Politica estera: memorie e documenti

Part 27

Chapter 273,578 wordsPublic domain

L'ordinamento delle opere di fortificazioni per mettere in grado di resistere ai potenti mezzi di attacco testè introdotti negli eserciti, è oggetto della sua particolare attenzione. Questa si rivolge più specialmente alla fabbricazione delle nuove armi adatte alle potenti materie esplosive recentemente scoperte; si lavora con febbrile attività per dotare l'esercito di tali nuovi strumenti da guerra, affinchè esso ne sia interamente provveduto nella prima metà del venturo anno. Si ha luogo di pensare che la Francia, in questo momento specialmente per le materie esplosive, è più avanti di tutte le altre nazioni, ed è su questa prevalenza che si fa assegnamento per ottenere il vantaggio nell'attacco come nella difesa. I mezzi di cui questo esercito sarà tosto provveduto sono tali che una nuova tattica ne sarà una conseguenza necessaria; ed è perciò che si sta ora pensando ad elaborare una tale tattica, che, non avendo ancora alcun precedente, resta tuttora alquanto incerta. La superiorità che la Francia ha acquistato e che finora si mantiene nelle confezioni delle materie esplosive è dovuta a che quella parte del servizio di guerra è affidato ad un corpo di ingegneri speciale, distinto da quello di artiglieria ed interamente dedicato agli studi che si riferiscono a quella importante materia. Le ricerche che hanno condotto agli esplosivi ora adottati vennero eseguite nello stabilimento centrale delle polveri in vicinanza di Parigi, e furono sussidiate dal concorso dei più eminenti scienziati dell'Istituto di Francia, fra i quali il signor Berthelot, ex-ministro della pubblica istruzione ed autore di un trattato classico sulle materie esplosive. La composizione chimica di queste nuove polveri è sufficientemente conosciuta dopo che parecchie Potenze, fra le quali la Germania, ne poterono avere alcuni saggi; ma ciò che non si conosce bene ancora è la loro manipolazione. Intanto, finchè non si siano potuti raggiungere i risultati ottenuti dalla Francia, è opportuno di badare alla superiorità che sotto quel riguardo possiede tuttora l'esercito francese. Un ufficiale delle armi speciali, che ha assistito alle esperienze fatte in proposito, mi narrava, non ha guari, che restò meravigliato degli effetti di proiezioni della polvere. Essa non dà quasi fumo, il rumore di esplosione del fucile rassomiglia a quello di una capsula ordinaria; la traiettoria è talmente tesa che, sino a 500 metri, il cambiamento dell'alzo è inutile e la forza di penetrazione col fucile Lebel è tale che a quella distanza le palle possono attraversare lo spessore di carte rilegate in libri da sette a otto centimetri. Si conoscono già gli effetti prodotti dall'esplosione dei proiettili delle bocche da fuoco; ma un risultato da notare è che i gaz sviluppati in queste esplosioni sono _estremamente tossici_. Dò termine a questa digressione militare col dire che fra i ministri attuali, quello che ha preso la posizione più solida è, come dissi, il signor Freycinet; egli si trova all'infuori delle dispute politiche, è tutto dedito al suo presente ufficio, si riserva per l'avvenire.

Mi rimane a parlare dei rapporti apparenti attuali della Francia colla Russia. È da notare che molti Principi della famiglia imperiale russa fanno da qualche tempo soggiorni prolungati in Francia come a Biarritz, e specialmente a Parigi, dove trovano una festosa accoglienza dalla popolazione e dal rappresentante stesso dello Stato, il presidente della Repubblica. In questo momento la Russia è considerata quasi come un'alleata; il prestito di 500 milioni, testè da essa conchiuso con una delle principali Banche di Parigi, è il legame che unisce i due paesi, per cui tutti gli sforzi degli speculatori sono rivolti a fare riuscire l'imprestito a detrimento degli altri valori, e specialmente degli italiani, che si tenta di deprimere in tutti i modi col rappresentare il nostro paese come rovinato per effetto della denunzia del nostro trattato di commercio colla Francia. Non passa giorno senza che nei giornali anche più seri vi sia qualche articolo di fondo sulla nostra condizione finanziaria per indurre i portatori dei nostri titoli a liberarsene per investire il loro denaro nei nuovi fondi russi. Però, a quanto pare, i detentori di fondi italiani non si lasciano facilmente sedurre, e quantunque il nostro paese sia dipinto sotto i più cupi colori, qui si sente che l'Italia è tuttora considerata come la _Frugum alma parens, saturnia tellus_, e che se vi manca un po' di moneta per gli scambi, vi si produce sempre abbastanza da _campare_ largamente sia per il vivere, sia per il _conforto_ della vita.

