Politica estera: memorie e documenti
Part 31
Il punto di partenza del dissenso tra l'Imperatore e il principe di Bismarck è stato il rescritto imperiale del 4 febbraio per la protezione degli operai. Dopo di allora sopravvennero vari incidenti, i quali hanno condotto avanti ieri (16 marzo) ad una spiegazione tra Sua Maestà e il Principe. Questi aveva ricevuto la visita del signor Windthorst, capo della frazione del Centro. Tra i membri di questa frazione ve ne sono certamente parecchi che cercano di conciliare gli interessi della religione cattolica con quelli dell'Impero; ma non è meno vero che in cotesta categoria non si potrebbe annoverare il signor Windthorst, il quale, sotto il mantello della religione, tende a scalzare le fondamenta dell'Impero. Il giornale officioso, la _Norddeutsche Allgemeine Zeitung_, nello scopo di ottenere una maggioranza governativa al Reichstag, manovrava di già nel senso di ravvicinare al Centro il partito dei conservatori, sulla base del principio di autorità che entrambi rappresentano. D'altronde, l'alleanza tra i due partiti era insinuata chiaramente in un articolo dello stesso giornale, il quale dimostrava che, riuniti, i conservatori e gli ultramontani disporrebbero realmente della maggioranza, e che una intesa tra essi è possibile su un certo numero di questioni.
L'Imperatore rimproverava al Cancelliere di non aver rifiutato la visita del signor Windthorst.
Sua Maestà ha inoltre chiesto al Principe di ritirare un'ordinanza, in forza della quale i Ministri e i Segretari di Stato non possono presentarsi all'udienza dell'Imperatore senza il permesso del Cancelliere. Il Principe ha rifiutato il suo consenso.
Il Sovrano desiderava poi, contro il parere di Sua Altezza, di ridurre allo stretto necessario ì nuovi crediti militari da chiedere al Parlamento, i quali dovranno servire ad aumentare l'artiglieria di 74 batterie. Il Reichstag attuale respingerebbe la legge progettata, e ne sorgerebbe un conflitto che Sua Maestà vuole evitare. I Capi dei Corpi d'armata sono convocati a Berlino per pronunziarsi sull'estremo limite della riduzione.
Infine, Sua Maestà si lagnava che lo si informasse incompletamente intorno agli affari esteri.
Il principe di Bismarck tradì con dei gesti l'impetuosità del suo carattere, e dopo cotesto sfogo di cattivo umore, i suoi occhi s'inumidirono. L'Imperatore conservò la più grande calma durante il penoso colloquio, e separandosi dal suo primo ministro gli disse che aspettava di conoscere il risultato delle sue riflessioni.
Ieri però il generale de Hancke, capo dell'ufficio militare, si recava dal Cancelliere per annunziargli che era atteso al Castello per regolare con Sua Maestà i particolari relativi al suo ritiro. Il principe di Bismarck ha rifiutato di arrendersi a cotesta chiamata ed ha mandato oggi all'Imperatore una Memoria giustificativa.
Il Segretario di Stato chiederà di essere anch'egli dispensato dal servizio quando la notizia delle dimissioni di suo padre sarà data ufficialmente. Il conte di Bismarck agisce sotto l'impulso di un nobile sentimento, poichè non esiste tra Sua Maestà e lui nessun motivo di dissenso circa la direzione della politica estera.
In fondo, la ragione vera della discordia fra l'Imperatore e il Principe sta nell'incompatibilità dei loro caratteri. Il Principe è autoritario, non soffre la minima contraddizione, non sa piegarsi alle transazioni. L'Imperatore, sebbene renda piena giustizia al Principe per gli eminenti servizi resi durante più di un quarto di secolo alla monarchia, alla Prussia e alla Germania, è risoluto a prendere sotto la sua alta direzione la politica interna, come la politica estera, mentre il Cancelliere voleva tenere nelle sue mani le redini del Governo, come le aveva tenute negli ultimi anni del regno dell'imperatore Guglielmo I.
Non si sa ancora nulla circa il successore. Persone bene informate assicurano che l'Imperatore da un mese avrebbe fatta la sua scelta. Comunque sia, niente sarà cambiato nella politica estera. L'Imperatore resta fedele alla triplice alleanza.
