Politica estera: memorie e documenti
Part 21
Mentre il Congresso sedeva a Versailles, tutte le misure erano state prese dalla maggioranza radicale del Consiglio municipale per proclamare un governo provvisorio nel caso che il signor Ferry avesse riunito sul suo nome la maggioranza dei voti. I consiglieri municipali si erano dichiarati in seduta permanente e avevano chiamato all'_Hôtel de ville_ parecchi delegati del Comitato rivoluzionario centrale, per poter disporre, occorrendo, del loro concorso. Avevano anche cercato di ottenere dal prefetto della Senna le chiavi delle porte che chiudevano i corridoi sotterranei per i quali l'_Hôtel de ville_ era messo in comunicazione con altri edifici, specialmente con le caserme «Lobau» e «Napoleone». Il prefetto della Senna avendo rifiutato di consentire alla predetta domanda, i consiglieri municipali avevano sbarrato il passaggio con una catena di ferro per impedire che per quella via si potesse penetrare nell'_Hôtel de ville_.
Le minaccie dei radicali portarono frutto: la maggioranza, sempre timida, se ne commosse, e credendo prossimo un gran pericolo abbandonò il Ferry ed elesse il signor Sadi-Carnot, senza partito e senza amici.
Tutti ormai sanno che, se fosse stato eletto Ferry, qualche migliaio di arruffoni sarebbe sceso da Montmartre e da Belleville. Il governatore militare di Parigi, generale Saussier, che aveva accresciuto il presidio della capitale e di Versailles e prese misure energiche, era preparato agli eventi, e sarebbe stato gran ventura lo sbarazzarsi in una volta di una caterva di _souteneurs_, ladri e assassini che insozzano la capitale, e di sottrarre il governo alla tirannia dell'estrema sinistra che lo paralizza.
La crisi presidenziale si mutò in crisi ministeriale, che finì con la formazione di un gabinetto senza forza. A dare un saggio delle difficoltà che si dovettero superare per comporre il gabinetto, basti ricordare in qual modo divenne ministro il generale Logerot. Quel portafoglio, offerto a molti che lo rifiutarono, era rimasto vacante, quando il presidente del Consiglio, Tirard, si presentò all'Eliseo per annunziare la composizione del suo Ministero. Il Tirard, riferiti i passi inutilmente fatti per trovare un ministro della guerra, opinava per l'annunzio della composizione ministeriale senza il titolare del Ministero della guerra; ma la proposta non garbò al signor Carnot. Cercando come uscire d'imbarazzo, il Presidente si sovvenne di avere udito presso Digione, dove possiede una terra, ma non ricordava da chi, forse da un guarda-caccia o da un giardiniere, che il generale comandante della guarnigione era un brav'uomo. Non ne sapeva il nome. Un ufficiale d'ordinanza, interrogato, rispose che il corpo d'armata di Digione era l'ottavo, e che il suo comandante si chiamava Logerot. Il signor Tirard ebbe ordine di telegrafargli subito per proporgli il portafoglio della guerra. Logerot rispose: «Arriverò domani ore 9 ant.». Queste parole furono interpretate come un consenso, e il _Journal officiel_ si affrettò a dar l'annunzio del nuovo Ministero, compreso Logerot alla guerra. Quando questi arrivò alle 9 per scusarsi, la cosa era fatta, e lo persuasero a star tranquillo per non mettere il governo in imbarazzo e, peggio, in ridicolo.
Questo gabinetto ebbe così poca vitalità sin da principio che, appena insediato, non essendo ancora discusso il bilancio per il 1888, la Camera non volle accordargli che tre dodicesimi provvisori, ed i profeti di crisi ministeriali ne proclamano la fine ad ogni episodio parlamentare.