L'irritazione contro l'Italia, benchè vada scemando, è lungi però dall'essere sul punto di sparire; essa è mantenuta dallo spirito di _chauvinisme_ che domina anche nelle menti più sane, e benchè grande sia in molti il desiderio di un sincero e duraturo riavvicinamento con l'Italia, questo popolo non può ancora assuefarsi a che l'Italia, nel costituire la sua unità, sia sfuggita a quel protettorato, almeno morale, che la Francia intendeva esercitare sulla nostra nazione. Fra i più tenaci _chauvins_ non è cancellata la speranza di uno sfasciamento dell'Italia; ed è perciò che i lamenti del Papa per la perdita del potere temporale trovano la più rumorosa eco, non solo nel clero, ma anche nei laici francesi, perfino in quelli che sono i meno praticanti ed anche liberi pensatori. Credo adunque che il nostro governo, mantenendo ognora fermi i principî d'indipendenza e di unità coi quali si è ricostituita la nazione, riuscirà — mostrandosi, d'altra parte, arrendevole nelle cose meno importanti che non compromettono quei principî — credo, dico, riuscirà a persuadere gli stranieri che siamo oramai una rispettabile nazione, mentre si dissiperanno quelle nubi che rendono tuttora difficili assai i nostri rapporti con questo paese, rapporti che abbiamo pure grande interesse a mantener buoni.»

CAPITOLO UNDECIMO.

1889.

Il suicidio dell'arciduca Rodolfo di Asburgo. — La Federazione balcanica e una iniziativa di Crispi. — L'inaugurazione dell'Esposizione di Parigi. — Il pericolo di guerra con la Francia: missione del cardinale Hohenlohe presso Leone XIII; missione del deputato Cucchi presso il principe di Bismarck. — Italiani a Parigi. — L'abolizione delle tariffe differenziali e l'ostilità della Francia. — Giudizii di Spuller sulla stampa francese.

Il 1889 fu nella politica internazionale un anno di gravi preoccupazioni e di dolorosi avvenimenti.

Gl'incidenti di Firenze, di Massaua e di Tunisi avevano esasperato l'opinione pubblica in Francia, tantochè quel governo fu tentato di risolvere a suo vantaggio la contesa circa le scuole italiane in Tunisia con l'annessione della Reggenza, e, a un dato momento, la guerra parve imminente. L'alleanza franco-russa fortunatamente era ancora _in fieri_; chè anche in Russia l'irritazione era grande per la perduta influenza in Bulgaria e in Rumania. La triplice alleanza “costeggiata„ cautamente dall'Inghilterra, dette allora la misura della sua forza fronteggiando e risolvendo man mano tutte le difficoltà, mostrandosi concorde e decisa, ma tenendosi sempre sulla difensiva. Leggendo i documenti si ha la spiegazione dell'ansietà che dominò in quell'epoca nelle Cancellerie d'Europa, e si giustificano altresì le accuse che allora si movevano alla Francia e alla Russia di essere esse la causa di tutte le inquietudini e degli enormi armamenti.

L'amicizia e la reciproca fiducia del principe di Bismarck e dell'on. Crispi si erano saldate al fuoco della lotta quotidiana. L'Italia era senza restrizioni per la Germania, convinta che la politica di questa sinceramente tendeva alla pace; la Germania, sicura dell'Italia, ne sosteneva dovunque il prestigio e gl'interessi, oltre la parola del trattato di alleanza. Dai brani del _Diario_ che precedono ciò risulta luminosamente.

A capo d'anno vi fu tra i due uomini di Stato questo scambio di augurii:

Friedrichsruh, 31/12/1888.

