Politica estera: memorie e documenti
Part 29
_18 luglio._ — Udienza reale. Discorsi sulla situazione. Il Re parte alle 11 pom. per Pisa. Nella sala di aspetto gli riferisco le ultime notizie del Vaticano, delle quali il sovrano resta sorpreso. Uscendo dalla stazione vedo il Cosenz. Gli domando se si era messo d'accordo con il Bertolè.
Il Cosenz mi risponde che il Ministro gli parla delle cose di guerra solamente quando havvi pericolo. Lo prego di visitarmi.
_20 luglio._ — Alle 3 è venuto a trovarmi il generale Cosenz. Anch'egli è d'avviso che i francesi ci attaccheranno. — Le fortificazioni di Messina, della Spezia e di Genova sono terminate. — Taranto. — I 14 corpi di esercito. — I quattro grandi comandi: — Duca d'Aosta, Pianell, Bariola, Ricotti. — Il concorso delle navi da guerra. — Compagnie dei battaglioni assottigliate per ragioni di economia. — Milizia territoriale. Non possibile ricorrere ad un corpo di volontarii come al 1866; mancano il capo e i quadri.
Biglietto di Nigra [ambasciatore a Vienna]:
«Caro signor presidente, eccomi giunto e attendo i suoi ordini all'Albergo Roma, al Corso.»
Telegramma da Londra:
«Benchè Salisbury non divida nostre apprensioni, manderà un potente rinforzo alla Squadra del Mediterraneo in agosto, dopo la rivista navale per l'Imperatore di Germania. Maggiori particolari col Corriere. — CATALANI.»
Alle 10 ½ il conte Nigra viene al palazzo Braschi. — Gli espongo le notizie che abbiamo dalla Francia e quello che ci è noto del Vaticano. Osservo che le pressioni del signor di Mombel sono serie e che se non sono riuscite ciò devesi all'esitazione del Papa. Vienna è mal servita presso il Vaticano e perciò vede tutto in bene. Il Nigra risponde che a Kálnoky non potrebbe esser nascosta la partenza del Papa.
— Comunque sia, ci occorre sapere quello che farebbe l'Austria nel caso che noi fossimo attaccati dalla Francia. Essa avrebbe l'obbligo di difenderci. È necessario venire alla stipulazione d'una Convenzione militare, tanto per l'azione comune sul mare, quanto per l'azione comune in terra. Per la convenzione marittima abbiamo avuto con Bismarck delle intelligenze che si debbono coltivare. L'azione comune delle tre flotte imporrebbe alla Francia, e se a noi si unisse anche l'Inghilterra, com'è probabile, la vittoria sarebbe sicura.
— Per la convenzione navale, osservò il Nigra, bisognerebbe far prendere l'iniziativa da Berlino; da lì scrivendosi a Vienna tutto sarebbe fatto. La convenzione militare è un affare a due.
— Potrebbe esser negoziata qui o a Vienna. Per me vale lo stesso.
Parlo al Nigra delle vessazioni agl'italiani in Trieste e della necessità di porvi termine. L'Austria ha paura delle ombre. Le dimostrazioni non hanno nessuna importanza, e quando si è forti non vi è motivo di temerle. Però si è forti se le legittime aspirazioni dei popoli vengono soddisfatte. A che inveire sull'Ullman e dargli un'aureola di patriottismo? Egli è bavaro di origine e italiano soltanto per decreto ottenuto sotto Cantelli: è uno di quegli uomini che mutano nazionalità per convenienze personali.
Il processo contro Piccoli è assurdo; lo lascino tranquillo.
Il Nigra conviene che la condotta degli austriaci è inabile, e che gioverebbe a loro non continuare nelle vessazioni poliziesche. Trasloco del console Durando, dandogli però una buona residenza.
A proposito di Trento e Trieste il Conte affermò che fu colpa di Lamarmora se noi non abbiamo il Trentino. L'Austria ce l'avrebbe dato.
Avendogli manifestato le mie idee su Trieste, convenne meco che non ci giovi averla. Approvò la mia dichiarazione sulla necessità dell'esistenza dell'impero Austriaco. È necessario però che l'Austria muti contegno nel suo governo. Non può vivere suscitando le rivalità dei popoli, le quali tosto o tardi produrranno la guerra civile. Il rispetto delle nazionalità, l'uguaglianza dei diritti di ciascuna, devono esser base all'esistenza pacifica dell'impero.
Parlando con Kálnoky della partenza del Papa da Roma, il Nigra ha detto che l'Italia prenderebbe possesso del Vaticano e vi pianterebbe la sua bandiera. È quello che avrei fatto al 1878 se il Conclave si fosse tenuto fuori d'Italia.
Il Nigra mi assicura che a Vienna fidano su noi e che De Bruck manda dei rapporti ottimisti.
Riassumiamo. Tre incarichi: chiedere una politica liberale a Trieste — convenzione navale — convenzione militare.
Prego l'Ambasciatore di assicurare il Kálnoky che non darò alla Francia occasione alcuna che possa servirle di pretesto a rompere la pace. Nessun dubbio che havvi aumento di truppe alle nostre frontiere e che la Francia spia il momento opportuno per attaccarci. Al Vaticano si fanno pressioni perchè il Papa parta; non sono riusciti per l'esitazione di Leone XIII e per l'opposizione del Sacro Collegio. Ma non ne hanno perduta la speranza.
_21 luglio._ — Il cardinal Hohenlohe, dietro mio invito, è venuto a trovarmi all'1 ½ pom. alla mia casa in via Gregoriana.
Gli ho detto:
— Altre volte è stata V. E. che è venuta a trovarmi, oggi son io che l'ho pregata a venire da me.
Io dovrò parlarle di un affare gravissimo, e dovrò incaricarla di un delicatissimo mandato.
Si parla della partenza del Papa, e vi ha chi lo spinge ad abbandonare il Vaticano. Io non ho consigli da dare. Se il Papa resterà, continuerà ad essere rispettato, e sarà garentito come prima, anche se scoppiasse la guerra, che io farò tutto il possibile per allontanare. Se il Papa vorrà partire non ci opporremo; anche nella sua partenza, e finchè è sul territorio italiano, sarà sotto la tutela delle leggi italiane, godrà di tutti i suoi diritti, di tutta la sua libertà.
Fo intanto osservare, e prego V. E. di dirlo bene al Papa, che guardi di non essere lui la causa di una guerra, e ricordi quanto costò a Pio IX l'aver ricorso alle baionette straniere. Non solo ne perderebbe la religione; ma ne perderebbe l'uomo, che ne è principe sovrano.
Il cardinale ascoltava, e spesso col capo o con interruzioni, dava segni di approvazione. E rispose:
— Io non vado sempre al Vaticano; ma vi andrò, e adempirò il di lei incarico.
Il Papa non se ne andrà; ma non si è sempre sicuri di lui. Egli vuol lasciar parlare di sè; e talora ha delle eccitazioni nervose, che lo spingono a proponimenti non sempre prudenti.
— Non è per me, ch'io parlo, nè pel governo. Io sono un individuo, che da un momento all'altro può sparire dal mondo; ed il governo è assai forte per non temere la guerra. L'Italia ha mezzi sufficienti per difendersi. Ha poi due potenti alleati.
Io parlo pel Papa e pel cattolicesimo. Leone XIII gettandosi nelle braccia della Francia, ha fatto la fortuna della Chiesa d'Oriente. Il culto ortodosso ogni giorno progredisce a danno del cattolico; e non può essere altrimenti. La Francia si è disinteressata delle cose d'Oriente a favore della Russia, la cui influenza aumenta sempre. Il Papa queste cose non le sa, e facilmente gliele nascondono, perchè hanno interesse a nasconderle.
Comunque sia, e ritornando all'argomento pel quale chiesi di parlarle, conchiudo per dirle di far sapere al Papa queste cose:
Se resta in Italia, sarà rispettato, anche se scoppiasse la guerra.
Se parte, sarà rispettato, e l'accompagneremo con tutti gli onori. Pensi però al partito da prendere. Ci va del suo nome, del suo avvenire, dell'avvenire del cattolicesimo. —
Ci siamo congedati alle 3 meno un quarto. Il cardinale prese la sua via; io ritornai alla Consulta.
Roma, 23 luglio '89.
_Ecc.mo Sig. Presidente_,
Confidenzialmente accludo questa lettera. _Siccome soltanto_ con il padrone quelle cose si potrebbero dire, conviene ch'io sospenda l'esecuzione de' suoi desiderii. Pare che si abbia paura di me, non so perchè!?
Del resto Ella disponga di me, e mi faccia sapere quel che crede necessario.
E con la maggiore stima ed amicizia mi confermo di Vostra Eccellenza
Aff.mo
G. CARD. D'HOHENLOHE.
_(Lettera in originale acclusa nella precedente)._
N. 82253 Roma, 22 luglio 1889.
_Ecc.mo e R.mo Sig. Mio Oss.mo_
Secondando il desiderio espressomi da Vostra Eminenza nel suo biglietto in data di ieri me ne sono reso interprete presso il Santo Padre.
Essendo peraltro la Santità Sua trattenuta da molte occupazioni e dagli attuali calori dall'accordare straordinarie udienze, si è degnata di autorizzarmi a conferire con Lei, qualora Le piaccia di far giungere per mio mezzo alla sovrana sua cognizione ciò ch'Ella intende di esporle.
Ponendomi pertanto a libera di Lei disposizione, mi onoro rinnovarle i sensi della mia profonda venerazione, con la quale Le bacio umilissimamente le mani.
Di Vostra Eminenza
U.mo dev.mo servitor vero
M. CARD. RAMPOLLA
Sig. card. d'Hohenlohe.
Roma, 24 luglio '89.
_Ecc.mo Signor Presidente_,
Dopo la mia di ieri sera ho notato alcune cose da scriversi a S. S.; e desidererei sapere se V. E. approva, e se vuole aggiungervi o togliere qualche cosa, faccia pure. La lettera andrà sicura nelle mani di S. S.
Mi mandi l'acclusa bozza con quelle correzioni che crede, e subito sarà copiata. E con sincero rispetto mi confermo di V. Eccellenza
Devot.mo servo
G. CARD. HOHENLOHE.
[Illustrazione: Autografo riprodotto fotograficamente: lettera del card. Hohenlohe a Crispi.]
_(Minuta di una lettera del cardinale Gustavo di Hohenlohe — 24-7-89)_
«Nell'ultima udienza dissi alla S. V. di aver invitato il ministro Boselli il quale aveva concesso di far fare lo scalone di San Gregorio e ci ha promesso anche altri favori. Mi parve che la Santità Vostra fosse contenta. Tanto maggiore fu la mia sorpresa nel ricevere quella lettera (sgarbata)[30] del cardinale Rampolla. Oggi non possiamo più (segregarci dai personaggi del governo italiano con un sistema cinese).[31] Iddio ha disposto le cose in modo che la Chiesa non può più riprendere il dominio temporale. La salute delle anime esige che noi ci rassegniamo, che restiamo tranquillamente nelle sfere ecclesiastiche e facciamo la carità con le nostre sostanze e con i nostri insegnamenti ai fedeli.
[30] Cancellata la parola.
[31] Mutato poi di pugno del Cardinale in «sequestrarci dalla vita moderna».
Si parla di partenza. (S. E. Crispi stesso mi disse l'altro giorno di dire a Vostra Santità)[32] che se Lei vuole partire egli non vi si opporrà e La farà accompagnare con tutti gli onori, ma che Vostra Santità non tornerà più a Roma. E che se la Sua partenza suscitasse una guerra per es. per parte della Francia, la religione perderebbe immensamente. Che l'Italia non farà la guerra se la Francia non l'attacca; che in caso di guerra il governo italiano garentisce la sicurezza del Papa a Roma. Ma che il Papa non si faccia illusioni: partito che sarà, non tornerà a Roma e la Santa Sede soffrirà una terribile scossa.
[32] Mutato in «Persona intima di S. E. Crispi mi assicurò che il pensiero del Ministro a questo proposito, è il seguente».
(Più; la Francia fa tutte le facilitazioni alla Russia in Oriente per far trionfare lo scisma, purchè abbia l'alleanza della Russia. Sembrerebbe dunque che poco da quella parte vi sia da sperare).[33]
[33] Periodo cancellato.
Noi Cardinali abbiamo il dovere strettissimo di dire la verità al Papa, perciò eccola.
Del tempo di Pio VI si perdettero i cinque milioni di scudi depositati da Sisto V. a Castello, e con tutto ciò fino al 1839 ogni nuovo Cardinale _giurava_ di conservare questi cinque milioni che non vi erano più. Non fu che il cardinale Acton che protestò contro quel giuramento nel 1839 e papa Gregorio trovava giuste le osservazioni dell'Acton. Così oggi pure si fa giurare ai Cardinali cose che non si possono mantenere. Perciò conviene rimediare.[34]
[34] La lettera doveva essere consegnata al cameriere fidato del Papa da monsignor Azzocchi, affinchè non venisse intercettata. Il cardinale di Hohenlohe scriveva in data 27 luglio a Pisani-Dossi «questa mattina sarà consegnata la nota carta».
_(Note di Pisani-Dossi, Capo di gabinetto alla Consulta)._
_(Relazione di Pisani-Dossi a Crispi)._
«4/8/89.
Il Papa ebbe la lettera di Hohenlohe sabato 27 luglio per mezzo del suo cameriere Centra. La lettera, oltre le modificazioni fatte in presenza di Pisani-Dossi, aveva subite queste altre: 1.º — al principio — «Mando a V. S. le fotografie promesse, ecc. (Credo fossero le fotografie del viaggio del Re a Berlino donate dal Pisani-Dossi ad Hohenlohe); 2.º — Si chiedeva un'udienza al Papa e se ne accennava lo scopo — e qui la lettera com'era stata combinata; 3.º — in fine — «Ecco quanto doveva dire a V. S.»
Il 3 agosto il Papa mandò monsignor Sallua, piemontese, commissario del Santo Uffizio e vicario di Santa Maria Maggiore da Hohenlohe a dirgli che S. S. era molto afflitta per la lettera da lui scritta e non poter accordargli la chiesta udienza. Rispose Hohenlohe che avrebbe dovuto piuttosto lui lamentarsi della condotta del Papa verso lui e che il Papa doveva ringraziare Hohenlohe di avergli fatto conoscere la verità sulla situazione attuale, soggiungendo che anche gli altri governi erano dell'opinione del governo italiano. Quel negare l'udienza, chiesta da Hohenlohe, era da questi considerata come una provocazione; che tuttavia egli non avrebbe data loro la soddisfazione di fare dei passi inconsiderati. Ringraziassero Iddio se egli si conduceva con tanta moderazione, e il Papa poi in particolare ringraziasse Hohenlohe se era divenuto cardinale, perchè Pio IX nel 1852 non voleva nemmeno ricevere monsignor Pecci, e fu Hohenlohe che attutì lo sdegno del Papa contro Pecci. Concluse che era ora di finirla con siffatte bugie e finzioni.
Monsignor Sallua si fece pallido e si mise a piangere, e scusava il pontefice perchè vecchio.
Hohenlohe ripigliò a dire che Leone XIII era in balìa di pochi intriganti e di agenti del cardinal Monaco «villano, di scarpe grosse e di cervello fino», il quale spaventava il Papa colle pene dell'inferno.
Nel corso della conversazione tanto Hohenlohe quanto Sallua riconobbero che la storia della partenza del Pontefice era una scenata che aveva disgustato molta parte del clero contro il Papa.
Hohenlohe il quale disse, quasi dettando, quanto sopra a Pisani-Dossi, crede di avere colla sua lettera cagionato una buona scossa al Papa e di aver reso un servizio al ministro Crispi.»
Berlino 21 luglio 1889.
_Carissimo amico_,
Sono arrivato da quattro giorni. Prima visita ad Holstein. Seppi che il Principe stava poco bene a Varzin. Il figlio Erbert era tornato dal suo congedo a Berlino, il giorno precedente. Holstein mi osservò che riguardo alle gravi notizie ch'io portavo in tuo nome, il Principe non poteva conoscere che quanto essi stessi gli fanno sapere da Berlino. Riguardo ai provvedimenti da prendere bisognava certamente sentire lui. Gli si telegrafò la mia venuta e lo scopo. Rispose ad Erbert e Holstein che mi dassero qui tutte le informazioni possibili, e che mi attendeva ospite a Varzin domani sera, lunedì. Martedì vi sarà anche Erbert. È un viaggio noiosissimo di 11 ore. Varzin giace a poca distanza da Rugenwalder, sulla costa del Baltico.
Da Holstein fui intanto presentato ad Erbert, al ministro della Guerra generale Verdy de Vernoy (appartenente a famiglia francese protestante, cacciata dalla Francia due secoli or sono) ed al Consigliere di legazione Kaschdau, che accompagnò l'Imperatore in Italia e che con Holstein è depositario alla Cancelleria delle cose più segrete.
Qui sono assolutamente increduli riguardo alle notizie che ho portato, cioè, alla possibilità di un improvviso attacco alle nostre frontiere, a un tentativo di sbarco sulle nostre coste dell'Italia meridionale con due divisioni provenienti da Tolone, ed una da Algeri, etc. Almeno fino ad ora tutte le informazioni che hanno qui dai confini italo-francesi e da Parigi, escludono la possibilità del fatto. Però si telegrafò a Parigi al barone De Huene, maggiore di Stato Maggiore e capo dell'ufficio militare addetto all'ambasciata. È persona intelligentissima e che ha avuto una rara abilità nell'organizzare in tutta la Francia un perfetto servizio di informazioni.
La risposta di De Huene, arrivata stamane, dice che non vi è alcun agglomeramento straordinario di truppe al confine italiano, nè movimento eccezionale nell'arsenale di Tolone. Ripete quanto aveva già detto in un recente rapporto, cioè, che nelle alte sfere militari francesi si è malcontenti del sistema di fortificazioni verso il confine italiano, e che per rimediarvi si intraprenderanno tosto lavori importanti. Ciò accennerebbe a idee di difesa, non di offesa. Le comunicazioni strategiche ferroviarie sono purtroppo ottime, il che darebbe la possibilità di ottenere in brevissimo tempo quell'agglomeramento di truppe che ora non esisterebbe. Le ultime manovre navali allo scopo di studiare la difesa delle coste sul Mediterraneo, lasciarono molto a desiderare. In alcuni punti dove la ferrovia è troppo litoranea si lavora attivamente per deviazioni interne. A Lione, ove ha sede il Comando dell'esercito che dovrebbe operare contro l'Italia, nulla si rimarca di movimento straordinario. Il generale in capo sarebbe Billot. Fu abile ministro della Guerra, ma venne presto allontanato per i suoi principi ritenuti monarchici. Ad ogni modo, a riguardo dell'Italia, sono tutti uguali in Francia, e monarchici, e repubblicani, e boulangisti, e anarchici. A questo proposito permettimi di aprire una parentesi.
Prima di partire da Milano trovai il dep. Mazzoleni, anima candida, tipo da nazzareno, che, in questi tempi, prende sul serio la missione di predicare la pace fra gli uomini. Era reduce da Parigi, ove fu al Congresso della pace e dell'arbitrato internazionale. Messo un po' alle strette, mi confessò, nella sua lealtà, di essere rimasto impressionatissimo dell'avversione all'Italia che trovò in ogni ceto di persone. Andò, con Pandolfi, Boneschi, e non ricordo quali altri deputati, alla Camera per stringere la mano a quei deputati francesi che erano venuti in Italia e che fecero a Milano tante dichiarazioni di amicizia e fratellanza. Ebbene, questi signori che si erano ben guardati dal recarsi alla stazione per ricevere i nostri connazionali, anche alla Camera se ne fuggirono per non lasciarsi trovare. Nell'imminenza delle elezioni, farsi vedere a stringer la mano ad alcuni deputati italiani, per quanto radicali, voleva dire compromettersi cogli elettori, rovinare la propria elezione.
Chiudo la parentesi. — Ebbi l'avvertenza di far ben capire ai nostri amici di qui che se tu eri allarmato per quanto avevi saputo in via speciale e positiva, però, tu stesso ritenevi che un attacco poteva verificarsi solo verso ottobre o novembre. In proposito, Erbert e Holstein convengono che quello che non ritengono possibile ora, possa benissimo divenirlo allora. Credono fermamente che gli uomini ora al potere in Francia non vogliono in questo momento la guerra, perchè occupati esclusivamente a preparare le elezioni, questione per loro di vita o di morte. Solamente l'esito delle elezioni darà l'idea di cosa possa attendersi più o meno prossimamente dalla Francia. Ritengono molto in ribasso il boulangismo, e che le notizie allarmanti che tu hai avuto provengano dalla parte monarchica del partito boulangista che intriga al Vaticano. Ad ogni modo, se chi avrà in mano i destini della Francia dopo le elezioni volesse fare un colpo di testa, qui assicurano che saranno preparati. Anche in questo frattempo, se qualche fatto rimarchevole ed inquietante per noi si verificasse ai nostri confini verso la Francia od altrove, mi disse Erbert che, come all'epoca della questione delle scuole a Tunisi, incaricherebbero l'Ambasciatore di far sapere al governo francese che, come nostri alleati, si interessano altamente di un possibile nostro pericolo, e di fronte a questo sono pronti a sostenerci. Ma di ciò parlerò più positivamente con il Principe a Varzin.
È fatto molto gradito e rassicurante in ogni evento, il pregio e l'importanza che qui si attribuisce alla nostra alleanza. Ritengono e dichiarano indispensabile di fronte alla Russia l'alleanza austriaca, ma dicono che non amano l'Austria, mentre amano l'Italia.
Vidi Erbert ieri alle 3 ½ e mi disse che pochi momenti prima era stato a vederlo il conte De Launay con un tuo dispaccio che riguardava la possibile partenza del Papa, per eccitamento specialmente del cardinale Rampolla. Erbert ritiene che questo cardinale, come tuo isolano, deve odiarti più d'ogni altro. Mi disse di avere risposto a De Launay che se si levasse all'Italia questo verme roditore, non lo crederebbe un male. Cosa ne dirà il Principe? Sentirò anche questo, e vedrò se il parere del padre è identico a quello del figlio.
S'intende che ti scriverò non appena da Varzin sarò reduce a Berlino, ma solo di passaggio, perchè non avrei più ragione di fermarmi. Invece, il ministro della Guerra, che s'interessa assai dei nostri approvvigionamenti verso il confine francese, cosa alla quale io potei inesattamente rispondere, desidera che, ritornando in Italia, mi fermi a Francoforte. Di là mi farà accompagnare da un ufficiale a farmi l'idea del come essi sono preparati. Credetti non rifiutare l'offerta trattandosi di 24, o 48 ore di ritardo.
I più cordiali saluti.
TUO CHECCO.
Berlino, 24 luglio 1889.
_Carissimo amico_,
Son reduce stamane da Varzin, ove ebbi una magnifica accoglienza dal Principe e dalla Principessa, dal conte e contessa Rantzau e da Erbert, che mi precedette. Tutti mi parlarono di te con affetto ed entusiasmo e mi incaricarono delle cose più cordiali.
Riassumo i discorsi che ebbi col Principe.
Non crede assolutamente alla possibilità di un attacco contro l'Italia, quale sarebbe indicato dalle tue informazioni ch'io ho riferito. Dice che tale fatto ecciterebbe l'indignazione del mondo civile. La responsabilità di avere provocata la guerra in Europa, con un fatto da briganti (testuale), costerebbe immensamente cara alla Francia. Sarebbe il caso del _finis Galliæ_ (testuale), e ci vorrebbe ben altro che i cinque miliardi del 1871. Aggiunge che dal punto di vista puramente utilitario e materiale sarebbe quasi da desiderarsi questa pazza aggressione. Nelle alte sfere militari in Germania si preferirebbe la guerra subito, od alla prossima primavera, piuttosto che fra due anni, epoca nella quale la Francia avrà al completo i suoi quadri, gli armamenti e le fortificazioni. Ad ogni modo il Principe dice che la Germania sta cogli occhi allerti e colle polveri asciutte. Di fronte a qualunque pericolo, minaccia od improvvisa aggressione, essa da lungo tempo è preparata. In dieci giorni possono invadere il territorio francese 1.200.000 uomini. Gli approvvigionamenti da guerra e da bocca, necessari per un mese a questa immensa armata, sono già preparati nelle città e fortezze lungo il Reno, nella Lorena ed in Alsazia. Tutto ciò dopo essersi premuniti in modo da non temere qualunque attacco dal lato della Russia; colla quale spera ancora il Principe che non si venga ad una rottura, od almeno che possa entrare nella lotta solamente dopo una prima sconfitta della Francia. In questo caso, essendo tutto preparato perchè la prima grande battaglia sia assolutamente decisiva, resterebbe di molto diminuito il peso che la Russia getterebbe sulla bilancia.