Politica estera: memorie e documenti
Part 30
Riguardo alle qualità dell'armata francese, qui credono che manchi di compattezza e di disciplina. Senza di ciò il grande numero non basta, anzi in date circostanze potrebbe nuocere. Non si dubita però che, almeno sul principio, l'armata francese sarà meglio condotta che nel 1870-1871. Si ha molta stima del Capo di Stato Maggiore generale Miribel. I tedeschi si ritengono superiori nell'artiglieria, massime come mezzi di assedio. Sanno che il fucile francese Lebel è ottimo, ma per la prossima primavera tutta l'armata tedesca di prima linea avrà un nuovo fucile, che è il perfezionamento di quanto si è fatto finora. A questo si lavora febbrilmente, ma senza rumore, negli arsenali, fabbricandone 4000 al giorno.
Il Principe ha fiducia non solo sulla benevolenza dell'Inghilterra, ma sul suo concorso, qualora la Francia rompesse prima in guerra. È lieto di vedere come tu coltivi abilmente l'amicizia inglese, senza badare se sia al potere Salisbury, piuttosto che Gladstone. Nel caso probabile di avere il concorso attivo dell'Inghilterra, l'azione delle tre flotte combinate paralizzerebbe completamente quella della flotta francese, obbligandola a rifugiarsi nei suoi arsenali, od accettare di combattere con forze sproporzionate. Ciò, dice il Principe, faciliterebbe assai le operazioni contro la Francia degli eserciti di terra. Le tre flotte sarebbero: l'inglese, la tedesca e l'italiana. Io gli osservai perchè non metteva nel numero anche l'austriaca. Mi rispose di questa ritenere buono il personale, ma cattivo il materiale. In complesso ho rimarcato nel Principe una certa freddezza verso l'Austria. Parlando della prossima visita dell'imperatore Francesco Giuseppe a Berlino, mi disse: «Meno male che per il lutto che porta, ha voluto che non si facessero feste». Invece è marcatissimo l'aggradimento che accompagnò la visita di re Umberto. A proposito di lutto, egli ritiene la morte dell'arciduca Rodolfo, avvenuta per assassinio.
Molte idee del Principe sulla politica dell'Inghilterra, della Russia, dell'Austria e della Turchia, e sul contegno di queste Potenze nel caso di un primo attacco della Francia contro la Germania e l'Italia, oppure della Russia contro l'Austria e la Turchia, sarebbe troppo lungo esporle per iscritto. Ti riferirò a voce.
Egualmente farò riguardo alle idee del Principe e del suo contorno, sul modo con cui è condotta la nostra politica estera. Ho pizzicato un po' da tutti, in modo che credo essermi fatto un concetto esatto del loro intimo pensiero su di te e su quelli che ti circondano alla Consulta, come sopra alcuni nostri rappresentanti all'estero. È tutto a tuo vantaggio il loro modo di vedere sulla nostra politica estera, ma dicono che dovendo forzatamente occuparti anche della politica interna, ti ammazzi per troppo lavoro.
A proposito della politica interna, il Principe teme solamente il caso che tu possa cadere per cause parlamentari, cosa che, egli dice, sarebbe fatale. Io lo rassicurai dicendogli, che, sebbene in Italia non si possa pigliare il Parlamento nello stesso modo con cui egli lo pigliò per molti anni in Germania, tu hai nella Camera attuale una larga maggioranza. Aggiunsi che non discutevo le qualità di questa Camera, ma sta il fatto che questa larga maggioranza esiste. In ogni caso dissi esser certo che il Re, occorrendo, ti accorderebbe lo scioglimento, e nuove elezioni.
A proposito di elezioni, il Principe non crede possibile l'avvenimento al potere di Boulanger, e finchè resta Carnot, confida nella pace. Carnot sa benissimo che se si decidesse per la guerra, sarebbe di fatto soppiantato nel potere dai Generali.
