchi ministri francesi, fra gli altri da Ferry, che mi prometteva il concorso del governo francese stesso perchè occupassimo Tripoli, in cambio della Tunisia, che rimarrebbe incontestata alla Francia. Tale divisamento non ebbe seguito per forza di mutamenti ministeriali avvenuti tanto in Italia, quanto in Francia. Ciò posto, dissi a Freycinet che stava a lui di escogitare un modo di dare soddisfazione all'Italia per ristabilire un sincero accordo, ugualmente desiderevole e necessario per entrambi. Freycinet, prendendo la parola, dichiarava riconoscere la gravità della questione tunisina e avere sempre raccomandato ai suoi colleghi del Ministero degli Affari esteri di evitare tutto ciò che potesse urtare gli italiani in Tunisia, moderando lo zelo intempestivo dei funzionari. Egli, al par di me, riconosceva l'importanza di reciproche buone relazioni fra i nostri paesi e non nascondeva paventare grandemente la guerra, le cui conseguenze potrebbero essere disastrose per tutti. Freycinet disse spontaneamente che i supposti accordi per l'annessione della Tunisia non esistevano affatto e me lo ripetè più volte, poscia mi promise che avrebbe conferito con Ribot e studiato il modo di sciogliere l'arduo problema.
Aspetto dunque la risposta di Freycinet che mi mostrò la massima benevolenza.
MENABREA.
L'accenno fatto qui sopra dal Menabrea ad una promessa del Ferry circa la Tripolitania, trova conferma in un telegramma dell'11 maggio 1884 dello stesso Ambasciatore, che giova qui riferire. Sembra che il Depretis, allora presidente del Ministero, e il Mancini, ministro degli Affari esteri, non profittassero dell'offerta per timore di complicazioni:
«.... Infine il signor Ferry conchiuse la sua conversazione dicendo che la Francia ne aveva a sufficienza di annessioni e di protettorati nel Mediterraneo, che non aspirava che allo _statu-quo_ al Marocco, come a Tripoli; _e che se l'Italia aspirava a occupare quest'ultima Reggenza, egli non vi si sarebbe opposto_. Quest'ultima dichiarazione mi è stata fatta in maniera del tutto confidenziale».
MENABREA.
Al telegramma del 1.º agosto, Crispi rispose il giorno seguente:
Siccome dopo il colloquio del 31 luglio Ella dovrà rivedere Freycinet e forse anche abboccarsi con Ribot, credo bene determinare i concetti sostanziali di ulteriore discorso.
Primamente bisognerà persuadere cotesti signori che noi non potremo permettere alcun mutamento politico nella Tunisia, e che qualora il governo della Repubblica assumesse la piena autorità nella Reggenza, avremmo con noi i nostri alleati. Il Protettorato fu tollerato perchè l'Italia era isolata, ma oggi non siamo più al 1881.
La Tripolitania appartiene all'Impero ottomano, e noi per averla non vorremo provocare una guerra europea. La Francia, qualora si mostrasse disposta a facilitarcene il pacifico acquisto come compenso della Tunisia, dovrebbe adoperarsi con tutti i suoi mezzi a Costantinopoli ed a Pietroburgo, donde naturalmente verranno le opposizioni. È bene che questo sia posto in chiaro, perchè a noi non basta il solo consenso della Francia per occupare il suddetto territorio.
Parigi 9 agosto.
Freycinet oggi mi ha detto avere riferito la mia precedente conversazione con lui al signor Ribot, insistendo sulla necessità di porre fine alla esistente irritazione fra i due paesi, procurando all'Italia alcuna soddisfazione nei suoi interessi materiali e al suo amor proprio.
Ribot rispose accettare perfettamente quell'ordine d'idee, che vi aveva già pensato e che sperava che mercoledì prossimo, al suo ritorno da una breve assenza, egli sarebbe in grado d'iniziare qualche apertura in proposito. Aspettare intanto ritorno di Ribot.
MENABREA.
Parigi, 13/8/90 — 7.30 s.
Oggi vidi Ribot con cui ripresi la conversazione iniziata con Freycinet circa la necessità pei due paesi di far cessare le cause d'irritazione tuttora esistenti, che ebbero per origine l'occupazione della Tunisia per parte della Francia. Notai che questa, anzichè tentare di calmare, sembra volere aumentarle col mantenere ingiustamente i dazi differenziali e coll'opporre ostacoli allo sviluppo di alcune essenziali industrie nostre, come la navigazione e la pesca. Fra l'altro, feci osservare al signor Ribot che la occultazione della Tunisia aveva singolarmente scemata la nostra posizione nel Mediterraneo, minacciando renderla pericolosa, ove la Francia tentasse di farne una stazione navale militare importante, e che aveva tolto all'Italia un estuario necessario ad una parte delle sue popolazioni.
Ribot rispose che al pari di me deplorava tale situazione e desiderava migliorarla, ma che aspettava proposte esplicite dall'Italia.
A ciò replicai non avere missione alcuna di fare proposte, ma che avevo presa iniziativa di portare la sua attenzione sul presente stato di cose, e che il male essendo venuto dalla Francia, spettava ad essa di proporre il rimedio.
