Politica estera: memorie e documenti
Part 24
La stampa germanica e austriaca rilevò l'importanza della visita dell'on. Crispi a Friedrichsruh. Meritano speciale menzione le considerazioni fatte dalla _National Zeitung_ nel suo numero del 23 agosto. Dopo aver constatato che Crispi si era recato a visitare di nuovo il principe di Bismarck prima che il termine di un anno dalla prima visita fosse spirato, l'articolo esprimeva l'avviso che fra le tre Potenze alleate, l'Italia si trovava allora nella posizione più esposta. “L'Austria ha da fare con una potenza la cui politica estera è diretta da diplomatici di carriera che non si lasciano troppo sopraffare dalle passioni popolari e che danno fondate speranze di saper tutelare gli interessi dell'Impero degli Czar senza trascurare i necessari riguardi verso gli interessi vitali del paese vicino. In Francia il governo trovasi, invece, in mano di uomini come Floquet e Goblet, il cui sovrano è l'“aura popolaris„, di semplici tribuni privi di sangue freddo e di moderazione, e assolutamente dipendenti dal favore di un popolo così vano, ardente, bellicoso, quale il francese. E un simile stato di cose non potrebbe che peggiorare in seguito ad un cambiamento di governo, che mettesse la cosa pubblica nelle mani del generale Boulanger. Per quante dichiarazioni pacifiche egli abbia fatte recentemente, il suo passato e l'appoggio degli _chauvins_ più accaniti lo costringerebbero ad assumere un'attitudine provocatrice, sia che egli diriga lo sguardo verso l'Alsazia-Lorena, sia che aspiri a ricuperare la perduta preponderanza nel Mediterraneo. Nei due casi l'Italia sarebbe complicata in una guerra colla Francia o a fianco della Germania, o a fianco dell'Inghilterra. I disgraziati combattimenti in Africa sembra abbiano risvegliato le speranze dei politicanti della Senna, i quali credono pure che l'alleanza italo-tedesca assicuri all'Italia l'aiuto della Germania solo nel caso di un'invasione francese nella penisola, e calcolano sulla possibile astensione della Germania nel caso che l'Italia dichiarasse guerra alla Francia in seguito ad una occupazione di Tripoli da parte di quest'ultima. Nè minore sarebbe il pericolo per l'Italia ove di nuovo sorgesse la questione egiziana, nella quale i suoi legittimi interessi le impongono di sostenere energicamente l'Inghilterra contro le pretensioni francesi. Date queste circostanze, così conchiude l'articolo, il convegno tra i due uomini di Stato che dirigono la politica della Germania e dell'Italia avrà un fondo essenzialmente positivo. Non già che catastrofi sieno imminenti o addirittura inevitabili; la solidità della lega dell'Europa centrale, la gloria che circonda l'esercito germanico e il timore che esso inspira sono eccellenti istrumenti di propaganda per la pace dei popoli; ma le condizioni in Francia si sono dal 1.º ottobre 1887 in poi, avvicinate di alcuni gradi al punto nel quale il _caos_ comincia e l'avvenire più prossimo diventa imprevedibile. Quando il signor Crispi venne a Friedrichsruh l'anno scorso dominava un apprezzamento relativamente ottimista della situazione in Francia. Il ministero Goblet-Boulanger era caduto, e il ministero moderato Rouvier dirigeva gli affari della Repubblica francese. Le persone ragionevoli non vedono anche ora alcun fantasma, ma si dicono tuttavia, che ci avviciniamo all'esplosione a Parigi e che nessuno è in grado di dire fin dove si sperderanno le rovine o le scintille. Per il momento il viaggio del Presidente del Consiglio italiano avrà un buon effetto sugli animi irrequieti della Senna. L'alleanza tra la Germania e l'Italia presa astrattamente, esercita sul francese del volgo il suo giusto effetto di intimidazione, soltanto quando appare ai suoi occhi sotto una forma sensibile e palpabile.„
_3 settembre._ — Il signor Goedel, Incaricato d'affari d'Austria-Ungheria, mi dà lettura di una Nota nella quale è riferita una conversazione del conte Kálnoky con l'Incaricato d'affari di Francia. La Nota è del 29 agosto. Il rappresentante francese voleva conoscere l'opinione del conte Kálnoky sull'ultima Nota francese e sulla Nota turca per Massaua. Il ministro austro-ungarico diede consigli di prudenza. Disse che non conveniva dare importanza alla questione e che bisognava lasciarla cadere. Dal colloquio di Eger egli aveva portato la convinzione che il ministro Crispi non se ne sarebbe occupato ulteriormente. Il Kálnoky consigliava sopratutto a localizzare il dibattito e a non portarlo dal mar Rosso nel Mediterraneo. Le Potenze non permetterebbero che fosse turbato lo _statu-quo_ nel Mediterraneo.