Ma se esso pare debole all'interno, dimostra qualche energia all'estero, resistendo alle seduzioni russe. Da molto tempo la Russia semina in Francia, e se ne vedono già i frutti. Granduchi e granduchesse vengono, vanno, cercando simpatie nella grande società. Letterati francesi più o meno convinti, e probabilmente ben pagati, traducono le novelle e i romanzi russi, pieni d'ingenuità grossolane e barbare, come di nomi strani che li rendono originali. Il giornalismo chiama la Russia «la nation sœur». Il popolo francese si abitua così a considerare la Russia come un'alleata; non sono mancate neppure manifestazioni di militari, certi passi del generale Boulanger, un discorso del generale Saussier, molti discorsi dell'addetto militare russo. Ma il governo sembra sinora non esser vinto da questa corrente, forse perchè sa di potervisi abbandonare quando vorrà, e malgrado che l'ambasciatore di Russia, barone di Mohrenheim, non tralasci occasione per accarezzare la Repubblica.
In una delle ultime crisi ministeriali pareva che il solo Floquet potesse formare un gabinetto, ma la sua candidatura venne scartata per non dispiacere allo Czar che ricordava il grido di «Vive la Pologne, monsieur», lanciato dal Floquet nel 1867 allo czar Alessandro. Un anno fa il Floquet era studiosamente evitato da tutti i russi. Un giorno il barone di Mohrenheim trovandosi in visita dalla marchesa Menabrea, era seduto presso alla signora Floquet, e senza conoscerla conversò con essa, trovandola amabile e spiritosa. Quando essa uscì dal salone, il barone domandò chi fosse, e, saputolo, scattò come una molla, esclamando un «bigre» che stupì tutti i presenti, ai quali non dissimulò il suo dispiacere. Pochi mesi son passati, e due o tre giorni sono il signor di Mohrenheim si è fatto presentare dal ministro degli esteri, in un ricevimento del ministro del commercio, al presidente della Camera, signor Floquet.
Per l'appunto un gabinetto Floquet si disegna all'orizzonte in caso di crisi, e questo passo dell'ambasciatore russo sembra diretto a far comprendere che la Russia è disposta ad assolvere il signor Floquet per amore della Repubblica.»
Il 21 gennaio l'agenzia telegrafica Reuter comunicava che una grande attività era notata nell'arsenale di Tolone. Si preparava una squadra di corazzate e d'incrociatori, e si facevano esperimenti di mobilitazione. Le maestranze dell'arsenale lavoravano oltre il consueto. Il _Petit Journal_, il più diffuso foglio della Francia, spiegava quell'insolita attività con l'irritazione prodotta dall'incidente di Firenze.
In febbraio e in marzo a Modane erano giunti un vagone di dinamite e grande quantità di munizioni; i forti di Esseillon, Braman, Sassey e Replaton erano stati rinforzati di mille uomini di fanteria, artiglieria e genio.
Il primo febbraio l'ambasciatore Menabrea telegrafava:
«Debbo prevenire V. E. che qui all'Ambasciata di Germania si è molto preoccupati della mobilitazione e concentramento Mediterraneo della maggior parte della flotta francese. Il Prefetto Marittimo di Tolone ha ricevuto l'ordine di allestire la squadra d'evoluzione e quella di riserva, in tutto quattordici corazzate che debbono essere pronte in pochi giorni. Inoltre debbono poter entrare in servizio entro due o tre settimane, altre otto corazzate. Nella Manica non resterebbero che quattro o cinque corazzate, oltre qualche guarda-coste non destinate all'alto mare. Sarebbe utile conoscere che cosa pensino di questo concentramento l'Inghilterra e la Germania.»
Pochi giorni dopo era annunziato l'arrivo nel Mediterraneo della squadra inglese della Manica.
Nel campo finanziario le ostilità della Francia erano principiate mentre si negoziava per la rinnovazione del trattato di commercio. Tutti i titoli italiani furono artificiosamente deprezzati da un'acerba campagna della stampa, a cominciare dal Consolidato, che i giornali, nei bollettini della borsa, indicavano col dispregiativo di “macaroni„; il piccolo risparmio francese, che lo prediligeva e ne possedeva grandi quantità, fu consigliato a disfarsene.
La finanza germanica, per i buoni uffici del principe di Bismarck, fece quanto potè per attenuare i danni di questa guerra, e opporre una diga alla discesa dei corsi della rendita italiana, sia acquistandone sul mercato di Parigi, sia scontando gli effetti cambiari del nostro commercio e mostrandoci quella fiducia che la Francia ci negava.