Il Principe non crede affatto alla partenza di Leone XIII da Roma. Per lui il prestigio del Papa proviene dalla storia e dalle tradizioni di Roma, dai tesori e dalle pompe di San Pietro e del Vaticano. Fuori di Roma il Papa non gli sembrerebbe più il rappresentante di una grande, potente, antica istituzione, come il cattolicismo, ma uno Schah di Persia qualunque in viaggio attraverso l'Europa a spese altrui. Per le Potenze cattoliche, e per la stessa Francia, sarebbe un grave imbarazzo avere ospite il Papa. Mi disse che l'Ambasciatore tedesco in Ispagna aveva giorni sono telegrafato la notizia che il Papa era quanto prima atteso a Madrid. Il Principe rispose all'ambasciatore che gli proibiva di telegrafare simili bestialità (_sic_). Egli è informato che anche da Vienna si consigli il Papa a non muoversi da Roma, a meno che gli si usassero violenze dalla piazza, il che, egli ne è convintissimo, tu non permetteresti.
Scusa la confusione di queste informazioni. A Roma o Napoli ti darò moltissimi dettagli. Domattina andrò a Colonia e Magonza per le visite che ti dissi nell'altra mia. Sabato o domenica sarò a Milano, lunedì o martedì a Roma.
Tante cose.
aff.mo CHECCO.
Fortunatamente la pace non fu turbata, sia che il governo francese, di certo al corrente dei preparativi militari e dell'azione diplomatica dell'Italia, soprassedesse ai suoi disegni, sia che non trovasse un pretesto per assalire. Al conte di Launay il principe di Bismarck espresse l'opinione che i francesi non osassero far la guerra senza alleati, ma cercassero soltanto, con tutti i mezzi possibili, a far nascere e tener vive in Italia continue diffidenze ed inquietudini, nella speranza di nuocere così al nostro credito ed alla nostra economia pubblica.
Ma nell'interesse del domani, l'on. Crispi non cessò di vigilare. E l'allarme recò qualche beneficio, poichè dette occasione a constatare le attive simpatie per l'Italia delle Potenze centrali e dell'Inghilterra:
Berlino, 14 agosto 1889.
(_Riservato_). — Dissi oggi al segretario di Stato che il Governo del Re, che si era associato con viva soddisfazione alle dimostrazioni in occasione della visita recente dell'imperatore Guglielmo in Inghilterra, si associa con lo stesso sentimento alle manifestazioni scambiate ora per la presenza in Berlino dell'imperatore Francesco Giuseppe. Il conte di Bismarck mi rispose che infatti l'Italia aveva ogni motivo di rallegrarsi, essa era ed è considerata come presente in spirito a quei convegni. L'Inghilterra «quantunque non parte contraente della triplice alleanza, la costeggia». Il Governo inglese è animato delle migliori disposizioni anche verso l'Italia, in caso di provocazioni da parte della Francia. L'imperatore d'Austria dichiarò quanto era soddisfatto che il nostro augusto Sovrano abbia un primo Ministro di tanta vaglia. S. M. Imperiale è convinta di tutta l'importanza dei vincoli con l'Italia pure pel mantenimento della pace. Il conte Kálnoky farà tutto il possibile riguardo al contegno da osservarsi verso gli italiani dell'Impero. Nè Salisbury, nè Kálnoky credono a prossima guerra e meno ancora che la Francia commetta l'errore di dichiararla all'Italia.
LAUNAY.
La politica dell'on. Crispi di fronte alla Francia, era combattuta in Italia dai partiti estremi, e il turpiloquio dei giornali francesi contro il patriotta italiano era, purtroppo, imitato da qualche giornale nostro. È noto quale influenza eserciti certa stampa sugli animi deboli e impulsivi; un tal Caporali, il 13 settembre aggredì e ferì non leggermente l'on. Crispi.