Je prie V. E. vouloir bien agréer les vœux qu'avec ma femme je forme pour sa sante et pour son bonheur et de me conserver son amitié personnelle et les sympathies politiques qui nous uniront à l'avenir comme dans le passé.

BISMARCK.

Roma, 1/1/1889.

Je remercie Votre Altesse de m'avoir si aimablement devancé. Les vœux que Votre Altesse et Madame la Princesse de Bismarck veulent bien m'exprimer sont ceux que je forme de grand cœur à leur endroit. Mes sentiments personnels sont trop connus de Votre Altesse pour que j'aie à lui dire combien profondes et sincères sont mon amitié et mon admiration pour elle. Je souhaite que nos sympathies politiques soient également inaltérables, car de même que nous avons les amis communs, nos ennemis sont les vôtres.

CRISPI.

Alla fine di gennaio, la Casa imperiale d'Austria-Ungheria fu colpita da una grave sciagura, il suicidio del principe ereditario Rodolfo.

Su questi avvenimenti l'on. Crispi ebbe da fonte attendibile le informazioni che seguono: le quali pubblichiamo per contribuire a distruggere le varie leggende che vorrebbero gettare una peggior luce sull'infelice Arciduca:

«Vienna, 6 febbraio 1889.

Il mattino di mercoledì 30 gennaio scorso, l'Arciduca fu trovato nel suo letto a Mayerling, ucciso da palla alle tempia. Giaceva sullo stesso letto vicino a lui il cadavere, parimente traforato da palla alla testa, della signorina Maria Wetchera, figlia della vedova Baronessa e del fu barone Wetchera, già Agente austro-ungarico in Egitto, giovanetta diciottenne assai nota nella società di Vienna per la sua avvenenza.

Si tratterebbe quindi d'un doppio suicidio.

L'autopsia del cadavere della ragazza avrebbe rivelato che non era intatta, ma che non era incinta, come era stato supposto.

Sembra che l'Arciduca avesse visto per la prima volta la giovane Wetchera alle corse del _Derby_ di Vienna in primavera e fosse stato vivamente colpito dalla di lei bellezza. Non era mistero in Vienna che l'Arciduca non viveva in grande armonia colla consorte, arciduchessa Stefania, e che in realtà i due sposi da molto tempo non avevano più intimità. L'Arciduca non poteva più sopportare la convivenza colla moglie, e si assicurava perfino che avesse chiesto all'Imperatore di poter divorziare, per sposare la signorina Wetchera, e che ne avesse ricevuto, come ben si può supporre, un rifiuto accompagnato da rimproveri. La baronessa Wetchera madre, che non ignorava le attenzioni dell'Arciduca verso sua figlia, ma che si assicura avere ignorato fino a qual punto queste attenzioni fossero intime, aveva passato colla figlia qualche tempo a Londra, durante la stagione estiva, in giugno e in luglio; poi passò il resto dell'estate a Reichnau, non lungi da Vienna. L'intimità fra la giovane e l'Arciduca, favorita, dicesi, dalla compiacenza d'una signora, amica della casa Wetchera, e dal comprato silenzio della domesticità, avrebbe cominciato nello scorso ottobre e avrebbe continuato fino al momento della catastrofe. I luoghi di convegno sarebbero stati il Prater, il giardino ed il palazzo di Modena, appartenenti all'arciduca Francesco d'Austria-Este, la casa stessa della baronessa Wetchera, in di lei assenza, e la casa dell'arciduca a Mayerling. Questa casa, o meglio l'agglomerato di case di Mayerling, antico convento, poi residenza di campagna, era divenuto da qualche anno proprietà dell'Arciduca, che ne aveva fatto una residenza di caccia; ed è situato in una valle, fiancheggiata da boschi, che si dirama dalla Helenenthal, valle principale di Baden presso Vienna.

Domenica 27 gennaio scorso, l'arciduca Rodolfo assistette insieme coll'Imperatore, con varii Arciduchi e Arciduchesse, e coll'arciduchessa Stefania, sua moglie, ad una serata presso il principe e la principessa di Reuss. A questa serata, a cui assisteva tutto il Corpo Diplomatico estero e tutta l'alta società di Vienna, c'era pure la baronessa Wetchera colla figlia. Parlai, io stesso, alla prima e stetti qualche tempo vicino alla seconda, non senza notare che i di lei occhi erano costantemente fissi sul Principe Imperiale. Mi si dice che questi le parlò. Io non lo vidi. Ma sembra certo che, sia di viva voce, durante quella serata, sia, come pure si dice, con un biglietto mandato l'indomani, la signorina avvertì il Principe che sarebbe andata a raggiungerlo a Mayerling.

Il lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, l'Arciduca si recò a Mayerling e invitò a una partita di caccia, per l'indomani mattina, suo cognato il duca Filippo di Sassonia Coburgo ed il conte Hoyos, suo famigliare.

La signorina Wetchera, nel pomeriggio dello stesso giorno di lunedì 28 gennaio, eludendo la sorveglianza della dama di compagnia che era entrata per qualche istante nel magazzino di Rodek al Kohlmarkt, si mise in un fiacchero e pervenne, la sera stessa, alla casa di caccia di Mayerling. La madre, inquieta di questa fuga, si sarebbe diretta, per avere notizie della figlia, alla polizia, che non seppe o non volle dargliene. Fatto è che la ragazza passò la notte del 28 al 29 gennaio coll'Arciduca e nella di lui camera. Il martedì mattina, 29 gennaio, l'Arciduca non prese parte alla caccia e fece dire al duca Filippo di Coburgo e al conte Hoyos che avessero a cacciare senza di lui. Dopo la caccia, nel pomeriggio, l'Arciduca, che avrebbe dovuto far ritorno a Vienna per assistere ad un pranzo di famiglia, pregò il duca Filippo di Coburgo, che doveva assistere allo stesso pranzo, di scusarlo presso l'Imperatore e l'Imperatrice, e telegrafò pure all'arciduchessa Stefania per iscusarsi, allegando una leggiera indisposizione.

Il conte Hoyos rimase a Mayerling. La caccia doveva ricominciare di buon'ora il mattino seguente, mercoledì 30 gennaio.

L'Arciduca passò ancora quella notte colla signorina Wetchera. Il fiaccheraio dell'Arciduca, Bratfisch, fu ammesso, dicesi a tarda sera, alla presenza dell'Arciduca e della giovane e cantò per divertirli.

E qui si passò nelle prime ore del mattino del 30, la tragedia del doppio suicidio.

La giovane parrebbe essere stata uccisa la prima di mano dell'Arciduca, in seguito a risoluzione presa da entrambi di morire insieme; ma è anche possibile che essa si sia uccisa di propria mano. Pare certo però che sia morta per la prima, perchè fu trovata ben composta nel letto colle mani incrociate. L'Arciduca invece pendeva dalla parte superiore del corpo un po' fuori del letto, col braccio penzoloni, e con spruzzi di sangue sul petto, gettati a quanto pare dalla ferita della giovane morta.

Queste sono le supposizioni fondate sull'ispezione dei cadaveri. Non hanno tuttavia il carattere di certezza. Le circostanze immediate e concomitanti della doppia uccisione non ebbero testimoni. Per quale straordinaria eccitazione d'animo e di sensi, per quale reciproca esaltazione di spirito in delirio, o per quale follia dell'uno o dell'altra o d'entrambi, tale catastrofe sia accaduta, è un segreto che starà probabilmente sepolto nelle due tombe, nella modesta fossa di Heiligenkreuz e nell'arca della Chiesa dei Cappuccini di Vienna.

Come la notizia sia stata portata a Vienna dal conte Hoyos, come sia stata inviata sul luogo una Commissione imperiale di cui facevano parte il prof. Wiederhofer, medico della Corte e il Cappellano della corte, e come il corpo del defunto Arciduca sia stato trasportato a Vienna nella notte dal 30 al 31 gennaio, fu raccontato, fin dai primi giorni, dalla stampa ufficiale viennese.

Il cadavere della giovane, dopo fatta l'autopsia, fu sepolto colla maggior possibile secretezza, ma coll'assistenza della madre nel cimitero di Heiligenkreuz, vicino circa quattro chilometri a Mayerling.

Come lugubre episodio del dramma, il cacciatore dell'Arciduca, confidente o per lo meno conscio di questi amori, si sarebbe pur egli suicidato. Il di lui corpo sarebbe stato seppellito a Baden; la circostanza avrebbe contribuito ad accreditare la versione, corsa nei primi momenti, che l'Arciduca fosse stato ucciso da un guarda-caccia o guarda-foreste.

La lettera dell'Arciduca al sig. De Szögyeny, resa ora pubblica nella sua sostanza per mezzo dei giornali, nella quale è annunziato il proponimento del suicidio del Principe, è stata scritta nel mattino del 30 gennaio, e quindi immediatamente prima, forse pochi minuti prima del colpo. Ma rimane incerto, per ora almeno, se sia stata scritta prima delle due morti, ovvero nell'intervallo fra l'una e l'altra».

«Vienna, 14 febbraio 1889.

Aggiungo alcuni nuovi particolari, appresi da fonte autorevole, intorno alla morte dell'arciduca Rodolfo. Il lunedì 28 gennaio, nel pomeriggio, la giovane Maria Vetsera (così deve essere scritto questo nome), uscì di casa in compagnia della contessa Maria Larich, nata _von Wallersee_ (figlia di S. A. R. il duca Lodovico di Baviera). Nella via del Kohlmarkt, la contessa Larisch entrò nel magazzino dei fratelli Rodeck. Maria Vetsera colse questo momento per fuggire, e si recò, come narrai precedentemente, a Mayerling, dove l'Arciduca si era recato nello stesso giorno. La ragazza portò con sè il revolver, col quale fu poi compiuto il doppio suicidio. La madre, baronessa Vetsera nata Baltazzi, avvertita della disparizione della figlia e presumendo dove essa doveva trovarsi, si recò nella stessa sera presso il direttore di polizia, barone Francesco von Krauss, e l'indomani presso il Ministro dell'Interno, che l'avrebbe rassicurata, dicendole che l'Arciduca doveva venire il giorno stesso a pranzo dall'Imperatore, che gli avrebbe parlato in proposito e che intanto non conveniva fare scandali. Il 30, nel mattino, la madre vieppiù inquieta si recò alla Burg e chiese dell'Imperatrice. Sua Maestà che aveva di già appresa la notizia della doppia morte, volle dare ella stessa alla baronessa Vetsera la dolorosa notizia, e appena questa introdotta in di Lei presenza, le disse piangendo: «I nostri poveri figli sono morti».

Nessuno sa, è bene ripeterlo, come la catastrofe sia accaduta. Ma è certo che il revolver fu portato dalla ragazza e che questa morì per la prima. Si deve supporre, che essa, o in seguito ad un rifiuto dell'Arciduca, d'accondiscendere ad una proposta di fuga e di vita comune, o per disperazione in previsione d'un abbandono più o meno prossimo, o per sovreccitazione d'uno spirito dominato da prepotente passione, si tirò alle tempia il colpo di revolver che l'uccise. Se questa ipotesi che sembra probabile è vera, si spiega facilmente come l'Arciduca, che non aveva con sè nessun revolver, che pareva lieto, che aveva fatto inviti a caccia per quel giorno e per l'indomani, che s'era divertito nella prima parte della notte a sentire cantare il fiaccheraio Bratfisch, trovandosi, ad un tratto, in presenza del cadavere d'una ragazza di buona famiglia, che s'era uccisa per amor suo e nel suo letto, e prevedendo le conseguenze d'una tale catastrofe per la sua fama, per il suo avvenire e per l'onore della sua Casa, sia stato condotto al proposito d'uccidersi anch'esso. Sembra che un certo tempo sia difatti trascorso fra la morte della ragazza e quella dell'Arciduca. Nel frattempo questi avrebbe scritto le lettere da lui lasciate e segnatamente quella al sig. de Szögyeny.

L'ipotesi che l'Arciduca e la ragazza si siano uccisi per accordo deliberato insieme non sembra ammissibile.