Nella tornata del 5 marzo della Camera dei Deputati, l'on. Sonnino propose con elevate parole l'invio di un telegramma di auguri al Principe Imperiale di Germania, venuto a chiedere salute al mite clima della nostra Liguria. L'accoglienza che la Camera fece a quella proposta, appoggiata calorosamente dall'on. Crispi, fece la migliore impressione. Il principe di Bismarck ringraziò l'assemblea italiana della “nobile manifestazione„, la quale provava che l'amicizia dei due paesi, oltre che sulla identità dei loro interessi, era fondata sulla base solida e durevole dell'aspirazione comune al mantenimento della pace.
Ma il soggiorno in Liguria di Federico Guglielmo ebbe breve durata. Il 7 marzo l'ambasciatore germanico comunicava a Crispi questo telegramma del principe di Bismarck:
«Je prie Votre Excellence de communiquer confidentiellement à Monsieur Crispi que depuis quelques jours l'état de santé de S. M. l'Empereur est devenu inquietant. Sa Majesté n'a pas pu recevoir des communications et malheureusement pas non plus celle de l'imposante manifestation au Parlament Italien. J'avais l'intention de prendre des ordres de Sa Majesté qui m'auraient autorisé à une reponse destinée à Sa Majesté le Roi Humbert. L'état de l'Empereur ne le permet pas. Nous sommes depuis ce matin très-alarmés.
BISMARCK.»
Dopo due giorni l'imperatore Guglielmo I moriva e il Gran Cancelliere rispondeva nei seguenti termini alle condoglianze di Crispi:
«Le télégramme que Votre Excellence vient de m'adresser prouve qu'elle comprend la profonde douleur dans laquelle m'a plongé la mort du Souverain que j'ai eu le bonheur de servir jusqu'à la dernière heure de sa vie.
Je remercie Votre Excellence de ce témoignage de sympathie. Il m'a apporté une grande consolation en ce moment d'épreuves et m'a profondément touché. C'est dans la certitude de voir notre deuil partagé par tous les hommes de bien dans ce monde, qu'avec l'aide de Dieu je puise la force dont j'ai besoin pour remplir la tâche qui m'incombe.
Von BISMARCK.»
Federico III dovette partire subito per recarsi ad assumere l'Impero e a rendere al Padre gli estremi onori. Re Umberto volle fare personalmente al suo augusto amico gli augurii in terra italiana, e giunse alla stazione di Sampierdarena mentre dalla riviera di ponente vi giungeva il convoglio germanico. In quella piovosa e fredda mattina del 10 marzo l'incontro dei due Sovrani fu molto triste. L'Imperatore chiuso nella sua vettura, ricevette commosso il Re e Crispi. Non poteva parlare: ascoltava e dava risposta scritta sui fogli del suo taccuino. A Crispi porse un foglietto sul quale erano queste parole: “J'ai été bien touché des paroles prononcées dans les deux Chambres„.
[Illustrazione: Nota manoscritta.]
È ignorato che durante il soggiorno di Federico Guglielmo in Liguria gli anarchici avevano deciso un attentato contro di lui. Un rapporto su questo argomento dava le seguenti notizie:
“Nei conciliaboli già segnalati era stato dapprima deciso che l'assassinio del Principe imperiale sarebbe stato tentato per mezzo di bombe cariche di dinamite, in occasione del viaggio a San Remo di S. M. il Re d'Italia, che sarebbe stato ucciso insieme al Principe. Il Re non avendo fatto quel viaggio, l'esecuzione del delitto è stata aggiornata.
Una nuova riunione ha avuto luogo recentemente a Nizza, e in essa si sarebbe deciso che l'esecuzione del Principe imperiale solo avesse luogo in quella stessa settimana. L'individuo incaricato del delitto sarebbe un certo G. A., garzone di cucina a Mentone.