Le notizie che precedono mi sono state fornite con raccomandazione di comunicarle personalmente a V. E. Le parole così graziose all'indirizzo di V. E., che sono oggi state dette dal Cancelliere al senatore Boccardo, possono essere considerate come un addio a chi, come Lei, ha saputo meritare l'amicizia e la stima di Sua Altezza.»
I rescritti imperiali del 4 febbraio sul miglioramento delle condizioni degli operai, non erano stati accolti dal principe di Bismarck senza obiezioni. Pur apprezzando il sentimento umanitario del suo Sovrano, il Gran Cancelliere si preoccupava dell'insuccesso cui questi si esponeva, delle speranze difficilmente realizzabili che faceva nascere e della ripercussione che l'iniziativa imperiale avrebbe avuto sulla situazione dei partiti. Egli temeva altresì che nelle elezioni allora prossime per il Reichstag, molti elettori fossero indotti a votare per candidati, i quali sotto la bandiera delle aspirazioni bandite dall'alto dissimulassero i loro principii socialisti e anarchici. Il Principe credeva che si fosse fatto abbastanza pel momento, nel senso di un “socialismo di Stato„, con le leggi relative agli accidenti sul lavoro, alle casse di risparmio, all'invalidità degli operai, e che lo Stato dovesse limitarsi a proteggere la libertà del lavoro, senza intervenire nelle contese tra i padroni e i lavoratori, reprimendo rigorosamente i disordini.
Dopo l'annunzio della crisi, il conte de Launay scriveva confidenzialmente, in data 23 marzo, all'on. Crispi:
Sono informato che sin dal 19 corrente le ambasciate della Germania a Roma, Vienna, Londra e i rappresentanti della Prussia a Dresda e a Monaco, sono stati avvertiti che i mutamenti che stavano per effettuarsi a Berlino non alteravano in nulla i rapporti internazionali dell'Impero.
Oggi, alla festa degli Ordini, mi son trovato a fianco del nuovo Cancelliere, il quale mi ha parlato nello stesso senso. Egli ha sin da principio accolto a malincuore l'offerta del suo Sovrano. La sua ambizione era di continuare a servire attivamente nell'esercito e di morire, occorrendo, su di un campo di battaglia, anzichè consumare le sue forze su di un terreno nel quale ha lo svantaggio di succedere all'uomo di genio che per tanti anni ha rappresentato una parte immensa in Europa. Egli si è rassegnato quando l'Imperatore ha fatto appello alla sua devozione: come militare, il coraggio e l'obbedienza sono per lui virtù professionali. Ma mi ha assicurato che nelle relazioni estere seguirà le orme del suo predecessore. Gli ho detto che speravo mantenere con lui rapporti di mutua confidenza nell'interesse dei nostri due paesi e che avrei fatto tutto il possibile per riuscirvi. Il generale di Caprivi mi ha risposto che il principe di Bismarck, passando in rivista il corpo diplomatico, aveva indicato l'ambasciatore d'Italia nel numero dei diplomatici ai quali poteva accordare piena confidenza. Ho fatto allusione a qualche racconto della stampa tedesca che attribuisce alla sua famiglia origine italiana; onde i nostri giornali avevano rilevato questo fatto come un augurio di più per la continuazione degli eccellenti rapporti fra l'Italia e la Germania. Il generale ha contestato il fatto, i suoi antenati avendo emigrato dal Friuli austriaco in Germania; la parentela con i Montecuccoli non era provata. «Ciò non impedisce, ha soggiunto, che io ami gli italiani, e che vi proponga di bere con me alla loro salute». Dal mio canto ho brindato alla salute dei tedeschi.
Dopo il pranzo, l'Imperatore mi ha preso in disparte. Egli teneva che io dessi a S. M. il Re e a Vostra Eccellenza qualche dettaglio sulla crisi avvenuta qui. Dopo il suo ritorno da Friedrichsruh, il principe di Bismarck era irriconoscibile; si notava in lui una grande sovreccitazione. Secondo l'opinione del medico, se cotesto stato si fosse prolungato, avrebbe dato luogo ad un attacco nervoso. Era un uomo finito per indebolimento di forze. «Il mio cuore, ha detto l'Imperatore, ha sofferto profondamente per la necessità di porre alla riserva un antico e illustre servitore della Corona». Sua Maestà esprimeva la speranza che in avvenire i consigli, l'energia, la fedeltà del Principe non sarebbero, occorrendo, mancati all'Impero. All'estero si ricorderà la politica di pace così saviamente seguita dal principe di Bismarck «e che io stesso sono risoluto a continuare con tutte le forze della mia volontà. Io resto fedele alla triplice alleanza». Senza essa, l'Europa avrebbe già sofferto per sanguinosi conflitti. «Ho notizie rassicuranti da Pietroburgo. L'imperatore Alessandro è animato dalle migliori disposizioni, e per ottenere che egli non se ne allontani, gli farò visita entro l'anno, nell'epoca delle grandi manovre a Tsarkoe-Zelo».
Ho detto a Sua Maestà che nella mia corrispondenza avevo già avvertito che nessuna modificazione sarebbe stata apportata al programma pacifico del Gabinetto di Berlino e che questo si manteneva incrollabile per il mantenimento della triplice alleanza, la quale è una solida base della pace. Ho soggiunto che mi sarei affrettato a trasmettere a Roma le nuove dichiarazioni provenienti da chi tiene con mano ferma le redini dello Stato.
L'Imperatore ha soggiunto: «Voi sapete che l'ambasciatore d'Italia è persona gratissima e che gode della nostra intiera confidenza».
Ho detto ancora a Sua Maestà che io avevo avuto cura di negare qualunque speranza di riuscita agli intransigenti ultramontani che credono si avvicini il momento di ritornare ai loro sogni di restaurazione del potere temporale. Sua Maestà non ha esitato a dichiarare che certamente tali sogni non saranno da essa favoriti. «Io son troppo buon protestante per prestarmi a tali vedute. D'altronde, sento un sincero attaccamento per il vostro Re e per l'Italia».
Mi risulta che l'Imperatore ha detto anche al mio collega di Austria che nulla sarebbe stato mutato nel suo programma di politica estera.
Sua Maestà si è pure mostrata soddisfatta dei lavori della Conferenza per la protezione degli operai. Essa spera che dalle deliberazioni della medesima verrà qualche buon risultato, non fosse altro una base per Conferenze ulteriori.
Il conte Erberto di Bismarck, malgrado tutti gli sforzi del Sovrano per conservarlo nelle sue attuali funzioni, persiste a volersi ritirare. In ogni caso prenderà un lungo congedo. Avrà l'interim degli Affari esteri il conte di Hatzfeldt, ambasciatore a Londra.
Dopo pochi giorni le dimissioni del conte di Bismarck furono accettate, e al suo posto fu nominato il barone di Marschall, ministro del Granducato di Baden presso la Corte imperiale e membro del Consiglio federale.
L'on. Crispi fu sinceramente afflitto pel ritiro del principe di Bismarck dalla direzione della politica germanica, sia per l'amicizia che a lui lo legava, sia per l'appoggio illimitato e decisivo che ne aveva avuto in ogni circostanza. Il 21 marzo appena apprese la pubblicazione ufficiale dello _Staats-Anzeiger_, inviò il suo saluto al Principe, che rispose immediatamente. Ecco i due telegrammi:
Rome, 21/3/1890.
_Son Altesse le Prince de Bismarck_,
Berlin.
Bien que Votre Altesse, en se retirant des hautes fonctions où la confiance de trois Empereurs l'avait placée et conservée, laisse à l'Allemagne le précieux héritage de la politique de paix à laquelle vous vous étiez si complètement dédié, je n'en éprouve pas moins les plus profonds regrets de votre détermination, regrets qui me sont inspirés autant par l'amitié qui m'unit à Votre Altesse, que par la confiance sans bornes que j'avais en Elle. Cette amitié et cette confiance, ne sauraient diminuer. Votre Altesse doit en être convaincue. Elle pourra toujours compter sur mon dévouement le plus sincère et le plus cordial.
CRISPI.
Berlin, 22 mars 1890.
Je remercie Votre Excellence de tout mon cœur des paroles affectueuses qu'Elle vient de m'adresser. Elles sont un nouveau témoignage des sentiments de confiance et d'affection dont je m'honore et que je vous rends du fond de mon âme. J'ai été heureux de me trouver placé en présence d'un homme d'Etat comme Votre Excellence lorsqu'il s'est agi de traiter les affaires des nos deux pays, et je vous prie de continuer avec mon successeur les relations de confiance qu'ont si bien servi les intérêts des deux pays. Je garderai toujours le souvenir de nos relations politiques et je vous prie de me conserver l'amitié personnelle qui restera inaltérable résultat de notre travail au service de la patrie.
DE BISMARCK.
Ricorrendo il 1.º aprile il genetliaco del Principe, l'on. Crispi, che negli anni precedenti gli aveva mandato i suoi augurii, non mancò di rinnovarglieli. E il suo telegramma fu ricambiato da una lettera la quale è un'altra prova della cordialità dei sentimenti che legavano il Bismarck al suo ex-collega.
1 avril 1890.
_A S. A. le Prince de Bismarck_,
Veuillez agréer, mon Prince, les vœux très sincères et très chaleureux que je forme pour V. A. en ce jour anniversaire de sa naissance. Vous avez emporté avec vous, dans les calmes solitudes qui vous sont chères, la conscience d'une grande tâche glorieusement remplie, d'une vie laborieuse, consacrée toute entière au service d'une grande dynastie et d'un grand peuple. C'est un beau sort que le vôtre. Que Dieu vous accorde d'en jouir pour de longues années en vous conservant à votre souverain et a votre pays, qui peuvent toujours compter sur les conseils de votre génie et de votre expérience, à l'amour de votre famille, à l'affection immuable de ceux qui vous sont dévoués.
CRISPI.
Friedrichsruh, le 21 avril 1890.
_Mon cher Ministre_,
Les bons vœux que Vous m'avez adressés pour l'anniversaire de ma naissance m'ont vivement touché et je Vous prie d'agréer l'expression de ma sincère reconnaissance.
L'endroit dont je date ces lignes ne m'est cher pas seulement par le calme de ses forêts, mais surtout par le souvenir si agréable des visites, dont Vous avez bien voulu m'y honorer. A mon regret nos excellentes relations officielles ont été interrompues, mais je suis sûr que Votre Excellence me conservera toujours l'amitié personnelle qui nous lie et je serai heureux de Vous serrer la main où que ce soit.
Veuillez croire, cher ami, à mes sentiments de très-sincère dévouement; ma femme et mon fils se rappellent à Votre souvenir affectueux.
VON BISMARCK.
[Illustrazione: Autografo riprodotto fotograficamente: lettera di Bismarck a Crispi.]
Durante il suo governo, l'on. Crispi non trascurò la difesa di alcun interesse italiano all'estero: rappresentanze diplomatiche e consolari, scuole, missioni, agenzie commerciali, stazioni navali, — ogni organo d'influenza, insomma, fu da lui attentamente curato o istituito. E le colonie nostre, anche le più remote, si sentirono vicine alla madre-patria, e sotto la vigile sua scorta custodirono con orgoglio i vincoli nazionali.
Ma furono gl'interessi dell'Italia nel Mediterraneo quelli che ebbero le maggiori diligenze di Crispi, una predilezione fiera, gelosa, appassionata. Certo, egli non pensò che gli avvenimenti potessero retrocedere: dall'Egitto eravamo esclusi definitivamente, e la Tunisia era perduta in gran parte. Vide, tuttavia, che una politica accorta e ferma avrebbe potuto impedire che la situazione dell'Italia nel suo mare peggiorasse, e forse trovare qualche compenso ai danni subiti.
La Francia, imponendo il suo protettorato al Bey di Tunisi, si era impegnata a rispettare le Capitolazioni e i diritti acquisiti dagli altri Stati, e a non fare in Tunisia fortificazioni che potessero costituire una base militare. Era naturale che col tempo quegli impegni divenissero una servitù gravosa, e che, modificandosi a poco a poco lo stato d'animo col quale i francesi si erano avventurati nell'impresa tunisina, essi cercassero di rendere assoluto e definitivo il loro dominio. Due Stati avevano interesse a contrastare questo proponimento, l'Inghilterra e l'Italia.
La politica italiana tenne sempre in gran pregio l'amicizia britannica perchè essa rappresentava per l'Italia una garenzia dello _statu-quo_ nel Mediterraneo. Ma in verità, gli sforzi da noi fatti per conservarla e per renderla intima, sono spesso stati inani per la divergenza degl'interessi anglo-italiani. In teoria, l'Inghilterra doveva preferire che l'Italia, pacifica e sincera sua amica, avesse il predominio o almeno una forte posizione nel Mediterraneo; in pratica, l'Inghilterra avendo interessi molteplici nel vasto mondo e dovendo qua e là fare i conti con la potenza francese, ha dovuto transigere talvolta e dare alla Francia i compensi che questa esigeva, nel Mediterraneo appunto.
Nella questione di Tunisi abbiamo veduto[35] come l'Inghilterra si fosse compromessa nel 1878, e si spiega perfettamente la successiva sua politica ambigua, tra la Francia che in Tunisia aveva ragione di non attendersi contrarietà inglesi e l'Italia che supponeva una solidarietà d'interessi inesistente.
[35] Cfr. Capitolo Secondo.
Data questa situazione, le difficoltà dinanzi alle quali si trovò Crispi erano insormontabili. Ma il conoscere com'egli cercasse di superarle, e come riuscisse a paralizzare l'azione del governo francese, ha senza dubbio una grande importanza.
In giugno 1890 Crispi ha notizia da Parigi che sono in corso conversazioni tra lord Salisbury e l'ambasciatore francese a Londra, Waddington, nelle quali si tratta di concessioni da parte inglese a Tunisi, in corrispettivo dell'acquiescenza della Francia al protettorato dell'Inghilterra sullo Stato libero dello Zanzibar. E dà facoltà al conte Tornielli, ambasciatore italiano,[36] di dichiarare al ministro Salisbury, essere opinione del governo del Re che i lavori iniziati dalla Francia a Biserta minacciavano un turbamento dell'equilibrio delle forze nel Mediterraneo, e che il gabinetto della Regina farebbe delle osservazioni a Parigi per impedire il progresso di quei lavori; contemporaneamente telegrafa a Berlino che il governo del Re in varie occasioni crede di essersi accorto di una tendenza del Governo britannico a fare alla Francia delle concessioni a Tunisi, a scapito d'interessi italiani sui quali l'Italia non avrebbe potuto transigere.
[36] Il conte Tornielli era stato nominato ambasciatore presso la Regina d'Inghilterra dopo la morte del conte di Robilant, avvenuta a Londra il 17 ottobre 1888. L'on. Crispi aveva richiamato in servizio il Robilant, pochi mesi innanzi, nell'aprile, dopo un anno dacchè quell'eminente diplomatico aveva abbandonato il Governo nelle circostanze ben note.
Lord Salisbury, il 25 giugno, dichiara al Tornielli di avere interpellato sui lavori di Biserta l'ambasciatore francese, e che questi gli aveva risposto non avere quei lavori carattere militare; e all'ambasciatore germanico, conte Hatzfeldt, dice che di Tunisi non si era fatta parola tra Londra e Parigi. Quanto allo Zanzibar, il Salisbury enuncia la massima da lui adottata “che uno Stato non cessa di essere indipendente se, usando di tale indipendenza, si metta spontaneamente sotto il protettorato di un altro„, e avverte di aver fatto sapere al governo francese che se questo non fosse il suo modo di vedere, egli avrebbe preso in esame le obiezioni che gli fossero presentate.
Pareva, dunque, che trattative non fossero in corso, sebbene restasse nella situazione che la Francia potesse avanzare pretese di compensi in Tunisia.
Il 7 luglio l'on. Crispi telegrafa al conte Tornielli:
_(Confidenzialissimo. Personale)._ — Casualmente sono venuto a conoscere da un amico intimo di Freycinet e di Ribot che la Francia negozia con l'Inghilterra un trattato di commercio per la Tunisia. Le pratiche sarebbero state iniziate in vista della condizione speciale in cui si trova l'Inghilterra di aver colà un trattato, la cui durata è indeterminata. La persona medesima mi ha dato ad intendere che la Francia vorrebbe fare altrettanto con noi, e che sarebbe pronta a concederci le stesse condizioni che farebbe alla Gran Brettagna.