La propaganda francofila produsse un altro effetto deplorevole; taluni italiani ebbero la cattiva idea di organizzare un cosiddetto pellegrinaggio di operai italiani, i quali si recarono in Francia a protestare contro il Governo del loro paese. Intorno a cotesto viaggio, l'Incaricato di Affari a Parigi, signor Ressman, scriveva privatamente a Crispi in data 14 settembre:
Checchè se ne dica, la verità _vera_ sullo scandaloso pellegrinaggio dei nostri operai repubblicani in Francia si è ch'essi non ebbero luogo di troppo entusiasmarsi per l'accoglienza qui ricevuta. Potevamo temere dimostrazioni ben altrimenti chiassose: la massa della popolazione parigina invece rimase assolutamente indifferente ed inerte, ignorando quasi la presenza d'italiani. Testimoni oculari mi affermarono che fu freddo anche il ricevimento all'Hôtel de Ville. Quattro bislacchi discorsi e le amplificazioni solite d'alcuni giornalacci rimpiazzarono ciò che i promotori forse speravano da uno spontaneo movimento popolare. I più savi dei francesi non s'illusero sull'efficacia pratica della dimostrazione, ed in molti, sopra ogni calcolo politico, doveva vincerla il disprezzo per così sfrontati promettitori di alto tradimento. Tale disprezzo invase irresistibile perfino l'animo di un corrispondente del _Secolo_, il noto Paronelli, astigiano, prima corrispondente a Berlino, il quale venne da me a dare sfogo al suo sdegno ed a dichiararmi che in presenza di tanta malafede egli voleva pubblicamente romperla con Sonzogno, la questione ponendosi oramai sul terreno della fedeltà alla bandiera nazionale....
Alfieri, Visconti-Venosta, Imbriani, Nicotera sono, tra i tanti nostri uomini politici qui venuti, quelli che attirarono l'attenzione, e se non parlassi che del primo e del terzo direi quelli che più si studiarono d'attirarla. Visconti-V. si tenne quanto più potè e col massimo tatto nell'ombra. Nicotera, spaventato della non provocata _réclame_ di capo d'opposizione colla quale il _Figaro_ salutò il suo arrivo, si affrettò a scolparsi dell'importuno complimento con un telegramma alla _Tribuna_ che venne a leggermi ieri protestando (affinchè glielo ripetessi) che malgrado la sua situazione parlamentare egli _si batterebbe per Crispi_, se lo si volesse sospettare d'essere venuto a combattere su questo terreno la sua politica estera, mentre in fatto non era venuto per altro che per contemplare la Torre Eiffel. Gli dissi che non avrei osato dubitare dell'identità del suo col mio proprio sentimento verso uomini capaci di venir nelle presenti condizioni a cercar dai francesi un puntello a' loro scopi politici in Italia.
_P.S._ Il sig. Jules Ferry manda a chiedermi l'indirizzo del barone Nicotera. Non fo commenti.»
Il 4 ottobre l'on. Crispi compì settant'anni e il principe di Bismarck colse l'occasione di quell'anniversario per rinnovare al suo amico e collega l'espressione dei suoi sentimenti:
Aujourd'hui, cher ami et collègue, vous célébrez l'anniversaire que j'ai fêté il y a cinq ans et qui me donne l'occasion de joindre les vœux chaleureux que je forme pour votre bonheur et votre avenir politique à ceux que vos compatriotes vous adresseront au jour de votre fête. J'éspère que votre santé sera promptement rétablie et vous permettra de continuer pendant de longues années votre précieux concours à la tâche pacifique que nous unit dans l'intérêt de nos deux nations.
VON BISMARCK.
Je vous remercie cordialement des vœux chaleureux que vous m'exprimez. Je suis profondement touché de ce témoignage d'amitié ainsi que du prix que Votre Altesse veut bien attacher au concours devoué que je lui prête dans la grande œuvre de paix qui unit nos deux nations.
CRISPI.