Gli anarchici sanno benissimo che il successo dell'attentato non potrebbe avere nessuna conseguenza politica favorevole alla loro causa; essi vogliono solamente affermare pubblicamente la potenza del loro partito con un gran fatto.„
Dal _Diario_:
_27 marzo._ — Il conte Solms mi annunzia che Moret ha ritirato l'invito mandato alla Porta per intervenire alla Conferenza sul Marocco. Chiede il mio parere, ed io gli dichiaro di esser contrario e di essermi manifestato in tal senso col conte Rascon. Ho telegrafato a Londra per conoscere l'opinione di lord Salisbury. Il Solms mi previene che l'Austria ha risposto che avrebbe seguìto il parere delle Potenze mediterranee.
_27 marzo._ — In seguito ad una lettera particolare dell'ambasciatore d'Italia a Madrid, conte Tornielli, nella quale si partecipava la speranza del ministro Moret che l'Italia volesse fare una dimostrazione di simpatia alla Spagna, inaugurandosi nel prossimo maggio dalla Regina Reggente l'Esposizione di Barcellona, telegrafo al conte Nigra, a Vienna:
«Mi risulta che il governo spagnuolo vedrebbe con viva soddisfazione che la nostra squadra, sotto il comando del duca di Genova, si trovasse a Barcellona alla metà del mese di maggio, cioè per l'arrivo colà della Regina Reggente. Questa dimostrazione di simpatia, la quale gioverebbe a rafforzare il principio monarchico in Ispagna in un momento in cui la Francia cerca d'indebolirlo, e ad affermare l'intesa dei due paesi, potrebbe acquistare una significazione politica d'importanza anche maggiore se la squadra austro-ungarica si unisse alla nostra. Parmi che cotesto governo non possa non essere favorevole a tale progetto. Voglia parlarne a Kálnoky e telegrafarmi se l'idea è da lui bene accolta.»
_29 marzo._ — Risposta di Nigra:
«Kálnoky mi dice che divide il parere di V. E. circa la convenienza dell'invio delle squadre a Barcellona durante il soggiorno colà della Regina Reggente, ma che deve informarne l'Imperatore e prendere i suoi ordini. Egli si riserva di far conoscere la decisione di S. M. a V. E.»
_(?) aprile._ — L'ambasciatore d'Austria-Ungheria mi comunica il seguente telegramma di Kálnoky:
«Vogliate dire a S. E. il signor presidente del Consiglio che noi ci associamo con grande soddisfazione al progetto di riunire le squadre dei due Stati per salutare S. M. la Regina Reggente di Spagna a Barcellona, e che diamo un gran valore all'incontro e alla riunione delle squadre che mostreranno così unite le due bandiere delle due Potenze alleate. S. M. l'Imperatore e Re ha consentito col più grande piacere a questa idea e ha già dato gli ordini necessari al Comando della marina.»
_6 maggio._ — Avendo proposto al conte Kálnoky che le squadre italiane e austro-ungarica giungessero a Barcellona simultaneamente a quella inglese, l'ambasciatore Nigra mi comunica che la squadra imperiale è partita ieri per Barcellona, dove arriverà l'11 maggio. Le due squadre potrebbero partire insieme da Barcellona.
_30 marzo._ — Ambasciatore di Spagna: gli dico di non opporsi all'intervento della Turchia alla Conferenza sul Marocco. La Spagna avendo fatto l'invito, non può ritirarlo.
_1.º aprile._ — Telegrafo al principe di Bismarck: «Prego V. A. di gradire nel giorno anniversario della sua nascita i miei voti più sinceri. Confrontando la Germania di oggi, ch'è in gran parte opera vostra, con la Germania del 1815 che vi vide nascere, ammiro la grandezza del vostro genio e la potenza della vostra volontà; sono orgoglioso dei buoni rapporti che intercedono tra noi e mi conforta che il mio paese proceda di conserva nella storia della nostra epoca con quello di cui V. A. con mano sicura e ferma guida i destini».