Circa la protesta turca il Conte manifestò il pensiero che non convenisse darvi gran peso, e che si dovesse lasciar da parte anche la interpretazione dell'articolo X della convenzione pel canale di Suez. Non esser equo per la Francia dare appoggio alla Turchia. Del resto la Francia non avrà dimenticato la protesta fatta dal Sultano al 1881 per l'occupazione della Tunisia. Certamente la protesta del 1881 per la Tunisia non può avere un valore minore di quella fatta ora per Massaua. Se la Francia non dette importanza alla prima, non può darne alla seconda.
L'Incaricato francese non seppe che cosa rispondere a questa ultima argomentazione. Disse che il governo francese riterrebbe chiuso l'incidente dopo l'ultima Nota di Goblet. Teme che non faccia altrettanto l'Italia, la quale mandando la sua flotta in Oriente potrebbe avere velleità bellicose. Il conte Kálnoky assicurò che la flotta italiana era andata in Oriente per i consueti esercizi annuali.
— Il conte di Goltz è venuto a leggermi un telegramma ricevuto ieri sera da Berlino. Il conte Hatzfeldt avrebbe scritto al principe di Bismarck la risposta di lord Salisbury per l'affare di Kisimayo. Sua Signoria desidera che il governo italiano voglia attendere per la concessione di un territorio, garantendo che Kisimayo non sarà conceduto ad alcuno. L'Inghilterra si adoprerà affinchè l'Italia abbia quanto chiede. Lord Salisbury intanto chiede che gli siano mandati i termini della promessa fatta all'Italia dal defunto Sultano dello Zanzibar.
Ho risposto al conte Goltz che attenderò l'opera dell'Inghilterra e manderò intanto a lord Salisbury copia dell'atto di concessione. Prego il Goltz di ringraziare il Principe per l'interesse da lui preso in questo affare.
_4 settembre._ — Il signor di Goedel è venuto a dichiararmi che il conte Kálnoky, dividendo pienamente le nostre opinioni, si rifiuta di aderire alla domanda del governo dei Paesi Bassi per la modificazione dell'articolo IX della convenzione per la libertà del canale di Suez.
_15 settembre._ — Il signor di Goedel per incarico del conte Kálnoky, è venuto a riferirmi le istruzioni date al suo Incaricato d'affari a Costantinopoli circa talune domande fattegli da Sadullah-pascià. L'ambasciatore turco avrebbe chiesto se nel colloquio di Eger il Crispi aveva manifestato i suoi concetti intorno alle intenzioni del governo italiano in Africa, e se si era convenuto qualche cosa per la Bulgaria. Il Kálnoky rispose che la questione di Massaua è cessata. Il ministro Crispi non intende farne argomento di ulteriori discussioni; ad Eger manifestò sentimenti pacifici, e non è suo interesse dar seguito ad un dibattimento ormai esaurito. Conviene però che la Francia non risusciti il conflitto con pretese nel Mediterraneo. Allora l'affare potrebbe attirare l'attenzione delle Potenze che hanno interesse al mantenimento dello _statu-quo_. Per la Bulgaria il governo italiano è concorde con l'austriaco circa la convenienza di lasciare al tempo la soluzione del problema. Nulla sarà fatto per ridestare questioni ormai sopite e per richiamare l'attenzione dell'Europa su di un popolo che fa bene i suoi affari. L'Italia e l'Austria si adopreranno in ogni occasione perchè la pace non sia turbata nei Balcani.
_24 settembre._ — Il conte di Goltz, venuto in Napoli, mi ha parlato di vari argomenti, tutti di qualche importanza.
La missione dei preti abissini presso il governo russo non ebbe successo. Gli abissini offrivano allo Czar un'isola nel mar Rosso; ma l'offerta, dubbia in sè stessa perchè manca l'isola, non invogliò il sovrano. Giers non celò che nella Russia vi sono simpatie per l'Abissinia, per motivi religiosi.
Missionari tedeschi in Cina: ottennero quanto chiedevano dall'Imperatore del Celeste Impero, e il governo di Berlino domanda se abbiamo ottenuto altrettanto, essendo suo desiderio che l'Italia abbia gli stessi benefici. I missionari tedeschi che si recassero in Cina con passaporto non germanico, non otterrebbero il visto. Ho ripetuto la risposta fatta all'Incaricato d'affari italiano a Berlino. Il ministro di Germania a Pechino appoggerà le domande del governo italiano.
In Russia si attendeva che la Bulgaria il 18 corrente avesse proclamata la sua indipendenza. Erano voci di giornali; tutto passò tranquillamente.
CAPITOLO DECIMO.
Il terzo incidente con la Francia.
Una lettera apocrifa di Felice Pyat. — Guglielmo II a Roma. — Colloqui di Crispi col conte Erberto di Bismarck. — Storia documentata dell'incidente per le scuole italiane in Tunisia. — Dal _Diario_ di Crispi. — La situazione in Francia alla fine del 1888.
Nei primi del settembre l'on. Crispi ricevette questa lettera:
«Parigi, 7 settembre 1888.
_Mon cher Crispi_,
J'attendais des paroles pacifiques de vous avant de vous écrire. Le reportage vous a chargé, tous ces jours-ci, de tant de projets sinistres que ceux qui vous connaissent en ont été, eux mêmes, déconcertés. La vérité se fait jour enfin: vous n'avez jamais songé à allumer une guerre entre nos deux nations.
Ceux qu'anime l'amour du Progrès et de la Démocratie souffrent de cette tension de rapports qui existent entre nos deux grandes et généreuses nations. Nous sommes faits pour nous entendre et nous aimer: vous le pensiez, du moins. Comment donc ne trouvez vous aucune parole pour faire tomber de ridicules préventions?
Je vous assure, mon cher Crispi, que notre Démocratie sympathise avec l'Italie, la noble contrée des Arts et de la Liberté.
Des hommes comme moi, qui vous sont attachés, sont désespérés de ce qui se passe. Faites un effort de votre côté. Ne vous décidez pas, au nom de la civilisation, à rompre tout rapport avec nous. Floquet a fait les premiers pas à Toulon; vous devez faire le reste. Le monde vous applaudirait.
Agréez, mon cher Crispi, avec l'assurance de ma vieille amitié pour vous, mes vœux les plus sincères.
FÉLIX PYAT.»
Crispi, anzichè rispondere direttamente al Pyat, telegrafò all'Ambasciata a Parigi nei seguenti termini:
«Torino, 11/9/88
_R. Ambasciata Italiana_,
Parigi.
Ricevo da costì una lettera di Felice Pyat che mi prega ed esorta di fare quanto dipende da me per ricondurre i buoni rapporti tra la Francia e l'Italia. Non gli rispondo direttamente perchè non voglio impegnare alcuna polemica. Prego invece la S. V. di recarsi da lui e di dirgli che i miei sentimenti verso la Francia sono i medesimi di quelli che io nutriva 32 anni addietro, quando eravamo esuli a Londra. Io mi sono difeso contro provocazioni diplomatiche che non mi sarei aspettate dal governo francese. La politica nostra è difensiva, non offensiva, e giammai da parte nostra sarà mossa guerra alla Francia. Io desidero le più cordiali relazioni col popolo vicino, ma i francesi sono talmente ingannati dalla stampa locale che le mie speranze di un accordo fra i due paesi comincia a languire. Ora, se Félix Pyat si sente le forze di persuadere i suoi concittadini in nostro favore sciogliendo l'inganno in cui essi si trovano, io ne sarei lietissimo, ed Ella può assicurare l'amico Pyat che l'Italia non mancherebbe di fare il debito suo.
CRISPI.»
Ma la lettera del Pyat era apocrifa:
«Da Parigi, 14 settembre 1888.
(_Personale_). — La lettera direttale con la firma Felice Pyat è un falso. Pyat mi ha assicurato or ora che egli non ne fu l'autore, nè l'ispiratore, e che non ne ebbe conoscenza alcuna. Siccome però egli in questa occasione mi fece le più ardenti proteste di simpatia per l'Italia che nella sua bocca sono sincere, gli dissi che mi era caro di potergli dare una prova dei sentimenti personali di V. E., e gli diedi lettura del suo telegramma dell'undici. Egli se ne mostrò lietissimo, assolvendo il falsario che aveva provocato tali dichiarazioni. Promise di fare per parte sua tutto il possibile per rendere i suoi concittadini più benevoli e meno ingiusti verso l'Italia e verso Lei e dichiarò che quando se ne verrà alla revisione, farà con i suoi colleghi uno sforzo supremo per finirla con quella perenne provocazione all'Italia che è il mantenere un rappresentante della Repubblica presso la Santa Sede. Inveì poi contro il presidente della Camera dei deputati e col governo repubblicano che ha alla sua testa un Re e plaudì a Lei che negava l'elezione del proprio sindaco ai Comuni piccoli e meno colti, lasciandola ai maggiori più illuminati, mentre qui si continua a negarla al Comune più colto della Francia, a Parigi. Ricordò come a Marsiglia le sue esortazioni per una cordiale convivenza con l'Italia siano state accolte con entusiasmo e disse che continuerà a seminare colà, ove fra giorni ritorna. Mi domandò infine se volessi lasciargli la traduzione del telegramma di V. E. impegnandosi a non servirsene se non d'accordo con Lei e con me. Io risposi che non lo potrei senza interpellarla, giacchè in fatto V. E. non poteva rispondere a lui per lettera da lui non _scritta_, e che io soltanto confidenzialmente aveva potuto mostrargli il suo telegramma. Voglia darmi su ciò le sue istruzioni. Alcune parole pacifiche e benevoli alla Francia, pronunziate ieri da S. M. il Re nell'udienza data ai francesi invitati dal principe Napoleone, produssero qui una eccellente impressione.
RESSMAN.»
«15/9/88.
Leggo nel _Journal des Débats_ d'oggi: «Si rimarcò ieri nei corridoi della Camera la presenza del signor Ressman, Incaricato d'affari d'Italia, che venne a conferire con il signor Felice Pyat». Fu infatti alla Camera che Pyat, venuto nel pomeriggio a Parigi, mi aveva dato convegno. Si direbbe che noi torniamo agli usi della Serenissima di Venezia, giacchè se questa in sè così insignificante notizia non vuole essere una insinuazione, essa prova per lo meno con quale pavida diffidenza sia qui sorvegliato ogni nostro passo. Crederei però prudente al momento opportuno di dire nella udienza ordinaria del prossimo mercoledì una parola al signor Goblet per renderlo consapevole della ragione del mio colloquio col Pyat, porgendomi occasione di leggergli il sì conciliante telegramma di V. E., che è una prova di più de' suoi personali sentimenti. Prego telegrafarmi se ella mi vi autorizza.
RESSMAN»
Naturalmente, l'on. Crispi dette l'autorizzazione richiestagli, e il Goblet ebbe una prova di più della lealtà del ministro italiano.
Le eccellenti relazioni esistenti tra l'Italia e la Germania ebbero nell'ottobre di quell'anno una solenne affermazione: l'Imperatore Guglielmo decise di visitare Re Umberto nella Capitale del Regno. Era il primo sovrano di una grande Potenza che veniva a Roma e le accoglienze che vi ebbe furono grandiose.
In tale circostanza vi fu tra Crispi e Bismarck, tra il Re e l'Imperatore, questo scambio di telegrammi:
«Roma, 11/10/88.
Au milieu de l'enthousiasme qui a accueilli et qui entoure, dans la capitale de l'Italie, votre auguste Souverain, l'ami de notre Roi et le chef de la grande Nation alliée de notre pays, ma pensée émue se reporte vers Votre Altesse. Je voudrais que l'écho des vivats dont Rome retentit arrive jusqu'à vous et vous dise combien le peuple italien aime l'Allemagne et apprécie l'amitié de ce pays devenu, par les conseils de Votre Altesse, si glorieux et si grand. Que notre union soit toujours aussi cordiale et aussi intime pour la gloire des deux dynasties, le bonheur des deux peuples et la paix de l'Europe!
CRISPI.»
«Friedrichsruh, 11/10/88.
Je remercie Votre Excellence de tout mon cœur d'avoir bien voulu penser à moi au moment où vous assistiez à cette entrevue de nos Souverains qui est l'expression solennelle de l'amitié cordiale de deux grandes nations.
La conscience d'avoir travaillé en commun à consolider cette amitié mutuelle de nos Souverains et de nos pays, et notre ferme volonté de la maintenir en la rendant plus intime, forment un trait d'union, cher a mon cœur, entre les fêtes brillantes qui se célèbrent à Rome et la forêt solitaire que Votre Excellence m'a fait l'amitié de parcourir avec moi, il y a deux mois.
Von BISMARCK.»
«Ala-Roma, 20/10/88.
Il me tiens à cœur de te répéter en quittant ton beau pays si hospitalier, combien j'ai été heureux en Italie, et à quel point je suis sensible à l'amitié que tu m'as montrée. Je te prie de croire que je te la rends bien sincèrement et que je n'oublierai jamais la magnifique réception que tu m'as faite dans ta capitale. Je t'embrasse de grand cœur et je baise les mains à Sa Majesté la Reine.
GUILLAUME.»
«Roma-Ala, 20/10/88.
Avant que tu quitte l'Italie je veux t'exprimer encore une fois ma reconnaissance pour ta chère visite et mon profond regret pour ton départ.
Nous n'oublierons jamais, l'Italie et moi, la preuve éclatante que tu nous a donnée de ton amitié. Tu as entendu la voix d'un peuple entier saluer en toi l'ami sûr et désiré, l'allié fidèle, l'interprète Auguste de ta noble et grande Nation.
Nos vœux te suivent dans ton voyage; ils t'accompagneront incessamment dans toute ta vie que nous te souhaitons remplie de gloire et de bonheur. La Reine et mon fils veulent être rappelés à ton souvenir et s'associent à moi pour te prier de déposer nos hommages aux pieds de S. M. l'Imperatrice ton Auguste Epouse.
HUMBERT.»
L'Imperatore fu accompagnato a Roma dal conte Erberto di Bismarck, col quale Crispi ebbe due colloqui:
_19 ottobre 1888 — 6 ½ pom._ — Visita di Bismarck Erberto.
Mi fa una relazione del colloquio con lo Czar del principe di Bismarck. — Truppe russe alle frontiere (500 a 600 mila); lo Czar non sapeva darne conto. — Influenze danesi sullo Czar. Tutte le principesse, compresa la Regina, contrarie al governo imperiale tedesco. Queste donne influiscono sullo Czar e gli han dato a credere che la Germania vorrebbe attaccarlo. — Bismarck fece il possibile per dissuaderlo, assicurando che la triplice alleanza ha uno scopo puramente difensivo. Dopo la pubblicazione del trattato di alleanza austro-germanico, nulla v'è di segreto. Le due Potenze non hanno mire aggressive. Se la Russia attaccasse l'Austria, la Germania è chiamata a difenderla.
La posizione della Germania e dell'Italia è identica. Bisogna che la Francia attacchi una delle due Potenze alleate, perchè l'aggredita possa invocare il _casus foederis_. Del resto ciò avverrebbe anche se non ci fosse trattato. La Germania non potrebbe lasciare aggredire l'Italia senza muoversi a sua difesa. Lo stesso farebbe l'Italia verso la Germania se la Francia tentasse di passare il Reno. Si è convinti che ove la Francia vincesse la Germania, si rivolgerebbe subito contro l'Italia per abbatterla e riprendere in Europa quella egemonia alla quale aspira. Farebbe lo stesso con la Germania nel caso che l'Italia fosse vinta per la prima.
La triplice alleanza non ha alcun interesse a trarre con sè la Turchia. Se questo proposito fosse in lei, si saprebbe subito, il Sultano non essendo un principe che sappia mantenere il segreto. La Turchia ha buone truppe, ma esse non hanno potenza che in una guerra difensiva. È assurdo quindi il presumere che si voglia trarla nella triplice; non vi sarebbe scopo.