Ribot disse che sarebbe disposto a provocare vantaggi speciali per noi in Tunisia, ma che, a sua volta, ci domanderebbe di rinunciare alle Capitolazioni, e poi accennò alla triplice alleanza.
A tali suggerimenti risposi che le Capitolazioni erano armi nelle nostre mani per far rispettare i pochi diritti che abbiamo conservati in Tunisia e che, in quanto alla triplice alleanza, questa doveva mantenersi fin che non avessimo ottenuto soddisfazione per i nostri interessi e per la nostra dignità e fin che non fosse più necessaria per assicurare la pace.
Mi astenni dal fare a Ribot alcuna proposta perchè non ne avevo missione, ma lasciai a lui di escogitarne una che si potesse sottomettere a V. E. e con ciò lo lasciai prendendo commiato nei migliori termini.
MENABREA.
21 agosto 1890.
_Signor Presidente,_
Ebbi ieri nel pomeriggio il mio primo colloquio, dopo la partenza del generale Menabrea, col signor Ribot. Mi era proposto di non tornare per il primo con questo signor Ministro degli Affari esteri sul terreno tentato col signor di Freycinet e con lui dall'Ambasciatore. Ma come io lo prevedeva, fu egli che dopo le prime frasi tra noi scambiate subito vi scese mettendosi a discorrere delle entrature fatte dal Generale e dicendo che nè Freycinet nè egli stesso avevano potuto capire che cosa in fondo volesse. Quindi una lunga e molto incisiva conversazione s'impegnò tra noi, dopo ch'io aveva però premesso che su tale argomento le mie parole non potevano avere che il carattere ed il valore di parole di un amico e che per discorrerne dovevamo entrambi considerarci come in colloquio non ufficiale, ma confidenziale e privato. Consentì con premura ed esplicitamente.
Dissi in sostanza che se veramente il governo francese capiva il prezzo di quei più cordiali rapporti tra noi, che per parte nostra desideravamo, e se voleva addivenirvi, doveva anzitutto studiarsi a rimuovere definitivamente le cause dalle quali era nato lo screzio che ci divide; che in passato a Roma e poi a Tunisi ci furono fatte le più profonde ferite; che il tempo, la nostra saviezza e l'interesse presente del Governo repubblicano vanno sanando la prima, ma che la seconda rimane viva; che nulla la Francia fece nè fa per guarirla, che anzi per le tendenze che ogni tratto qui si manifestano di dilatare il protettorato potrebbe da un'ora all'altra inasprirsi e trascinare alle più gravi conseguenze. «Ogni passo che in Tunisia voi tentereste oltre i limiti delle condizioni esistenti ed oltre quelli del nostro stretto diritto, diss'io, ci troverebbe tutti in piedi per contrastarvelo, e sappiate che non saremo soli. Eliminare per sempre questa perdurante causa di attrito e di sospetti tra noi mi pare dunque il primo mezzo per rimetterci in condizioni di confidente e franca amicizia. Il rimedio vuole però essere proporzionato alla gravità del male fattoci, nè lieve dovrebb'essere il valore del servizio col quale la Francia volesse chiudere la piaga tunisina. Cercare un compenso per l'Italia in sole concessioni più o meno passeggiere d'ordine commerciale e finanziario sarebbe un assunto vano».
Dal suo lato il signor Ribot, in progresso del colloquio, tornava di continuo sul _quid?_; finchè, quasi rispondendo a sè stesso: «Chiesi, disse, al generale Menabrea se mirasse a Tripoli, ma egli troncò protestando che l'Italia non voleva mettersi male col Sultano».
A questo punto ricordai anch'io, come le ricordò Menabrea a Freycinet, le offerte di cooperazione che, prima a me stesso e poi allo Ambasciatore, erano state altra volta fatte dal signor Giulio Ferry e allora non accolte da Mancini, e aggiunsi che se proposte di cooperazione per qualche _negoziazione simile_ oggi si producessero, v'era a Roma tale Ministro col quale certo si potrebbe discorrerne, attesocchè, malgrado tutte le calunnie, sapevo quanto gli stava a cuore, se poteva giovare al proprio paese riconciliandolo ad un tempo colla Francia, di farlo.
Usai le maggiori precauzioni di linguaggio e devo dire ad onore del sig. Ribot che se io mi tenni in tutta la conversazione sulla punta d'uno spillo, egli più volte battè sul pomo. Messosi a parlare il primo senza ritegno di Tripoli, disse avere saputo che a Costantinopoli manifestavansi inquietudini e che vi si subodorava qualche cosa di progetti italiani, che d'altronde la questione d'una cessione, ardua in sè, urterebbe contro un _non possumus_ assoluto del Sultano. «E poi, l'opinione pubblica in Francia non seguirebbe il Governo, se egli in una simile impresa prestasse la mano all'Italia senza che questa rinunziasse con ciò alla triplice alleanza».
Disfare la triplice alleanza: ecco la preoccupazione ardente, incessante degli uomini di Stato francesi. «Finchè il trattato della triplice alleanza, sì offensivo per lo Czar, più ancora che per la Repubblica francese, non sarà stato denunziato, l'intimità non sarà possibile fra la Russia e la Germania più che fra gl'italiani e noi. Si potrà non trattarsi da nemici, ma considerarsi come amici, mai».
Queste parole che ritrovo nel _Matin_ d'oggi sono l'espressione pura e semplice del sentimento di Ribot e di tutti i suoi colleghi, anzi di tutti i francesi. È perciò naturale che tutta la politica francese verso di noi, sia quella di Ribot o d'altri, se negli atti ostili non eccederà mai quel limite ove sorgerebbe un pericolo serio per la pace, commisurerà sempre qualunque maggiore ed efficace concessione alla probabilità di raggiungere con essa quello scopo.
Il sig. Ribot mi parlò poi della situazione in Tunisia, rendendo omaggio a Vostra Eccellenza che s'era mostrata conciliante nei piccoli incidenti. (Protestò a questo proposito che non divideva le ingiuste prevenzioni di molti suoi connazionali contro di Lei e che le aveva sempre biasimate). Affermò di voler mantenere scrupolosamente lo _statu-quo_ a Tunisi, mostrandosi propenso a intendersi con noi per migliorare la sorte de' nostri pescatori, poichè il generale Menabrea se n'era querelato. Accennando alla scadenza che avverrà fra sei anni del nostro trattato di commercio col Bey, egli domandò se non saremmo disposti a negoziare fino da ora, com'egli ammetterebbe, pel suo rinnovamento, verso l'abbandono d'alcuni nostri privilegi nella Reggenza.
In conclusione dunque, il signor Ribot non rinunzia alla speranza ed al desiderio _di un qualche accordo_ con noi. Per procedere, io devo aspettare da Vostra Eccellenza quelle nuove istruzioni che Ella stimerà opportuno di darmi, perocchè ignoro il risultato degli scandagli da Lei fatti altrove dopo la mia partenza da Roma e le sue presenti intenzioni. Non posso in poche righe ripeterle tutto ciò che in un colloquio durato più d'un'ora mi studiai di far comprendere al mio interlocutore: avrei fede che il seme non sia perduto se lo credessi uomo più risoluto e più ardito. Ma so che ad ogni modo Ella non può dubitare che a seconda de' suoi concetti ogni possibile sarebbe sempre da me tentato a fondo.
Mi augurerei che il comm. Mayor potesse ritornare qui, come annunziava, per udire da lui le sue attuali idee e come meglio si possa servirle. Nel prossimo settembre, il signor di Freycinet sarà ad Aix-les-Bains, vicino al Generale, che potrà pure rivederlo in un più tranquillo ambiente e più propizio ad espansioni che una camera d'udienze ministeriali.
Voglia gradire, signor Presidente, gli attestati della mia più profonda osservanza e della mia più cordiale devozione.
Di V. E. l'aff.mo servo
C. RESSMAN.
P.S. Quanto del nostro trattato d'alleanza questi signori si preoccupino, lo provi anche il quesito che incidentalmente nella conversazione il sig. Ribot mi rivolse, se cioè occorresse, per farlo cessare, di denunziarlo espressamente e se vi fosse la clausola della tacita riconduzione. Risposi lo ignoravo.
_Commendatore Ressman — R. Ambasciata Italiana_,
Parigi.
Roma li 2/9, 1890.
(_Personale_). — La insistenza del signor Ribot per conoscere le nostre intenzioni circa la rinnovazione della Triplice alleanza non è degna di un uomo di Stato. Ad un anno e mezzo di distanza nulla si può prevedere in politica. Giova però ricordare le ragioni che obbligarono il cavalier Mancini a chiedere la alleanza dell'Austria e della Germania.
L'Italia dal 1879 al 1881 fu continuamente maltrattata dal Governo della Repubblica, minacciata dagli austriaci, disistimata a Berlino. Al 1880 un esercito di quaranta mila uomini era pronto ad entrare nel Regno, il Governo di Roma tollerando l'agitazione irredentista. La stampa francese ci derideva, ed il Governo francese occupava Tunisi. Sono celebri le parole pronunziate da Bismarck al 1879, che l'Italia non era una potenza militare temibile e che pochi reggimenti austro-ungarici sarebbero bastati per metterci alla ragione.
Il cavalier Mancini pregò, scongiurò a Vienna ed a Berlino, e dopo molti sforzi ottenne che l'Italia fosse accolta nella alleanza dei due imperi.
Oggi tutto è mutato in nostro vantaggio ed io non permetterò che l'Italia ritorni in quello stato di umiliazione nel quale pel suo isolamento fu sino al 1881.
Ribot, prima di chiedere quali siano le nostre intenzioni sulla rinnovazione della triplice, dovrebbe mettersi in condizione di non averne bisogno, ed assicurarsi che, sciolti i nostri impegni coi due imperi, la Francia non ripeterebbe in altri territorii le imprese tunisine, che non ci insidierebbe più nella penisola per mezzo del Vaticano, che garantirebbe la nostra indipendenza. Or finora nulla fu fatto per persuaderci che il Governo ed il popolo di Francia vogliano divenirci amici ed amici sinceri e leali.
CRISPI.