Che la Francia prepari qualche cosa in Tunisia è oramai certo. Se indugia si è perchè non vuole scontentare nè l'Inghilterra, nè noi. Ciò essendo, ho risposto all'amico ufficioso col massimo riserbo e senza menomamente impegnarmi, che la questione nella Tunisia non si può toccare in Italia senza incorrere l'avversione pubblica; che l'argomento offrirebbe materia a lunghi studii; e che se conoscessi le basi dell'accordo sarei dispostissimo a prenderle nel dovuto esame. Gioverebbe intanto che io conoscessi le intenzioni di lord Salisbury, poichè nulla vorrei fare che non sia in perfetto accordo con lui. La prego perciò di volere con la più grande prudenza scandagliare quanto vi sia di vero nelle cose dettemi.
Una comunicazione analoga vien fatta a Berlino. Tornielli e Hatzfeldt conferiscono con Salisbury il quale non nega queste trattative, ma dichiara esplicitamente che, “in ogni caso, l'Inghilterra farebbe qualche concessione alla Francia in Tunisia soltanto sul terreno commerciale, non mai di carattere politico, come sarebbe la rinuncia alle Capitolazioni„.
Il 14 luglio l'on. Crispi riceve dal Console d'Italia a Tunisi, Machiavelli, un allarme:
Sono informato da buona fonte che, per accordo seguìto mercoledì, 9 corrente, tra Bey regnante e suoi due successori immediati, da un lato, e Residenza francese dall'altro, famiglia beylicale cesserebbe di regnare alla morte del primo, garantendo Francia lista civile dei Principi, fissata indefinitivamente a due milioni lire, per quello cui spetterebbe trono. Console inglese fa eguale comunicazione al _Foreign Office_.
Questa notizia fece sull'on. Crispi una profonda impressione. Chiamò a Roma per dare loro istruzioni verbali gl'Incaricati d'Affari a Londra e a Parigi, Catalani e Ressman, e mise sottosopra le Cancellerie delle Grandi Potenze. Valgano i documenti a far comprendere con quale fervore e con quali intenti Crispi trattasse la questione:
Roma, 15 luglio 1890.
_Regia Ambasciata italiana_,
Berlino.
Il 9 corrente fu firmata a Tunisi una convenzione con la quale fu pattuita la cessazione della sovranità beylicale a favore della Francia alla morte del Principe attualmente regnante. La Francia in compenso darà al Principe successore una rendita annuale di due milioni di franchi. Questo atto completa il trattato del Bardo ed assicura alla vicina Repubblica l'impero di un vastissimo territorio, dalle frontiere del Marocco a quelle della Tripolitania.
I pregiudizî, che da ciò verranno all'Italia, sono incalcolabili. L'errore commesso al 1881 dal Gabinetto di Berlino nel permettere l'occupazione della Tunisia, produrrà i suoi effetti. Se la Germania lascerà eseguire il suddetto trattato del 9 luglio, a noi non solamente sarà tolta nel Mediterraneo la libertà alla quale abbiamo diritto, ma il nostro territorio sarà sotto una continua minaccia.
Se le Potenze amiche non vorranno o non sapranno opporsi a cotesto nuovo atto di spoliazione, dovranno per lo meno cooperarsi perchè l'Italia ottenga sicure garenzie contro pericoli inevitabili alla difesa del suo territorio.
Voglia parlarne subito col conte Caprivi e chiedere da S. E. una pronta risposta per nostra norma.
Roma, 16 luglio 1890.
_Regia Ambasciata Italiana_,
Berlino.
Fo seguire altre considerazioni al mio telegramma di stanotte con incarico di subito comunicarle al Cancelliere dell'Impero.
L'atto del 9 corrente, mercè il quale la Francia succede nella sovranità della Tunisia, ove non fosse impedito metterebbe l'Italia nella posizione d'invocare l'appoggio della Germania.