Politica estera: memorie e documenti
Part 17
L'Incaricato d'affari italiano a Parigi scrisse il 27 ottobre:
«Nell'udienza che io ebbi ieri presso questo sig. ministro degli Affari esteri, gli feci leggere il testo stesso quale mi venne telegrafato dall'Eccellenza Vostra, dei punti relativi alla politica estera, del discorso da Lei pronunciato il giorno innanzi a Torino. Il sig. Flourens se ne mostrò soddisfatto, mi disse che il governo francese non aveva mai dubitato delle intenzioni di Vostra Eccellenza a suo riguardo; che ciò nondimeno le dichiarazioni pacifiche ed amichevoli per la Francia, contenute in quel discorso, erano tali da produrre un'influenza favorevole e benefica sull'opinione pubblica, quantunque la prima impressione, seguita alla sorpresa del viaggio di Vostra Eccellenza a Friedrichsruh, si fosse già sensibilmente calmata. Il sig. Flourens non accennò ai punti relativi all'Inghilterra ed al principe di Bismarck: non poteva lodarli e preferì tacerne.
Quanto all'accoglienza fatta al discorso da parte della stampa parigina, egli è evidente che non potevamo attendere apprezziazioni favorevoli e spassionate: per i francesi noi restiamo gli alleati della Germania; ai loro occhi questo fatto domina qualsiasi altra considerazione. «Consentiamo pure, dice il _Matin_ di stamane, a ritenere sincere le proteste d'amicizia dell'antico rivoluzionario, il quale ricevette durante il suo esilio in Francia la cordiale ospitalità di cui non ha perduto il ricordo, ma d'altra parte non possiamo non conservare una certa diffidenza contro l'uomo di Stato il quale corrispose con sì viva premura agli inviti del nostro più mortale nemico». Tale, in poche parole, è il sentimento reale della maggioranza. Il _Journal des Débats_, pur accogliendo le parole dell'Eccellenza Vostra sull'eventualità di una guerra contro la Francia, secondo il sentimento che le ha ispirate, si domanda perchè l'Italia, che non è da nessuno minacciata, ha creduto di contrarre alleanze che possono spingerla, suo malgrado, ad una guerra di cui essa ripudia anche il pensiero, e per interessi che non sono i suoi? Quel giornale si dichiara perciò preoccupato precisamente di ciò che l'Eccellenza Vostra ha taciuto. Il _Temps_, riconoscendo che la nostra professione di simpatia per la Francia non è stata accompagnata da alcuna riserva, prende atto della dichiarazione che mai da parte nostra vi sarà provocazione od offesa.
Dal complesso di questi commenti si può dedurre che il discorso di Torino ha disorientato alcuni fra i più malevoli a nostro riguardo. Taluni, in mancanza d'argomenti seri, attribuiscono le parole amichevoli dell'Eccellenza Vostra al desiderio di conchiudere con la Francia un trattato di commercio favorevole ai nostri interessi. Altri, avrebbero preferito puramente e semplicemente che ella avesse palesate le clausole dei nostri trattati di alleanza, e insinuano nuovamente che ve ne hanno di offensive.»
L'Incaricato d'affari a Berlino, avendo comunicato alla Cancelleria imperiale il testo del discorso, riferì quanto segue:
«Il conte di Bismarck mi fece esprimere oggi il desiderio di vedermi e mi disse che, avendo inviato a Friedrichsruh la copia da me mandatagli del telegramma di Vostra Eccellenza, il Principe Cancelliere lo aveva incaricato di fare a Lei pervenire, per mezzo mio, i suoi migliori ringraziamenti per la fattagli comunicazione ed insieme i suoi rallegramenti sinceri per il «bel» discorso. Sua Altezza desiderava inoltre che fosse inviata in suo nome all'Eccellenza Vostra l'espressione di tutta la sua riconoscenza per la parte che lo riguarda personalmente nel discorso medesimo. In quanto poi alle varie idee in esso sviluppate a proposito della politica estera, il principe di Bismarck fa dire a Vostra Eccellenza che egli le divide interamente, ma che però troverebbe opportuno di manifestare un suggerimento circa la frase in cui parlasi delle «quattro distinte nazionalità» insediate nella penisola balcanica. Egli teme che quella frase possa servire di facile pretesto alle Potenze interessate nel contrariare l'azione nostra a Costantinopoli, per risvegliare nell'animo del Sultano, tanto proclive alla diffidenza, una recrudescenza di sospetti a nostro riguardo. Come rimedio a questo pericolo, sarebbe suo avviso che l'Eccellenza Vostra avesse a dare incarico all'Ambasciatore di S. M. in quella residenza di far comprendere come Ella non intendesse far allusione ad altro, colle parole pronunciate, se non se allo stato di cose già esistente nella regione dei Balcani. Il Cancelliere opina che Vostra Eccellenza potrebbe facilmente conseguire lo scopo, sia collocandosi al punto di vista etnografico, vale a dire delle quattro nazionalità, rumena, greca, slava ed ottomana, che si trovano in quella penisola, sia seguendo la distinzione politica dei quattro Stati attuali, Rumania, Serbia, Grecia e Bulgaria. Sembra a lui che in un modo o nell'altro si possa ottenere di spuntare, con questo mezzo, prima ancora che venga lanciata a pregiudizio degli interessi comuni, la freccia che certamente si saprebbe fabbricare con quella materia.»
Dei grandi giornali, il _Times_ così giudicò il discorso di Torino:
«Ho l'onore di trasmettere qui unita all'Eccellenza Vostra la traduzione di un brano di un articolo del _Times_ d'oggi circa il discorso pronunziato dall'E. V. in Torino. L'apprezzamento è degno di nota e pari alla riputazione del giornale. Il _Times_ riepiloga maestrevolmente ciò che si pubblica da tutti gli altri giornali del Regno Unito, conservatori e liberali, sull'importanza di quel discorso per l'Europa. Gli articoli degli altri giornali sono così numerosi che sarebbe quasi impossibile poterne dare contezza.
Gradisca, sig. Ministro, l'espressione della mia più profonda osservanza.
T. CATALANI.»
_Articolo di fondo del “Times„ del 3 novembre 1887._
“Pochi statisti hanno avuto la sorte di raccogliere l'approvazione universale ch'è stata ottenuta dal discorso pronunziato dal signor Crispi in Torino, or è poco più di una settimana. Quel discorso fu salutato a Berlino come prova conclusiva dell'esistenza di un'alleanza fra l'Italia e le Potenze Germaniche, mentre esso non fu accolto con minor soddisfazione a Parigi per cagione della simpatia verso il popolo francese manifestata dal Ministro italiano. Il discorso non fu meno gradito ai connazionali del signor Crispi, il quale ha avuto l'onore di ricevere le congratulazioni del re Umberto. Risulta che il principe di Bismarck ha dichiarato di essere in grado di sottoscrivere ogni dichiarazione fatta dal signor Crispi circa gli affari esteri, sanzione tanto più notevole in quanto che noi sappiamo che, sopra taluni punti, il discorso di Torino andò considerabilmente più avanti di ciò che la Germania ha mai detto in termini espressi. Nel trattare la questione Bulgara, per esempio, il signor Crispi sposò la causa delle autonomie locali nei Balcani con un calore che in apparenza fa contrasto colle ripetute dichiarazioni d'indifferenza della Germania. Ma benchè il principe di Bismarck abbia dimostrato ai Bulgari un aspetto piuttosto severo, ed all'occasione li abbia ripresi con un tono alquanto aspro, la politica della Germania è stata, in tutto questo tempo, essenzialmente favorevole alle libertà bulgare, perchè sempre scrupolosamente memore dei trattati, che mettendo la Bulgaria sotto la tutela dell'Europa, l'allontanano dal sindacato esclusivo di una sola Potenza. Il signor Crispi, mentre parlò con calda simpatia della lotta dei Bulgari per la libertà e rammentò i sentimenti con cui gli Italiani guardano coloro che stesero una mano amica al Piemonte, non ebbe minor cura del principe di Bismarck a far notare che i trattati debbono essere strettamente e scrupolosamente osservati. In tal guisa l'adesione del principe di Bismarck alle dichiarazioni del signor Crispi, fornisce gradita prova dell'esistenza di un accordo ben chiaro fra l'Italia e le Potenze Germaniche sopra una base che tutti possono apprezzare e che esclude gli elementi di capriccio e di disegni segreti. Il principe di Bismarck ed il signor Crispi s'incontrano sul programma dell'inviolabilità degli accordi formalmente sanzionati dall'Europa, mentre l'Inghilterra, i cui interessi sono tutti legati alla pace ed allo svolgimento ordinato delle cose, mette la sua preponderanza dal lato di questa combinazione eminentemente conservatrice.„
Ed ecco i giudizii di due dei più autorevoli giornali germanici:
_Articolo del giornale “Die Post„ N. 297. 30 ottobre 1887._
IL DISCORSO DI TORINO.
“Il 25 ha avuto luogo a Torino il banchetto che i cittadini di quella città tutt'ora così importante, la quale gettò le fondamenta della nuova Italia, già da tempo avevano preparato pel Ministro Presidente Crispi, un italiano del Mezzogiorno. La festa era stata originariamente ideata come dimostrazione della piena fusione del Settentrione col Mezzogiorno d'Italia, e della rinuncia che la culla della nuova Italia aveva fatto ai suoi antichi diritti, con lieto animo per amore della fausta unità. In quel mentre accadde che poche settimane prima della festa, l'uomo che si voleva festeggiare ricevette l'invito di recarsi a Friedrichsruh, ed il risultato di quella visita, felicemente conseguito, fu accolto subito in tutt'Italia con gioia, come conferma ed indizio della cresciuta importanza dello Stato, quale non si sarebbe potuta desiderare più manifesta. Così la festa assunse un nuovo carattere. Si era ottenuto il frutto di un lungo lavoro giacchè l'Italia compariva davanti all'Europa come una indiscutibile grande Potenza; frutto che racchiudeva inoltre in sè l'aspettativa di un avvenire ancor più bello. E così invece di un allegro banchetto si ebbe un atto solenne. Tutti i Ministri erano presenti, eccettuato quello della Guerra, il quale doveva dar mano agli ultimi preparativi per la spedizione abissina. Il numero dei Deputati, Senatori ed alti impiegati convenuti, ammontava a circa 600. Dopo che il Presidente dell'adunanza ebbe salutato il festeggiato, non ci fu durante la serata alcun altro discorso da quello di Crispi all'infuori. Di questo discorso non possediamo ancora il testo integrale, ma gli estratti telegrafici contengono certamente i passi essenziali. Il discorso si diffuse egualmente sopra la politica interna ed estera.
Il passo eccezionalmente importante circa il principe di Bismarck ed il convegno di Friedrichsruh viene da alcuni giorni commentato in tutta Europa; eppure, caso singolare, esso non rivela nulla affatto dei risultati del convegno, da quello in fuori che tutti già sapevano, o s'immaginavano. Un uomo d'ingegno può tacere tutto e nondimeno soddisfar tutti. Crispi si è mostrato maestro in quest'arte. Certamente fu convenuto in Friedrichsruh che toccava al signor Crispi di dire pubblicamente la prima parola sopra il convegno. E colà furono anche tracciati i confini del tacere e del parlare. Il Cancelliere tedesco è indifferente all'enunciare cose grandi colla propria bocca, e questa volta doveva tanto più volentieri cedere il passo all'uomo di Stato amico, perchè la politica vien fatta in Italia in altro modo che da noi. In Italia bisogna toccar la corda dell'anima. Che cosa ha dunque detto l'oratore? Affermò che si pretendeva essersi cospirato a Friedrichsruh. Il rimprovero non tangere lui, vecchio cospiratore; però, non essersi cospirato colà che per la pace, ed ognuno poter partecipare alla congiura. Ciò è detto ingegnosamente, ed è efficace; ma i curiosi non ne saranno contenti, giacchè questi vorrebbero sapere quali provvedimenti in quel convegno si siano presi per assicurare la pace e da qual parte siano da temerne le perturbazioni. Senza tal timore non sarebbe necessario di cospirare. Qualche volta si parla di un silenzio eloquente: qui ci fu una eloquenza silenziosa, e noi che giudichiamo la situazione politica dal punto di vista tedesco, ne siamo contenti, e stimiamo l'uomo di Stato che s'è mostrato così perito in quest'arte.
Ma entriamo nell'esame dei passi del discorso che contengono qualcosa di più d'un'ingegnosa parafrasi del silenzio. Questi sono ben importanti. L'oratore osservò: l'Italia non aver mai stretto un'alleanza così piena e cordiale; la dignità sua non esser mai stata così rispettata, nè mai così garantiti i suoi diritti e bisogni, sono parole dietro le quali si può cercar tutto, ma però bisogna collegarle con le altre: essersi cospirato solo per la pace. Il modo di conciliare queste e quelle fu indicato dalla _Norddeutsche Allgemeine Zeitung_ nel suo numero del 6 ottobre, nel quale notò che la visita del signor Crispi aveva provato l'accordo pieno dei due uomini di Stato nella loro risolutezza d'impedire, in unione all'Austria-Ungheria, una guerra europea, per quanto è possibile e, in caso di necessità, in unione, di difendersi. Stando a ciò, i due uomini di Stato si saranno accordati circa il modo di respingere l'attacco, e in ciò starebbe l'importanza capitale ed anche il segreto del convegno.
Ora, poichè noi crediamo fuor di luogo ogni tentativo di penetrare il segreto, dobbiamo aggiungere un'altra osservazione. Il Ministro Presidente annunciò davanti ad una adunanza numerosa di uomini politici del suo paese che l'Italia non strinse mai un'alleanza così piena e cordiale. Un atto tanto importante per le sorti d'Italia fu compiuto dal Re e dal Ministro, da soli. Nessuno ha protestato, e tuttavia l'Italia è tenuta in conto di uno dei paesi più liberi. E noi crediamo ch'essa giustamente venga tenuta in tal conto, e che però meriti tal libertà molto più di altri paesi. Nessun Ministro avrebbe potuto stringere una tale alleanza in un altro paese retto a sistema parlamentare: nessuno nè in Inghilterra, nè in Francia. In Francia, forse nel solo caso in cui tutti i partiti fossero convinti che nel segreto stesse nascosta la _rivincita_. — In Inghilterra fu un tempo in cui i Ministri potevano talvolta compier qualcosa di somigliante. Siccome nella politica estera i partiti di governo erano concordi nel fondo, ciascun partito poteva ritenersi sicuro che i successori eseguirebbero gli impegni assunti dal governo precedente. Eppure di rado s'usò anche allora di quella facoltà. Del resto, era necessario di usarne, poichè al tempo delle grandi guerre un uomo solo fu alla testa degli affari in Inghilterra e vi restò fino alla morte, Guglielmo Pitt, e non ebbe necessità di segreti di fronte al Parlamento, a causa della chiarezza della situazione e dello stato esistente di aperta guerra. Oggi ciò riescirebbe impossibile in Inghilterra. Ma il dominio mondiale di essa va tramontando. Un popolo, però, il quale è in grado di riporre piena fiducia nella volontà di un sol uomo quando ciò è necessario, e di dargli un mandato illimitato rinunciando ad ogni tentativo di sollevargli delle difficoltà, dimostra di essere degno della libertà, appunto perchè sa a tempo opportuno deporre le armi, di cui è fornito a difesa di essa.„
_Articolo della “Kölnische Zeitung„ N. 300 (Morgen Ausgabe) 29 ottobre 1887._
“Quantunque noi non possediamo ancora il testo del discorso di Torino tenuto da Crispi, oggetto di tanti commenti, pure l'estratto telegrafico autentico conferma, in ogni punto, quanto da buona sorgente già era trapelato intorno all'Alleanza stipulata nella primavera scorsa e intorno al consolidamento della stessa in faccia all'estero mediante il convegno di Friedrichsruh. Crispi ha negato anzitutto espressamente il carattere offensivo della alleanza. Egli ha fatto risaltare che ogni Governo potrebbe far suoi gli scopi pacifici dell'unione. Egli ha inoltre accennato ben chiaramente che l'accordo esiste da tempo e che la visita sua lo ha soltanto messo in luce. A tal proposito vogliamo ricordare che la _Norddeutsche Allgemeine Zeitung_ ristampa oggi senza commenti un articolo d'un giornale italiano nel quale si dice che in Friedrichsruh non fu stretto nessun nuovo trattato. Anche a proposito dei rapporti coll'Inghilterra vanno in giro tutto dì delle opinioni erronee. Come fu già osservato, non esistono patti formali coll'Inghilterra, nè sul Continente nè sui mari. Ciò che Crispi disse circa l'intesa coll'Inghilterra concorda quasi letteralmente con quanto fu detto più d'una volta in questo stesso giornale, come a mo' d'esempio il 1.º ed il 15 marzo, subito dopo la conclusione dell'alleanza. Già venne annunziato e confermato che delle stipulazioni conchiuse fra i tre, una riguarda l'Austria, ed ha per iscopo l'equilibrio del Mediterraneo, col consenso e d'accordo coll'Inghilterra e che questa appunto era la base più larga che l'Italia aveva posto per condizione del rinnovamento dell'Alleanza.
Quantunque pertanto, per quel che si sa da fonte degna di fede, un patto formale coll'Inghilterra, per le ragioni già note, non abbia avuto luogo, l'intesa suaccennata servirà tuttavia di norma anche per gli eventuali eredi dell'attuale Ministero inglese, pel solo fatto della comunanza degli interessi, e contribuirà come gli altri patti al mantenimento della pace.„
CAPITOLO SETTIMO.
La rottura delle relazioni commerciali con la Francia.
Negoziati per la rinnovazione del trattato di commercio italo-francese. Una missione officiosa dell'on. Boselli a Parigi: sue lettere a Crispi. Ragioni politiche ed economiche che condussero alla guerra di tariffe. — Dal _Diario_ di Crispi, ottobre-dicembre 1887: questioni internazionali — colloquio tra lo Czar e il principe di Bismarck — documenti falsi — l'incidente consolare di Firenze.
Il trattato di commercio italo-francese del 3 novembre 1881 fu denunziato dal governo italiano il 15 dicembre 1886 per voto del Parlamento e dopo maturo esame, contemporaneamente al trattato italo-austriaco. All'atto della denuncia il ministro degli Affari esteri, conte Robilant, dichiarò esser sua intenzione di aprire negoziati per un nuovo trattato più rispondente ai bisogni nuovi o meglio accertati dell'Italia; ma la stampa francese considerò la denunzia come una rappresaglia pel rigetto, fatto pochi mesi prima dalla Camera dei deputati di Francia, della Convenzione di navigazione tra i due paesi già approvata dal Parlamento italiano.
L'opinione pubblica in Francia, mal disposta verso di noi sin dal 1882 per la nostra adesione all'alleanza austro-germanica, non faceva presagire nulla di buono circa il risultato dei negoziati per il nuovo trattato di commercio. Questi non erano ancora stati intavolati, quando, l'8 agosto 1887, l'on. Crispi assunse la direzione degli Affari esteri. Dopo pochi giorni, il 12 agosto, egli scriveva all'ambasciata d'Italia a Parigi esser
«nostra speranza che si giunga alla stipulazione di un trattato di commercio. Non sapremmo intanto dissimulare che un nuovo insuccesso nella Camera francese farebbe in Italia la più spiacevole impressione, al momento stesso in cui desideriamo vivamente di vedere raffermarsi l'amicizia tra i due popoli. Noi siamo risoluti a fare i primi passi, bene inteso però nel caso in cui il ministero francese si dichiari previamente pronto a corrispondere alla nostra iniziativa e vi sia possibilità di accordo.»
Il 21 agosto l'on. Crispi, non avendo ricevuto assicurazioni sufficienti dal presidente del Consiglio dei ministri di Francia, signor Rouvier, soggiungeva:
«.... Ma poichè sembra che il signor Rouvier non si creda in grado di poterci dare quanto all'atteggiamento del Parlamento francese riguardo al futuro trattato, quella malleveria ch'io non esito, dal canto mio, a dargli per il nostro Parlamento, preferirei di non esporre i due paesi agli attriti che sarebbero evidentemente la conseguenza di un terzo rigetto da parte delle Camere francesi.»
Non di meno, poichè il Rouvier suggeriva che le nostre domande gli fossero notificate in via preliminare ed ufficiosa, sia per mezzo di persone di fiducia del governo italiano, che per mezzo dell'Ambasciata, l'on. Crispi affidò la missione di esplorare le vere intenzioni dello stesso Rouvier all'on. deputato Paolo Boselli, che aveva, come negoziatore della Convenzione di navigazione, conosciuto il ministro francese e stretto buone relazioni personali con lui.
Dalle lettere scritte dall'on. Boselli a Crispi il 5, il 7 e il 10 settembre, stralciamo i brani più interessanti.
“In sostanza il signor Rouvier non può far previsioni positive e sicure circa l'esito che un nuovo trattato avrà nel Parlamento Francese, se prima non conosce, almeno per sommi capi, le domande, le concessioni, le intenzioni del Governo italiano, il quale avendo esso denunziato il trattato, pare a lui debba esporre pel primo i desiderii, almeno fondamentali, dei nuovi patti commerciali e marittimi. Già fin da ora però egli può affermare che non sarebbe approvato dal Parlamento Francese un trattato la cui durata oltrepassasse l'anno 1892, epoca in cui scadono i trattati che la Francia ha con altri paesi. Nè spera, come pure vorrebbe poter fare, che sia possibile ottenere l'approvazione di un trattato più liberale di quello da noi denunziato. Privo di qualsiasi altra notizia in proposito del Governo italiano, vide solamente due articoli, che a lui furono segnalati come scritti per ispirazione dei nostri on. negoziatori Ellena e Luzzatti, uno dei quali trattava del dazio sul bestiame e nell'altro era espresso il desiderio di ridurre il nuovo trattato a poche voci. A lui non sembra nè agevole, nè probabile il soddisfare questo desiderio; per contro invece egli sarebbe disposto, fermo l'attuale dazio, a vincolare la voce relativa al bestiame, ma trovò opposizione nel Ministero dell'Agricoltura e prevede che la troverebbe anche maggiore nel Parlamento.
Il Sig. Rouvier, reputando impossibile conchiudere un nuovo trattato di commercio e farlo approvare dai due Parlamenti (il Parlamento francese dovrà prorogarsi al 15 dicembre per le elezioni senatoriali) in tempo perchè possa andare in vigore il 1.º gennaio 1888, e parendogli che si debba evitare sia per ragioni economiche, sia per ragioni politiche, l'applicazione delle rispettive tariffe generali fra i due paesi, crede opportuna una proroga del trattato attuale per un anno, o almeno per sei mesi, cominciando intanto i negoziati.
Il Sig. Rouvier comprende come debba evitarsi assolutamente un terzo rigetto da parte del Parlamento francese, ma soggiunge che, conosciute, anche ufficiosamente, le domande del Governo italiano, potrà fare al riguardo fondati presagi dimostrando, coi calcoli numerici già a Lei noti, come, se le domande stesse saranno tali da non urtare con certe idee che sono invincibili nel Parlamento francese, si potrà conseguire un voto d'approvazione. Come Ella vede, i propositi e le intenzioni del Rouvier sono eccellenti, ma per poter sapere qualche cosa di concreto è mestieri che si esca dalle dichiarazioni generiche e che gli si facciano conoscere, in modo ufficioso e preliminare, e sia pure sommario, ma determinato, le nostre domande, cosa che può essere fatta opportunamente per mezzo dell'Ambasciata, ma che penso non possa esser fatta se non sentiti i nostri negoziatori.
Il Sig. Rouvier si rende perfettamente ragione del pessimo effetto che, anche politicamente, il rigetto della convenzione marittima deve aver fatto al nostro paese e attribuisce il rigetto stesso all'opposizione dei _courtiers_ marittimi e alla fiducia che il Presidente del Consiglio di allora aveva nell'approvazione della convenzione stessa, cui però non diede tutta la dovuta importanza.
La guerra che oggi si muove in Francia ai nostri operai fu oggetto di vive e ripetute osservazioni da parte mia. Il Sig. Rouvier cercò di attenuarne la gravità, non ristandosi però dal deplorare esplicitamente quanto oggi accade....