L'Arciduca aveva notoriamente altre relazioni simultanee, il che escluderebbe in lui l'esistenza d'una passione prepotente e furiosa. È più verosimile che l'Arciduca abbia considerato le sue relazioni colla giovane Vetsera nello stesso modo che quelle che aveva avuto e aveva con altre donne, e che abbia preso l'amore di questa ragazza per lui con eguale leggerezza o indifferenza. Invece si sarebbe a un tratto trovato in presenza d'una passione violenta che l'avrebbe spaventato o annojato, e alla quale avrebbe voluto sottrarsi. Il convegno di Mayerling, se pure vi fu convegno e non sorpresa, sarebbe stato non chiesto, ma subìto dall'Arciduca; e la ragazza vi si sarebbe recata, munita di revolver da lei procuratosi in Vienna, come fu accertato, colla determinazione di uccidersi se avesse avuto la certezza di un prossimo abbandono. Questa, ripeto, è pura ipotesi, ma fra tutte quelle imaginate finora è la più fondata.

Contrariamente a quanto fu narrato in sulle prime, la madre, baronessa Vetsera, non fu lasciata andare a Mayerling. Ci andarono invece, avvertiti appositamente dalla polizia, un fratello di lei, sig. Baltazzi e suo cognato barone di Stockau, e ciò nella sera del 30. Nel pomeriggio di quel giorno la Commissione Imperiale recatasi a Mayerling fece trasportare il cadavere della ragazza, avvolto in un lenzuolo, in una camera vicina, che fu chiusa e sigillata. Poi fu fatta la ricognizione del cadavere dell'Arciduca e questo fu trasportato nella notte a Vienna. In quella medesima notte il sig. Baltazzi e il barone di Stockau furono autorizzati a portare con sè il cadavere della propria nipote, ma secretamente, nella propria carrozza. Essi difatti trasportarono il cadavere fino al Convento di Heiligenkreuz, dove, chiuso in una cassa, fu provvisoriamente seppellito nel cimitero. La madre ebbe poi il permesso di far trasportare, quando vorrà, in altro luogo, la cassa, che intanto sta nel cimitero di Heiligenkreuz.»

L'idea di cercare la soluzione della questione d'Oriente in una Federazione dei gruppi nazionali della penisola balcanica è antica.

L'on. Crispi, il quale da lungo tempo l'apprezzava, anche in omaggio al principio di nazionalità che aveva trionfato nel Risorgimento italiano, prese l'iniziativa di tradurla in atto. Ne parlò dapprima a Bismarck e a Kálnoky; e l'intento immediato essendo quello di opporre una diga all'invadenza della Russia, e di rafforzare la Triplice in Oriente, ebbe i due Cancellieri consenzienti.

In aprile 1889, Crispi propose, come avviamento alla Federazione, una lega militare tra Rumenia, Bulgaria e Serbia. Ed ecco in quali circostanze.

Il Re Carlo e i liberali rumeni, offesi per l'ingratitudine con la quale la Russia, annettendosi la Bessarabia, aveva compensato il valido concorso dell'esercito rumeno nella guerra del 1877, ostacolavano l'influenza russa nel loro paese, e costruivano fortificazioni lungo il Seret per precludere ai russi la miglior via d'invasione nei Balcani.

Il ministro rumeno a Pietroburgo presentando, nei primi di aprile di quell'anno, le sue credenziali allo Czar, questi gli disse che “la Rumania non comprendeva affatto i propri interessi„; e si espresse in termini vivi “contro la dinastia colà regnante di principi stranieri„. E anche il ministro degli Affari esteri, Giers, parlando in quei giorni coll'ambasciatore d'Italia, Marocchetti, deplorò “i continui errori della politica rumena„ e osservò che “l'attuale dinastia non essendo ortodossa, non corrisponde ai veri interessi del paese„.

Andato al potere, per le esigenze della situazione parlamentare rumena il partito conservatore, amico della Russia, il signor Lascar Catargi che lo presiedeva fece le seguenti dichiarazioni:

“La politica estera che il signor Carp voleva seguire è talmente antinazionale, che se egli osasse confessarla non potrebbe probabilmente continuare a vivere in questo paese.

Il Ministero Rossetti-Carp, al pari del Governo di Bratiano, è stato un governo personale del Re. — È dovere del Parlamento accusare qualsiasi governo personale, e se il paese vuole che il Re non possa più fare una politica personale, deve esso abbattere tutti i governi di questo genere. _Non aggiustate il manico alla falce._„