Politica estera: memorie e documenti
Part 2
Il governo germanico, or non è molto, ha interpellato il governo italiano intorno ad una più intima unione dei due Stati, ed il Ministero degli Esteri d'Italia non esitò ad esprimere la sua adesione al concetto di una unione a comune difesa. Ora S. M., pienamente d'accordo col sottoscritto, sente il bisogno di stringere in modo più intimo i rapporti amichevoli dell'Italia con la Germania e desidera che V. E. faccia conoscere a S. A. il principe di Bismarck come sarebbe conveniente di addivenire ad un accordo concreto e completo col mezzo di un trattato di alleanza che fondandosi nei comuni interessi provveda a tutte le eventualità. Gl'interessi italiani possono essere offesi non solo dalla prevalenza del partito oltramontano, ma anche dall'ingrandimento dell'Austria coll'annessione di alcune provincie ottomane, possibile conseguenza della guerra d'Oriente. È desiderabile che i due governi si mettano d'accordo anche su questo punto.
V. E. conosce pienamente i principii che informano la politica italiana sia all'interno che all'estero, e sarebbe superfluo rammentarli. La Germania e l'Italia non hanno interessi contrari, e le due nazioni devono essere ugualmente determinate a difendere l'edificio dell'unità nazionale e delle politiche e civili libertà: per l'Italia lo scopo principale è quello di preservare da ogni nemica offesa i beni inestimabili che abbiamo acquistati, e i principii sui quali è fondata la sua esistenza.
Procuri l'E. V. di esprimere e spiegare in via confidenziale i desideri di S. M. e del suo governo a S. A. il principe di Bismarck e di attestargli ad un tempo la riconoscenza nostra per la benevolenza da lui costantemente dimostrata all'Italia.
Aggradisca l'E. V. l'espressione della mia alta stima, mentre mi dichiaro di V. E.
Dev.mo Obbl.mo A. DEPRETIS _Presidente del Consiglio dei Ministri_.
A S. E. Il Sig. Comm. F. Crispi Presidente della Camera dei Deputati TORINO.„
«Parigi, 2 settembre 1877.
_Eccellenza,_
Ieri fui ricevuto dal Ministro degli Affari esteri. L'ora tarda non mi permise di riferire immediatamente a V. E. la lunga nostra conversazione, la quale versò su vari argomenti riferentisi ai due paesi.
Il duca Decazes cominciò col ringraziarmi del contegno nostro in occasione della interrogazione alla Camera del deputato Savini. Risposi, che Camera e Governo nulla fecero che non fosse stato il loro dovere, non potendo certamente permettersi che alla tribuna italiana si discutessero e si criticassero le cose interne della Francia, ed espressi l'opinione ch'essi a Versailles avrebbero fatto lo stesso per noi.
S. E. venne quindi discorrendo della necessità di un accordo completo fra le due nazioni, e su questo punto parlò lungamente sforzandosi di dimostrarmi come la Francia non possa avere che sentimenti di amicizia per noi. Al di là delle Alpi — S. E. disse — è una nazione alla quale la Francia è legata da interessi economici, morali e politici, e sarebbe un vero delitto conturbare la necessaria armonia dei due popoli. Accennò intanto, come ad un elemento di possibile dissidio, all'esistenza fra noi di un partito ch'egli definì «prussiano», ma lo fece con un tal garbo da lasciare intravedere il desiderio che cotesta opinione non lasciasse una disaggradevole impressione sull'animo mio.
Alla mia volta dichiarai subito che nel nostro paese noi siamo Italiani; che tutti, senza distinzione di partito, esclusi unicamente i clericali, non abbiamo altro interesse che quello della nazione, e che sarebbe un errore il presumere che potessimo o volessimo governarci seguendo i consigli o ricevendo l'influenza di un governo straniero qualunque. In quanto alla Francia, tutto ci spinge a sentire per lei e praticare una sincera amicizia: le tradizioni di civiltà, l'educazione, gli studi, le leggi, i commerci ci uniscono alla medesima, e nulla sarà fatto da parte nostra per rompere cotesto legame onde sono naturalmente congiunte le due nazioni.
S. E. allora riprese dicendomi che non sapeva però spiegarsi lo scopo dei nostri armamenti e sopratutto delle fortificazioni di Roma state ordinate ultimamente; ritornò quindi sull'argomento delle intenzioni affatto pacifiche del suo Ministero ed affermò che in Francia nessuno dei partiti possibili al governo commetterebbe la follia di far guerra all'Italia. Sono passati i tempi — il ministro soggiunse — in cui portavamo le nostre idee con le armi negli altri paesi. Dopo i nostri disastri abbiamo appreso che sono altre le vie da prendere onde far valere nel mondo le proprie opinioni.
Su ciò sentii il bisogno di esplicare la condotta del nostro governo e dissi che quanto si fa oggi da noi non ha nulla di eccezionale. L'Italia ha bisogno di pace perchè ha bisogno di compiere le sue riforme amministrative e finanziarie, e di sviluppare e consolidare le sue istituzioni pubbliche. In quanto all'esercito noi non facciamo che trasformarne l'armamento e completarlo e ci vogliono ancora molti anni per raggiungere cotesto scopo. Le fortificazioni di Roma, poi, non sono un fatto speciale, ma la parte di un complesso di disposizioni per la difesa territoriale dello Stato. Ricordai che sin dalla costituzione del Regno era stata nominata una commissione, sotto la presidenza di S. A. R. il principe di Carignano, coll'incarico di studiare un sistema di fortificazioni il quale rispondesse alle nuove condizioni della penisola. Dissi che cotesti studi furono già terminati, che furono votate le somme necessarie dal nostro Parlamento sin da parecchi anni addietro, ma che nulla ancora fu fatto, essendo anzi tutt'ora integre le fortezze elevate dai principi caduti con intendimenti e scopi contrari all'attuale ordine di cose. Dimostrai quindi che le fortificazioni di Roma entrano in cotesto piano generale di difesa nazionale e conclusi che la Francia non ha motivo di allarmarsene, coteste opere non essendo e non potendo essere interpretate quale una dimostrazione ostile contro di lei.
S. E. parve acchetarsi al mio ragionamento e poichè lo vidi così ben disposto credetti propizia l'occasione di portare la nostra conversazione sopra un altro argomento, quello cioè dell'applicazione ai nostri concittadini, nel territorio della Repubblica, delle disposizioni dell'art. 3 del nostro Codice Civile.
Spiegai lo scopo e le origini di cotesto articolo, ricordai le trattative intavolate altra volta perchè ne fossero accolti i principii in Francia, mercè una convenzione internazionale, e finalmente accennai alla giurisprudenza delle Corti Supreme le quali, per diritto di ritorsione, cominciano ad applicare ai francesi in Italia l'art. 14 del Codice Napoleone. Non omisi di dimostrare che, allo stato, farebbe un ottimo effetto nel nostro paese la stipulazione di un trattato che sanzionasse cotanto progresso.
S. E. ascoltò con benevola attenzione e si dichiarò pronto a trattare. Disse che avrebbe richiamato i precedenti e li avrebbe studiati affinchè potessimo altra volta ragionare consideratamente per venire ad una conclusione. Anch'egli, il Ministro, sente il bisogno che l'art. 3 del nostro Codice Civile sia ricevuto in Francia in favore degli italiani e mi promise che metterebbe tutta l'opera sua perchè la domanda fosse esaudita.
Dal discorso di S. E. appariva chiaramente il desiderio di provare con nuovi atti che la Francia ci è e ci sarà amica, ed a tal uopo mi parlò della sollecitudine con la quale il suo governo aveva consentito alla sottoscrizione del trattato di commercio. Mi disse che ci saremmo nuovamente veduti.
Del contegno del duca Decazes e del complesso delle sue parole, restai pienamente soddisfatto. Bisognerebbe supporre che egli fosse un grande simulatore per dubitare del suo linguaggio. Egli non fece che lodarsi del nostro governo e del nostro popolo e parlò pieno di ammirazione del nostro Re. Disse che noi abbiamo dato prova di grande saggezza politica e che la nostra condotta col Vaticano è stata corretta. Sul che sento il bisogno di riferire a V. E. un'opinione manifestatami da lui e la cui importanza non isfuggirà alla di lei sagacia: il duca Decazes si disse convinto e mi dichiarò di averlo ripetuto ai suoi colleghi, che alla morte del Papa il conclave funzionerà nel Vaticano con tutta la pienezza della sua libertà. Mi soggiunse che tale sarebbe pur l'avviso del cardinal Guibert, dopo il di lui ritorno da Roma.
Dopo ciò chiudo la lunga lettera con dirmi dell'E. V.
Il devot.mo aff.mo amico F. CRISPI.»
«Parigi, 5 settembre 1877.
_Mio caro Depretis_,
Il 2 corrente ti spedii una mia ufficiale, alla quale dà seguito, anzi complemento l'acclusa. L'ho scritta in modo che tu volendo potrai, dopo averne preso copia, consegnarla al ministro degli Affari esteri.
Lasciamo da parte le pastoie ufficiali e ragioniamo da vecchi amici e patrioti.
Ho visto i principali uomini politici del paese, tra cui il Gambetta,[2] col quale sono rimasto lungamente, e il 3 corrente pranzai. Ho potuto quindi farmi un'esatta opinione delle cose francesi e saperne, per quanto possibile, le intenzioni.
[2] Quali relazioni corressero tra Crispi e Gambetta dopo questo incontro, si rileva dalla seguente lettera del Gambetta a Crispi:
«Paris, ce 21 octobre 1877.
_Mon cher Président_,
Je profite du voyage de mon ami Armand Ruiz à Rome pour vous envoyer l'expression des sentiments d'affectueuse solidarité que m'a laissé votre charmante liaison.
Je tiens à vous redire que je serai toujours fort aise de rester en communication avec vous, et vous rendre ici les services que je sais que vous n'hésiteriez pas à me rendre à Rome. Vous pouvez croire qu'on est heureux dans la vie publique de rencontrer des hommes d'un caractère aussi ouvert, aussi ferme que le votre. Donc vous pouvez user de mon ami Ruiz et avoir en lui la confiance la plus entière.
C'est à ce titre de confident que je l'introduis auprès de vous.
Croyez à mon amicale sympathie.
LÉON GAMBETTA.»
_(N. d. C.)_
[Illustrazione: Autografo riprodotto fotograficamente: lettera di Gambetta a Crispi.]
La Francia traversa una terribile crisi, di cui è difficile prevedere la fine. Il Governo attuale rappresenta una impercettibile minoranza, ma è ispirato da un comitato bonapartista, audace e senza scrupoli, ed ha nel suo seno un paio d'individui anch'essi audaci e senza scrupoli.
I repubblicani si dicono sicuri della vittoria nelle prossime elezioni generali e mi espressero la stessa opinione, due giorni fa, alcuni conservatori, i quali dichiararono francamente: _nous serons battus_. Dubito che coteste convinzioni si mantengano dopo la morte avvenuta ier l'altro del sig. Thiers, o per lo meno dubito che l'importanza della vittoria possa essere tale quale si prevedeva prima di cotesta morte fatale. Ma avvenga pure la sconfitta del Governo, che ne verrà alla riunione delle Camere?
Il sig. Thiers mi diceva nella nostra conferenza del 31 agosto che dopo quella riunione, Ministri e Presidente della Repubblica si dimetteranno, e che le due Camere allora, raccolte in Congresso nazionale, nomineranno un nuovo Presidente. Gambetta precedentemente mi aveva dette le stesse cose.
Avverrà lo stesso ora che, morto il Thiers, è mancato il candidato sul quale avevano piena fiducia i conservatori che avevano accettato la Repubblica? I repubblicani rispondono di sì, e a leggere i giornali ne dedurrei che dopo la perdita gravissima dal paese patita, tutto procederà regolarmente e secondo i loro desideri.
Lo auguro, ma la mia fede è molto scossa.
E se Ministri e Presidente non si dimetteranno?
I repubblicani dichiarano che non voteranno i bilanci.
E se il Governo farà un colpo di Stato? Thiers non lo temeva, e perchè l'esercito non si presterebbe e perchè Mac-Mahon non n'è capace per povertà d'ingegno e di mezzi personali. Gambetta soggiunge che, in caso di un colpo di Stato, l'Esercito si scinderebbe in due e vi potrà essere la guerra civile.
Comunque sia e quali possano essere gli avvenimenti, consideriamo questi dal punto di vista italiano.
I republicani e i reazionari affermano che vogliono essere amici con l'Italia e che nulla tenteranno contro di lei. Credo ai primi, dubito dei secondi.
Dubito dei secondi perchè il Comitato ispiratore dell'Eliseo è clericale, e il loro organo è il _Figaro_, che ha tanto insultato il nostro paese e il nostro Re....
Non dirò che domani ci farebbero la guerra, perchè tutti, senza eccezione, i partiti politici hanno una salutare paura del principe di Bismarck, il quale essi credono non ci lascerebbe soli. Certo però ne cercherebbero l'occasione e coglierebbero il menomo pretesto per attaccare brighe con noi.
E vedi quel che m'è avvenuto di constatare: in tutte le classi del paese si è fatta radicare l'opinione che l'Italia vuole fare la guerra alla Francia. L'ho combattuta questa opinione in quanti me l'hanno manifestata, ma ho dovuto riflettere che coloro che sono stati i primi a divulgarla hanno avuto in animo di prepararsi il motivo presso questo popolo per legittimare la guerra nel caso che un giorno essi ci attaccassero. Il certo però è questo, che i Francesi continuano i loro armamenti, e che tutti gli stabilimenti privati fabbricano armi d'ogni genere per questo Ministero della Guerra. Pensiamo dunque ai casi nostri, e teniamoci pronti a tutte le eventualità.
Rispondimi a Londra per mezzo dell'Ambasciata, se non altro perchè io sia sicuro che ti siano giunte le mie lettere.
Tuo di cuore F. CRISPI.»
«Parigi, 5 settembre 1877.
_Eccellenza_,
Prima di lasciar Parigi mi sento in dovere di darle conto delle ulteriori mie pratiche con questo governo.
Il duca Decazes, l'indomani della nostra conferenza, è venuto a rendermi la visita. Ero assente e non ci potemmo quindi vedere. Quel giorno, era il 31 agosto, ero andato a St. Germain-en-Laye dal sig. Thiers, il quale, siccome l'Ec. V. ha potuto saperlo telegraficamente, è morto ier l'altro.
Il ministro degli affari esteri avendo dovuto poi lasciar Parigi, mandò un suo impiegato dal sig. Ressman, primo segretario dell'Ambasciata italiana, onde disimpegnarsi della promessa datami per le chieste trattative in ordine all'art. 3 del nostro Codice Civile. Il Ressman e il detto impiegato si videro il 2 settembre e discorsero del suddetto argomento.
S. E. mi fece sapere che avendo esaminato ciò che noi chiedevamo, dovette persuadersi che l'applicazione dell'art. 3 del nostro Codice Civile agli italiani in Francia non potrebbe farsi che con una riforma nella legislazione di questo paese e che a ciò sarebbe necessaria l'opera del Parlamento. Per ora di cotesta riforma non saprebbero occuparsi; più tardi se ne potrebbe parlare, ma a tal uopo converrebbe che l'Italia ne iniziasse le trattative nelle vie ufficiali.
Il duca Decazes non è un simulatore, ma un uomo debole. A quanto pare avrà parlato col signor De Broglie, ministro di Giustizia, il quale presentemente ha tutt'altro in mente che il Codice Civile.
Colgo quest'occasione per ripetermi ecc.
F. CRISPI.»
_7 settembre._ — Colazione da Emilio de Girardin, rue La Perouse 27, Champs Elisées. Visita alle Camere di Versailles. Il Questore Baze.
_8 settembre._ — Funerali di Thiers.
_9 settembre._ — Da Garnier-Pagès. Henri Martin.
«Parigi 9 settembre.
_Caro Depretis_,
Ebbi ieri il tuo telegramma, il quale tradotto suona così:
«Approvo completamente quanto hai fatto e credo bene che senza recarti a Londra, ti rechi senz'altro a Berlino.»
Martedì alle 3 di sera partirò per Berlino, dove giungerò l'indomani alle 7,45 di sera. Se lo crederò necessario, al mio ritorno passerò per Bruxelles e Londra. Mi regolerò secondo il bisogno.
Sarei partito anche prima, se non fossi stato un po' incomodato. Da otto giorni fui turbato in modo che ho dovuto ricorrere al medico. Oggi sto meglio, e spero che potrò fare comodamente il viaggio.
Qui ieri la giornata è passata tranquilla. Si temeva che i funerali di Thiers avrebbero dato il pretesto a qualche disordine. La calma del popolo fu veramente ammirabile. Qualche grido di _vive la République, honneur à Thiers, vive Gambetta_, e tutto procedette nell'ordine.
Se il parigino dimenticherà di correre alle barricate, ma si condurrà ubbidiente alle leggi, la causa della libertà trionferà in Francia, e sarà un pegno di pace per l'Europa.
Ai funerali intervennero tutti i rappresentanti esteri, ed anche il tuo amico, per ispeciale invito della Famiglia Thiers.
Se vuoi scrivermi dirigi le lettere a Berlino all'ambasciata italiana.
I miei omaggi alla tua signora e tu credimi
L'aff. tuo
F. CRISPI.»
_9 settembre._ — Colazione da E. de Girardin. — Viene Gambetta.
«Parigi, 11 settembre 1877.
A S. M. IL RE D'ITALIA.
_Sire!_
Prima di lasciar Parigi sento il dovere di dar conto a V. M. della prima parte del mio viaggio, e per lo meno di riferirle le impressioni che io ne porto.
Giunsi in questa città alle 6 pom. del 28 agosto, e ne partirò domani. Vidi il ministro Decazes, ed i principali uomini politici della Francia, dinastici e repubblicani.
Tutti rendono giustizia alla lealtà ed alla grande saggezza di V. M., alla bontà ed alla prudenza del nostro popolo. Tutti ritengono gli italiani dotati d'un gran buon senso politico, fortunati di avere un Re il quale ha saputo comprenderne le tendenze e che, in mezzo a tante difficoltà, li ha mirabilmente condotti a buon porto. Ma in fondo a questo splendido quadro appare un punto nero, sul quale dev'essere richiamata la nostra attenzione.
I francesi diffidano di noi, ed al tempo stesso sospettano che noi diffidiamo di loro.
Diffidano di noi, e più d'uno crede o finge di credere che l'Italia ha l'intenzione di far la guerra alla Francia. Lo stesso sig. ministro Decazes non espresse chiaramente siffatta opinione, ma parlò con molto interesse dei nostri armamenti e delle fortificazioni di Roma, e parve considerare coteste fortificazioni come aventi uno scopo anti-francese.
Ragionando col detto sig. ministro e con gli altri signori che me ne avean tenuto discorso, dichiarai che l'Italia ha bisogno di pace, e che riordinando l'esercito e fortificandoci non abbiamo punto l'intenzione di far la guerra, ma di provvedere ai mezzi di difesa del nostro territorio.
«Il Re d'Italia» — ho detto e ripetuto — «fedele ai trattati ed agli impegni internazionali, non ha dato nè darà mai l'esempio di mancare al suo dovere, ma forte del suo diritto esige solamente che sia rispettato».
I francesi sospettano che noi diffidiamo di loro, ed a dileguare i dubbii che credono possano essere nell'animo nostro, si sforzano a testimoniarci la migliore amicizia. Il duca Decazes fu molto esplicito in tale argomento, e mi disse e mi ripetè che nissuno dei partiti politici, i quali possono pretendere al governo della cosa pubblica, commetterebbe la follìa di far la guerra all'Italia. Vi sono — egli soggiunse — i partiti estremi i quali oserebbero tentarlo, ma costoro non hanno probabilità di dominio, e poi non avrebbero alcun seguito nel paese.
A quali partiti S. E. accennasse, io non ho bisogno di ricordarlo a V. M. Sono pur io dell'opinione del signor ministro, che la Francia in questo momento non li seguirebbe; ma nella storia di questo paese l'ignoto è un mostro del quale dovremo temere, e siccome qui non si può essere sicuri dell'indomani, la prudenza c'impone di pensare ai casi nostri.
La Francia subisce una crisi la cui soluzione è ancora incerta. Repubblicani e governativi si dicono sicuri del fatto proprio e gli uni e gli altri usano i mezzi di cui possono valersi onde riuscire vincitori.
Non mi occuperò dell'ipotesi del successo dei governativi. Le conseguenze sono prevedibili: Mac-Mahon andrebbe sino al 1880, cioè compirebbe il settennato, col proponimento di chiedere nell'ultimo anno della sua presidenza una revisione della costituzione in senso monarchico. Esaminerò quindi il caso in cui la vittoria toccasse ai repubblicani.
Se i repubblicani vincessero, quale sarebbe il contegno di coloro che furono gli autori dell'atto del 16 maggio? Faranno essi un colpo di Stato? E se lo tentassero e vi riuscissero, chi ne raccoglierebbe i beneficii?
Il gabinetto è composto di orleanisti e bonapartisti, e se tutti cospirano concordi per la distruzione della repubblica, ciascuno dei due partiti lavora per il trionfo della dinastia prediletta.
Nel paese però il partito, il quale ha maggiore vitalità dopo il repubblicano è il bonapartista, il quale parimenti è il più audace. Ma poco importa di ciò, e siccome uno dei due bisogna che soccomba nel caso in cui il colpo di Stato deve esser fatto, il più furbo dei due saprà disfarsi del suo competitore.
Chiunque dei due vinca, e mettiamo che vincendo possa assumere senza contrasti il governo della Francia, dovrà il suo trionfo all'esercito ed al clero. L'esercito ed il clero — essendo le due forze di cui si sarà valso il vincitore — avranno delle pretese alle quali bisognerà dar soddisfazione.
Quello che domanda il clero, tutti lo sanno: il ritorno al passato, ed in questo è prima condizione il ristabilimento del potere temporale del papa. L'esercito alla sua volta vorrà rifare con qualche vittoria il prestigio perduto nell'ultima guerra con la Germania.
È facile il comprendere che il terreno che meglio conviene alla reazione, e nel quale essa crede trovar facile successo, è l'Italia nostra.
Coteste mie congetture svanirebbero, qualora la Francia abbandonasse le sue male abitudini, giungesse a costituire un regime di libertà, e smettesse per sempre il brutto giuoco delle rivoluzioni e dei colpi di Stato, dai quali nulla può sorgere di stabile e duraturo, la violenza ai tempi nostri non potendo essere buona arte di regno. Noi però dobbiamo regolarci e provvedere come se fosse possibile l'attuazione delle ipotesi da me contemplate. Guai, se un mutamento di governo in Francia non ci trovasse pronti a difendere il trono italiano e l'indipendenza nazionale!
Non nascondo a V. M. che i repubblicani ritengono impossibile un colpo di Stato. Essi son d'avviso che a Mac-Mahon mancherebbero l'ingegno ed i mezzi morali per un atto così audace, e che l'esercito non si presterebbe a tanto. Era pur di cotesto avviso il signor Thiers che vidi il 31 agosto, cioè tre giorni prima della sua morte e che mi parlò con molta devozione di V. M.
Dopo tutto quello che le ho rassegnato ho adempiuto al mio ufficio. Nei 29 anni di regno, V. M. ha saputo con la sua intelligenza e col suo coraggio superare difficoltà più gravi di quelle da me prevedute, ed ha saputo evitare pericoli di maggiore entità. Il suo senno, la sua esperienza le suggeriranno quello che converrà fare in previsione degli avvenimenti, intesi i consiglieri responsabili della Corona.
Mi permetta ora, Sire, che chiuda la presente, dicendomi con tutta devozione e con affettuoso rispetto della M. V.
L'umilissimo, obblig. servitore
F. CRISPI.»
_12 settembre._ — Partenza per Berlino, via Bruxelles, alle 2,45 pom. Pernotto a Bruxelles.
_14 settembre._ — Arrivo a Berlino alle 7 ant.
Alle 12 e mezzo visita al barone Holstein, del Ministero degli Affari esteri, e quindi al conte di Bülow, segretario di Stato.
Il conte di Launay, ambasciatore d'Italia, viene a trovarmi alle 3 ½.
Visitiamo il _Reichstag_; scrivo al presidente Bennigsen[3].