Non mancò mai in Crispi il buon volere per ristabilire migliori relazioni con la Francia. Il 10 ottobre egli riceveva dal Ressman le seguenti informazioni:
Non ebbi dal signor Spuller una sola udienza in cui egli ad uno o ad altro proposito, non abbia protestato delle sue fermamente amichevoli intenzioni verso l'Italia e verso il Regio Governo, ripetendo in frasi quasi stereotipe che mai per opera sua un dissidio sorgerà fra le due nazioni, che mai egli lascerà degenerare in conflitto alcuna contestazione fra noi, che sempre si studierà a darci ogni più efficace prova di buon volere e di animo conciliante. Anche nel colloquio che ebbi ieri con lui, questo signor Ministro degli Affari esteri, annunziandomi il prossimo arrivo in congedo del signor Mariani, che passerà qui due o tre settimane, mi disse che gli ripeterà verbalmente le più categoriche istruzioni affinchè dopo il suo ritorno in Italia raddoppii d'animo per convincere il Regio Governo delle cordiali disposizioni del Governo della Repubblica e si adoperi «con ardore, con serenità, con allegro umore» (sono le sue parole) a dissipare ogni possibile malinteso ed a ravvicinare di più in più i due paesi.
L'occasione era buona per far sentire al signor Spuller che da atti, meglio che da ogni parola, l'E. V. ed il Governo di Sua Maestà potrebbero essere indotti a vincere i dubbi sulla sincerità di quelle intenzioni che troppo sovente risorgevano, ora perchè nessuno in Italia poteva capacitarsi che il Governo francese fosse interamente estraneo al linguaggio troppo spesso amaro, calunnioso, aggressivo della stampa parigina, non meno di quella dei dipartimenti verso il Regno vicino; ora perchè pareva difficile di non ammettere una certa connivenza del medesimo nella guerra così accanita che qui una formidabile lega di ribassisti muoveva al credito italiano; ora perchè in più di una questione insorta fra' due Governi, come per esempio in quella di Gabes, le tergiversazioni e gli indugii a venirne ad una soluzione non tradivano invero sentimenti conformi alle reiterate dichiarazioni di amicizia. Non nascosi al signor Spuller, che queste osservazioni non mi erano suggerite da un solo apprezzamento mio personale, ma che più volte mi venivano fatte dall'Eccellenza Vostra e che a me stava a cuore di poterle rispondere altrimenti che con giudizii miei propri dettati da desiderio di conciliazione.
M'inspirai nel mio discorso dal telegramma che l'Eccellenza Vostra mi aveva indirizzato in data del 3 corrente.
Il signor Spuller nel rispondermi cominciò dall'inveire in termini violentissimi contro il giornalismo ed i giornalisti. Riconobbe, esprimendone vivo rammarico, che il Governo era impotente contro la stampa, non solo per effetto della legge, ma principalmente pel carattere e per la qualità dei giornalisti coi quali aveva da fare. «Io che ogni mattina mi vedo condannato a riceverne qui molti, vi posso dire che nulla uguaglia la loro ignoranza profonda, le loro insensate prevenzioni, la loro passione. E la passione è retaggio dell'ignoranza, avvegnacchè chi è istruito, chi sa, chi ragiona non deve ciecamente appassionarsi. Oggi i giornalisti si reclutano fra tutto ciò che vi è di più basso, di più infimo fra gli uomini capaci di tenere una penna. Fatelo sentire al vostro Governo, affinchè non renda noi responsabili di eccessi che deploriamo e contro i quali lottiamo noi per i primi».
Obiettai al mio interlocutore che sapevamo certamente distinguere fra una ed un'altra classe di giornali e di giornalisti, che il mio voto di un diverso indirizzo della stampa francese riferivasi specialmente alla stampa ufficiosa, della quale il Governo della Repubblica pure non poteva continuare ad affermarsi irresponsabile. A ciò il signor Spuller rispose citando quello che fu già il giornale di Gambetta ed il suo, _La République Française_, di cui non gli pareva dovessimo dolerci. Alla mia volta gli nominai _Le Temps_, che giornalmente riceve comunicazioni del Ministero degli Affari esteri ed accolse pure in non lontano tempo apprezzamenti assai poco benevoli circa gli uomini e le cose d'Italia. Il signor Spuller parve non esser meco d'accordo su questo punto.
Alla guerra che qui si fa ai valori italiani il Ministro pretese interamente ed assolutamente estranea l'azione del Governo, nè trovò risposta quando gli dissi che erano per lo meno scusabili i sospetti che doveva far nascere la quasi unanimità dei bollettini finanziarii di tutti i giornali di Parigi nel dare quotidiani e feroci assalti al credito Italiano.»
