Politica estera: memorie e documenti
Part 28
L'irriverenza di siffatto linguaggio e l'esplicito biasimo inflitto alla politica estera inaugurata dal Bratiano ed accettata dal Carp, indisposero tutta la stampa liberale. Anche l'Inghilterra se ne preoccupò e lord Salisbury si affrettò a far pratiche attive per incoraggiare il re Carlo a non lasciarsi sopraffare dalla Russia.
L'on. Crispi, il 15 aprile, telegrafava agli ambasciatori italiani a Vienna e a Berlino.
«Dalle nostre informazioni risulta che il linguaggio tenuto dal sig. Catargi in Parlamento sarebbe assai poco rassicurante in quanto che costituirebbe una vera requisitoria contro la politica estera del Gabinetto caduto e sarebbe irriverente per il Re che accusa di avere voluto avere un governo personale. Questo contegno del primo Ministro rivela una situazione grave sulla quale crederei superfluo richiamare l'attenzione di codesto Governo se non mi sembrasse opportuno ed urgente stabilire una comune linea d'azione in vista di possibili rivolgimenti in Rumania.
Voglia esprimere la mia preoccupazione e riferire.»
Il 18 aprile Crispi telegrafava all'Ambasciatore a Berlino:
Apprendo da Pietroburgo che il Governo russo togliendo pretesto dalla espulsione di alcuni sudditi russi dalla Rumania, ha ordinato al suo Ministro a Bukarest di chiedere:
1.) Inchiesta severa; 2.) Punizione dei funzionari che hanno espulso; 3.) Indennità pecuniaria.
È chiaro che tali domande conducono ad una di queste due conseguenze: o far cedere il Governo rumeno in una questione d'ordine interno e di polizia, nella quale è solo giudice competente; o se il Governo non cede, far seguire le accennate intimazioni da una azione che comprometta l'autonomia rumena.
Ho messo in avviso i Gabinetti di Vienna e di Londra. Credo opportuno far notare anche a Berlino che una guerra in Oriente potendo avere eco sul Reno, sarebbe bene che codesto Gabinetto s'interessasse attivamente di quanto avviene in Rumania.
Da Berlino fu risposto che il Governo germanico divideva gli apprezzamenti di Crispi, ma che non avendo la Germania interessi vitali in Rumania, spettava più specialmente all'Austria di vigilare verso i paesi danubiani. Il conte di Bismarck opinava che per ristabilire una comune linea di azione in vista di eventuali rivolgimenti in Rumania, sarebbe stato bene che Crispi si rivolgesse all'Austria e all'Inghilterra “spiegando i motivi della sua provvida iniziativa„.
Il conte Kálnoky, invece, rispose di essere preoccupato della situazione, ma che credeva il ministero rumeno poco vitale e la Russia aliena dalla guerra; una intesa sarebbe stata allora prematura.
Il 20 aprile Crispi spediva i seguenti telegrammi:
_R. Ambasciata Italiana_,
Vienna.
(_Riservatissimo_). — Mi asterrò dall'apprezzare le opinioni del conte Kálnoky riassunte nel suo telegramma di ieri. La situazione a noi pare più seria che a codesto Governo, e sebbene esso sia più direttamente interessato di noi nella questione, sento il dovere di considerare certe possibilità, forse probabili eventualità. Non insista per un'intesa poichè il conte Kálnoky non crede giunto il momento, ma mostri la convenienza di promuovere fra la Serbia, la Rumania e la Bulgaria, in previsione di una guerra, un patto militare federale affinchè, scoppiando le ostilità, le loro forze dipendano da un solo capo e procedano con un piano unico. Ho motivo di credere che questo concetto sorriderebbe a Cristic e che il re Carlo non sarebbe contrario ad unirsi agli altri Stati Balcanici, egli che tempo fa manifestava l'intenzione di stringere accordi doganali con la Bulgaria. Qualora il conte Kálnoky convenisse nell'idea, si combinerebbe il modo per procedere d'accordo verso i Governi interessati.
_R. Legazione Italiana_, Belgrado.
_Agenzia Italiana_, Sofia.
(_Riservatissimo_). — Desidero sapere se il concetto di una federazione militare, che in caso di guerra nella Penisola balcanica porrebbe gli eserciti Serbo, Bulgaro e Rumeno sotto un unico capo e ne collegherebbe i movimenti con un unico piano, troverebbe favorevole accoglienza presso codesto Governo. Metta avanti l'idea con somma prudenza, facendone vedere i vantaggi, senza alcuna proposta. Tastato così il terreno, riferisca.
Ma la proposta non incontrò il gradimento di Kálnoky.
«Riferii a Kálnoky — telegrafava l'ambasciatore Nigra il 23 aprile — la opinione di Vostra Eccellenza su di un patto militare tra gli Stati Balcanici. Kálnoky mi ha risposto che non domanderebbe di meglio, ma crede: 1.) che la cosa non ha ora alcuna probabilità; 2.) che non avrebbe probabilità se non nel caso di necessità e quando gli eventi fossero prossimi. Ciò è ovvio; 3.) che lo Czar non ha nessuna intenzione di guerra e che le Potenze alleate non devono fornirgli alcun pretesto per cambiare attitudine, provocando una lega militare nei Balcani.»
Alle quali argomentazioni rispondeva l'on. Crispi:
Per quanto riguarda una federazione balcanica sono d'avviso che bisogna prepararla in tempo di calma e non quando gli avvenimenti siano per precipitare. Ho ragione di pensare che l'idea di simile confederazione non sia mal veduta a Berlino, e son certo che a Belgrado si sia molto propensi ad attuarla. Proponendo un accordo a questo riguardo tra le Potenze alleate, non dicevo che esso dovesse esplicarsi in modo violento e subitaneo, bensì con la necessaria prudenza, affinchè non sorgessero sospetti atti ad ottenere un effetto contrario a quello cui mirerebbe l'accordo. Comunque sia non turberò la calma del conte Kálnoky, nella speranza che le Potenze non abbiano a pentirsi dell'indugio.
E il 25 aprile, in seguito a nuove notizie allarmanti circa le intenzioni del governo russo verso la Rumania, soggiungeva:
Quest'ultimo concetto di federazione militare balcanica non può e non deve, naturalmente, attuarsi che per via di consigli, acciocchè paia spontaneamente voluta dai tre governi, non da altri suggerita, molto meno imposta. Nè credo si debba attendere l'ultimo momento per procurare quell'accordo. Ove la guerra scoppi non è più luogo a federazione, ma ad alleanze, e queste si stringono secondo l'interesse del momento. Non divido gli apprezzamenti ottimisti del conte Kálnoky, al quale auguro, come a noi pure, che la Russia si conduca con calma nella questione che pare voler suscitare in Rumania.
Nella tornata del 3 maggio della Camera dei deputati l'onorevole Crispi, interpellato e biasimato da alcuni deputati dell'Estrema sinistra per un congedo accordato all'Ambasciatore d'Italia presso il governo francese alla vigilia dell'inaugurazione dell'Esposizione di Parigi, rispose:[27]
[27] Cfr. _Atti parlamentari_.
«Il governo della Repubblica francese per la solennità del centenario del 5 maggio e per l'inaugurazione dell'Esposizione universale, non invitò il corpo diplomatico: quindi da parte nostra non ci potevano essere rifiuti. _(Si ride a destra. — Rumori all'estrema sinistra)._
Il congedo dell'onorevole generale Menabrea non fu nè imposto, nè consigliato da me. Sin dal 3 aprile, il nostro Ambasciatore chiese al Ministro degli esteri di permettergli di venire in Italia, e il permesso subito gli fu concesso. _(Interruzioni all'estrema sinistra)._
PRESIDENTE. — Non interrompano, onorevoli colleghi, li prego!
CRISPI, _presidente del Consiglio_. — Ciò posto cadono tutti i ragionamenti politici, tutte le narrazioni dei nostri onorevoli colleghi dell'estrema sinistra; e potrei qui terminare.
Io non ho nulla a cangiare alle cose dette il 25 giugno 1887 quando risposi all'onorevole deputato Cavallotti.
Non ho da difendermi dalle accuse di debolezza o di mancanza a doveri internazionali, poichè questi non sono in questione; non ho neanche bisogno di dire alla Camera come intenda governare il paese, imperocchè essa, dopo due anni da che sono al potere, ha potuto sapere e sa come mi conduco all'interno, come mi sono condotto o mi conduco all'estero.
Duolmi soltanto che il deputato Ferrari, dopo aver combattuto i vivi, abbia ricordata la tomba di un principe, la quale è circondata dalla pietosa simpatia di tutto il mondo. _(Benissimo! Bravo!)_
Lasciamo, signori, l'oratoria e le frasi grosse e grasse! _(Ilarità)._ Giudichiamo il mondo quale è; non è necessario che si facciano professioni di fede: siamo tutti figli della rivoluzione; e qual maggiore rivoluzione, o signori, di quella per cui noi siamo qui? _(Benissimo!)_
Ogni paese ha le sue date illustri, ed i nostri colleghi ricordando quella del 5 maggio 1789, credo non abbiano ricordata la migliore della rivoluzione francese.
Avrei capito che avessero ricordata la notte dal 4 al 5 agosto 1789, quando furono aboliti i privilegi, e fu fatta la celebre dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Del resto, noi abbiamo qualche data migliore, quella del 20 settembre 1870 _(Bene a destra e al centro)_ la quale, abolendo l'ultimo avanzo del feudalismo politico, dette ai popoli completa ed intera la libertà di coscienza. _(Scoppio di applausi da tutte le parti della Camera.)_
Noi non abbiamo mai domandato agli altri che questa data festeggiassero, perchè ogni paese festeggia le sue, e non so perchè si abbia tanta fretta, tanta sollecitudine, tanto desiderio di festeggiare le date celebri delle altre nazioni, quando abbiamo le nostre che sono così gloriose. _(Bravo! — Applausi prolungati)_».
Realmente, l'ambasciatore Menabrea aveva chiesto il congedo con una lettera del 3 aprile che cominciava con queste parole: “Avvicinandosi le feste Pasquali, mi rivolgo alla cortesia di V. E. col pregarla di darmi l'autorizzazione di recarmi per quell'epoca in Roma, come son solito a farlo ogni anno, per conferire con l'E. V. sulle cose che interessano i rapporti dell'Italia colla Francia.„
L'on. Crispi non aveva motivo di negare il congedo, poichè sapeva che tutti gli ambasciatori accreditati presso il governo francese avevano ordine dai rispettivi governi di non intervenire alla inaugurazione dell'Esposizione e si disponevano ad assentarsi da Parigi. Quello che in Italia parve un gesto ostile di Crispi verso la Francia, era una decisione di tutta l'Europa monarchica, compresa la Russia.
Il 20 aprile fu tenuta una riunione degli ambasciatori presenti, a Parigi. L'Incaricato d'Affari Ressman, il quale rappresentava il Menabrea assente, informava l'on. Crispi che qualcuno degli intervenuti negava anche di far intervenire alla cerimonia gl'Incaricati d'Affari; però tale intervento poi fu deciso, ma ufficioso soltanto, così che gli Incaricati non dovevano indossare uniforme, nè seguire il Presidente della Repubblica nel giro d'inaugurazione. “Prevedendo — scriveva il Ressman — la resistenza d'una parte del Corpo diplomatico, il governo francese già da tempo dichiarò che per ben distinguere ogni commemorazione politica da una festa d'indole puramente industriale, egli celebrerebbe in Versaglia il centenario della riunione degli Stati Generali, il di 5 maggio, e non vi chiederebbe l'intervento dei Rappresentanti esteri, ma inviterebbe bensì il corpo diplomatico alla cerimonia non politica del 6 maggio in Parigi. Gli ambasciatori non ammettono questa distinzione, nè credono che la festa di Versaglia possa, più di quella seguente del 6 maggio, considerarsi come un omaggio alla rivoluzione. E in questo ordine d'idee, essi già convennero che sarà loro ugualmente impossibile d'intervenire al banchetto che la municipalità di Parigi darà il dì 11 maggio e cui annunzia di voler convitare tutto il Corpo diplomatico, oppure alla rivista ed alle feste del 14 luglio prossimo, centenario della presa della Bastiglia.„
Per una doverosa riserva, l'on. Crispi affermando alla Camera che il Corpo diplomatico non era stato invitato, ne tacque i motivi, ma egli non prese alcuna iniziativa e non si dimostrò in quella circostanza, meno del Gran Cancelliere russo, amico della Francia.
L'orizzonte politico non era sereno; le condizioni interne della Francia e il linguaggio aggressivo de' suoi giornali destavano gravi preoccupazioni. Crispi da tempo si era dedicato a rafforzare la difesa nazionale. Le seguenti lettere al ministro della Guerra, generale Bertolè, esprimono le sue ansie:
«Roma, 19 aprile 1889.
_Caro Bertolè,_
Il 1889 è un anno di preparazione. A tale scopo abbiamo proposto alla Camera ed abbiamo ottenuto, dopo lunga e viva discussione, la legge del 30 dicembre 1888.
Siamo al quarto mese dell'anno e temo, almeno mi si dà a credere, che tanto per la fabbricazione delle armi, quanto per la difesa delle coste, i forti di sbarramento e la difesa della Spezia, il lavoro sia appena cominciato o non lo sia ancora.
Voi comprenderete, amico carissimo, che la vostra e la mia responsabilità sono gravi e se scoppiasse la guerra e non fossimo pronti, potremmo, voi ed io, sentire le conseguenze di un disastro, del quale veramente non sarebbe giusto che a me fosse data anche in piccola parte la colpa.
Sento quindi il bisogno di pregarvi a voler provvedere con la massima sollecitudine perchè la legge del 30 dicembre 1888 abbia la sua esecuzione. Vi prevengo, che l'uguale preghiera ho dato ai nostri colleghi della marina e dei lavori pubblici: al primo per le fortificazioni della Maddalena e per quelle opere che da lui dipendono per la difesa delle coste, ed al secondo per la costruzione dei binarî e per l'ingrandimento delle stazioni, gli uni e l'altro tanto necessarii in caso di movimento di truppe.
E poichè ho ricordato le truppe, permettete che io richiami la vostra attenzione sul sistema di mobilitazione che la sola Italia, fra tutte le grandi Potenze, continua a praticare e il quale è costoso e lento, e in caso di guerra può essere pericoloso.
Ne parlai al generale Cialdini, il quale si disse favorevole al metodo prussiano e per lo meno accetterebbe il metodo francese, il quale è una via di mezzo tra il nostro ed il prussiano. Il generale Cialdini fece una sola osservazione ed è quella della convenienza politica della quale lasciò a me il giudizio.
Dopo 29 anni ch'esiste il regno d'Italia mi sembra strano, pur troppo strano, che si possa dubitare del nostro paese. Il sentimento nazionale è profondo in tutte le classi della popolazione e con le 29 leve si è talmente rimescolata cotesta popolazione che la fusione è compiuta.
Aggiungete che la formazione dei corpi locali avrebbe il vantaggio che viene dal pungolo dell'emulazione. Il Borbone aveva i reggimenti siciliani costituiti con l'arruolamento dei volontari, e nessuno dubitò mai del loro valore e della loro energia. A Curtatone uno di cotesti reggimenti fu alla prova del fuoco e lasciò memorie gloriose sul campo di battaglia.
L'impero austriaco è composto di parecchie nazionalità e quei governanti i quali dovrebbero diffidare della divisione delle razze e della varietà delle genti, non sempre amiche e spesso rivali, adottarono il sistema territoriale. Grazie a Dio! l'Italia è tutta di un pezzo e sono italiani tutti quelli che abitano la penisola.
Il sistema territoriale nell'esercito porterebbe un grande discentramento dell'amministrazione militare e grandissime economie nella medesima....
Del resto il sistema territoriale esiste nell'artiglieria e negli alpini, ed a nessuno venne mai in mente che cotesti corpi siano animati meno degli altri dello spirito nazionale e possano alla prima occorrenza mancare ai loro doveri.
Coraggio, adunque, e sia vostra la gloria della riforma, della quale vi ho parlato e della quale molti sono i partigiani nel nostro esercito.
Conchiudo dopo ciò sintetizzando i concetti della mia lettera: affrettate le opere della difesa nazionale e trasformate, migliorandolo, il metodo della mobilitazione delle nostre truppe.
Non vi è tempo da perdere.
L'aff.mo Vostro F. CRISPI.
Roma, il 10 luglio 1889.
_Mio caro Bertolè,_
_(Riservata)._ — Richiamo la vostra attenzione sulle continue diserzioni, le quali avvengono nel Corpo degli Alpini. Esse indicano un male cronico che bisogna curare con energia e presto....
Prendo questa occasione per farvi riflettere che i grandi comandi del nostro Esercito non sono tutti bene affidati. Bisogna svecchiare il corpo dei nostri Generali e questo il più presto possibile.
La Germania ha compiuto cotesta opera, tanto gelosa quanto necessaria alla difesa dello Stato. Ed in Germania gli ufficiali avevano l'aureola delle grandi vittorie, la quale manca intieramente ai nostri.
Non tralascierò, scrivendovi, di raccomandarvi la maggiore sollecitudine e le maggiori cure nella fabbrica delle armi, la quale, a quanto io ne so, va molto a rilento.
L'Europa al presente è un vulcano, che può da un momento all'altro erompere, e bisogna trovarsi pronti. Ogni giorno ci svegliamo col pericolo che scoppi la guerra.
I grandi Stati affrettano gli armamenti con cura febbrile. Noi sventuratamente siamo indietro a tutti e siamo i primi esposti agli attacchi nemici.
La vicina Repubblica ha preparato, in mare e per terra, quanto occorre per assalirci. Grande è la responsabilità che pesa sul Ministero, e voi, al quale è affidata la difesa nazionale, dovete comprenderlo meglio di tutti.
Ne ho parlato al Re ed ho fatto comprendere a S. M. essere suo diritto e dovere l'occuparsene.
La prossima guerra non può essere ristretta nelle proporzioni di quelle del 1859 e del 1866, e le ire ed i risentimenti son tali — e gli strumenti della lotta sono così potenti, che qualunque ne sia l'esito, sarà una catastrofe.
Ricordatevi che questa volta non basterà l'onore di saperci battere, ma bisognerà vincere, vincere a qualunque costo.
I francesi, per darsi ragione contro di noi, han voluto costituire la convinzione, nel loro paese e nel nostro, che io voglio fare la guerra. I miei avversari in Italia si prestano a cotesta indegna ed antipatriottica manovra.
Nessun uomo di Stato può volere la guerra. Ed io non posso volerla e perchè non siamo forti abbastanza e perchè, se fossimo forti, non oserei affrontare i risultati di un conflitto, il cui esito non è mai sicuro.
Vogliate, caro Bertolè, riflettere a tutto ciò e fate per la parte vostra che il Re e la patria nostra non abbiano a dolersi di noi.
Vostro aff.mo
F. CRISPI.
In luglio, l'irritazione della Francia, cresciuta sino al parossismo, cagionò un grande allarme. Da varie parti, Crispi era informato che quel governo cercava un pretesto per rompere con l'Italia, e aveva notizie sicure di pressioni francesi sul Vaticano, intese a indurre Leone XIII a partire da Roma. L'ambasciatore di Francia presso il Papa, Lefèvre de Béhaine, si era recato a Parigi alla fine di giugno ed era tornato al suo posto, autorizzato a promettere formalmente al vecchio Pontefice — irritato per la recente inaugurazione di un monumento a Giordano Bruno in Campo di Fiori — che la Francia assumeva su di sè la soluzione della “questione romana„, se glie ne avesse dato occasione abbandonando la sua sede.
Il 12 luglio i timori di Crispi furono corroborati da informazioni precise di autorevole persona avente larghe relazioni in Francia. Gli era impossibile non tenerne conto, conscio com'era delle responsabilità sue dinanzi al paese.
Il _Diario_ dice:
_12 luglio._ — Viene... e mi racconta notizie avute da S.
La sera chiamo Rattazzi [ministro della Casa Reale], che arriva verso le 11. Chiedo udienza al Re. Alle 11 ½ mi scrive che il Re mi riceverebbe la domani alle 10 ant.
_13 luglio._ — Alle ore 10 dal Re. Informo delle possibili aggressioni. Necessità di difesa. Vedere il Ministro della Guerra Bertolè, e riunire un Consiglio speciale, cioè, Bertolè, Brin [ministro della Marina], Cosenz [capo dello Stato Maggiore], io ed il Re.
Alle 11 viene Pelloux [S. Segretario di Stato alla Guerra] e mi dà conto di diserzioni nel corpo degli Alpini a S. Dalmazzo.
Scrivo a Brin. Viene alle 3 ½. Lo informo. Si discutono le precauzioni da prendere.
Alle 11 torna Rattazzi. Il Re chiamò il Bertolè ed ebbe con lui un lungo colloquio. Bertolè è pronto a fare quanto desidero. Non vorrebbe spargere allarmi, ma far tutto con prudenza.
_14 luglio._ — Alle 9 ½ ant. dal Re.
Alle 2 ½ viene Bertolè alla Consulta. D'accordo su tutto. Mobilitazione — Armi — Stato Maggiore — Comando superiore — Comandanti dei Corpi d'armata. S'intenderà con Cosenz e con Brin per prendere d'accordo disposizioni atte a impedire ogni sorpresa, sia per terra che per mare.
_14 luglio._ — Mando il deputato Francesco Cucchi[28] in Germania a conferire col principe di Bismarck, e gli dò la seguente lettera di presentazione:
[28] L'on. Francesco Cucchi era conosciuto dal principe di Bismarck sin dall'agosto 1870. Egli fu allora inviato al Quartier Generale germanico dal Comitato della Sinistra parlamentare, del quale era anima Crispi, per assicurarsi del riconoscimento da parte di Bismarck dell'occupazione italiana di Roma. _(N. d. C.)_
«Altesse! Vous recevrez cette lettre par M. le député Cucchi, que vous connaissez depuis 1870. Il vous donnera de vive voix des renseignements bien graves, que je ne puis pas confier à la plume.
Monsieur Cucchi a ma pleine confiance».
_15 luglio._ — Il ministro Brin viene alle 11 ½ a palazzo Braschi con l'ammiraglio Racchia. Si parla della flotta, dei preparativi. — Brin si lagna che a noi manchino informazioni dai porti francesi, mentre la Francia è a giorno di tutto ciò che avviene da noi. Racchia [S. Segretario di Stato alla Marina] mi dà informazioni confortanti.
_16 luglio._ — Alle 12 ½ giunge Catalani, chiamato da Londra. Dopo colazione lo conduco nel mio gabinetto. Narro che in Francia sono pronti alla guerra e che sembra vogliano attaccarci per mare. Il progetto sarebbe ardito e parrebbe una follìa, ma essendomi stato riferito da persona degna di fede, e conoscendo che i francesi sono capaci anche di una follìa, è necessario ritenere la cosa come vera, e prepararci alla difesa. Ho bisogno di sapere quali sarebbero, in tal caso, le intenzioni di lord Salisbury, e se egli intenderebbe prevenire un'aggressione o, al contrario, attenderebbe che ci attaccassero. Se noi fossimo sconfitti, l'Inghilterra perderebbe una sicura alleata sul mare.
Il Catalani ritiene che lord Salisbury non attenderà che siamo attaccati, e che allo scopo di evitare la guerra manderà una potente flotta nel Mediterraneo. Partirà stasera, e venerdì mi telegraferà da Londra.
— Direte a lord Salisbury che io non provocherò punto la Francia, che nulla farò per promuovere la guerra; se questa verrà, vi sarò trascinato.
Il Catalani mi domandò se avessi nulla fatto pel ristabilimento della giurisdizione consolare in Tunisi. Risposi che la questione dorme; soggiunsi che non ho spinto neanco la soluzione del fatto di Gabes.[29]
[29] Il 4 giugno 1889 a Gabes (Tunisia) due barche italiane da pesca furono visitate, senza intervento del Console italiano, da Agenti del monopolio francese i quali maltrattarono i pescatori e insultarono la bandiera italiana. _(N. d. C.)_
— Nulla farò, non darò pretesto alcuno. Bisogna che il paese sappia che noi non vogliamo la guerra, e che la faremo soltanto se obbligati a difenderci da un'ingiusta aggressione.
Invito il ministro Bertolè a sollecitare le misure da prendere affinchè il Re possa partire da Roma. Alle 2 ½ viene alla Consulta e mi dice che già ha avuto parecchie conferenze con Cosenz. Mobilitazione — Comandanti dei Corpi d'Armata — Gran comando. Osservo che il Bertolè è esitante e incerto nel suo linguaggio.
_17 luglio._ — Alle ore 11 ant. Rattazzi; lo incarico di pregare il Re a voler partire.
Torna alle 2 ½. Gli dò un dispaccio giunto al Vaticano ed un altro da Sofia perchè li comunichi al Re.
Alle 3, Brin. Sollecitazioni.
Alle 3 ½ Bertolè.