Questo linguaggio crudo, ma leale del principe di Bismarck, fece impressione sullo Czar, il quale partì da Berlino convinto delle buone intenzioni del governo tedesco.
Lo Czar invitò l'imperatore Guglielmo alle grandi manovre militari che nell'estate venturo saranno tenute in Russia. La convinzione dell'imperatore Guglielmo e del principe di Bismarck è che per un anno almeno è assicurata la pace.
Il giudizio su Alessandro III è ch'egli ami e desideri la pace. Le sue abitudini, i suoi studi, la nessuna esperienza di governo, la nessuna cura per l'esercito, il suo fisico stesso lo fanno bramoso di calma. Egli però è circondato da qualche generale di cui il Principe teme e che può influire sull'animo suo. Non andrebbero meglio le cose col suo successore, giovine ancora e non abbastanza educato alle arti del governo.
_20 ottobre — 1 pom._ — Secondo colloquio con Erberto Bismarck.
Ho esposto come l'Austria sia sempre la stessa nei suoi metodi di governo. Costituita come essa è da varie genti, con lingue e civiltà diverse, non può esser salda, nè sperare che non si disfaccia che ad una sola condizione, cioè che rispetti tutte le nazionalità. Orbene, nell'Impero, meno l'Ungheria, la quale, avendo un governo autonomo, e grazie al buon senso di Tisza, si regge sicura, nell'Austria il governo favorisce l'elemento slavo, vive con esso a danno delle popolazioni tedesche e italiane. Or questo è male, e a noi crea imbarazzi. Se gli italiani fossero ben trattati, se la loro autonomia fosse rispettata, gl'italiani del Regno non avrebbero ragione a doglianze e mancherebbe il pretesto all'irredentismo.
Le durezze usate a Trieste sono inopportune, non giovano all'Impero e nuocciono a noi. Aggiungete gl'indugi nel compimento dei processi. Il processo di Ulmann si protrae da oltre cinque mesi; era meglio non lo avessero fatto, ma ora è opportuno che lo conducano a termine rapidamente.
Il conte di Bismarck, rispondendo, consente nelle mie idee. Egli incolpa il Taaffe, il quale per rimanere al governo non guarda al modo. L'Imperatore ha fiducia nel suo ministro, e fa male. Erberto mi afferma di aver di ciò scritto a suo padre affinchè ne parli al Kálnoky, il quale fra giorni si recherà a Friedrichsruh.
L'argomento è di una grande importanza, io replicai. L'Austria non è amata in Italia, essa non ha saputo far obliare il suo dominio sulle terre italiane, anzi lo ricorda pel modo come si regola a Trieste. Noi dobbiamo tenerci stretti all'Impero austriaco. L'Italia non può avere due nemici, l'uno a destra e l'altro a sinistra delle sue frontiere. L'Austria deve però considerare che anche la nostra alleanza è a lei di vantaggio. Il Bismarck fece eco a queste mie considerazioni ed io soggiunsi:
— Non vi nasconderò che l'alleanza più simpatica all'Italia è quella con la Germania. Io non so se il Principe vostro padre vi abbia mai parlato dei nostri colloqui a Gastein nel 1877. Allora io non aveva altro desiderio che quello di congiungere in stretto vincolo l'Italia e la Germania, anche in previsione di ostilità che ci potessero venire dall'Austria. Il Principe in quel tempo preparava con Andrássy l'alleanza dei due Imperi, e vedeva lontana l'ipotesi che l'Austria, la quale ha in Polonia interessi opposti ai vostri, potesse divenirvi nemica. Allora contrastai che l'Austria ottenesse la Bosnia e l'Erzegovina. È vero che vostro padre proponeva di dare all'Italia compensi territoriali che non ebbe, ma il fatto provò che l'Austria uscì dal Congresso di Berlino più forte nell'Adriatico di quello che era prima, e le mie speranze andarono deluse.
— Voi avete ragione! ma al 1878 non eravate più al governo, e le sorti d'Italia erano affidate ad un ministro il quale amoreggiava con la Francia.
— Su questo non ho che dirvi. Ma la Francia anch'essa fu aiutata e le fu permesso di occupare a tempo opportuno la Tunisia.
— Mio padre credeva che aiutando la Francia in Africa, avrebbe potuto distrarla dall'Europa.