Furono probabilmente queste dichiarazioni dello Spuller, suo antico amico personale, che suggerirono all'on. Crispi di preannunziare nel suo discorso di Palermo del 14 ottobre l'abolizione delle tariffe differenziali applicate alle merci importate in Italia dalla Francia.
L'on. Crispi non pose condizioni, ma pel fatto stesso della sua iniziativa obbligò il governo francese a manifestare l'animo suo.
In un colloquio del 23 ottobre con Menabrea il ministro Spuller mi espresse calorosamente — telegrafava l'Ambasciatore — il suo desiderio di corrispondere alla iniziativa di V. E., non dissimulando però le difficoltà parlamentari. Affine di ottenere dichiarazioni più esplicite dal signor Spuller, senza oltre impegnare V. E., gli dissi sotto la mia personale responsabilità, che sarei felice di dar termine alla mia carriera, anzitutto con il contribuire a ristabilire pacifiche relazioni commerciali tra Francia ed Italia, al che Spuller rispose che si stimerebbe pure fortunato di esordire nella sua carriera diplomatica con il raggiungere l'ottimo intento, al quale egli è disposto a mettere il massimo impegno. Mi invitò a conferire in proposito con il signor Tirard.»
Quale atteggiamento assumesse il presidente del Consiglio, signor Tirard, risulta da quest'altro telegramma del Menabrea, del 25 ottobre:
In seguito alla conversazione che, mercoledì ultimo, io ebbi col signor Spuller e della quale io resi conto all'E. V. col mio telegramma di ieri, mi recai presso il signor Tirard, che aveva avuto tempo di leggere e meditare il discorso di V. E.
Egli dimostrò di apprezzarlo grandemente e ne riconobbe il senso pacifico e conciliativo; tuttavia egli non ammette intieramente che il contegno stesso della Francia abbia causato, per parte nostra, la denunzia del trattato di commercio, che fu ed è tuttora pretesto di tante recriminazioni contro di noi.
Nell'annunzio fatto da V. E. di avere la intenzione di proporre al Parlamento l'abolizione dei diritti differenziali rispetto alla Francia, senza chiedere la reciprocità per parte di essa, il signor Tirard si compiacque di riconoscere un atto conciliativo tale da calmare le asprezze tuttora esistenti nei rapporti commerciali dei nostri due paesi. Ma quando io gli chiesi se egli avrebbe seguìto nella via conciliativa apertagli dall'E. V., egli mi rispose che, prima di addivenire all'abolizione, per parte della Francia, delle tariffe differenziali, sarebbe necessario di riformare alcuni articoli della nostra tariffa generale, che sono effettivamente proibitivi per il commercio francese; al che gli feci osservare che la questione posta in quel modo era affatto diversa dall'altra, poichè egli ci suggeriva infatti per le nostre tariffe delle modificazioni che giustificherebbero soltanto la stipulazione di un nuovo trattato di commercio, al quale la Francia stessa in questo momento ripugnava, mentre la dichiarazione di V. E., relativa all'abolizione dei diritti differenziali, era un atto di conciliante cortesia, che non potrebbe essere ricambiato che con un atto consimile per ben dimostrare che i nostri due paesi, conservando tuttora la loro libertà commerciale, non intendono continuare più oltre una guerra di tariffe che non giova a nessuno. Il signor Tirard, tuttochè si mostrasse desideroso di ristabilire più facili rapporti commerciali coll'Italia, non nascose che temeva d'incontrare nella nuova Camera un ostacolo quasi insuperabile. Poichè le ultime elezioni furono fatte sotto l'influenza del protezionismo più assoluto, per cui è dubbio che, colla miglior volontà, egli possa compiere il desiderio espressomi con vivacità dal suo collega, il signor Spuller, quello cioè di ristabilire la pace commerciale.