— Il conte di Launay mi telegrafa di essersi recato a far visita al Gran Cancelliere. «Egli mi ha detto — così il Launay — di essere stato commosso del telegramma grazioso in ogni modo che in occasione del suo giorno natalizio gli ha indirizzato V. E. Il Principe non potrebbe essere più soddisfatto dell'amicizia che regna tra i due governi. Una perfetta intesa è tanto più necessaria dinanzi all'avvenire incerto. Nessuno può prevedere ciò che avverrà in Francia, dove i partiti estremi prevalgono sugli elementi moderati. Noi non attaccheremo perchè non vogliamo rappresentare la parte di provocatori. Il vostro governo evita saggiamente tutto ciò che possa aver l'aria di una provocazione. Ma se malgrado questa attitudine, la guerra dovesse scoppiare, noi siamo in condizione di affrontare la sorte con successo. Ho approfittato di questa occasione per ringraziare il Cancelliere dell'appoggio che continua a darci per impedire il deprezzamento della nostra rendita. S. A. mi ha risposto che faceva questo di gran cuore. Sono questi i servizi che si debbono rendere gli amici».
_3 aprile._ — Solms mi dà lettura di una Nota colla quale si risponde ad un mio telegramma diretto ad ottenere che il principe di Bismarck volesse persuadere Salisbury a permettere alle nostre truppe di Massaua, che soffrono per il gran caldo in quel porto del Mar Rosso, di passare l'estate in Egitto. Il governo inglese ci ha, invece, offerto l'isola di Cipro, ed ho risposto che tanto valeva ritirare le truppe in Italia.
_4 aprile._ — Il conte Rascon viene a parlarmi dell'intervento turco nell'affare del Marocco. Il Marocco rifiuta tale intervento.
_13 aprile._ — Solms mi dà notizia di una Nota di Radowitz da Costantinopoli, secondo la quale i francesi avrebbero dato a credere al Sultano che noi abbiamo mandato da Massaua ottomila soldati a Suez, con animo di occupare l'Egitto.
La sera del 10 Radowitz ha pranzato a Yldiz-Kiosque. Poco avanti il pranzo, il Gran Visir gli ha comunicato la notizia ricevuta dall'Ambasciata di Francia relativa all'invio delle nostre truppe a Suez, soggiungendo confidenzialmente che il conte di Montebello aveva offerto alla Turchia tutto l'appoggio della Francia per quelle misure che giudicasse necessario prendere in vista di un tal fatto. Era cotesta una maniera di spingere la Porta a una decisione irriflessiva. Il Gran Visir dubitava egli stesso dell'esattezza di tale notizia; ma non poteva non esserne preoccupato. Il Sultano pareva allarmatissimo, e durante il pranzo ha parlato continuamente con l'Ambasciatore di Germania. Radowitz non ha mancato di fargli osservare che la notizia, venendo da fonte che non offre garanzie d'imparzialità, non poteva essere accettata senza controllo, e che prima di emettere un giudizio qualunque bisognava assicurarsi della sua esattezza; in ogni caso la sua opinione personale era che la politica italiana escludeva qualsiasi attentato all'integrità dell'Impero Ottomano e ai diritti del Sultano. Coteste parole hanno contribuito a calmare lo spirito di Sua Maestà.
_15 aprile._ — Photiadès-pascià m'informa di essere stato interpellato da Costantinopoli circa l'invio a Suez di ottomila soldati nostri sotto il comando del generale Saletta. Egli avrebbe smentito la notizia soggiungendo che si tratta del ritorno delle truppe da Massaua. L'insinuazione sarebbe stata fatta dal vice-console francese a Massaua.
_3 giugno._ — Il conte Solms m'informa di un colloquio tra il conte di Bismarck e l'ambasciatore di Francia a Berlino, signor Herbette. Rispondendo alla domanda che la Germania concorra alla sola esposizione di belle arti del 1889, il Conte si sarebbe rifiutato con parole assai vive. Egli avrebbe detto che il governo francese sarebbe impotente a tutelare l'ospitalità dovuta ai tedeschi. Se i francesi li oltraggiassero e maltrattassero le loro opere d'arte, il governo francese si troverebbe in una posizione difficile, e siccome la Germania vuole conservare lo stato di pace tra le due nazioni, è meglio evitare ogni occasione di dissidio. Dopo i casi di Belfort, i tedeschi non sono punto sicuri in Francia e fanno male ad andarvi; si troverebbero più sicuri ed incontrerebbero minori pericoli nel fondo dell'Africa.
Herbette restò scosso da coteste parole ed esclamò: «C'est que vous êtes les vainqueurs et nous les vaincus.»
Il Bismarck rispose che vi erano state altre guerre tra i due paesi, e qualche volta furono vinti i tedeschi; ma non avvenne mai quello che è avvenuto dopo il 1870, cioè che gli spiriti in Francia fossero rimasti così inquieti e molesti da rendere difficili le relazioni che sono necessarie tra popoli civili.
L'Herbette osservò che in Francia vi sono trentamila tedeschi che vi fanno affari.
— Ve n'erano più di trecento mila prima del 1870, — replicò il Bismarck, — e tutta cotesta massa di nostri concittadini dovette ritirarsi. Desidererei che tra la Francia e la Germania vi fosse una muraglia chinese e nessuna ragione di rapporti e di dissidi.
Herbette espresse l'avviso che francesi e tedeschi avvicinandosi e frequentandosi, finirebbero per conoscersi e stimarsi. Così solo potrebbero cessare i rancori. Ma il conte di Bismarck non nutre la stessa speranza.
Così il colloquio terminò.
Il Solms torna a parlarmi della favola che le flotte unite di Italia, Austria e Inghilterra sarebbero andate a Costantinopoli per fare una dimostrazione. Il Radowitz assicura che la notizia a Costantinopoli sia stata mandata da Photiadès-pascià. Costui sarebbe l'organo, volontario o involontario, delle due legazioni di Francia e di Russia presso il Quirinale. Gérard e Paparigopoulo sarebbero l'anima di cotesto intrigo.
_15 giugno._ — Il re Umberto riceve il seguente telegramma:
«Accablé de douleur je fais part de la mort de mon père bien aimé Empereur et Roi Frédéric III. Il s'est éteint doucement ce matin à onze heures et quart.
GUILLAUME.»
— Ricevo dal Re questo telegramma:
«La morte dell'Imperatore di Germania mi impone il doloroso obbligo di richiamare la di Lei attenzione sui provvedimenti che si debbono prendere per questo triste avvenimento.
Ella avrà notato che in varj giornali e ad epoche diverse si è accennato alla probabilità della mia gita a Berlino per porgere ancora una prova di amicizia all'Augusto infermo.
Ciò che io non avrei creduto opportuno vivente l'Imperatore, diverrà invece conveniente ed utile dopo la sua morte?
Certo risponderebbe ai sentimenti del mio cuore e forse al delicato sentire del Popolo Italiano, che io rendessi questo estremo onore a chi fu per lunghi anni il migliore amico mio e dell'Italia.
Ma poichè il sentimento non dev'essere la sola e precipua guida delle decisioni di Stato, è dovere nostro di ponderare se le considerazioni politiche conducono alla stessa risoluzione.
Non nascondo che non mi sentirei molto propenso a far il primo la visita al nuovo Imperatore, che è più giovane di me e che non ha ancora avuto occasione di compiere atti dai quali tragga speciale autorità.
D'altra parte, però, non mi rifiuterei al sacrifizio di un viaggio a Berlino, se con questo avessimo la certezza di raggiungere lo scopo di rendere saldi ed intimi i nostri rapporti anche col nuovo Imperatore e di dargli nel tempo stesso occasione di ricambiarci la visita in Roma nell'epoca che Ella preventivamente stabilirà col P.pe di Bismarck.
Questo scopo è di fronte alle Potenze Europee pienamente coperto dalla nota mia amicizia con Federico Guglielmo e dalla mia intimità colla sua famiglia.
La prego di considerare tutto ciò e di telegrafarmi se Ella crede necessario il mio viaggio nell'interesse del Paese; ed in caso affermativo, se Ella pensi di poter stabilire preventivi accordi col principe di Bismarck.
In qualunque ipotesi Le sarò grato se vorrà sollecitamente telegrafarmi le sue proposte.
Ho telegrafato direttamente all'Imperatore di Germania le mie condoglianze.
La prego, malgrado ciò, di volere esprimere in nome mio i sentimenti di rammarico all'ambasciatore conte Solms.
Le stringo la mano
Aff.mo
UMBERTO».
— Mia risposta al Re: