Politica estera: memorie e documenti
Part 3
[3] Il barone Rodolfo di Bennigsen, capo del partito nazionale-liberale, era stato a Roma in maggio 1877, accolto con molta cortesia dal Presidente della Camera e da gran numero di deputati italiani. _(N. d. C.)_
_15 settembre._ — Rodolfo di Bennigsen telegrafa da Hannover: «Je viendrai cette nuit Berlin pour avoir l'honneur et le plaisir d'être avec vous».
Vado insieme a di Launay da Leonhardt, ministro di Giustizia del regno di Prussia, il quale ci manda per competenza da Friberg, presidente della Commissione germanica di giustizia. Parlo a questi dell'adozione in Germania dell'art. 3 del Codice Civile italiano. Egli sarebbe lietissimo di accoglierlo; ma soltanto Bismarck è in grado di superare le difficoltà.
Parto alle 8 pom. per Monaco di Baviera, dalla stazione di Anhalt. A mezzanotte sono a Lipsia.
_16 settembre._ — Sono a Monaco alle 12,30. Parto all'una e mezza per Salisburgo, dove pernotto all'albergo d'Europa.
_17 settembre._ — Alle 9,45 ant. per Lend. Di là a Gastein, dove arrivo alle 6.
Wildbad, la città dei bagni, siede in cima alla vallata di Gastein, sul versante orientale del monte. Ivi è una sorgente di acque minerali, alle quali molti ricorrono per guarirsi dal torpore delle membra e dalla inerzia dei nervi. Ogni anno vi arrivano più di 3000 forestieri a cercarvi salute. Ordinariamente, le persone che vi convengono appartengono alle alte classi sociali.
Il monte dà origine al fiume _Ache_, il quale esce furioso da profondi crepacci, precipitandosi con due splendide cascate l'una sotto l'altra. Fino a pochi anni addietro, la più parte delle case di Wildbad erano di legno. Dopo che l'imperatore di Germania ed il suo Gran Cancelliere preferirono i bagni di quel luogo, vi sorsero begli edifici e magnifiche ville.
Giunsi a Wildbad alle 6 p.m. e ne avvisai il principe di Bismarck, mandandogli una carta da visita, e, immediatamente dopo, un biglietto così concepito:
«Hotel Straubingen, h. 6.40 du soir.
_Altesse_,
Dans le doute que vous n'avez pas encore reçu ma carte, je vous écris ces quelques lignes pour vous prier de vouloir bien me fixer l'heure dans la quelle je pourrais avoir l'honneur de vous voir.
En attendant etc.»
Il principe di Bismarck mandò subito a scusarsi per mezzo del suo segretario, che egli non poteva venir di persona per la sua malferma salute e che mi avrebbe all'istante medesimo ricevuto.
Il principe di Bismarck dimora alla destra del fiume in una modesta casa di proprietà dello Straubingen che raggiungemmo in pochi minuti. Mi fecero salire al primo piano. Il principe era nel suo gabinetto, il cui uscio dà sul pianerottolo rimpetto alla scala. Nella camera erano poche sedie, un tavolo, una magnifica stufa di porcellana e, sdraiato a poca distanza dal padrone, un superbo cane. Sul tavolo era una piccola pistola col manico bianco.
Aperta la porta, il principe si levò in piedi e mi venne incontro offrendomi la mano.
— Sono lieto, Altezza, di poter fare la vostra personale conoscenza.
— Noi ci conosciamo da molto tempo!
— Sì, Altezza, oggi però ho il bene di vedervi la prima volta e di potervi stringere la mano.
Essendo venuto in Germania, io non potevo partirne senza avervi recato i saluti del mio Re; e vi ringrazio cordialmente di avermi concesso di venirvi a trovare sin qui.
— Che notizie mi portate d'Italia? Siete stato in Francia? Che dicono a Parigi?
— In Roma si è preoccupati per le probabilità d'una guerra nel caso che nelle prossime elezioni politiche in Francia vinca il partito reazionario. E poi non si è sicuri dell'Austria, il cui contegno non è punto amichevole verso il nostro governo.
Voi ci avete fatto dire dal barone Keudell che vorreste stringere sempre più col nostro paese legami di amicizia, e pertanto io son venuto d'ordine del Re a parlarvi di parecchie cose.
La primissima è d'interesse tutto particolare per l'Italia e la Germania, le altre di natura affatto internazionale.
Comincio da quella che riguarda noi e voi.
Io non so se bisognerà ritoccare il nostro trattato di commercio del dicembre 1865. Sono però convinto che con l'apertura del Gottardo le relazioni fra i nostri paesi saranno più frequenti e che in conseguenza sarà utile di mettere i cittadini delle due parti in condizioni tali che non trovino ostacoli nei commerci ed in tutti gli atti della vita privata. A tale scopo il mio governo vorrebbe che Vostra Altezza accettasse un trattato mercè cui i tedeschi in Italia e gli italiani in Germania fossero in uno stato di vera uguaglianza coi nazionali nello esercizio dei diritti civili.
Andiamo ora agli argomenti di maggiore interesse e sui quali mi spiegherò in poche parole.
Io sono incaricato di chiedervi se voi siete disposto a stipulare con noi un trattato di alleanza eventuale, nel caso che fossimo costretti a batterci con la Francia o con l'Austria.
Il mio Re vorrebbe inoltre mettersi d'accordo con l'Imperatore per la soluzione della questione orientale.
— Accetto di tutto cuore la proposta per un trattato che metta gli italiani in Germania e i tedeschi in Italia allo stesso livello dei nazionali e che per gli uni e per gli altri vi sia una perfetta uguaglianza nello esercizio dei diritti civili. Non posso però farlo senza averne prima parlato ai miei colleghi. Un trattato di tal genere mi conviene, perchè sarebbe una pubblica manifestazione del nostro accordo con l'Italia.
Andiamo al resto.
Voi conoscete le nostre intenzioni. Se l'Italia fosse attaccata dalla Francia, la Germania si riterrebbe solidale e si unirebbe a voi contro il comune nemico. Per un trattato a codesto fine potremo intenderci. Giova, però, sperare che la guerra non si renderà necessaria e che potremo mantenere la pace. La repubblica non può vivere in Francia che essendo pacifica; e se tale non fosse, correrebbe rischio di perdersi. A mio avviso la guerra sarebbe solamente possibile nel caso d'un ritorno della monarchia.
Le dinastie, in quel paese, sono per necessità clericali, e perchè il clero vi è irrequieto e potente, e perchè i Re, onde illudere le plebi, hanno bisogno di essere battaglieri, ne viene per conseguenza ch'essi son costretti ad attaccar lite coi vicini. È stato sempre così in tutti i tempi, e ne troverete esempi a cominciare dal regno di Luigi XIV.
Per l'Austria la posizione è tutta diversa. Io non oso supporre il caso che essa ci possa essere nemica; e vi dirò francamente che non voglio neanche prevedere codesta eventualità.
Domani dovrò trovarmi col conte Andrássy, e parlando con lui voglio in fede mia assicurarlo che non ho impegni con alcuno e che gli sarò amico.
La guerra russo-turca è proceduta contrariamente ad ogni previsione, e però l'Austria non ha avuto bisogno di passare la frontiera. Spero che questo bisogno non verrà, e che la lotta sarà limitata fra i due combattenti e potrà rimanere localizzata.
Noi teniamo a che l'Austria e la Russia siano amiche e cerchiamo di mantenerle tali.
Si possono discutere le varie ipotesi secondo le quali convenga risolvere la questione d'Oriente, e si possono anche determinare certi criteri onde procedere d'accordo. Bisogna però convenire che l'esercito russo non è stato fortunato fin oggi e che ci è ignoto per ora quale possa essere la fine della guerra.
Lo Czar deve fare grandi sforzi ancora. Se l'esercito russo ritornasse sconfitto, lo Czar potrebbe avere fastidi in casa sua.
Comunque sia è un affare che lo riguarda, anzi dovrò confessarvi, che in cotesta questione d'Oriente, la Germania non ha interesse alcuno, e per noi qualunque soluzione la quale non turbi la pace europea, sarà sempre accettata.
— Ammiro la vostra franchezza, e vi dico che se fossi al vostro posto non parlerei diversamente.
Resta, dunque, inteso che faremo una convenzione per assicurare ai tedeschi in Italia ed agli italiani in Germania l'esercizio dei diritti civili, come ne godono i nazionali. Potrebbe alla convenzione servir di base l'articolo 3.º del Codice Civile italiano, il quale accorda questo beneficio agli stranieri.
Siamo pure d'accordo per quanto si riferisce alla Francia.
Permettetemi ora, pel resto, che io vi sottoponga alcune domande:
Credete voi che l'Austria vi sarà sempre amica? Per ora essa ha bisogno di voi, dovendo riparare ai danni patiti al 1866 e voi soli potendo assicurarle la pace senza la quale essa non potrebbe riordinare le sue finanze e ricostituire il suo esercito. Ma l'Austria non può dimenticare il passato, nè può vedere di buon occhio il nuovo imperatore di Germania.
Voi dite che la Germania non ha alcun interesse nella questione d'Oriente. Sia pure. Devo, intanto, ricordarvi che il Danubio per una buona parte è fiume tedesco; esso tocca Ratisbona e vanno per la via del Danubio le merci tedesche al Mar Nero.
Noi italiani non possiamo essere disinteressati come voi nella soluzione della questione d'Oriente. Le voci che corrono ci fanno temere che noi ne saremo danneggiati. Se le grandi Potenze stabiliranno d'accordo di astenersi da ogni conquista nelle Provincie balcaniche e converranno che il territorio tolto ai turchi dev'essere lasciato alle popolazioni del luogo, noi nulla avremo a ridire. Vuolsi però che la Russia, per assicurarsi l'amicizia dell'Austria, abbia offerto a questa la Bosnia e la Erzegovina. Or l'Italia non potrà permettere che l'Austria occupi quel territorio.
Voi lo sapete: al 1866 il regno d'Italia rimase senza frontiere dalla parte delle Alpi orientali. Se l'Austria ottenesse nuove provincie, le quali la rinforzassero nello Adriatico, il nostro paese resterebbe stretto come entro una tenaglia e sarebbe esposto ad una facile invasione tutte le volte che ciò convenisse al vicino impero.
Voi dovreste aiutarci in questa occasione. Noi siamo fedeli ai trattati e nulla vogliamo dagli altri. Voi dovreste domani dissuadere il conte Andrássy da ogni desiderio di conquiste nel territorio ottomano.
— L'Austria segue una buona politica, ed io devo credere che vi persisterà. Un solo caso vi potrebbe essere che valga a rompere ogni accordo tra l'Austria e la Germania ed è una differenza nella politica dei due governi in Polonia.
In Polonia esistono due nazioni: la nobiltà ed il contadiname (_la noblesse et le paysan_), di natura ed abitudini diverse. La prima è irrequieta, faziosa; il secondo è tranquillo, laborioso, sobrio. L'Austria accarezza la nobiltà.
Se scoppiasse un movimento polacco, se l'Austria lo aiutasse, noi dovremmo opporci. Noi non possiamo permettere la ricostituzione di un regno cattolico alle nostre frontiere. Sarebbe la Francia del Nord. Oggi, ne abbiamo una; allora avremmo due Francie, le quali naturalmente sarebbero alleate e noi saremmo in mezzo a due nemici.
La risurrezione della Polonia ci nuocerebbe anche per altri motivi; essa non potrebbe avvenire senza la perdita di una parte del nostro territorio. Ora noi non possiamo rinunziare a Posen e a Danzica, perchè l'impero tedesco resterebbe scoperto dalla parte dei confini russi e perderebbe i suoi sbocchi nel Baltico.
L'Austria sa che non può ritornare indietro e sa che noi siamo amici leali. Essa è in una buona via e non ha interesse di abbandonarla. Se mutasse, se si facesse protettrice del cattolicismo, muteremmo anche noi, ed allora, per conseguenza, saremmo con l'Italia. Per ora nulla ci dà a credere che questo avvenga.
Non cerchiamo coi sospetti di dar pretesto a che l'Austria cangi politica. Vi sarà sempre tempo a provvedere.
Il Danubio non ci riguarda. Esso è navigabile da Belgrado in poi; a Ratisbona non vi sono che alcune zattere (_quelques radeaux_).
L'Austria al 1856, nel Congresso di Parigi, per suo proprio interesse trascurò la Confederazione germanica nella Commissione pel Danubio ed in verità non ce ne era bisogno. L'Austria fa i suoi commerci per la via di Trieste e di Amburgo.
La Bosnia, come tutta la questione orientale, non tocca gli interessi tedeschi. Se potesse esser causa di dissidi tra l'Austria e l'Italia ce ne dorrebbe, perchè vedremmo combattersi due amici, che vogliamo siano in pace.
Del resto, se l'Austria prenderà la Bosnia, l'Italia si prenda l'Albania o qualche altra terra turca sull'Adriatico.
Io spero che le relazioni del vostro governo con quello di Vienna diverranno amichevoli e col tempo anche cordiali. Nulladimeno, se v'impegnaste contro l'Austria me ne dorrebbe, ma non faremmo la guerra per questo.
A questo punto si apre la porta ed entra il conte Erberto di Bismarck con un fascio di telegrammi. Egli li dà al padre, il quale, dopo averli letti, ordina le relative risposte e l'altro se ne parte.
Quasi immediatamente dopo si presenta la principessa di Bismarck, la quale porta al marito una limonata minerale.
Mi alzo ed egli:
— Mia moglie.
Presento alla signora i miei complimenti. Il Principe beve e la Principessa esce. Rimasti di nuovo soli riprendo la parola.
— Comprendo il vostro contegno verso la Corte di Vienna e lo rispetto.
Permettetemi, però, di farvi osservare che l'unità germanica non è ancora compita. Dal 1866 al 1870 avete fatto miracoli, ma avete molte popolazioni tedesche fuori del territorio dell'impero e certamente presto o tardi saprete attirarle a voi.
A voi non dispiace il territorio austriaco. Voi venite qui ogni anno, e Gastein, che segna con le Alpi la vera frontiera della Germania, ha per me un significato; può essere anche una predizione....
— Ah! no, voi v'ingannate. Io son venuto qui anche prima del 1866. E poi ascoltate:
Noi abbiamo un grande impero da governare, un impero di 40 milioni di abitanti, con vaste frontiere. Esso ci dà molto da fare, e non vogliamo, per ambizione di nuove conquiste, rischiare quello che abbiamo. L'opera alla quale ci siamo dedicati assorbe la nostra mente ed il nostro tempo.
Noi abbiamo molte difficoltà da superare. Il Re, alla sua età, non può ricevere grandi scosse. Ha fatto moltissimo per la Germania e bisogna che riposi.
Abbiamo, nel nostro territorio, parecchi principi cattolici, una regina cattolica ed anche francese, un clero irrequieto che a tener tranquillo bisogna sottoporre a leggi speciali. Noi siamo interessati al mantenimento della pace. Se ci offrissero qualche provincia cattolica dell'Austria, la rifiuteremmo.
Ci venne imputato che vogliamo l'Olanda e la Danimarca.
Che mai ne faremmo? Abbiamo abbastanza popolazioni non tedesche, per non doverne volere delle altre. Con l'Olanda siamo in buoni termini e con la Danimarca le nostre relazioni non sono cattive. Finchè sarò ministro sarò con l'Italia, ma pur essendo vostro amico non intendo romper con l'Austria.
Al 1860, io mi trovava a Pietroburgo, ma ero con voi di cuore. Seguendo i vostri successi, n'ero contentissimo, perchè i vostri successi convenivano alle mie idee.
Dopo tutto ciò dovrò ripetervi che noi desideriamo voi siate amici dell'Austria. Nella soluzione della questione d'Oriente, si può trovare un accordo, prendendo voi in compenso una provincia turca dell'Adriatico, qualora l'Austria prendesse la Bosnia.
— Una provincia turca sull'Adriatico a noi non basta, non sapremmo che farne.
Noi verso l'Oriente non abbiamo frontiere; l'Austria è al di qua delle Alpi e può entrare nel regno quando a lei piaccia. Noi nulla vogliamo dagli altri; saremo fedeli ai trattati, ma vogliamo essere sicuri in casa nostra.
Parlatene al conte Andrássy.
— No, non voglio toccare la questione della Bosnia e molto meno quella delle vostre frontiere orientali. Lasciamole per ora. Io non voglio trattare argomenti che possono dispiacere al conte Andrássy, perchè voglio tenermelo amico.
— Va bene; fate come meglio credete.
Ora ditemi un poco.
Voi tenete alla pace e sperate che questa possa durare.
Abbiamo trattato l'ipotesi che in Francia possa vincere il partito reazionario e che possa ritornarvi la monarchia. Contro questo avvenimento, abbiamo convenuto che bisogna provvedere.
Ma facciamo un'altra ipotesi:
Se dalle elezioni generali in Francia riuscissero vincitori i repubblicani, non potreste trovare il modo d'intendervi?
Questa domanda non ve la fo a caso.
Io vidi a Parigi il deputato Gambetta, il quale ha molta influenza nel suo paese. Abbiamo discorso a lungo sulle condizioni politiche della Francia e sulla necessità della pace europea, anche pel consolidamento della repubblica. Io non gli nascosi che sarei venuto da voi ed egli mi manifestò il desiderio di un accordo con voi e volle che io ve ne parlassi.
Io comprendo che un'alleanza tra la Francia e la Germania non è ancora possibile, perchè gli animi in quel paese sono troppo inaspriti _(aigris)_ dopo le sconfitte patite. Ma havvi un punto sul quale potreste intendervi, e l'Italia vi seguirebbe; è quello del disarmo.
— Un'alleanza con la Francia repubblicana sarebbe senza scopo per noi.[4] Il disarmo dei due paesi non sarebbe possibile. Questo argomento prima del 1870 fu trattato con l'imperatore Napoleone, e dopo tanto discutere fu provato che il concetto di un disarmo non può riuscire nella pratica. Non furono trovati ancora nel dizionario i vocaboli che fissino i limiti del disarmo e dell'armamento. Le istituzioni militari sono diverse nei varii Stati, e quando avrete posto gli eserciti sul piede di pace, non potrete dire che le nazioni, le quali hanno aderito al disarmo, siano in eguali condizioni di offesa e di difesa. Lasciamo questo argomento alle Società degli amici della pace.
[4] Cfr. _Memorie del principe di Hohenlohe_, II. 407: «5 settembre 1877. Gastein. Quant à la France il [Bismarck] compte l'écarter de toutes les combinaisons de grande politique et veut eviter tout rapprochement.» _(N. d. C.)_
— E allora limitiamoci al trattato di alleanza pel caso che la Francia ci attacchi.
— Prenderò gli ordini dell'Imperatore per trattare in via ufficiale un'alleanza eventuale.
L'ora essendo tarda ed essendo esauriti gli argomenti che dovevo trattare, mi levai per congedarmi.
— Resterete ancora a Gastein? — chiese il Principe.
— No, Altezza. Ogni permanenza in questi luoghi sarebbe inopportuna. Non ho dato il mio nome nè all'albergo di Europa a Salisburgo, nè qui all'albergo Straubingen.
— Allora, arrivederci.
— Arrivederci.
_18 settembre._ — Alle 9 ¾ del mattino lasciai Wildbad-Gastein, prendendo posto in un carrozzino, il quale in tre ore mi portò a Lend. Il treno non era ancora giunto e bisognò attendere qualche ora alla stazione.
Cotesta di Lend è la ferrovia che viene dal Tirolo e conduce in Germania. Alle 2 p. partimmo; alle 5 p. eravamo a Salisburgo e a Monaco alla mezzanotte. — Scesi all'albergo delle _Quattro Stagioni_.
_Monaco di Baviera, 19 settembre._ — È a Monaco un Inviato straordinario e ministro plenipotenziario del Re d'Italia. In verità io non comprendo perchè debba tenersi una rappresentanza diplomatica in Baviera. Dopo la costituzione del grande impero, i principotti tedeschi non hanno più voce in capitolo nella politica europea. I trattati si fanno a Berlino ed il Gran Cancelliere pensa ed agisce nell'interesse di tutti i popoli e di tutti gli Stati tedeschi.
La legazione a Monaco è tenuta dal conte Rati-Opizzoni. Il suo ufficio è una vera «sine cura». Ancora non ha casa e vive in albergo, dove lo trovai. Il foglio prediletto che a lui giunge d'Italia, è l'_Unità Cattolica_.
Da Monaco telegrafai al Re e al presidente del Consiglio i risultati del mio colloquio col principe di Bismarck.
Al Re, col quale avevo la cifra in francese, scrissi così:
«J'ai parlé avec Bismarck. Il accepte traiter alliance défensive et offensive dans le cas où la France nous attaque. Il prendra les ordres de S. M. l'Empereur pour traiter officiellement.
«Je retourne à Berlin, toujours aux ordres de V. M.».
Il dispaccio all'on. Depretis fu nei termini seguenti:
«Ebbi a Gastein conferenza due ore con Bismarck. Accetta trattare alleanza eventuale, qualora Francia attacchi. Accetta art. 3 Codice Civile quale dimostrazione politica. Rifiuta trattato eventuale contro l'Austria. Questione Orientale non tocca interessi Germania. Prenderà ordini dell'Imperatore onde trattare ufficialmente. — Scrivimi Berlino».
Alle 3 ¼ p. sono partito da Monaco. Il conte Rati-Opizzoni ebbe la cortesia di accompagnarmi alla stazione.
_Berlino, 20 settembre._ — Arrivo a Berlino alle 7,45. Trovo una lettera del dottor Giovanni Valeri, professore di lingua e letteratura italiana della principessa imperiale Vittoria, moglie del principe Federico Guglielmo, erede del trono germanico. Il Valeri, che era venuto personalmente all'albergo nella mia assenza, mi scrive che avrebbe a parlarmi di qualche cosa d'importante e però chiede di vedermi. Lascia il suo indirizzo: Deutsch Haus — Potsdam.
Gli telegrafo che poteva venire in giornata, in quella ora che a lui sarebbe parsa opportuna.
Verso le 11 ant. gli onorevoli Ludwig Loewe e Federico Dernburg, deputati al Reichstag, vengono a nome dei colleghi e dei membri del Landtag a manifestare il loro desiderio di tenere un banchetto parlamentare per me. Consento, lasciando ai medesimi la scelta del giorno.
Il Loewe è progressista, il Dernburg è del partito nazionale-liberale.
Il conte di Launay viene a visitarmi e mi reca due telegrammi del Re. Annunzio al nostro ambasciatore che il principe di Bismarck aveva accolta favorevolmente la proposta di un trattato che accordi ai cittadini italiani in Germania l'esercizio dei diritti civili alle uguali condizioni dei nazionali.
I telegrammi del Re sono uno del 17, in risposta alla mia lettera da Parigi dell'11 settembre, e l'altro del 20, in risposta al mio dispaccio da Monaco.
Il primo è così concepito:
«Merci pour votre lettre, qui m'a fait beaucoup de plaisir parce que je vois que vos idées sont parfaitement d'accord avec les miennes. Je remarque cependant que vous ne me parlez pas des aspirations ministerielles.
«Faites moi le plaisir de me télégraphier si je dois écrire quelque chose au prince de Bismarck, ou si vous ferez de vous-même sans moi. Je vous souhaite bonne réussite dans tout et je me fie entièrement dans votre expérience et habileté. Bien des amitiés
VICTOR EMMANUEL.»
Il secondo telegramma è del seguente tenore:
«Je vous remercie. Tachez d'avoir quelque document positif pour pouvoir traiter.
VICTOR EMMANUEL.»
L'onorevole Depretis non si affrettò a rispondere al mio dispaccio da Monaco, talchè dovetti sollecitarlo. Ed allora egli, la sera del 20, telegrafò:
«Ricevuto ieri tuo dispaccio».
Gli scrivo la seguente lettera nella quale gli fo una narrazione del mio colloquio col principe di Bismarck:
«Berlino, 20 settembre 1877.
_Caro Depretis_,
Ieri da Monaco di Baviera ti trasmisi in cifra il seguente dispaccio telegrafico: «Ebbi a Gastein una conferenza di due ore con Bismarck. Accetta trattare alleanza eventuale, qualora Francia attacchi. Accetta art. 3 del Codice Civile quale dimostrazione politica. Rifiuta trattato eventuale contro Austria. — Questione Orientale non tocca interessi Germania. — Prenderà ordini dell'Imperatore onde trattare ufficialmente. — Scrivimi a Berlino».
A S. M. che avevo promesso tenere informato dello stesso argomento, telegrafai anche in cifre nei termini seguenti: «J'ai parlé avec Bismarck. Il accepte traiter alliance défensive et offensive dans le cas où la France nous attaque. Il prendra les ordres de S. M. l'Empereur pour traiter officiellement. Je retourne à Berlin, toujours aux ordres de V. M.».
Ti avverto che nulla ho detto a Launay delle nostre pratiche per l'alleanza, con lui essendomi soltanto limitato a discorrere dell'art. 3 del Codice Civile.