Tuttavia l'ostilità contro l'Italia va scemando; il discorso di V. E. produsse molto effetto sugli uomini più oculati. Benchè la stampa che, in generale, agisce sotto l'influenza della speculazione, tenti di mantenere un'irritazione che serve di argomento alle sue polemiche, non pertanto le idee pacifiche tendono a prendere il sopravvento.
Il presidente della Repubblica, cui feci questa mattina la mia visita di dovere, mi parlò in quel senso, ed espresse il pensiero che le Potenze europee, anzichè profondere tesori per divorarsi tra loro, dovrebbero unirsi per resistere all'avversario che dalla sponda occidentale dell'Atlantico sembra voler minacciare il commercio e l'industria europea.
Ma l'ostilità francese era irreducibile, e l'iniziativa pacifica dell'on. Crispi non fu corrisposta.
Crispi non nutrì tuttavia risentimento verso i ministri della Repubblica. Una piccola prova della serenità del suo spirito è data dalla seguente lettera:
Sombernon (Côte d'or) le 13 mai 1890.
_Monsieur le Président du Conseil_,
J'ai l'honneur de vous offrir la sincère et respectueuse expression de mes sentiments de reconnaissance pour l'insigne faveur qui m'a été accordée sur la proposition de Votre Excellence, par sa Majesté le roi d'Italie, quand elle a daigné me conferer la grand-croix de son ordre royal des Saints Maurice et Lazare dont son digne ministre à Paris, M. Resmann, m'a remis les insignes et le diplôme le six mai courant.
Il m'a été particulièrement agréable de recevoir par l'intermédiaire de Votre Excellence cette marque de la haute estime de Sa Majesté, et je serai heureux si Votre Excellence voulait bien se charger d'être auprès du Roi l'organe et l'interprète de ma profonde gratitude.
Je saisis cette occasion, monsieur le Président du Conseil, de vous assurer de la très haute considération avec laquelle j'ai l'honneur d'être
de Votre Excellence le très humble et très obéissant serviteur
E. SPULLER
Député au Parlement français ancien ministre des affaires étrangères de la République.
CAPITOLO DUODECIMO.
1890 — Tunisi e Tripoli.
Il licenziamento del principe di Bismarck: i rescritti imperiali per la protezione degli operai; spiegazioni dell'imperatore Guglielmo; Crispi e Bismarck. — La progettata annessione alla Francia della Tunisia; l'opposizione di Crispi; l'appoggio delle grandi Potenze; corrispondenza Crispi-Salisbury. — Tripoli per Tunisi. — Le fortificazioni di Biserta. — In previsione dell'occupazione italiana della Tripolitania.
La sera del 20 marzo il supplemento dello _Staats-Anzeiger_ pubblicava due ordinanze del Gabinetto imperiale secondo le quali il principe di Bismarck era, a sua domanda, esonerato dalle funzioni di Cancelliere dell'Impero germanico, di Presidente del Ministero prussiano e di ministro degli Affari esteri; e il generale di Caprivi, comandante il X Corpo d'Armata, era nominato Cancelliere e Presidente del Ministero; al conte Erberto di Bismarck si affidava provvisoriamente l'incarico della direzione degli Affari esteri.
Il conte di Launay scriveva privatamente a Crispi che il ritiro dell'uomo di Stato eminente che aveva potuto rendere al suo paese servigi inestimabili, era il risultato fatale dell'antagonismo tra due potenze: una alla sua aurora, l'altra al tramonto; questa abituata a non tollerare ostacoli e a spezzare ogni resistenza, — quella giovine e risoluta a occupare il posto che le apparteneva di diritto, a rappresentare una parte preponderante e ad agire secondo la propria volontà. “Il suo regno — scriveva il di Launay — si disegna sempre più nettamente, ed è rappresentato da un Principe che ha un'anima elevata e virile, che dimostra un sentimento vivissimo della responsabilità, uno zelo ardente nel disimpegno dei suoi doveri, e intenzioni rette. Egli merita certamente che il successo risponda ai suoi nobili sforzi.„
Intorno alle circostanze determinanti dell'avvenimento che suscitò dovunque una grande sorpresa, l'on. Crispi ricevette le seguenti informazioni: